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Il ruolo del feedback nell’insegnamento

Tre mesi di vacanze. Diciotto ore settimanali per le secondarie e 24 per le primarie. Il lavoro più comodo del mondo.

Lo sappiamo. L’abbiamo sentito tante volte che ormai ci scivola addosso come l’acqua sul Gore-Tex. Non vale neanche più la pena rispondere.

Ma c’è una cosa che nessuno nomina mai. Non perché sia un segreto: semplicemente non ci pensa nessuno. Nemmeno noi, a volte, finché non ci troviamo dentro fino al collo.

L’incertezza.

Non quella di non sapere se ti confermano il posto, non quella del contratto a settembre. Quella più silenziosa, che si accumula giorno dopo giorno per anni: non sapere se stai facendo bene il tuo lavoro.

Li prendi a sei anni. Non sanno allacciarsi le scarpe. Non sanno soffiarsi il naso — e non lo impareranno mai, lo decidi presto, rassegnandoti al concerto quotidiano di nasi che tirano su in sincrono come un’orchestra senza direttore. Li guardi crescere, li accompagni attraverso le prime divisioni con il resto, i primi temi — ma in quarta i temi? Sono piccoli — le prime volte che qualcosa si rompe e va rimesso insieme, più o meno storto, più o meno bene.

In cinque anni accumuli: lotte per i compiti, battutine dei genitori, discussioni con la Dirigente sulla differenza tra severità eccessiva e coerenza necessaria, articoli del Regolamento citati a memoria come autodifesa. Accumuli dubbi. Forse sto esagerando. Forse non basto. Forse sto sbagliando tutto. Forse far studiare la grammatica inglese a memoria era sbagliato. Forse insistere sulla comprensione del testo invece di fermarmi sull’analisi era la scelta sbagliata. Forse stavo costruendo qualcosa, forse stavo solo perdendo tempo su cose che non contano.

E nessuno te lo dice. Nessuno ti ferma a metà corsa per dirti come stai andando. Il feedback nel nostro lavoro arriva in ritardo, quando arriva. Di solito non arriva.

Arrivano con le verifiche. Quella in cui metà classe ha sbagliato la stessa cosa, e ti siedi la sera a fissare i fogli chiedendoti se il problema è loro o se sei tu che hai spiegato male. Di solito conclusione provvisoria: hai spiegato male. Rispieghi. Rispiegano di non aver capito. Rispieghi ancora, con altre parole, altri esempi, altro entusiasmo performativo. Non capisco. E a quel punto cominci a dubitare non solo del tuo metodo ma proprio della tua capacità di usare la lingua italiana in modo comprensibile a esseri umani.

Poi però succede qualcosa. Uno alza la mano e fa una domanda. Una di quelle domande che non ti aspetti, disarticolata, con una sintassi tutta sua e un lessico inventato a metà strada, ma dentro c’è un pensiero vero — qualcosa che non gli hai insegnato tu, o almeno non direttamente, qualcosa che ha elaborato da solo mettendo insieme pezzi. E capisci che qualcosa sta girando, lì dentro, anche se non riesci a vedere come.

Ma non basta. Non basta per stare tranquilli. Perché il giorno dopo ci sono altre verifiche, altri non capisco, altri dubbi.

Poi un giorno — quasi un anno dopo che li hai lasciati andare, quando ormai hai già cominciato a seminare da capo con un’altra classe — li incontri. Corrono ad abbracciarti. Ti dicono grazie maestra, ho preso dieci meno in inglese, e tu ridi perché la formulazione è perfetta, onesta, né trionfale né tragica. E le loro professoresse ti guardano e ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro.

In quel momento ti passa davanti tutto. Le discussioni, le spiegazioni, la fatica. I temi di quarta.

Non è orgoglio, o non è solo quello. È qualcosa di più strano: è sollievo. Il sollievo di chi ha camminato al buio per cinque anni e scopre, quasi per caso, che la strada c’era davvero.

Si semina senza sapere. E ogni tanto, con un po’ di fortuna, qualcuno torna indietro a dirtelo.

Ma la classe dopo è già lì. E si ricomincia da capo, al buio, come sempre.

Alla prossima riflessione, la vostra

Maestra Imperfetta

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QUATTRO ARGOMENTI E UNA BIC CHE NON DIMENTICHERÒ MAI

Venerdì. Tecnologia. Avendo arte e tecnologia e un’ora a settimana per coascuna, faccio le cose seriamente: alterno due ore di arte una settimana e due ore di tecnologia l’altra, invece dell’oretta settimanale dove non combini nulla (ci vuole mezz’ora già solo per preparare materiale e bambini per dipingere qualcosa). Questa era settimana tecnologia.

Piccolo dettaglio: esco da un’assemblea sindacale dove abbiamo discusso del nulla per due ore (altra storia, altro post, altra rabbia), e mi accorgo che la lezione di coding che avevo in testa non si è trasformata magicamente in materiale e quindi, offesa, si è allontanata dalla memoria. Non preparata (non che prepari sempre le lezioni, ma questa volta avrei preferito farlo).

