Pubblicato in: diario di una maestra

L’ora di potenziamento (ovvero: il tappabuchi)

Nella mia scuola ci sono le ore di potenziamento usate come tappabuchi.

In teoria, servono a potenziare. Qualcosa. I bambini, presumibilmente. In pratica, grazie a un comma dell’art. 1 della Legge 107/2015 — la cosiddetta Buona Scuola, che di buono ha avuto soprattutto il nome — quelle ore diventano un sistema elegante per coprire le assenze senza disturbare il supplente. Sei un’insegnante in più? Ottimo. Sei un tappabuchi con la laurea.

Così un venerdì pomeriggio mi ritrovo in una quinta.

Non una quinta qualunque. Una quinta dalla fama consolidata, tramandata nei corridoi con quel misto di terrore e rassegnazione con cui si parla di certi fenomeni naturali — la mareggiata, il maestrale, quella classe lì. C’è chi li ha definiti animali — cosa che trovo biologicamente imprecisa, visto che tecnicamente lo siamo tutti, ma capisco il senso. C’è chi li descrive come mai evoluti, creature regredite allo stadio primordiale con organismi monocellulari al posto del cervello. C’è chi li guarda con terrore. C’è chi li vive ogni giorno e mi dice “è come parlare a un muro di gomma” — e non lo dice con affetto.

Io, di solito, il venerdì pomeriggio non ci sono. Vedo questi bambini di sfuggita, come si vede un temporale dal finestrino del treno: sai che esiste, sai che è brutto, ma non ti riguarda direttamente.

Le mie classi sono le seconde.

Con le seconde il massimo del dramma è Giorgino che ha detto una parolaccia — parolaccia che naturalmente nessuno ha sentito ma tutti si sono voltati a segnalare — e Mohamed che è offeso perché tocca mangiare le polpette di carne invece della pizza. Mohamed, hai tutta la mia comprensione. Anch’io preferisco la pizza.

Ho anche un misterioso terrore collettivo di non essere serviti per primi, di origine ignota, su cui prima o poi aprirò un’indagine antropologica.

Ma venerdì c’era la quinta.

Sono entrata con la rassegnazione di chi sa che andrà male ma spera nel miracolo. Per due ore e mezza è andata. Non benissimo, ma è andata. Hanno fatto i compiti. Qualcuno li ha anche fatti bene. Ho tenuto duro. Ho sorriso. Ho risposto alle domande fuori tema con la pazienza di chi ha già consumato le riserve ma non lo dà a vedere.

Poi è arrivata l’uscita.

Già mi vedevo fuori, libera, a riconsegnare ognuno al rispettivo genitore con un sorriso che significava affari vostri adesso. Stavamo scendendo le scale quando sento un rumore — quel tipo di rumore che si riconosce istintivamente, anche se non lo si è mai sentito prima — e l’insegnante di sostegno, un omone ben piantato con il doppio lavoro di psicoterapeuta (e si capisce il perché), dice ad alta voce:

“William, no.”

Mi volto.

Willy — lo chiamo così, di fantasia, per ovvie ragioni — è un bambinone più alto di me, ben piantato, con qualche problemino cognitivo e, evidentemente, con una soglia di tolleranza che quel pomeriggio era già stata ampiamente superata. Stava mettendo le mani addosso ad Abdul. Abdul, altrettanto alto, altrettanto ben piantato, e — bisogna dirlo — oggettivamente più stronzo, visto che era lui ad averlo stuzzicato.

Mi sono tuffata.

Non in senso figurato. Proprio fisicamente, con la borsa ancora a tracolla e la lucidità di chi ha già visto i titoli dei giornali del giorno dopo: “Maestra assente durante rissa tra alunni”, “Bambino ferito a scuola: dov’era la docente?”. I media non perdonano. La gente non capisce. E quindi: si ferma Willy.

Cosa non semplice.

L’adrenalina aumenta la forza — questo lo sapevo in teoria, adesso lo so in pratica con tutto il corpo. Lo zaino sulle spalle del bambino rende qualsiasi tentativo di contenimento un esercizio di geometria impossibile. E io, nel frattempo, ero su una scala, con la prospettiva nel migliore dei casi di una morte rapida, nel peggiore della tetraplegia.

Capivo Willy. Lo capivo profondamente. Abdul aveva passato due ore e mezza a testare sistematicamente ogni limite disponibile, e l’istinto darwiniano — lasciar fare, vedere cosa succede, fidarsi della selezione naturale — era lì, presente, comprensibile. Ma non era un’opzione.

Quindi: contenere, non cadere, non morire.

E poi — e questo è il momento in cui non sai bene da dove arriva — qualcosa si attiva. L’istinto da maestra, forse. O qualcosa di più vecchio, più mio. O anni di film e serie con ambientazione psichiatrica, studi di psicologia, cose lette e cose vissute che non sapevi di aver immagazzinato fino al momento in cui servono. Ho iniziato a farlo respirare. Prima con la forza — spalle al muro, lo so, è brutto, è bruttissimo, e mentre lo fai lo sai già che è brutto — poi con la voce, piano, con una calma che non avevo ma che dovevo sembrare di avere.

Perché i bambini ti guardano.

Tutti. Anche quelli che fino a tre minuti prima sembravano incapaci di prestare attenzione a qualsiasi cosa. Ti guardano e aspettano di capire se l’adulto regge o no. Se il mondo è ancora gestibile o no. E tu, adulto, devi essere quello che mantiene il controllo — anche quando vorresti solo posare la borsa, sederti sul gradino e aspettare che arrivi qualcun altro a gestire la situazione.

Non arriva mai qualcun altro.

Willy si è calmato.

Ha pianto. E poi mi ha dato la sua manona — grande, pesante, quella stessa mano di prima — e si è fatto condurre fino all’atrio. Io cercavo di non tremare mentre gli chiedevo come stava. Lui rispondeva. Eravamo tutti e due, credo, abbastanza stupiti di essere ancora interi.

