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Primavera, blocco creativo e quella collega che capisco

Ci sono periodi dell’anno in cui scrivere diventa una fatica immane. L’inverno almeno ha la decenza di essere grigio e cupamente ispirato. La primavera invece ti tradisce: è bella, tira vento, fa venire voglia di stare fuori — e tu sei lì, davanti allo schermo, a fissare un cursore che lampeggia con la stessa ironia di un alunno che ti guarda aspettando che passi l’ora.

Quindi no, ultimamente non ho scritto molto. Gli spunti latitavano, la voglia pure, e il tempo è quella risorsa che gli insegnanti hanno in teoria (tre mesi d’estate, no?) e nella pratica non hanno mai.

Poi però succede qualcosa. Qualcuno ti racconta una storia e tu non riesci a non pensarci.

Una collega. Un bigliettino. Un insulto scritto a matita su un foglio a quadretti — probabilmente con quella grafia incerta e rotonda che hanno i bambini delle primarie, il che rende la cosa insieme tenera e agghiacciante.

La collega ha dato un’insufficienza nella materia di interrogazione di quel giorno.

Fermati. Sospendi il giudizio. Lo so cosa stai pensando, lo penso anch’io: i voti valutano le conoscenze, non il comportamento. Lo so che esiste la nota disciplinare. Lo so che probabilmente qualcuno ha già citato la normativa e si è sentito molto soddisfatto di sé.

Ma io capisco quella collega.

Non avrei fatto lo stesso, probabilmente. Ma “probabilmente” è la parola chiave — perché dopo anni di note scritte sul diario e restituite con una firma appiccicata in fretta tra la merenda e l’ora di matematica, cominci a chiederti se lo strumento disciplinare esista davvero o sia solo un gesto liturgico senza effetti pratici. La nota sul diario nelle primarie ha spesso lo stesso peso specifico di un promemoria che scrivi a te stesso e poi perdi in fondo alla borsa.

Il voto invece parla. Parla ai bambini, che capiscono il linguaggio della valutazione molto prima di capire quello delle conseguenze. Parla ai genitori, che magari per una volta alzano gli occhi dal registro elettronico invece di limitarsi a visionarlo.

È uno strumento sbagliato usato per un fine legittimo. Un cacciavite usato per piantare un chiodo — tecnicamente non funziona, però a volte il chiodo entra lo stesso.

C’è un’ultima cosa, e la dico sottovoce perché fa ridere ma fa anche piangere: per il D.Lgs. 62/2017 — il decreto attuativo della Buona Scuola che disciplina la valutazione in primaria — bocciare è tecnicamente possibile, ma deve essere un atto eccezionale, motivato, collegiale, nell’interesse del bambino. In pratica: puoi farlo, ma devi avere l’unanimità del team, una motivazione solida e probabilmente un notaio.

Il risultato è che si è creata nella percezione comune l’idea della “promozione obbligatoria” — che non è un obbligo di legge, ma è diventata una norma sociale talmente interiorizzata da fare lo stesso effetto. Il sistema non vieta le conseguenze, le rende semplicemente così faticose e rituali da scoraggiare chiunque. E poi si stupisce se qualcuno perde la testa e ricorre ai voti come ultima forma di comunicazione con la realtà.

Io non sto dicendo che la collega ha fatto bene. Sto dicendo che la capisco. E che c’è una differenza enorme tra le due cose — una differenza che a scuola si chiama comprensione del contesto, e che dovremmo insegnare ai bambini, ammesso che qualcuno ci lasci farlo ma, soprattutto, dovremmo impararla noi per primi.

E tu? Hai mai fatto una cosa “sbagliata” per le ragioni giuste? Raccontamelo nei commenti — prometto che non ti giudico. O almeno, ci provo.

Alla prossima (chissà quando)

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Insegnare Matematica: La Meraviglia del Pensiero Diverso

Allora, ricapitoliamo. Io, docente di primaria convinta che “possiamo insegnare tutto, compresa la matematica” (cit. me stessa davanti alla Dirigente, con tanto di sussiego da chi ha studiato e sa come stanno le cose), mi ritrovo a spiegare le frazioni di un numero. Un lunedì qualsiasi. Frazione di un numero, roba che abbiamo fatto mille volte, già spiegato, rispiegato, esercitato.