Vabbè, mi dico, per una volta uso il libro di testo. La flessibilità è il primo requisito di ogni docente dall’infanzia alla secondaria di secondo grado e così, piena di ottimismo apro il libro di testo di Scienze e Tecnologia, mi reco dritta alla sezione “tecnologia” e…

1- TECNOLOGIA A SCUOLA: la PENNA BIRO (e guardo la LIM)

2- TECNOLOGIA E OGGETTI: la BICICLETTA

3- TECNOLOGIA E ANIMALI: Lettiera ipertecnologica (ammetto, l’ho vista solo su The Sims 4)

4- TECNOLOGIA E PIANTE: agricoltura e tecnologia

5- TECNOLOGIA E MATERIALI: tessuti idrorepellenti

Cinque argomenti per un anno scolastico

CINQUE.

Non vi dico cosa avrei voluto fare con quella bic agli autori del libro, perché il Ministro ha la tendenza a generalizzare e a punire tutta la categoria per la mancanza vera o presunta di un singolo.

Chiudo il libro. Apro YouTube. Cerco “produzione industriale Nutella”, un po’ Willy Wonka, un po’ bambina curiosa io per prima.

Dieci minuti di video che mostrano TUTTO: nocciole raccolte, cacao lavorato, zucchero, latte in polvere, la miscelazione, i macchinari giganti, il controllo qualità, riempimento dei vasetti prodotti con vetro riciclato, i robot che impacchettano.

Glielo faccio vedere. “Adesso scriviamo tutti i passaggi e fate un disegno della catena di produzione.”

Silenzio tombale. Occhi incollati allo schermo e la richiesta che è musica per le mie orecchie: “maestra ce lo fai rivedere ancora una volta?” che poi diventano tre o quattro. Alla fine della lezione sapevano cos’è una filiera produttiva, avevano capito la differenza tra materia prima e prodotto finito, avevano trascritto processi complessi e li avevano rappresentati graficamente.

Ma secondo il libro, dovevo spiegargli come è fatta una bic.

Sapete qual è il vero problema secondo me?

Abbassando i livelli per raggiungere anche i meno capaci, stiamo sacrificando i mediocri. Quelli bravi ce la faranno comunque.

I bravi hanno genitori che li seguono e gli comprano libri veri, nonni che gli insegnano a fare l’orto. Quelli arrivano lo stesso. Sempre.

I meno capaci… boh, forse con “come è fatta una bic” li raggiungiamo davvero. O forse abbiamo solo deciso che la sufficienza è sapere che la bic ha la punta e l’inchiostro dentro. Chiamiamola inclusione e dormiamo tutti meglio.

Ma i mediocri? Quella marea di bambini che potrebbero tranquillamente capire come funziona una catena di produzione industriale se solo qualcuno glielo spiegasse?

Quelli li stiamo ammazzando di noia e banalità.

Li stiamo crescendo con l’idea che vada bene così. Che tanto basta poco. Che è tutto facile, tutto semplificato, tutto già masticato e sputato.

E quando vedo che rispondono, spingo ancora di più, perché li ho visti durante quel video. Erano AFFASCINATI. Non annoiati, non persi, non in difficoltà: erano catturati da ogni singola spiegazione e uno di loro mi ha pure detto “maestra questo lo aveva spiegato anche Willy Wonka” riguardo il cacao forse…o le nocciole.

Con il mio solito modo un poco sornione ho risposto “finché non mi scrivi che gli scoiattoli selezionano le nocciole va tutto bene”. Risata generale.

I libri sono sempre di più, sempre più grossi. Sempre più patinati. Sempre più pieni di box colorati, alcuni con fumetti, QR code che non funzionano mai, attività “creative” dove devi incollare una figurina ma spiegati male e dove un contenuto viene diluito come un farmaco omeopatico.

E sempre più VUOTI.

Sempre più inutili.

Sempre più insulti all’intelligenza di chi li deve usare.

Quattro argomenti. Una bic.

Questa è la tecnologia che vogliamo insegnare?

Io intanto continuo con la Nutella. Almeno loro imparano qualcosa.

E il libro può continuare a prendere polvere nello scaffale, accanto agli altri centinaia di euro di carta patinata che servono solo a far felici le case editrici, ma tanto ricordiamo che sono soldi dei contribuenti visto che alle primarie c’è la cedola che ne permette l’acquisizione gratuita.

Al prossimo spreco

la vostra

Maestra Imperfetta

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Primavera, blocco creativo e quella collega che capisco

Ci sono periodi dell’anno in cui scrivere diventa una fatica immane. L’inverno almeno ha la decenza di essere grigio e cupamente ispirato. La primavera invece ti tradisce: è bella, tira vento, fa venire voglia di stare fuori — e tu sei lì, davanti allo schermo, a fissare un cursore che lampeggia con la stessa ironia di un alunno che ti guarda aspettando che passi l’ora.