Abdul era offesissimo. Si sentiva parte lesa — in parte lo era, in parte aveva seminato quello che stava per raccogliere — e io, lo ammetto, non gli ho nemmeno chiesto come stava. Ora che ci ripenso, avrei dovuto. Sul momento avevo ancora troppo presente come aveva trascorso le due ore precedenti.

Nel mezzo c’era anche una bambina che mi ha abbracciata sulle scale dicendo che si era spaventata tantissimo. L’ho consolata. Ho detto le cose giuste. Non so come.

Poi sono tornata a casa tremando come una foglia.

E mentre tornavo verso qualcosa di normale mi è venuta una domanda sola: le persone sanno che facciamo anche questo?

Non è da contratto. Non c’è una voce, da nessuna parte, che preveda di tenere fermo un bambino in crisi su una scala cercando di non cadere e di sembrare calmi mentre non lo si è per niente. Non c’è un’ora di potenziamento che copra questa cosa. Non c’è un comma.

Lo si fa perché i bambini guardano. E quando guardano, hanno bisogno di vedere un adulto che agisce quando c’è da agire, e che mantiene la calma quando la calma non c’è.

Anche quando quell’adulto, appena voltato l’angolo, trema come una foglia.

Ci sono giorni in cui torniamo a casa zoppicando. Con uno strappo muscolare. Con un tremore che non passa subito. Senza che nessuno lo sappia, senza che nessuno lo veda.

Poi leggi certi titoli. “E la scuola dov’è?”

La scuola c’è.

Solo che nessuno lo vede. E nessuno lo sa.

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Dalmazio e il Dilemma dei Decimali a Maggio

Lunedì è già di suo una categoria ontologica a sé. Non è l’inizio della settimana, è la punizione per aver avuto il coraggio di godersi il weekend. Ma un lunedì di maggio è qualcosa di più raffinato: è la consapevolezza che manca pochissimo alla fine, che dovresti essere in discesa, e invece sei lì — alle otto e mezza, marker in mano, a spiegare ancora i decimali.


Ancora.


Sono un mese e mezzo che andiamo avanti così. Moltiplicazione e divisione con i decimali, ogni giorno, con la sistematicità liturgica di chi sa che la ripetizione è l’unica vera maestra. E la maggior parte della classe ha capito. Persino i quattro che faticano davvero — quelli che arrancano, che ci mettono il doppio del tempo, che riscrivono e correggono e ci riprovano — anche loro, stamattina, nessun errore. Avevano recuperato. Bello, no?


E poi c’è Dalmazio.
Dalmazio è quello che io chiamo un bimbo da divano. Sostiene di fare sport — e tecnicamente non mente, se si accetta che FIFA alla PlayStation rientri nella categoria. Passa le ricreazioni a illustrare nei dettagli il personaggio sbloccato nell’ultimo aggiornamento, con una dovizia di particolari e una memoria prodigiosa che durante la lezione, evidentemente, trova altri impieghi.


Stamattina: correzione collettiva. Chiamo alla lavagna. Dalmazio si alza con quella sicurezza tranquilla che solo i bambini sanno esibire quando stanno per dire una cosa sbagliata, prende il marker, e dichiara:
“Maestra, la moltiplicazione si incolonna con le virgole.”
Silenzio.


Non il silenzio drammatico dei film. Il silenzio vuoto di chi sta facendo un rapido inventario mentale di un mese e mezzo di vita professionale e si chiede dove sia andato a finire.


Le virgole allineate. Nella moltiplicazione. Ha preso la regola dell’addizione — quella sì, quella è giusta, sacrosanta — e l’ha applicata con disinvoltura assoluta all’operazione sbagliata. Non è che non fosse presente alle spiegazioni. Era presente fisicamente, questo posso confermarlo. Mentalmente, presumo stesse sbloccando qualcosa.


La questione è che Dalmazio odia la scuola. Lo dice da quando è arrivato in prima, con una franchezza disarmante che in un bambino di sei anni fa quasi tenerezza e in uno di quarta comincia a pesare diversamente. A volte non lo mandano — mal di pancia, mal di testa, il classico malanno del lunedì mattina. Poi lo vedi ai giardini nel pomeriggio, vivacissimo, a correre (per quanto gli sia possibile) con gli amichetti senza alcun sintomo residuo.


Non faccio la morale. Non è il mio stile e non è questa la sede. Dico solo che c’è qualcosa di particolarmente beffardo nel vedere quattro bambini che fanno una fatica enorme, che ogni risultato se lo guadagnano centimetro per centimetro (o dovrei dire decimale per decimale), arrivare alla correzione di stamattina senza un errore — e poi guardare Dalmazio alla lavagna con le virgole nella moltiplicazione.


La scuola la odia, questo è stabilito. Ma la scuola c’è lo stesso, tutti i giorni, con i suoi decimali e le sue regole da ricordare. E i conti, prima o poi, si fanno — con o senza virgola nel posto giusto.
Ho corretto. Ho rispiegato. Ho fatto il sorriso — quello professionale, collaudato, di chi ha già elaborato e si è fatta una ragione.


Il caffè me lo sono fatto…ma doppio questa volta.

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L’infanzia dimenticata: cambiano i problemi, non la complessità

Ora di potenziamento…ho fatto supplenza all’infanzia.

Io insegno in primaria da anni. Ho una classe, un registro, un metodo. Pensavo di avere una certa resistenza al caos, una soglia del rumore tarata su standard professionali dignitosi. Pensavo, insomma, di sapere cosa fosse lavorare con i bambini.

Ho rivalutato tutto nei primi dieci minuti.

Ventiquattro bambini tra i tre e i cinque anni. Uno solo adulto. Io.