Perché sì, sulla carta è così: un docente di primaria può insegnare tutto. Anche se poi, col tempo, ci sono colleghe che si “specializzano”, che prediligono italiano o matematica e finiscono per insegnare sempre quella. Le capisco pure: quando una materia ti piace, è normale.

Che a me potesse piacere la matematica, però? Mai lo avrei detto. Mai lo avrei pensato quando da bambina odiavo le divisioni in colonna.

Eppure.

Quello che mi piace davvero è scoprire. Meravigliarmi di me stessa attraverso loro: i bambini.

8/16 di 96.

Esercizi in classe, correggiamo insieme. Chiedo il procedimento alla bambina. “96 diviso 16, maestra.” Perfetto. Le chiedo come lo ha fatto. E parte la spiegazione della procedura che le hanno insegnato, quella che la fa sentire più tranquilla: “Prima ho fatto 16 per 5, viene 80, ma è troppo poco per arrivare a 96, allora ho fatto 16 per 6.”

Bene. Ottimo. Funziona.

Poi interviene lui.

Emozionatissimo. Concitato. Che prova a spiegarmi come ha ottenuto il risultato facendo diversamente. Si mangia le parole, piccino. Gli chiedo di ripetere. Niente, continua a mangiarsi le parole dall’emozione.

Una compagna – benedetta lei – sollecita: “Maestra ti traduco io dal bambinese.”

E traduce: “Ha fatto 16 per 5, che fa 80, e poi ha aggiunto 16 invece di fare 16 per 6.”

Ecco, fermati qui.

Perché io dico sempre ai miei bambini che quello che conta è arrivare al risultato. Poi ci sono modi veloci e modi meno veloci, a loro la scelta. Non sono contraria alla creatività, al pensiero divergente. Anzi.

Ma se mi sono meravigliata – candidamente, sinceramente meravigliata – non è perché quello che ha fatto è sbagliato o strano.

È perché non lo vedo comune.

E questa, amici miei, è la scoperta a cui non sapevo di andare incontro.

Quel bambino di 9 anni ha utilizzato la procedura per la divisione con due cifre al divisore, sì. Ma ragionando sul fatto che la moltiplicazione è solo un’addizione che si ripete. Ha connesso. Ha pensato. Ha trovato una sua strada.

In un semplice esercizietto di cinque minuti mi ha mostrato l’acquisizione di competenze che – e qui casca l’asino – non tutti hanno.

Ora, per noi adulti magari è una sciocchezza. O almeno presumo, anche se non ne sono del tutto sicura. Ma il punto non è se è banale o geniale.

Il punto è: perché così pochi bambini lo fanno?

Se io dico loro che le strade possono essere diverse, lunghe o corte non importa, se dico che possono scegliere… perché poi la stragrande maggioranza segue il procedimento standard, quello rassicurante, quello che “si fa così”?

E qui viene il bello. O il brutto, dipende da come la vogliamo vedere.

Perché forse – forse – il problema non è che noi docenti soffocheremmo la creatività. Magari la incoraggiamo pure, a parole. Magari diciamo davvero “va bene qualsiasi strada, basta arrivare al risultato”.

Ma poi?

Poi correggendo venti, venticinque, trenta esercizi devi essere veloce. E quando vedi il procedimento standard riconosci subito se è giusto o sbagliato. Quando vedi una strada diversa devi fermarti, ragionare, capire il filo logico. Richiede tempo. Attenzione. Energia.

E quante volte ce l’abbiamo, davvero?

O forse – ed è ancora peggio – è che i bambini imparano presto cosa ci si aspetta da loro. Non da me, magari. Non dalle mie parole. Ma dalla scuola, dal sistema, dall’aria che si respira.

Imparano che esiste una Risposta Giusta e un Modo Giusto. Che l’importante è fare come fanno tutti. Che la creatività va bene nelle ore di arte, ma in matematica… beh, in matematica c’è il procedimento.

E così smettono di cercare strade diverse. Smettono di emozionarsi per una scoperta. Smettono di mangiarsi le parole per l’entusiasmo di aver capito qualcosa a modo loro.

Imparano a sentirsi più tranquilli quando fanno “come si deve fare”.