Quindi no, ultimamente non ho scritto molto. Gli spunti latitavano, la voglia pure, e il tempo è quella risorsa che gli insegnanti hanno in teoria (tre mesi d’estate, no?) e nella pratica non hanno mai.

Poi però succede qualcosa. Qualcuno ti racconta una storia e tu non riesci a non pensarci.

Una collega. Un bigliettino. Un insulto scritto a matita su un foglio a quadretti — probabilmente con quella grafia incerta e rotonda che hanno i bambini delle primarie, il che rende la cosa insieme tenera e agghiacciante.

La collega ha dato un’insufficienza nella materia di interrogazione di quel giorno.

Fermati. Sospendi il giudizio. Lo so cosa stai pensando, lo penso anch’io: i voti valutano le conoscenze, non il comportamento. Lo so che esiste la nota disciplinare. Lo so che probabilmente qualcuno ha già citato la normativa e si è sentito molto soddisfatto di sé.

Ma io capisco quella collega.

Non avrei fatto lo stesso, probabilmente. Ma “probabilmente” è la parola chiave — perché dopo anni di note scritte sul diario e restituite con una firma appiccicata in fretta tra la merenda e l’ora di matematica, cominci a chiederti se lo strumento disciplinare esista davvero o sia solo un gesto liturgico senza effetti pratici. La nota sul diario nelle primarie ha spesso lo stesso peso specifico di un promemoria che scrivi a te stesso e poi perdi in fondo alla borsa.

Il voto invece parla. Parla ai bambini, che capiscono il linguaggio della valutazione molto prima di capire quello delle conseguenze. Parla ai genitori, che magari per una volta alzano gli occhi dal registro elettronico invece di limitarsi a visionarlo.

È uno strumento sbagliato usato per un fine legittimo. Un cacciavite usato per piantare un chiodo — tecnicamente non funziona, però a volte il chiodo entra lo stesso.

C’è un’ultima cosa, e la dico sottovoce perché fa ridere ma fa anche piangere: per il D.Lgs. 62/2017 — il decreto attuativo della Buona Scuola che disciplina la valutazione in primaria — bocciare è tecnicamente possibile, ma deve essere un atto eccezionale, motivato, collegiale, nell’interesse del bambino. In pratica: puoi farlo, ma devi avere l’unanimità del team, una motivazione solida e probabilmente un notaio.

Il risultato è che si è creata nella percezione comune l’idea della “promozione obbligatoria” — che non è un obbligo di legge, ma è diventata una norma sociale talmente interiorizzata da fare lo stesso effetto. Il sistema non vieta le conseguenze, le rende semplicemente così faticose e rituali da scoraggiare chiunque. E poi si stupisce se qualcuno perde la testa e ricorre ai voti come ultima forma di comunicazione con la realtà.

Io non sto dicendo che la collega ha fatto bene. Sto dicendo che la capisco. E che c’è una differenza enorme tra le due cose — una differenza che a scuola si chiama comprensione del contesto, e che dovremmo insegnare ai bambini, ammesso che qualcuno ci lasci farlo ma, soprattutto, dovremmo impararla noi per primi.

E tu? Hai mai fatto una cosa “sbagliata” per le ragioni giuste? Raccontamelo nei commenti — prometto che non ti giudico. O almeno, ci provo.

Alla prossima (chissà quando)

La vostra

Maestra Imperfetta

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Einstein non avrebbe passato il tirocinio

C’è una cosa che mi ha sempre fatto riflettere, e me la sono tenuta dentro per anni perché suonava quasi come una bestemmia: Albert Einstein, il genio dei geni, probabilmente sarebbe stato bocciato a un corso di metodologia didattica.
Non lo dico io. Lo dice la storia, con quella sua elegante crudeltà.


Einstein era un genio assoluto. Un uomo che ha riscritto la nostra comprensione dello spazio e del tempo mentre lavorava in un ufficio brevetti. Eppure i suoi studenti — anche i più brillanti — annaspavano. Le sue lezioni erano una selva oscura dove il dantesco nel mezzo del cammin era sostituito da un’equazione incomprensibile scritta sulla lavagna senza preamboli né pietà.
Poi c’è Richard Feynman. Meno mainstream — non ha fatto la foto con la linguaccia, non è diventato un meme — eppure le sue lezioni erano eventi. La gente si sedeva per terra, si appendeva agli stipiti delle porte. Einstein stesso, si racconta, andò ad ascoltarlo e capì, probabilmente per la prima volta, cosa significasse davvero insegnare.


Feynman avrebbe saputo spiegare la meccanica quantistica a un sasso. Non è un’iperbole: è una vocazione.
E allora eccola, la domanda scomoda che mi faccio ogni volta che entro in classe: le competenze bastano?