Mi ero convinta, nel tragitto verso la scuola, che sarebbero stati carini e coccolosi, che sarebbe stato fattibile. Lo erano, ma erano anche ventiquattro, simultaneamente bisognosi di me per cose diverse e tutte ugualmente urgenti — le scarpe, il naso, il pianto, il litigio, il disegno, il bagno, la giacca, il succo, il mistero cosmico di cosa avesse fatto la tal bambina alla tal altra bambina tre giorni prima e che andava assolutamente risolto adesso. Senza competenze specifiche, senza la minima idea di come funzionasse quel mondo, ho passato un’ora a gestire una complessità per cui, onestamente, ammetto: non ero attrezzata.

E ho avuto conferma di una cosa che già percepivo.

La complessità non diminuisce con l’età. Cambia natura.

All’infanzia è fisica, corporea, pre-verbale. I bambini non ti dicono cosa hanno bisogno — te lo chiedono con il corpo, con il pianto, con la presenza costante e totalizzante. Non puoi strutturare un’attività e aspettarti che la seguano come alle primarie (a volte nemmeno alle primarie lo fanno). Non puoi spiegare le regole e aspettarti che le abbiano interiorizzate (si, nemmeno alle primarie in cinque anni in taluni casi). Sei tu il contenitore — di emozioni, di bisogni, di energia — e devi esserlo per tutti contemporaneamente.

In primaria la complessità cambia registro — e qui, lo ammetto, mi muovo su un terreno che conosco meglio. I bambini stanno imparando ad essere alunni, il che significa che stai lavorando su due livelli insieme: i contenuti e il metodo. Stai insegnando a leggere e contemporaneamente stai insegnando cosa significa stare in una classe, ascoltare, aspettare il proprio turno, gestire la frustrazione di non capire subito. Le attività sono strutturate, i bisogni sono più verbali, la negoziazione emotiva è continua — ma almeno so come si fa.

Alle secondarie cambia ancora. La complessità diventa identitaria, a tratti negoziale. Hai davanti persone che stanno costruendo se stesse e che spesso lo fanno in opposizione — all’adulto, alla regola, all’istituzione. Richiede un altro tipo di pazienza, un altro tipo di competenza.

Tre ordini. Tre tipi di complessità incomparabili tra loro. Nessuna “meno” delle altre.

Eppure.

C’è un’idea dura a morire — nella società, nel sistema, a volte persino tra noi insegnanti — che con i bambini piccoli basti volergli bene. Che l’infanzia sia il gradino più basso della scala, quello dove si mettono i meno attrezzati in attesa di una collocazione migliore, quello che si copre con una supplenza dell’ultimo minuto perché in fondo chiunque può farcela.

Io ieri non ce la facevo.

E non perché fossi incapace in assoluto, ma perché non avevo le competenze specifiche che quella classe richiedeva. Competenze che le mie colleghe dell’infanzia hanno costruito in anni di formazione e pratica, e che il sistema scolastico italiano tratta come intercambiabili con qualsiasi altra cosa — mandando in supplenza chiunque capiti, come se insegnare a un bambino di quattro anni e insegnare a uno di otto fossero la stessa cosa con qualche anno di differenza.

Non è ingenuità. È una scelta. Costa più riconoscere le differenze in termini di formazione, di risorse, di considerazione professionale, che ignorarle.

Sono tornata nella mia classe di primaria con qualcosa di diverso. Non un rispetto nuovo — quello c’era già. Ma una comprensione più concreta, più incarnata, di cosa significhi davvero fare quel lavoro. Perché sentirsi dire che è difficile è una cosa. Trovarsi lì, da sola, con ventiquattro bambini di tre anni che ti guardano come se fossi l’unico punto fermo dell’universo, è un’altra.

Le competenze richieste all’infanzia non sono una versione semplificata di quelle della primaria. Sono competenze diverse, specifiche, costruite su una pedagogia e una pratica che non si improvvisano. E finché il sistema continuerà a trattarle come intercambiabili, continuerà a non capire — e a non voler capire — cosa sta chiedendo a quelle persone ogni giorno.

Vale la pena cominciare a rifletterci, tutti, dalle primarie in su. Perché se non iniziamo noi docenti a rivalutare e dare il giusto peso alle colleghe dell’infanzia, non possiamo nemmeno sperare che la società cambi percezione — e il governo di riflesso.

La vostra Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Green. Oppure brown. Dipende da quanti anni hai.

C’è un momento preciso in cui capisci che stai invecchiando sul lavoro. Non è quando ti fanno festa per i venticinque anni di servizio. Non è quando una collega esordiente ti chiama “la maestra storica” con un tono che è a metà tra l’ammirazione e l’autopsia. È quando sette bambini, due insegnanti di sostegno e un file audio ti convincono collettivamente che non sai più distinguere una parola inglese dall’altra.
Riavvolgo.


Martedì: otto ore tra teatro e lezione pomeridiana. Quando torno a casa striscio. Non è una metafora: mi muovo come un lombrico che ha preso decisioni sbagliate nella vita. Il mercoledì, per contrappasso divino, mi tocca matematica con la quarta — che, contro ogni aspettativa pedagogica, mi piace — e inglese con le seconde. Sette anni, entusiasmo alle stelle, vocabolario in costruzione.
Tutto scorre. Attacco l’audio dell’esercizio: ascoltare, tradurre, colorare i numeri secondo le indicazioni. Roba elementare. Banalissimo, lo ammetto, il che avrebbe dovuto insospettirmi immediatamente.
L’audio dice “fifteen yellow and green.”
Chiedo ai bambini di tradurre. Rispondono compatti: “fifteen, quindici, giallo e brown, marrone.”


Mi fermo.