Ecco perché mi sono meravigliata. Non perché quel bambino abbia fatto qualcosa di eccezionale.

Ma perché quel qualcosa dovrebbe essere la norma, e invece è l’eccezione.

Pensiero divergente, lo chiamano. Competenza. Capacità di problem solving. Tutte cose bellissime che mettiamo nelle programmazioni, nelle competenze europee, negli obiettivi didattici.

E poi, quando un bambino di 9 anni lo fa davvero – usa il pensiero, connette concetti, trova una sua strada – io rimango lì, sinceramente stupita.

Come se fosse un miracolo.

Allora mi chiedo – e vi chiedo, senza darvi risposta perché non ce l’ho – ma se il pensiero divergente non è comune…

Di chi è la colpa? Nostra? Del sistema? Della società che vuole risposte rapide e procedure standardizzate? Dei programmi troppo pieni? Del fatto che siamo stanchi, sommersi, con classi troppo numerose?

O forse – e questa è la domanda che fa più male – è dei bambini stessi, che a 9 anni hanno già imparato che è meglio stare sicuri, fare come tutti, non rischiare di sbagliare provando una strada diversa?

Non lo so.

So solo che quel bambino che si mangiava le parole dall’emozione mi ha fatto capire una cosa: posso insegnare matematica, sì. Ma quello che davvero conta – il pensare, il cercare, il meravigliarsi – forse non glielo sto insegnando abbastanza.

O forse glielo sto insegnando. Ma qualcos’altro glielo sta spegnendo.

Da allora i compagni hanno deciso che quel sistema andava meglio e che la matematica è creativa, qualcosa li ha sbloccati, a volte basta solo uno che abbia il candore di dire “ma io ho fatto così e il risultato è lo stesso”.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Non sapevo a quali scoperte sarei andata incontro, quando dissi che potevo insegnare tutto, compresa la matematica. La scoperta è questa: non è difficile insegnare il procedimento. È difficilissimo far sì che qualcuno abbia ancora il coraggio – e la voglia – di cercarne uno tutto suo.

E quando succede, ci meravigliamo. Come se fosse raro.

Perché lo è.

Pubblicato in: diario di una maestra

Quando il Righello Diventa il Nemico: Cronache di una Battaglia Geometrica

C’è un momento, nella carriera di ogni insegnante di matematica, in cui ti rendi conto che il vero nemico non è la geometria. Non sono i parallelogrammi, non è il teorema di Pitagora, non è nemmeno la temibile divisione a due cifre.
Il vero nemico è un innocuo strumento di plastica lungo trenta centimetri: il righello.


Tutto procede magnificamente. La lezione sui parallelogrammi viaggia che è una meraviglia: spieghi, fai esempi, sfoderi Canva con quella sicurezza di chi sa che le funzioni pro sono gratuite per i docenti (benedetti siano). La classe è attenta, partecipe. Qualche piccolo intoppo qua e là, niente che non si risolva con i nostri ripassi in rosso e verde di lati paralleli, con schemi e diagrammi che farebbero invidia a un manuale di ingegneria.
E poi arriva lui. L’ostacolo. Il sassolino nella scarpa dell’insegnante perfettamente preparato.
Il righello.


Ecco il paradosso che mi tormenta: alcuni bambini userebbero il righello pure per fare pipì bella dritta (e scusate la crudezza, ma rende l’idea), mentre altri – gli stessi che devono disegnare figure geometriche – lo evitano come se scottasse. Anche quando è letteralmente, espressamente, categoricamente, indiscutibilmente obbligatorio.
Le ho provate davvero tutte. O almeno credo.


Tentativo 1: La Fata Madrina


Sorriso bonario, atteggiamento fata madrina, tutta uccellini cinguettanti e voce flautata: “Bambini, ricordiamoci del nostro amico righello, vero? Ci aiuta a fare righe bellissime!”


Risultato: Ignorata olimpicamente.

Tentativo 2: La Spiegazione Razionale
Approccio calibrato sulle loro capacità cognitive (di cui, a volte, ammetto di dubitare): “Ragazzi, capiamo insieme perché il righello è necessario. Si usa per tirare righe dritte e per misurare. Quindi in geometria va usato sempre. SEMPRE.”