La risposta, dopo anni di parallelogrammi disegnati a mano libera e bambini convinti che il righello sia uno strumento di tortura medievale, è no. Non bastano. Non bastano nemmeno lontanamente.
Puoi essere il più brillante esperto del tuo campo — fisica teorica, letteratura comparata, o anche solo le tabelline — ma se non riesci a coinvolgere, se non crei un clima in cui sbagliare non è una catastrofe e capire è un piacere, tutte quelle conoscenze restano lì, chiuse in un cassetto di cui nessuno ha la chiave.
Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, e con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni se la cavano con molto meno.


Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni, nella loro ingenuità, le vedevano solo in colonna. E in colonna, tutto sommato, non succede molto: la sottrazione almeno ha il dramma del prestito, quei numeretti piccoli sopra che testimoniano un debito. L’addizione invece va liscia, senza intoppi, senza prestiti, senza storia. Pezzente, ha sentenziato qualcuno in seconda fila, con la serietà di chi ha appena detto una cosa profonda.

E da lì è venuto tutto da solo: la botola che si apre sotto il numeretto nelle moltiplicazioni con due cifre al moltiplicatore (il numero cade, mica può volare), l’ascensore che porta giù il numero nella divisione (non volevamo si facesse male), la virgola che saltella a seconda degli zeri al denominatore come se stesse ballando una tarantella.
Stavano facendo matematica. Ridendo. Costruendo connessioni. Ricordando

Ne ho parlato con il mio compagno, ricercatore di fisica. Lui ascolta i miei racconti con quella curiosità un po’ straniata di chi ha dedicato la vita alla stessa materia e la riconosce a malapena. Mi dice che creo engagement — parola sua, non mia — attraverso la narrazione, che trova genuinamente divertente questa matematica con una sua personalità: i numeri che si prestano, le operazioni che saltano, le figure geometriche che fanno famiglia. Una volta mi ha detto: “Per questo mi piace sentire come altri insegnano la mia stessa materia. È sempre interessante.”


Quella frase mi ha colpita. Non perché venga dal mio compagno — che è affettuoso quanto basta e critico quanto serve, forse anche di più — ma perché viene da uno specialista. Da qualcuno che della matematica conosce gli strati più profondi e che tuttavia si ferma, incuriosito, davanti a un approccio che deve fare i conti con lo stadio di sviluppo cognitivo di un bambino di sette anni e con la priorità assoluta di non far venire paura. Due vincoli che la ricerca pura non si pone mai.


Ecco il punto: la narrazione non è un orpello pedagogico da esibire ai colloqui con i genitori. È il meccanismo con cui il cervello umano — di qualsiasi età — fissa le cose. Lo sapevano i Greci con i miti, lo sapeva Esopo con le favole, lo sapeva Feynman con i suoi esempi assurdi e meravigliosi.
Einstein era un genio. Ma Feynman sapeva insegnare.

Io non sono né l’uno né l’altro. Sono una maestra che ci prova. Con una cassetta degli attrezzi composta da una narrativa rattoppata, un repertorio di metafore discutibili e la vaga sensazione, alla fine di ogni lezione, di aver imparato molto più di quanto abbia insegnato.

Al prossimo articolo

la vostra

Maestra Imperfetta

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Perché non faccio lavoretti (e no, non mi dispiace)

Chi mi conosce (e/o mi segue) lo sa: io detesto i lavoretti. Non sono mai stata una fan di vasetti, cornicette con le mollette (fa anche rima) e altri manufatti con materiale di riciclo che tanto finiscono nella spazzatura dopo un “ma che carino”.

Non mi disturba che gli altri li facciano, ci mancherebbe altro, e non ho nulla in contrario che vengano svolti purché non mi si obblighi a farli fare perché subentrano diverse questioni.


Questione numero uno: il tempo
Insegno arte, tecnologia, matematica e inglese nella scuola primaria. Quattro discipline solo in una quarta (e inglese in due seconde). Ore limitate. Programmi da rispettare (no, non raccontatemi quella delle indicazioni nazionali che tanto sappiamo non è così). E quando arriva una festività, devo decidere: dedico due ore a far incollare cuoricini di carta velina o insegno la teoria del colore di Itten?

La risposta, per me, è semplice. E no, non è scritta da nessuna parte che io debba fare lavoretti.
“Ma si devono fare” mi dicono alcune colleghe.
Mostratemi la normativa. Mostratemi la circolare ministeriale. Mostratemi dove, in quale documento ufficiale, è scritto che un’insegnante di scuola primaria è obbligata a coordinare venti bambini nell’assemblaggio di manufatti a tema festivo.
Non esiste. Il “si devono fare” è pura inerzia travestita da tradizione.