Non ho sentito “brown”. Ho sentito “green”. Verde. Sono ragionevolmente sicura di conoscere entrambi i colori. Riascolto. Le due insegnanti di sostegno presenti — che avrebbero potuto, in un momento di solidarietà corporativa, almeno fingere un dubbio — mi guardano e dicono, all’unisono e senza esitazione: “Ha detto brown.”
Nemmeno l’ombra di pietà collegiale. Niente.
Riascolto. Ancora. Ancora. Alla sesta riproduzione sento qualcosa che suona come “briin”, e a quel punto la certezza che qualcosa non funzioni in me è ormai strutturale. Però — e questo è importante — non sento niente che assomigli a un “ou”. Nessun dittongo. Nessuna traccia fonetica di un colore diverso da verde. Sento verde, o qualcosa che ci prova.


Annuncio la mia sordità professionale come si annuncia una diagnosi: con dignità, trovando la causa nell’esposizione cronica a mense, ricreazioni e lezioni a volume industriale. Un bambino alza la mano.
“Maestra, magari perché sei vecchia.”
Caro lui. Non ha torto, tecnicamente. Ma quarantanove anni li porto con una certa fierezza — e qui mi fermo a notare un’incongruenza: il giorno prima, a teatro con gli stessi bambini, capivo le parole cantate in lirico. In lirico. Dove la dizione è volutamente innaturale e le vocali durano tre secondi ciascuna. Udito selettivamente distrutto? Possibile. Ma sospetto.
Finita la lezione, ricorro all’unica fonte che in vent’anni di carriera ho consultato meno del necessario: il libro del docente. Quello allegato al libro di testo, con le trascrizioni complete di ogni audio e tutte le soluzioni degli esercizi. Lo ignoro sistematicamente per principio — o forse per dimenticanza, che alla mia età è la stessa cosa. Oggi, però, devo capire. Non per togliere ragione ai bambini. Per capire se prenotare una visita dall’otorino o no.
Apro. Cerco. Trovo la trascrizione.
Brown.
Il libro del docente, con la neutralità burocratica di chi non ha nulla da perdere, mi sbatte in faccia la realtà: è brown. Era brown dall’inizio. Il “ou” c’era, ci sarà sempre stato, e io non l’ho sentito neanche una volta su sei ascolti consecutivi. La proiezione della mia pensione — ammesso che arrivi — si aggiorna in tempo reale: RSA, reparto memoria, stanza con vista sul nulla.
Mi scuso con i bambini. Finisco la lezione. Torno a casa.
Racconto l’episodio al mio compagno — fisico, ricercatore, dotato di un’analiticità che in certi momenti è una virtù e in altri è un problema. Lui ascolta, e ride. Ride con quella particolare soddisfazione di chi convive con un’insegnante di lingue che non riconosce un dittongo e finalmente ha la prova materiale. Il lessico familiare non risparmia nessuno, e io incasso.
Poi, però, accade qualcosa. Lo vedo cambiare espressione — quella transizione sottile dal divertimento alla curiosità scientifica che conosco bene e che non si ferma mai a metà. Prima vuol sentire l’audio. Recupero il tablet. Attacco il file.
“Brown.”


Il “ou” è lì. Rotondo, presente, udibile, inequivocabile. Il tablet lo pronuncia con la stessa serenità con cui esiste il sole. Mio compagno annuisce — ma non si ferma. Perché il problema ora non è più prendermi in giro. Il problema è capire.


Va a chiedere a Lumo — l’intelligenza artificiale di Proton, che ha il pregio di essere decisamente più seria e affidabile di altre che non nomino. E Lumo, con tutto il rigore del caso, emette il verdetto.
Il cervello, spiega, non registra i suoni passivamente: li costruisce. Quando uno stimolo sonoro è ambiguo o compresso, il cervello lo completa attingendo a esperienze precedenti, contesto linguistico e pattern neurali individuali. Ogni persona ha un filtro uditivo leggermente diverso. Esistono illusioni uditive documentate scientificamente — il caso “Yanny vs Laurel” del 2018, in cui persone diverse sentivano parole completamente diverse dallo stesso identico audio. Queste illusioni dipendono da frequenze ambigue, dalla risposta in frequenza dell’apparato uditivo individuale e dall’elaborazione cerebrale dei suoni. Il fatto che io abbia sentito diversamente da tutti gli altri suggerisce che probabilmente c’era un suono ambiguo nell’audio, che il mio cervello ha interpretato in modo divergente — e che a casa, su un dispositivo diverso, in un ambiente più controllato, ho potuto rielaborarlo correttamente.
Traduzione: non sono sorda. Sono neurologicamente originale.


Il bambino che mi ha dato della vecchia non lo sa, ma stava descrivendo un fenomeno percettivo complesso con una sintesi che farebbe invidia a qualsiasi abstract scientifico. Peccato che “magari perché sei vecchia” non si presti bene come voce bibliografica.


Il libro del docente, nel frattempo, giace sul tavolo con la sua trascrizione. Brown. Lo consulterò più spesso, d’ora in poi. O almeno ci proverò, finché il mio filtro neurale individuale non deciderà altrimenti.

Alla prossima disavventura

la vostra

Maestra Imperfetta

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Quando il cervo “rosso” è arancione: piccole lezioni di precisione cromatica in seconda primaria

C’è un momento, nell’insegnamento, in cui realizzi che la logica ferrea dei bambini è insieme la tua migliore alleata e la tua nemesi più temibile.

Quel momento per me è arrivato durante una tranquilla lezione di inglese in seconda primaria, davanti a due pagine illustrate sugli animali dei parchi londinesi. Tutto procedeva secondo i piani: il libro mostrava un magnifico esemplare di big red deer, io traducevo con sicurezza “grande cervo rosso”, i bambini annuivano interessati. Un successo didattico a portata di mano.

Fino a quando una vocina cristallina ha rotto l’incanto: “Ma non ha il naso rosso”.

