Allora, ricapitoliamo. Io, docente di primaria convinta che “possiamo insegnare tutto, compresa la matematica” (cit. me stessa davanti alla Dirigente, con tanto di sussiego da chi ha studiato e sa come stanno le cose), mi ritrovo a spiegare le frazioni di un numero. Un lunedì qualsiasi. Frazione di un numero, roba che abbiamo fatto mille volte, già spiegato, rispiegato, esercitato.
Perché sì, sulla carta è così: un docente di primaria può insegnare tutto. Anche se poi, col tempo, ci sono colleghe che si “specializzano”, che prediligono italiano o matematica e finiscono per insegnare sempre quella. Le capisco pure: quando una materia ti piace, è normale.
Che a me potesse piacere la matematica, però? Mai lo avrei detto. Mai lo avrei pensato quando da bambina odiavo le divisioni in colonna.
Eppure.
Quello che mi piace davvero è scoprire. Meravigliarmi di me stessa attraverso loro: i bambini.
Il lunedì della rivelazione
8/16 di 96.
Esercizi in classe, correggiamo insieme. Chiedo il procedimento alla bambina. “96 diviso 16, maestra.” Perfetto. Le chiedo come lo ha fatto. E parte la spiegazione della procedura che le hanno insegnato, quella che la fa sentire più tranquilla: “Prima ho fatto 16 per 5, viene 80, ma è troppo poco per arrivare a 96, allora ho fatto 16 per 6.”
Bene. Ottimo. Funziona.
Poi interviene lui.
Emozionatissimo. Concitato. Che prova a spiegarmi come ha ottenuto il risultato facendo diversamente. Si mangia le parole, piccino. Gli chiedo di ripetere. Niente, continua a mangiarsi le parole dall’emozione.
Una compagna – benedetta lei – sollecita: “Maestra ti traduco io dal bambinese.”
E traduce: “Ha fatto 16 per 5, che fa 80, e poi ha aggiunto 16 invece di fare 16 per 6.”
Il punto non è la strada. È che quasi nessuno la cerca.
Ecco, fermati qui.
Perché io dico sempre ai miei bambini che quello che conta è arrivare al risultato. Poi ci sono modi veloci e modi meno veloci, a loro la scelta. Non sono contraria alla creatività, al pensiero divergente. Anzi.
Ma se mi sono meravigliata – candidamente, sinceramente meravigliata – non è perché quello che ha fatto è sbagliato o strano.
È perché non lo vedo comune.
E questa, amici miei, è la scoperta a cui non sapevo di andare incontro.
La domanda che nessuno vuole farsi
Quel bambino di 9 anni ha utilizzato la procedura per la divisione con due cifre al divisore, sì. Ma ragionando sul fatto che la moltiplicazione è solo un’addizione che si ripete. Ha connesso. Ha pensato. Ha trovato una sua strada.
In un semplice esercizietto di cinque minuti mi ha mostrato l’acquisizione di competenze che – e qui casca l’asino – non tutti hanno.
Ora, per noi adulti magari è una sciocchezza. O almeno presumo, anche se non ne sono del tutto sicura. Ma il punto non è se è banale o geniale.
Il punto è: perché così pochi bambini lo fanno?
Se io dico loro che le strade possono essere diverse, lunghe o corte non importa, se dico che possono scegliere… perché poi la stragrande maggioranza segue il procedimento standard, quello rassicurante, quello che “si fa così”?
L’elefante nell’aula
E qui viene il bello. O il brutto, dipende da come la vogliamo vedere.
Perché forse – forse – il problema non è che noi docenti soffocheremmo la creatività. Magari la incoraggiamo pure, a parole. Magari diciamo davvero “va bene qualsiasi strada, basta arrivare al risultato”.
Ma poi?
Poi correggendo venti, venticinque, trenta esercizi devi essere veloce. E quando vedi il procedimento standard riconosci subito se è giusto o sbagliato. Quando vedi una strada diversa devi fermarti, ragionare, capire il filo logico. Richiede tempo. Attenzione. Energia.
E quante volte ce l’abbiamo, davvero?
La resa dei conti
O forse – ed è ancora peggio – è che i bambini imparano presto cosa ci si aspetta da loro. Non da me, magari. Non dalle mie parole. Ma dalla scuola, dal sistema, dall’aria che si respira.
Imparano che esiste una Risposta Giusta e un Modo Giusto. Che l’importante è fare come fanno tutti. Che la creatività va bene nelle ore di arte, ma in matematica… beh, in matematica c’è il procedimento.
E così smettono di cercare strade diverse. Smettono di emozionarsi per una scoperta. Smettono di mangiarsi le parole per l’entusiasmo di aver capito qualcosa a modo loro.
Imparano a sentirsi più tranquilli quando fanno “come si deve fare”.
La meraviglia come sintomo
Ecco perché mi sono meravigliata. Non perché quel bambino abbia fatto qualcosa di eccezionale.
Ma perché quel qualcosa dovrebbe essere la norma, e invece è l’eccezione.
Pensiero divergente, lo chiamano. Competenza. Capacità di problem solving. Tutte cose bellissime che mettiamo nelle programmazioni, nelle competenze europee, negli obiettivi didattici.
E poi, quando un bambino di 9 anni lo fa davvero – usa il pensiero, connette concetti, trova una sua strada – io rimango lì, sinceramente stupita.
Come se fosse un miracolo.
La domanda senza risposta
Allora mi chiedo – e vi chiedo, senza darvi risposta perché non ce l’ho – ma se il pensiero divergente non è comune…
Di chi è la colpa? Nostra? Del sistema? Della società che vuole risposte rapide e procedure standardizzate? Dei programmi troppo pieni? Del fatto che siamo stanchi, sommersi, con classi troppo numerose?
O forse – e questa è la domanda che fa più male – è dei bambini stessi, che a 9 anni hanno già imparato che è meglio stare sicuri, fare come tutti, non rischiare di sbagliare provando una strada diversa?
Non lo so.
So solo che quel bambino che si mangiava le parole dall’emozione mi ha fatto capire una cosa: posso insegnare matematica, sì. Ma quello che davvero conta – il pensare, il cercare, il meravigliarsi – forse non glielo sto insegnando abbastanza.
O forse glielo sto insegnando. Ma qualcos’altro glielo sta spegnendo.
Da allora i compagni hanno deciso che quel sistema andava meglio e che la matematica è creativa, qualcosa li ha sbloccati, a volte basta solo uno che abbia il candore di dire “ma io ho fatto così e il risultato è lo stesso”.
A presto la vostra
Maestra Imperfetta
P.S. Non sapevo a quali scoperte sarei andata incontro, quando dissi che potevo insegnare tutto, compresa la matematica. La scoperta è questa: non è difficile insegnare il procedimento. È difficilissimo far sì che qualcuno abbia ancora il coraggio – e la voglia – di cercarne uno tutto suo.
E quando succede, ci meravigliamo. Come se fosse raro.
Perché lo è.