Questione numero due: arte vs lavoretto
Facciamo chiarezza perché qui sta il nodo: arte e lavoretti non sono la stessa cosa.
Arte è osservare, sperimentare, scegliere, creare, esprimere. Arte è imparare tecniche, capire la teoria, sviluppare uno sguardo.
Un lavoretto è seguire istruzioni per produrre un oggetto uguale per tutti. È manualità ripetitiva con zero spazio per la scelta personale.


Quando un bambino mi chiede “maestra, quando facciamo il lavoretto?” io rispondo: “Mai. Io insegno arte, non faccio lavoretti. È diverso.”
All’inizio alcuni ci restano male. Ma quando aggiungo: “Se mi seguite, vi insegno a usare tempere, acquarelli, pennarelli. Vi insegno che si può colorare bene anche facendo tanti puntini con i pennarelli” – molti si entusiasmano.
Perché anche i bambini capiscono la differenza tra “fare qualcosa di facile che poi finisce la maestra” e “imparare qualcosa che posso usare davvero”.


Questione numero tre: la grande bugia
Ed eccoci al punto che nessuno vuol dire ad alta voce.
I lavoretti sono diventati una performance delle maestre, non un’attività dei bambini.
Quante ore passate a rifinire i lavori “perché altrimenti non si possono far vedere”? Quante volte “aggiustate” dettagli, bordi, incollature? Quante volte, di fatto, li finite voi?

Ora, se mi avete seguito fin qui senza commentare o chiudere pensando che non capisco nulla e sono una maestra di merda, fatevi questa domanda e rispondete onestamente:


Se il lavoretto lo finisce la maestra, allora cosa stiamo insegnando esattamente?


Non autonomia, perché interveniamo costantemente. Non competenza, perché il risultato non rispecchia le loro capacità reali. Non onestà, perché fingiamo che sia tutto opera loro.
È teatro. Scenografia per soddisfare l’aspettativa che “ci deve essere qualcosa da portare a casa” per dimostrare che “abbiamo festeggiato”.
E i bambini lo sanno benissimo. Ma si fa finta di niente.


Cosa faccio io
Quest’anno, per ora i miei alunni hanno fatto:
– La ruota dei colori di Itten – non un esercizio astratto, ma la base per capire come funzionano i colori, cosa sono i primari e i secondari e i terziari, nonché i complementari.
– Mandala colorati – uno solo con colori primari, uno con secondari. Applicazione pratica immediata della teoria appena imparata. Risultato? Hanno interiorizzato il concetto attraverso la mano.
– Parallelepipedi – costruzione tridimensionale (geometria) + uso del chiaro/scuro per mostrare la profondità (arte). Due discipline, una attività, competenze reali.
– Puntinismo – ora stanno imparando la tecnica di Seurat. Prima un fiore (forme organiche, accostamenti di colore), poi una versione semplificata de “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte” (entrare dentro un’opera vera), infine soggetto a scelta libera (autonomia espressiva).
Non portano a casa oggettini decorativi. Portano a casa competenze.

Tra cinque anni avranno dimenticato il cuoricino di San Valentino. Non avranno dimenticato come si mescolano i colori, come funziona il puntinismo, che hanno ricreato un capolavoro di Seurat.


Questione numero quattro: il costo reale
I lavoretti costano.
Costano tempo – ore sottratte a matematica, arte vera, inglese, tecnologia.
Costano soldi – spesso usciti dalle tasche delle insegnanti (e io mi rifiuto di spendere i miei soldi per produrre oggetti che finiranno nella spazzatura).
Costano energia – gestire venti bambini con colla, forbici, carta velina e materiali vari è estenuante. Il sovraccarico sensoriale e cognitivo è reale.
Costano dignità professionale – perché io non ho studiato per coordinare attività manuali. Ho studiato per insegnare.


La connessione vera
L’altro giorno, durante matematica, alcuni bambini mi hanno detto entusiasti: “Maestra, abbiamo capito! Le proprietà delle operazioni servono per semplificare i calcoli!”
Erano felici. Non perché avevano portato a casa un oggetto carino, ma perché avevano capito qualcosa che funziona, che ha senso, che li rende più capaci.
Questa è la connessione vera tra insegnante e studenti. Non è basata su cuoricini di carta. È basata su rispetto, competenza, onestà intellettuale.
Non vi sto giudicando
Se fate lavoretti, fate pure. Sono scelte vostre e le rispetto.
Ma se li fate perché “si devono fare” – sappiate che no, non si devono.
Se li fate perché “i genitori si aspettano qualcosa” – potete tranquillamente spiegare che preferite investire il tempo in didattica vera.
Se li fate perché “i bambini li chiedono” – potete offrire loro qualcosa di più interessante da imparare.
E se li finite voi perché devono essere “presentabili” – chiedetevi seriamente: chi sta imparando cosa in questa attività?