Pausa. Respiro. Modalità-spiegazione-paziente attivata: “No, tesoro, il rosso si riferisce al colore del manto, del pelo”.

Avrei dovuto saperlo. Avrei dovuto ricordare che i bambini di seconda primaria hanno una precisione cromatica calibrata rigorosamente sulla scatola dei pennarelli Giotto. E infatti, il contrattacco non si è fatto attendere: “Ma non è rosso, è arancione”.

Silenzio in aula. Guardo il cervo illustrato. Guardo i loro occhi interrogativi. Hanno ragione. Tecnicamente, oggettivamente, cromaticamente parlando: hanno ragione. Quel pelo non è rosso come il loro pennarello rosso. È… beh, è fulvo.

Ed eccomi qui, davanti a una classe di settenne, a chiedermi come spiegare l’esistenza di un colore che:

  • Non esiste nella loro tavolozza di riferimento
  • Ha un nome che probabilmente non hanno mai sentito
  • Si applica quasi esclusivamente a pelo animale e capelli umani
  • Si colloca in quella terra di nessuno tra il biondo e il rosso chiaro che nemmeno gli adulti sanno descrivere bene

Come spieghi che “rosso”, quando parliamo di cervi, volpi o capelli, non significa rosso-rosso ma una gradazione che va dal castano ramato al biondo aranciato? Che l’inglese red fa lo stesso gioco linguistico? Che esistono convenzioni cromatiche storiche che precedono i pennarelli Giotto di qualche secolo?

Il punto è che i bambini hanno uno straordinario superpotere: l’osservazione priva di filtri culturali. Non hanno ancora assorbito tutte quelle convenzioni linguistiche che noi adulti diamo per scontate. Per loro, rosso è rosso. Punto. Se dici che il cervo è rosso, dovrebbe essere rosso come il semaforo, come le fragole, come il pennarello nella loro astuccio.

La loro “imprecisione” è in realtà una precisione diversa, più aderente al mondo visivo che a quello delle convenzioni. E mi trovo a dovergli spiegare che sì, hanno ragione, ma anche no. Che il linguaggio a volte prende scorciatoie. Che “fulvo” esiste ma quasi nessuno lo usa. Che dire “cervo rosso” è più semplice anche se cromaticamente inesatto.

Alla fine, quella lezione di inglese sugli animali dei parchi londinesi mi ha lasciato con più domande che risposte:

  • A che età introduciamo le sfumature cromatiche oltre i colori base?
  • Vale la pena insegnare parole come “fulvo” in seconda primaria o rischiamo solo di confonderli?
  • Come bilanciamo la precisione scientifica con la semplificazione didattica?
  • E soprattutto: come faccio a spiegare che anche gli adulti, quando vedono una persona dai “capelli rossi”, non si aspettano letteralmente una chioma color semaforo?

Per ora, ho optato per la via intermedia: “Avete ragione, è più arancione che rosso. Ma quando parliamo di animali e capelli, ‘rosso’ è la parola che usiamo anche per questo colore qui. Esiste anche la parola ‘fulvo’, se volete saperlo”.

Risultato? Tre bambini che ora usano “fulvo” per descrivere qualsiasi cosa vagamente sul giallo-arancione, compresa la pasta al pomodoro della mensa.

Missione compiuta?

Lo sapremo nelle prossime lezioni

La vostra

Maestra Imperfetta

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Insegnare Matematica: La Meraviglia del Pensiero Diverso

Allora, ricapitoliamo. Io, docente di primaria convinta che “possiamo insegnare tutto, compresa la matematica” (cit. me stessa davanti alla Dirigente, con tanto di sussiego da chi ha studiato e sa come stanno le cose), mi ritrovo a spiegare le frazioni di un numero. Un lunedì qualsiasi. Frazione di un numero, roba che abbiamo fatto mille volte, già spiegato, rispiegato, esercitato.

Perché sì, sulla carta è così: un docente di primaria può insegnare tutto. Anche se poi, col tempo, ci sono colleghe che si “specializzano”, che prediligono italiano o matematica e finiscono per insegnare sempre quella. Le capisco pure: quando una materia ti piace, è normale.

Che a me potesse piacere la matematica, però? Mai lo avrei detto. Mai lo avrei pensato quando da bambina odiavo le divisioni in colonna.

Eppure.

Quello che mi piace davvero è scoprire. Meravigliarmi di me stessa attraverso loro: i bambini.

8/16 di 96.

Esercizi in classe, correggiamo insieme. Chiedo il procedimento alla bambina. “96 diviso 16, maestra.” Perfetto. Le chiedo come lo ha fatto. E parte la spiegazione della procedura che le hanno insegnato, quella che la fa sentire più tranquilla: “Prima ho fatto 16 per 5, viene 80, ma è troppo poco per arrivare a 96, allora ho fatto 16 per 6.”

Bene. Ottimo. Funziona.

Poi interviene lui.

Emozionatissimo. Concitato. Che prova a spiegarmi come ha ottenuto il risultato facendo diversamente. Si mangia le parole, piccino. Gli chiedo di ripetere. Niente, continua a mangiarsi le parole dall’emozione.

Una compagna – benedetta lei – sollecita: “Maestra ti traduco io dal bambinese.”

E traduce: “Ha fatto 16 per 5, che fa 80, e poi ha aggiunto 16 invece di fare 16 per 6.”

Ecco, fermati qui.

Perché io dico sempre ai miei bambini che quello che conta è arrivare al risultato. Poi ci sono modi veloci e modi meno veloci, a loro la scelta. Non sono contraria alla creatività, al pensiero divergente. Anzi.

Ma se mi sono meravigliata – candidamente, sinceramente meravigliata – non è perché quello che ha fatto è sbagliato o strano.

È perché non lo vedo comune.

E questa, amici miei, è la scoperta a cui non sapevo di andare incontro.

