Pubblicato in: diario di una maestra

Quando l’AI ti chiede il permesso (e tu pubblichi lo stesso)

Ovvero: la pigrizia intellettuale è democratica

La pigrizia si sa, non neghiamolo, fa parte della nostra natura, ma ci sono cose in cui noi dobbiamo superarla ed i contesti direi che possiamo immaginarli, tra questi ce n’è uno in cui proprio non dobbiamo permetterle di dominarci ma dominarla: il lavoro.

Oggi vi voglio parlare di una foto circolata qualche giorno fa nei canali cui sono iscritta: un articolo di giornale (testata ignota, ma poco importa) dove, cerchiata in rosso come un compito in classe andato male, campeggia la frase: “Vuoi che lo trasformi in un articolo da pubblicare su un quotidiano (con titolo, occhiello e impaginazione giornalistica) o in una versione più narrativa da magazine d’inchiesta?”

Eh già. L’intelligenza artificiale che chiede conferma su come procedere. Peccato che quella domanda non dovesse arrivare al lettore, ma restare nel dietro le quinte della redazione.

Mea culpa (perché l’onestà è la base)

Prima di puntare il dito, alzo la mano: l’ho fatto anche io. Una volta ho pubblicato un post con dentro un bel “Vuoi che lo trasformi…”, o qualcosa del genere, che stonava come una banda death metal in chiesa. Mi sono sentita un’idiota? Sì. Ma io sono una maestra imperfetta che scrive gratis sul suo blog. Non sono una testata giornalistica. Non vengo pagata per scrivere. Non ho una redazione. Dei miei strafalcioni ne pago io sola.

Ma quando lo fa un giornale? Quando quella svista passa attraverso (presumibilmente) redattori, caporedattori, impaginatori? Allora il discorso cambia.

Il punto non è l’AI

Chiariamolo subito: non è colpa dell’intelligenza artificiale. L’AI fa quello che le chiedi. È uno strumento.  

Il problema è la pigrizia intellettuale. Quella vocina che ti dice: “Dai, tanto è scritto bene, che vuoi che ci sia? Ctrl+C, Ctrl+V, pubblicato, prossimo articolo”.

Zero rilettura. Zero pensiero critico. Zero senso di responsabilità verso chi legge.

La massima resa con la minima spesa

Siamo tutti vittime di questo bias, me compresa. È nella nostra natura: perché faticare quando posso delegare? Perché rileggere quando posso fidarmi?

L’AI è uno strumento oramai quasi irrinunciabile: ti aiuta a strutturare, a trovare il filo logico, a superare il blocco della pagina bianca. Io la uso per aiutarmi a riordinare le idee, cercare di dar corpo ai pensieri e buttar giù una bozza di relazione/programmazione/articolo e, sia chiaro che non ritengo sia sbagliato questo uso.

Se la usiamo come un passacarte, senza metterci sopra il nostro cervello pensante, senza rielaborare e fare opportuna revisione, allora stiamo solo producendo rumore. E di rumore, oggi, ce n’è fin troppo.

Dove ci porta questa pigrizia?

Vi chiederete ora cosa possa c’entrare questo errore giornalistico con la scuola e con la vita da maestra, giusto? C’entra eccome! Vi ricordate quando i ragazzi copiavano i compiti da Wikipedia e lasciavano dentro i numeretti blu delle citazioni? Ecco, siamo lì. Solo che ora non sono più studenti delle medie, sono diventati professionisti dell’informazione ed abbiamo contribuito noi docenti alla loro formazione (si signori, dalle primarie all’Università, nessuno escluso, nemmeno i genitori).

Se chi dovrebbe informarci delega totalmente la produzione di contenuti all’AI senza un minimo di supervisione critica, cosa stiamo leggendo? Chi sta veramente pensando dietro quelle parole?

E soprattutto: che credibilità ha un giornale che pubblica letteralmente le istruzioni di servizio dell’AI?

L’AI non ci rende stupidi. La pigrizia sì.

Il problema non è usare l’intelligenza artificiale. Il problema è abdicare al nostro ruolo di esseri pensanti. L’AI deve essere un amplificatore delle nostre capacità, non un sostituto del nostro cervello. Deve aiutarci a fare meglio, più velocemente, ma il “meglio” lo decidiamo noi. La rilettura, la verifica, il senso critico: quelli restano compiti umani. Altrimenti tra qualche anno avremo articoli scritti dall’AI, letti dall’AI, commentati dall’AI, mentre noi staremo seduti sul divano a guardare TikTok (forse è già così).

Conclusione da maestra imperfetta

Sì, ho sbagliato anche io. Ma ho imparato. E quando uso l’AI rileggo tutto. Cambio, integro, taglio, riscrivo. Metto la mia voce. I miei errori, la mia imperfezione.

Perché alla fine, è quello che i miei lettori cercano (o almeno spero): non la perfezione dell’AI, ma l’umanità dietro le parole.

Anche quando quelle parole sono piene di refusi.

E voi avete mai fatto un errore simile?

Al prossimo errore la vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Se trovi un errore in questo articolo, non è l’AI. Sono io. E me ne scuso in anticipo. Ma almeno l’ho riletto. 😏