Libertà didattica
Questa è la cosa più importante che voglio dirvi: avete libertà didattica.
Potete decidere di non fare lavoretti. Nessuno può obbligarvi. Nessuna normativa, nessun dirigente (se rispettate le Indicazioni Nazionali), nessun genitore.
Potete scegliere di usare il vostro tempo per insegnare contenuti veri, per costruire competenze reali, per dare ai bambini strumenti che porteranno con sé nella vita.
Io ho fatto questa scelta anni fa. E ogni volta che vedo i miei alunni concentrati sul puntinismo, o entusiasti perché hanno capito un concetto matematico, so di aver fatto la scelta giusta.
Le festività le vivono a casa, con le loro famiglie, nei loro modi.
A scuola imparano Seurat, i colori, la tridimensionalità degli oggetti e colorare rispettando luci e ombre.

Se siete rimasti fin qui vi ringrazio, che siate concordi o meno, avete rispettato la mia opinione e questo per me vale molto (e fa di voi delle persone degne di rispetto).

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Ah, e per chi si stesse chiedendo: no, i bambini non sono traumatizzati dalla mancanza di lavoretti. Sono troppo impegnati a imparare cose interessanti.

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Indicazioni Nazionali 2025

In questi giorni di marasma nella mia scuola, tra INVALSI, verifiche, cambiamenti di valutazione e casini col registro elettronico che non si adegua alla nuova valutazione nonché genitori che giustamente pretendono un registro che funzioni, noi Malaussene della scuola ci ritroviamo ogni tanto a chiacchierare sulle Nuove Indicazioni Nazionali 2025.

Il tema è complesso perché c’è tanta carne al fuoco e poco tempo per affrontare tutto con dovizia e, soprattutto, in un mondo che sembra soffrire sempre di più di incontinenza verbale, io amo schemi e riassunti.

Fatta questa doverosa premessa arriviamo alle Indicazioni Nazionali. Dopo aver ascoltato e letto diversi pareri da parte di sindacati e colleghi, mi ritrovo a confrontare le tre indicazioni nazionali: 2012, 2018 e 2025.

Perché questo confronto? Perché leggendole ho notato che spesso si ripeteva ciò che già si fa nelle scuole, insomma, nulla mi pare cambiato se non giusto sulla carta (qualche supercazzola in più come se fosse Antani). Son partita dal principio e ne è venuto fuori questo schema riassuntivo dei documenti confrontati.

Le prime Indicazioni Nazionali, quelle del 2012, sono state formalizzate nel D.M. 254 del 2012, elaborate da consulenti esperti sotto supervisione del Sottosegretario di Stato Marco Rossi-Doria e accompagnate da tre anni di sperimentazione assistita. Le Indicazioni Nazionali 2018 sono state elaborate dal Comitato Scientifico Nazionale e riflettono sui cambiamenti prefigurati nel 2012 invitando ad una riflessione sul testo precedente alla luce dei nuovi scenari. Le Nuove Indicazioni del 2025 sono state elaborate da una commissione di esperti di didattica, curricolo e discipline nominata con decreti ministeriali. Sulla carta pare ci sia uno studio preliminare sui cambiamenti socio-economici ed educativi e nodi cruciali della ricerca pedagogica accompagnato da numerose audizioni.

2012: importanza dei nuovi media e tema dell’inclusione

2018: sottolineatura dell’importanza delle competenze digitali, metacognitive e medotodologiche, nonché sociali

2025: evidenziazione delle sfide come la sicurezza informatica, protezione della privacy, migrazioni e conflitti, necessità di una nuova alfabetizzazione digitale che include l’Intelligenza artificiale e introduzione dell’informatica fin dalla scuola primaria.

2012: definiscono gli obiettivi di apprendimento di ciascuna disciplina e suggeriscono integrazione tra discipline e aggregazione in aree.

2018: propongono una ricalibratura degli insegnamenti esistenti invece di aggiungerne di nuovi

2025: propongono una verticalizzazione del curricolo con maggiore coerenza tra gradi scolastici (già si fa nelle scuole). Suggeriscono di individuare le conoscenze essenziali e rivedere i nuclei fondanti delle discipline, meno quantità a favore di approfondimenti, però introducono l’informatica dalle primarie e prevedono un potenziamento delle STEM.

Il salto in questo caso è dalle indicazione del 2012 a quelle del 2025. Le indicazioni del 2012 definiscono i traguardi come criteri per la valutazione delle competenze attese e prevedono una certificazione di esse al termine del primo ciclo (terza secondaria di primo grado). Le nuove indicazioni 2025 promuovono una cultura della valutazione il cui fine è sostenere l’apprendimento (ma non lo era già?) sottolineando l’importanza della documentazione e osservazione.

Le Nuove Indicazioni 2025 costituiscono un aggiornamento più sostanziale, che tiene conto di ulteriori evoluzioni e nuove sfide, introducendo principi come “non multa, sed multum” e la verticalizzazione del curricolo, con un focus specifico sull’integrazione dell’informatica e delle competenze digitali fin dalla primaria, e una rinnovata attenzione alla complessità e all’interdisciplinarità.