Risultato: Annuiscono convinti. Poi prendono in mano la matita e tracciano linee che sembrano elettrocardiogrammi durante un terremoto.


Tentativo 3 L’Imperativo Categorico


Voce ferma, sguardo severo, imperativo categorico: “In geometria la precisione è TUTTO. Chi non usa il righello vedrà abbassarsi i giudizi.”


Risultato: Qualche sussulto di paura, poi tutto come prima.

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

“Che cazzo vuoi da me?” Riflessioni su educazione, classe sociale e rispetto

Come tutti in questo periodo sono divisa tra tempo libero (al solito sempre meno) e pranzi in famiglia (che si moltiplicano nonostante la famiglia riduca i suoi elementi per natura) e, durante questi ultimi, le domande sulla mia professione emergono e sbucano come la gramigna nei campi elisi di una tranquillità festiva. Ci sta, sia chiaro, non me ne lamento e tutto sommato rispondo con quella serenità capibaresca di chi ha accettato anche questo come parte dell’esistenza.

Parlando dei compagni delle mie nipotine, ne è emersa una realtà che mi ha lasciata perplessa. Scuola privata, badate bene a tenerlo in seria considerazione perché è fondamentale: in una classe di seconda primaria i bambini usano come linguaggio privilegiato delle comunicazioni tra pari la violenza. No, non quella verbale. Quella fisica. Mia nipote, saggiamente, si è fatta amica quella che picchia più duro, rassicurandomi sulla sua capacità di sopravvivenza tutto sommato. (No, non mi sconvolgo: leggetevi Il signore delle mosche e non vi sconvolgerete nemmeno voi.)

La maggiore, secondaria di primo grado, pare abbia una classe terribile, ingestibile, allucinante. Scuola privata, ricordo bene: siamo su un bell’ammontare di migliaia di euro l’anno, quindi famiglie che, potendoselo permettere, dovrebbero sulla carta e per stereotipo radicato in secoli di letteratura dare un’ottima educazione, impeccabile. Praticamente dei principini George ma senza corona pendente.

La domanda innocente

Mio cognato prima mi chiede: “Ma tu non urli in classe?”

Io candidamente rispondo che all’inizio lo facevo, ma poi ho imparato che fanno più la mimica e lo sguardo assieme alla coerenza che mille urla. Fin lì tutto ok, domanda che mi sembrava innocente e che mi ha fatto ripercorrere i primi anni in cui urlavo tanto facendomi venire tracheiti. Aaah amarcord… nemmeno troppo.

È seguito il commento: “Ah complimenti, ma la classe della grande è impossibile, tu non hai idea.”

Ok, lavoro nella scuola da nove anni, quasi dieci, e mi sembrano venti perché ho lavorato in due scuole in zone ad alto rischio di dispersione e con situazioni veramente difficili e complesse. La quotidianità per me è fatta di cercare di far apprendere e interiorizzare le basilari procedure matematiche, la grammatica inglese, nozioni di tecnologia e ragionamento mentre un bambino con gravi problemi  prende a calci, pugni, schiaffi e testate come un ariete qualsiasi docente di sostegno e non (non sempre riesco a schivare) e vocalizza tutto il tempo. Ma non ho idea di cosa sia una classe impossibile.

Lo posso accettare, in fondo i bambini che ho avuto, benché fossero al 70% figli di immigrati di prima o seconda generazione, qualche non italofono infilato a metà anno e senza supporto del mediatore linguistico e almeno una decina tra BES e DSA, erano e sono educati, verissimo (e non sono ironica su questo). Qualcuno un pochino peculiare c’è, sia chiaro, ma fa folklore e diventa barzelletta da ore di programmazione col team o da cena di fine anno tra colleghi.

La domanda che spacca

Insomma arriva la domanda che mi si pianta nel cervello: “Ma tu come reagiresti se un alunno che hai richiamato ti rispondesse ‘che cazzo vuoi da me’?”

Già… come reagirei? Me lo sto domandando. Non mi è mai capitato.