Quel bambino di 9 anni ha utilizzato la procedura per la divisione con due cifre al divisore, sì. Ma ragionando sul fatto che la moltiplicazione è solo un’addizione che si ripete. Ha connesso. Ha pensato. Ha trovato una sua strada.

In un semplice esercizietto di cinque minuti mi ha mostrato l’acquisizione di competenze che – e qui casca l’asino – non tutti hanno.

Ora, per noi adulti magari è una sciocchezza. O almeno presumo, anche se non ne sono del tutto sicura. Ma il punto non è se è banale o geniale.

Il punto è: perché così pochi bambini lo fanno?

Se io dico loro che le strade possono essere diverse, lunghe o corte non importa, se dico che possono scegliere… perché poi la stragrande maggioranza segue il procedimento standard, quello rassicurante, quello che “si fa così”?

E qui viene il bello. O il brutto, dipende da come la vogliamo vedere.

Perché forse – forse – il problema non è che noi docenti soffocheremmo la creatività. Magari la incoraggiamo pure, a parole. Magari diciamo davvero “va bene qualsiasi strada, basta arrivare al risultato”.

Ma poi?

Poi correggendo venti, venticinque, trenta esercizi devi essere veloce. E quando vedi il procedimento standard riconosci subito se è giusto o sbagliato. Quando vedi una strada diversa devi fermarti, ragionare, capire il filo logico. Richiede tempo. Attenzione. Energia.

E quante volte ce l’abbiamo, davvero?

O forse – ed è ancora peggio – è che i bambini imparano presto cosa ci si aspetta da loro. Non da me, magari. Non dalle mie parole. Ma dalla scuola, dal sistema, dall’aria che si respira.

Imparano che esiste una Risposta Giusta e un Modo Giusto. Che l’importante è fare come fanno tutti. Che la creatività va bene nelle ore di arte, ma in matematica… beh, in matematica c’è il procedimento.

E così smettono di cercare strade diverse. Smettono di emozionarsi per una scoperta. Smettono di mangiarsi le parole per l’entusiasmo di aver capito qualcosa a modo loro.

Imparano a sentirsi più tranquilli quando fanno “come si deve fare”.

Ecco perché mi sono meravigliata. Non perché quel bambino abbia fatto qualcosa di eccezionale.

Ma perché quel qualcosa dovrebbe essere la norma, e invece è l’eccezione.

Pensiero divergente, lo chiamano. Competenza. Capacità di problem solving. Tutte cose bellissime che mettiamo nelle programmazioni, nelle competenze europee, negli obiettivi didattici.

E poi, quando un bambino di 9 anni lo fa davvero – usa il pensiero, connette concetti, trova una sua strada – io rimango lì, sinceramente stupita.

Come se fosse un miracolo.

Allora mi chiedo – e vi chiedo, senza darvi risposta perché non ce l’ho – ma se il pensiero divergente non è comune…

Di chi è la colpa? Nostra? Del sistema? Della società che vuole risposte rapide e procedure standardizzate? Dei programmi troppo pieni? Del fatto che siamo stanchi, sommersi, con classi troppo numerose?

O forse – e questa è la domanda che fa più male – è dei bambini stessi, che a 9 anni hanno già imparato che è meglio stare sicuri, fare come tutti, non rischiare di sbagliare provando una strada diversa?

Non lo so.

So solo che quel bambino che si mangiava le parole dall’emozione mi ha fatto capire una cosa: posso insegnare matematica, sì. Ma quello che davvero conta – il pensare, il cercare, il meravigliarsi – forse non glielo sto insegnando abbastanza.

O forse glielo sto insegnando. Ma qualcos’altro glielo sta spegnendo.

Da allora i compagni hanno deciso che quel sistema andava meglio e che la matematica è creativa, qualcosa li ha sbloccati, a volte basta solo uno che abbia il candore di dire “ma io ho fatto così e il risultato è lo stesso”.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Non sapevo a quali scoperte sarei andata incontro, quando dissi che potevo insegnare tutto, compresa la matematica. La scoperta è questa: non è difficile insegnare il procedimento. È difficilissimo far sì che qualcuno abbia ancora il coraggio – e la voglia – di cercarne uno tutto suo.

E quando succede, ci meravigliamo. Come se fosse raro.

Perché lo è.

Pubblicato in: diario di una maestra

Quando il Righello Diventa il Nemico: Cronache di una Battaglia Geometrica

C’è un momento, nella carriera di ogni insegnante di matematica, in cui ti rendi conto che il vero nemico non è la geometria. Non sono i parallelogrammi, non è il teorema di Pitagora, non è nemmeno la temibile divisione a due cifre.
Il vero nemico è un innocuo strumento di plastica lungo trenta centimetri: il righello.


Tutto procede magnificamente. La lezione sui parallelogrammi viaggia che è una meraviglia: spieghi, fai esempi, sfoderi Canva con quella sicurezza di chi sa che le funzioni pro sono gratuite per i docenti (benedetti siano). La classe è attenta, partecipe. Qualche piccolo intoppo qua e là, niente che non si risolva con i nostri ripassi in rosso e verde di lati paralleli, con schemi e diagrammi che farebbero invidia a un manuale di ingegneria.
E poi arriva lui. L’ostacolo. Il sassolino nella scarpa dell’insegnante perfettamente preparato.
Il righello.


Ecco il paradosso che mi tormenta: alcuni bambini userebbero il righello pure per fare pipì bella dritta (e scusate la crudezza, ma rende l’idea), mentre altri – gli stessi che devono disegnare figure geometriche – lo evitano come se scottasse. Anche quando è letteralmente, espressamente, categoricamente, indiscutibilmente obbligatorio.
Le ho provate davvero tutte. O almeno credo.