Non ho affrontato nel dettaglio le discipline in questo articolo ma, se siete curiosi o interessati fatemelo sapere e lo farò.

Al solito spero di esservi stata in qualche modo utile ma consiglio sempre di andare a rileggersi personalmente i documenti perché sono umana e sono fallibile e, per quanto mi sforzi di essere intellettualmente onesta ed imparziale, qualche bias probabilmente mi condiziona.

Alla prossima

La vostra

Maestra Imperfetta

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(Dis)organizzazione

Come ogni estate da che sono diventata una maestra mi propongo massimo relax e finisco per prendermi diversi impegni entusiasmandomi dietro progetti che nemmeno so se riuscirò a realizzare.

Organizzazione o Disorganizzazione? Questo è il dilemma!Il problema è che anche se ci diciamo organizzati spesso scopriamo di essere l'esatto contrario e quindi? Come fare?
La mia agenda Steampunk. Assicuro che se pure comprata su Amazon profuma di cuoio.

L’Universo ha provato in tutti i modi a mandarmi segnali ben chiari su quello che dovrei fare, ma al mio solito li ignoro. Dall’adozione dell’allora cucciolissima Pixel, il mio cane delle praterie femmina tanto voluto e avuto dopo un’esperienza traumatica, fino alla scorsa estate, impegnata con un master di II livello e preparazione di un concorso nonché dieta, non mi sono fermata un istante. Pensavo che l’esito non felice della preselettiva del concorso da Dirigente fosse un chiaro segno che avessi tirato troppo la corda visto che ho perso la mia proverbiale lucidità che tanto mi aveva aiutata al concorso docenti, e probabilmente lo è, ma la resa non è nel mio DNA così, e così, con spirito degno della famigerata pesciolina Dory dell’animazione “Alla ricerca di Nemo”, mi son buttata in un corso di ambito organizzato da una scuola Polo, studio per lo scritto di un concorso che nemmeno farò solo per documentarmi ed ho ripreso a disegnare.

Cosa c’entra, direte voi, con l’organizzazione? Riflettendo bene su questa mia voracità di stimoli intellettivi, mi son resa conto con un velo di vergogna che in effetti ho peccato di organizzazione. Pecchiamo tutti, niente di strano, ma quello che mi rendeva un’ottima studentessa alle superiori ed in alcune materie all’Università era appunto una bella organizzazione di cui mi rendo conto solo ORA. Quando hai mille interessi diventa un problema gestire tutto, trovare il tempo e conciliare doveri e piaceri e, se manca l’organizzazione, si finisce di fare l’errore che ho fatto io per il concorso: gettarmi a capofitto nello studio matto e disperatissimo annullando completamente ogni altro interesse col risultato di uscirne sconfitta su tutta la linea. Mi rode?Si, mi rode e non sto a negarlo, ma non è il tema di questo articolo.

Forte della mia capacità di imparare almeno in parte dai miei errori e della mia bellissima agenda nuova (scusatemi sono davvero fiera del mio acquisto), nonché della mia stampante laser da casa presa ad un prezzo accettabile, ecco che mi sono fatta una “scaletta” piuttosto flessibile di impegni quotidiani cui ispirarmi senza prenderla troppo rigidamente.

  • Tot pagine di quel libro, tot pagine dell’altro, tot pagine di un altro ancora e finite quelle sono a posto. Su quelle non si deroga, posso farle mattino, pomeriggio o sera a seconda, ma quelle van fatte e se magari ne scappa qualcuna di più perché l’argomento mi appassiona…meglio.
  • Almeno 30 minuti di attività fisica al giorno, che sia cardio o pesi chissene, ma è sostenibile. Onestamente ho provato a farne anche 40 o 50 ma quando lavoro poi diventa pesante ergo…meglio 30 minuti. No stress e fa bene al corpo.
  • 1 puntata di un podcast a piacere, di quelli che rilassano. Ho l’abbonamento a Podcast Addict che effettivamente offre una buona scelta anche se poi ascolto sempre gli stessi.
  • 1 disegnino sul mio diario disegnato!

Il resto è liberissimo, dal videogioco all’appuntarsi le idee per un progetto o documentarsi su cose per proprio diletto o per la scuola…se piace, perché no?

Ad aiutarmi in questa impresa, oltre la mia buona volontà che sfrutto finché dura, c’è Canva. Se non ve ne ho parlato di sicuro qualcuno lo conosce o ne avrà sentito parlare o anche lo avrà usato direttamente. Canva permette di creare di tutto, dal merchandise personalizzato, che mi risulta si possa anche ordinare, alle agende, presentazioni etc. Ma torniamo alla nostra organizzazione. Prefissarsi degli obiettivi è un ottimo punto di partenza, organizzare il proprio tempo può sembrare inquietante, facendoci sentire un po’ “Furio”, il famoso personaggio di Verdone, però aiuta molto a gestire tutto senza stress, quindi migliora anche la qualità del sonno. Ma una volta che avete organizzato il tempo, non fatevi venire l’ansia per il rispetto di una scaletta che voi stessi avete fatto, datevi un margine di flessibilità. Concedetevi di “sgarrare”, modificate anche temporaneamente e derogate, insomma la scaletta deve essere un canovaccio, non un copione da seguire pedissequamente, lasciatevi lo spazio e la possibilità dell’improvvisazione.

