13:00, mensa:
“Maestraaa, il pesto sa di menta.” Sì, amore, è per questo che ho mangiato a casa prima di venire.
“Maestra, il pesto di mia nonna è più buono.” E non ho dubbi a riguardo.
“Maestra, a me il pesto non piace.” Non mangiarlo. “Ma non l’ho toccato, posso darlo a Marco?” Ho dovuto spostare i piatti: quello pieno davanti a Marco, quello vuoto di Marco davanti al donatore. Mi hanno guardata increduli. Magiaaa.
“Maestra, a me il pesce non piace.” Non mangiarlo.
“Maestraaa, mi è andato il limone nell’occhio.” Ti verranno gli occhi belli, dai.
“Maestra, ma io sono allergica al limone.” E allora non mangiarlo, toglilo. Spoiler: l’ho dovuto togliere io.
Credo di aver detto “non mangiarlo” più volte oggi che il mio nome in tutta la settimana.
Il mapo e il coma etilico come soluzione al lunedì (anche se è martedì)

Il mapo è stato distribuito a tutti, tranne a chi non lo voleva. E tranne a me, che avevo dichiarato — con la sicurezza di chi parla per sentito dire — che non mi piaceva. Hanno insistito. Avrei potuto trincerarmi dietro la mia maestà, invece l’ho sbucciato davanti a loro e l’ho assaggiato solennemente, sotto venti paia di occhi. “Wow! Mi piace… grazie.” Non so chi fosse più soddisfatto: io del frutto o loro della vittoria. Perché ho scoperto che quando dici a un bambino “non mi piace” e poi cambi idea davanti a lui, gli stai insegnando qualcosa che nessuna lavagna può.
Il secondo giro l’ho fatto in classe, mentre una bambina mi chiedeva: “Maestra, ma che succede se bevo alcol tutti i giorni? E se vado in coma? Io voglio andare in coma così non vengo a scuola.”
Potevo rispondere “ma che dici!”. Non l’ho fatto, e non perché io sia una professionista della pedagogia: sono fatta così, alle domande rispondo con un’altra domanda, è un vizio. Ma c’è anche una scelta, lo ammetto. Quando provano a sondare i confini, mi sembra giusto rispettare il tentativo e lasciargli lo spazio per arrivarci da soli.
Quindi: “Tesoro, ma quando ti risvegli, se ti risvegli, devi ricominciare da capo. Sei sicura?”
La faccia che ha fatto valeva l’intera giornata. È il rovescio della medaglia: i desideri sembrano bellissimi finché qualcuno non ti gira la medaglia e colui o colei cui a volte tocca girare la medaglia è proprio il/la docente.
Poi arriva lui, il genio del male. Ce n’è sempre uno.
“Maestra, ma Dio Mapo è una parolaccia?”
Ammetto lo sconcerto. L’ho guardato e gli ho detto: “Beh… è un frutto. Se esiste, lo ha creato lui, quindi tecnicamente non dovrebbe essere una bestemmia. Ma penso dipenda da come lo dici.”
Lezione di vita dalla scuola: L’intonazione fa la differenza. Non solo nella lettura.
LE SCALE
Risalendo in classe, un bambino mi affianca e, con il tono di chi mette sul tavolo una trattativa sindacale, mi fa: “Io vorrei da te niente compiti e niente note.”
Con molta calma: “Sul niente note non dipende da me. Sai già cosa fare per non averne.”
Si è fermato mezzo gradino. Poi, arreso: “Sì, lo so. Devo fare i compiti.”
Non l’ho detto io. Ci è arrivato da solo, in due rampe di scale ma mi son limitata a dirgli “io i compiti devo darli ma il resto dipende da te”.
IL SILENZIO
Dopo pranzo ci sono i minutini di silenzio: per decomprimere loro e per rilassarci noi docenti. Un armistizio fragile, rispettato con devozione quasi religiosa. Ed è proprio lì, nel silenzio più solenne, che lui alza la mano: “Maestra, ti racconto questa.”
Riconosco la premessa alla terza parola. È una barzelletta zozza che conosco fin troppo bene: senza Pierino, inizia per “pomp” e finisce per “pino”. Con molta calma, sorridendogli, l’ho fermato: “Sì, la conosco. Ma la scuola non è il luogo per raccontarle.”
Non ho detto “che schifo”, né “non si dicono”. Gli ho detto che la conoscevo, che non scandalizzava nessuno, e che c’è un posto per tutto. Qui non era quello.
BILANCIO PROVVISORIO
Un piatto di pesto riallocato, un limone rimosso, un coma scoraggiato, una teologia degli agrumi improvvisata, una barzelletta fermata a metà e un contratto sindacale rinegoziato sulle scale. E non erano ancora le tre.
Sono sicura di fare tutto giusto? No. Ma ogni tanto un bambino che si arrende da solo vale più di una predica ben riuscita. O almeno così mi dico, mentre rimetto il piatto vuoto davanti a chi l’ha donato.
E voi? Cosa rispondereste a “niente compiti e niente note”? Raccontatemelo nei commenti.
La vostra
Maestra Imperfetta