Tentativo 1: La Fata Madrina


Sorriso bonario, atteggiamento fata madrina, tutta uccellini cinguettanti e voce flautata: “Bambini, ricordiamoci del nostro amico righello, vero? Ci aiuta a fare righe bellissime!”


Risultato: Ignorata olimpicamente.

Tentativo 2: La Spiegazione Razionale
Approccio calibrato sulle loro capacità cognitive (di cui, a volte, ammetto di dubitare): “Ragazzi, capiamo insieme perché il righello è necessario. Si usa per tirare righe dritte e per misurare. Quindi in geometria va usato sempre. SEMPRE.”


Risultato: Annuiscono convinti. Poi prendono in mano la matita e tracciano linee che sembrano elettrocardiogrammi durante un terremoto.


Tentativo 3 L’Imperativo Categorico


Voce ferma, sguardo severo, imperativo categorico: “In geometria la precisione è TUTTO. Chi non usa il righello vedrà abbassarsi i giudizi.”


Risultato: Qualche sussulto di paura, poi tutto come prima.

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Pedainstagramagogia: quando i reel sulla scuola diventano l’effetto CSI dell’educazione

A gennaio Instagram si è riempito di consigli per il rientro e, tra video di un lamantino da nutrire e capibara che ballano danze tradizionali folk (ognuno ha le sue perversioni), sono incappata in un video dove una donnina dall’aspetto gentile e dolce mostrava fogli con su scritto “maestre siate gentili, al rientro dalle vacanze raccontate loro una storia, sorprendeteli, ispirateli…”. Ho provato fastidio! Sì, lo ammetto, fastidio, ed è per questo che non ho scritto subito, prima volevo capire cosa mi infastidisse: orgoglio professionale ferito (dubito, perché so che ho sempre da imparare), storytelling tossico scolastico, oppure preoccupazione per un fenomeno già osservato in altro ambito, mia guilty pleasure, che è il true crime.

Ecco, il true crime. Ma cosa c’entra il true crime con i consigli per maestre su Instagram? C’entra eccome, e il collegamento si chiama “effetto CSI”.

Chi segue serie tv poliziesche lo sa: in 42 minuti (pause pubblicità incluse) si risolve qualsiasi caso. Il DNA viene analizzato in tempo reale mentre sorseggi un caffè, le impronte digitali trovano corrispondenza istantanea in database infiniti, da un’immagine sgranata di una telecamera al semaforo si ricostruisce in 3D il volto dell’assassino. È spettacolare, è affascinante, ed è completamente distante dalla realtà.

Questo fenomeno ha un nome preciso in criminologia: “effetto CSI”. Gli investigatori e i magistrati lo conoscono bene, perché si trovano a gestirne le conseguenze. Giurati che si aspettano prove forensi decisive in ogni processo. Famiglie di vittime che chiedono perché non si usa “quella tecnologia che ho visto in tv”. Opinione pubblica che si scandalizza per indagini che durano mesi invece che un episodio televisivo.

Il problema non è CSI in sé. Il problema è che quella narrazione crea aspettative irrealistiche su come funzionano davvero le indagini, i tempi della giustizia, i limiti tecnici e umani del lavoro investigativo. E quando la realtà non corrisponde alla fiction, la colpa ricade su chi lavora sul campo: sei incompetente, non ti impegni abbastanza, la giustizia non funziona.

Ora torniamo a quella donnina gentile con i suoi fogli su Instagram.

La pedainstagramagogia (sì, l’ho appena inventato e no, non mi pento) funziona esattamente come CSI. Crea una narrazione distorta di cosa significhi insegnare, con quali tempi, con quali strumenti, con quali risultati.

In questi reel tutto funziona perfettamente. L’insegnante arriva in classe, racconta una storia coinvolgente, i bambini pendono dalle sue labbra estasiati, la scintilla della curiosità si accende istantaneamente. Nessuno ha bisogno di andare in bagno nel momento meno opportuno. Nessuno è ancora mezzo addormentato dopo le vacanze. Nessuno sta pensando ai regali di Natale o al fatto che la mamma stamattina ha litigato col papà. La classe è un’entità omogenea perfettamente ricettiva, l’insegnante è un performer instancabile sempre ispirato, ogni momento è significativo e trasformativo.

È tutto molto aesthetic. Molto goals. Molto inspirational.

E molto, molto lontano dalla realtà materiale di un’aula.

Secondo Instagram: arrivi con una storia meravigliosa, crei aspettativa, accendi la magia, ispiri giovani menti.

Secondo la realtà: arrivi e devi ristabilire le routine, ricordare dove si appendono le giacche, gestire chi ha dimenticato l’astuccio, accogliere chi è felice di tornare e chi decisamente no, rinegoziare gli spazi di convivenza, riabituare i corpi a stare seduti, le menti a concentrarsi, il gruppo a funzionare come gruppo.

E sì, magari racconti anche una storia. O magari no, perché valuti che in quella specifica classe, con quei specifici bambini, in quel specifico momento, serve altro. Serve tempo, serve gradualità, serve normalità rassicurante. Serve professionalità nel leggere il contesto, non performance da intrattenitore.

Ma questo non è instagrammabile. Non fa engagement. Non diventa virale.

Come per l’effetto CSI, il problema non è il singolo reel. Il problema è che questa narrazione crea aspettative distorte in chi guarda da fuori: genitori, opinione pubblica, decisori politici. E queste aspettative poi ricadono sugli insegnanti come pressioni concrete.

“Perché non fai come quella che ho visto su Instagram?”

“Mio figlio si annoia, evidentemente non lo stai coinvolgendo abbastanza.”

“Basterebbe un po’ di creatività e passione per risolvere i problemi della scuola.”

Esattamente come con CSI: se le cose non vanno come nei reel, la colpa è di chi lavora sul campo. Non ti impegni abbastanza. Non sei abbastanza creativo. Non sei abbastanza ispirato. La scuola è rimasta indietro.