Mi sono capitati alunni che davano le rispostine a mezza bocca, ma in quel caso mi bastava guardarli e dire “abbi il coraggio di dirmelo in faccia”. Spoiler: non avevano il coraggio. Altri che mi parlavano dietro e il solito delatore che veniva a riferirmelo, ma in quel caso fingevo di nulla e dicevo al delatore che se Tizio aveva qualcosa da dirmi poteva benissimo dirmelo di persona se lo pensava davvero e ne avremmo parlato.

Nonostante le situazioni drammatiche, difficili in cui mi son trovata, nessuno dei bambini mi ha detto con questa strafottenza “che cazzo vuoi da me”. Che lo abbiano pensato non lo nego e non mi illudo che non lo abbiano fatto, ma detto mai.

Lo stereotipo infranto

Se la letteratura insegna più di mille libri di psicologia, è vero che di famiglie ce ne sono di tutti i tipi e l’educazione non viene solo dallo status sociale ed economico. Curioso però è come la percentuale alta di maleducazione, per alcuni, sia presente in una scuola privata con famiglie diciamo… abbienti.

Sia chiaro, non faccio di un caso la regola e non vanno fatte generalizzazioni, ma mi ha portata comunque a riflettere. Il comportamento del bambino altro non è che “briciole che cadono dal tavolo”, come disse una mia collega. Il bambino porta a scuola ciò che respira a casa, nel bene e nel male. E forse, in alcuni casi, il denaro compra tutto tranne il tempo, la presenza, i limiti educativi.

La mia (non) risposta

Ma la risposta alla domanda? Non lo so. Non voglio sfuggire alla mia stessa provocazione ma non so come risponderei in situazioni in cui non mi sono trovata.

Posso ipotizzare, per come sono fatta almeno, che forse lo guarderei, starei zitta un poco e poi direi: “Voglio che tu non rompa le scatole agli altri”. Come ho sempre detto ai bambini, e quelli mi son capitati, disturbatori della quiete: “A me non interessa che vogliate imparare o no, quella è una vostra scelta, non fate un dispetto a me, ma non avete diritto di impedire agli altri di imparare”.

Posso ipotizzare, quale alternativa, che potrei rispondere semplicemente: “Perché?”. Sì, proprio così. Perché. Magari lo spiazzerei abbastanza da farlo ragionare, lì, davanti ai compagni. Fargli vedere che la sua provocazione non mi scalfisce, che non entro nel suo gioco della rabbia urlata, ma che lo prendo sul serio abbastanza da voler capire. Perché vuoi sapere cosa voglio da te? Cosa ti fa così arrabbiare? Cosa ti aspetti che io faccia ora?

Forse chiamerei i genitori. Probabilmente sentirei il bisogno di capire cosa c’è dietro tanta rabbia in un corpo così piccolo. Sicuramente non urlerei, perché ormai ho imparato che l’urlo è l’ammissione di una sconfitta, la dichiarazione che hai perso il controllo prima ancora che lo perdesse l’alunno.

Ma onestamente? Non lo so. E forse questa incertezza è l’unica risposta onesta che posso dare. Perché ogni bambino è un mondo, ogni “che cazzo vuoi da me” ha dietro una storia diversa, e la risposta giusta non sta nei manuali ma nell’essere presenti, nell’ascoltare, nel non smettere mai di cercare la persona dietro la provocazione.

Anche quando quella persona ha solo dieci, undici o dodici anni e un vocabolario che i suoi genitori, da qualche parte, gli hanno lasciato imparare.

E voi, come reagireste? Vi è mai capitato di trovarvi davanti a una provocazione del genere? Avete una vostra strategia, un vostro “perché?” che funziona? O magari avete scoperto che le certezze che avevate prima di entrare in classe si sono sgretolate alla prima vera sfida? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com. Sono davvero curiosa di sapere se le vostre classi “impossibili” assomigliano alle mie, se anche voi avete notato che l’educazione non segue le linee dello stereotipo economico, o se invece avete storie completamente diverse da condividere. Perché alla fine, colleghi o genitori che siate, siamo tutti sulla stessa barca: quella di chi cerca ogni giorno di capire questi piccoli esseri umani che ci mettono di fronte a domande scomode durante i pranzi di Natale. E che, a quanto pare, alcune famiglie riescono a rovinare democraticamente a prescindere dal conto in banca.

Buon riposo

la vostra

Maestra Imperfetta