Si dimentica – o meglio, non viene mai mostrato – tutto il lavoro invisibile che costituisce la vera professionalità docente. La capacità di leggere il gruppo classe. Di adattare la programmazione alla realtà contingente. Di gestire contemporaneamente apprendimenti, relazioni, emozioni, corpi, tempi, spazi. Di fare scelte pedagogiche basate su competenza e non su effetto scenico. Di costruire percorsi nel lungo periodo invece che momenti wow istantanei.

Ed ecco il paradosso più stridente. Questa retorica del “maestro ispiratore”, del “momento magico”, della “scintilla che si accende” finisce per svalutare proprio il lavoro educativo vero. Perché il messaggio implicito è: basta un’idea carina, un po’ di entusiasmo, la storia giusta al momento giusto.

Come se insegnare fosse questione di performance individuale e non di competenza professionale costruita nel tempo. Come se bastasse la buona volontà e non servissero formazione, esperienza, capacità di analisi, strumenti metodologici. Come se ogni bambino rispondesse agli stessi stimoli, come se ogni classe funzionasse allo stesso modo, come se ogni contesto fosse neutro.

È la stessa logica per cui “chiunque potrebbe fare l’insegnante” – basta voler bene ai bambini, no? Esattamente come chiunque potrebbe fare l’investigatore: basta guardare le prove, no?

Ed ecco che ci ritroviamo, puntuale come la morte o le tasse (a seconda del vostro tasso di ottimismo Leopardiano) a sentire in giro, a cene o pranzi o altre situazioni sociali un genitore che, dopo aver visto il reel, chiede perché la maestra dei suoi figli non fa “quella cosa delle storie” ignorando che la maestra sta lavorando su un progetto di lungo periodo meno scenografico ma più sostanzioso.

Torniamo per un attimo a quel primo giorno di rientro. Tu hai preparato la tua storia coinvolgente, hai creato aspettativa, stai per ispirare giovani menti e… “maestra posso andare in bagno?”

Secondo la narrazione Instagram, questo è il momento del fallimento. La magia si spezza. Non hai coinvolto abbastanza. Hai perso il controllo della situazione.

Secondo la realtà professionale, questo è semplicemente… scuola. Un bambino che chiede di andare in bagno ha un bisogno reale e legittimo o semplicemente non gli frega niente della tua storia. Gestire quella richiesta – valutare se è urgente o può aspettare, se è il decimo bambino in dieci minuti e quindi forse c’è dell’altro in gioco, se è un modo per gestire l’ansia del rientro – è pedagogia tanto quanto la storia più ispirata del mondo.

È ascolto dei bisogni. È gestione dello spazio condiviso. È educazione alla convivenza. È capacità di tenere insieme la programmazione e l’imprevisto, il gruppo e l’individuo, l’ideale e il materiale e non prenderla sul personale (eddai che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta).

Ma questo richiede di accettare che il lavoro dell’insegnante non si svolge in uno spazio asettico fatto solo di menti da ispirare. Si svolge in uno spazio fatto di corpi, emozioni, bisogni fisici, relazioni complesse, contesti sociali, fatiche, gioie, routine e, sì, anche bagni.

No, ovviamente. Non sto dicendo che i consigli didattici siano inutili o che non si debba mai cercare di coinvolgere gli studenti in modo creativo. Sto dicendo che serve distinzione tra la narrazione e la realtà, tra l’ispirazione e l’aspettativa irrealistica, tra il momento esemplare e la pratica quotidiana.

Un conto è vedere un reel e pensare “interessante, potrei provare a riadattare questa idea al mio contesto”. Un altro conto è credere che quella sia la norma a cui tutti dobbiamo tendere sempre, e che se non ci arriviamo siamo professionalmente inadeguati.

Un conto è condividere pratiche didattiche. Un altro è creare una narrazione tossica che alimenta aspettative distorte e finisce per svalutare il lavoro vero.

La differenza sta nella consapevolezza del mezzo e del messaggio. Instagram non è neutro. Richiede una certa estetica, un certo ritmo, una certa semplificazione. E questo va benissimo per i lamantini da nutrire e i capibara folk (che comunque hanno la loro importanza nella salute mentale). Ma quando si applica alla rappresentazione di una professione complessa, crea distorsioni.

Forse è il momento di rivendicare la complessità e l’ordinaria straordinarietà del lavoro educativo. Quella che non entra in 30 secondi di reel. Quella che non ha un prima-e-dopo spettacolare. Quella che si costruisce giorno per giorno, con pazienza, competenza, presenza.

Quella dove “maestra posso andare in bagno?” non è il fallimento della lezione perfetta, ma parte integrante di un processo educativo che si prende cura di persone intere – non solo di menti da ispirare, ma di bambini e ragazzi con corpi, bisogni, emozioni, storie (e anche voglia di essere altrove in quel momento, esattamente come noi).

E magari, la prossima volta che incappiamo in un reel di consigli per insegnanti tra un lamantino e un capibara, possiamo permetterci di sentire quel fastidio, ascoltarlo, e chiederci: cosa sta davvero comunicando questo contenuto? A chi serve questa narrazione? Quali aspettative sta creando?

Perché se CSI ci ha insegnato qualcosa, è che quando la fiction prende il posto della realtà, a pagarne il prezzo sono sempre quelli che lavorano sul campo.

Ma ora veniamo a te, si, proprio te che mi stai leggendo! Se sei arrivato fino a qui raccontami: cosa ha fatto la maestra di tuo/a figlio/a al rientro? Se sei un docente, cosa hai fatto tu? Ma, soprattutto, cosa ne pensi della Pedainstragramogia?

Rispondimi nei commenti o seguimi su facebook, instagram (tanta ironia ma senza pedagogia) e youtube.

A presto, la tua

Maestra Imperfetta non Instagrammabile.

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.