Non posso garantire per tutti, ma posso assicurarvi che per me i benefici si sono sentiti dopo la prima settimana e si sono tradotti in:

  • Migliore qualità e quantità del sonno
  • Serenità e quini umore decisamente migliore
  • Cervello attivo quindi migliore produttività
  • Stress ridotto al minimo (spesa, bollette e altro ti aspettano, organizzazione o meno, ma li affronti diversamente)
  • Migliore capacità di concentrazione e memoria (che si collega al Cervello attivo)

Siamo animali e se la routine nell’immaginario comune uccide, sappiate che quando siamo noi a organizzarci e stabilire una nostra routine diventa piacevole, così come diventa piacevole anche uscirne di tanto in tanto.

Per questo Venerdì è tutto, direi che vi ho annoiati a sufficienza pertanto torno alla mia routine e vi auguro…buona organizzazione.

La vostra

Maestra Imperfetta

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Si chiude il sipario

La musica è finita, gli amici se ne vanno…così cantava una canzone di non ricordo nemmeno quanti decenni fa.

Ogni anno scolastico inizia ed ogni anno scolastico finisce, l’unica differenza di solito la fanno le acconciature ed il peso dei docenti. Tra adempimenti a inizio anno, metà anno e fine qualsiasi insegnante può garantirvi che la sensazione che si prova l’ultimo giorno di lezioni è di…liberazione.

Non importa se devi fare scrutini, consegna pagelle, relazioni etc, quelli diventano davvero il meno di fronte a tutte le rotture che un docente si becca durante sti 9 mesi in cui, dopo Pasqua, non vedi l’ora sia finita. Non starò a dirvi della marea di polemiche che si generano durante l’anno tra test INVALSI (per chi li fa), compiti a casa e gite scolastiche e nemmeno di quanto spesso le scelte didattiche siano criticate aspramente da chi nella scuola non ci mette piede dal diploma e pensa di aver partorito un santo.

Oggi vi ricordo, e mi rivolgo ai docenti, che nel marasma di cose da fare, adempimenti, colleghi più o meno simpatici, ci siamo anche fatti qualche risata, abbiamo avuto abbracci e soddisfazioni dai bambini stessi. Magari abbiamo vissuto quel momento intenso in cui la classe e noi viaggiavamo sulla stessa lunghezza d’onda o si è riso assieme. Abbiamo anche avuto quei momenti leggeri di chiacchiera alla macchinetta col collega o col bidello.

Ricordo che una volta lessi che tendiamo a ricordare le esperienze negative e scordare quelle positive. Le esperienze negative si fissano nel nostro cervello, è vero, ed è più facile che ci tornino in mente perché hanno suscitato in noi emozioni più forti ma per questo dobbiamo ricordare a noi stessi che ci sono stati anche momenti belli, positivi, piacevoli.

Come ogni anno sono a ricordarvi di amare voi stessi ricordando i momenti belli (scriveteveli piuttosto) e nel bilancio vedrete che è vero, si arriva stanchissimi e deboli come se ci avessero drenato le energie residue, ma ne è valsa ancora una volta la pena e forse, per qualcuno, abbiamo fatto la differenza.

La vostra collega

Maestra Imperfetta

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Gadgets inutili…ma anche utili

Io ho un grosso problema, credo di averlo ereditato da mio padre prima ancora che diventasse una malattia professionale: l’acquisto di gadget inutili “che prima o poi potrebbero servirmi”.

Da qualche tempo lo avevo adocchiato, più di un annetto direi, forse di più, ma non l’ho mai comprato perché non ero convinta dei prezzi né che il gioco valesse la candela. Una mattina mi sveglio, curioso su Amazon nel buio totale mentre attendo che il mio compagno e il mio roditore si sveglino ed eccola: offerta a tempo. Sarà stata un’offerta del 43% non ricordo, ma i soldi sulla carta c’erano e quindi premere “acquista” è stato praticamente automatico. Pensavo arrivasse Sabato come scritto, ma è arrivato Venerdì, proprio mentre ero in gita scolastica.

Questo simpatico panda è una stampante termica che può stampare anche etichette adesive. La stampante termica è praticamente inesauribile perché non usa inchiostro ma il calore e infatti occorrono fogli particolari, appositamente fatti per queste stampanti.

Documentandomi un poco ho scoperto che queste mini stampanti sono a stampa termica diretta, ossia  Il calore viene applicato alle testine della stampante e queste vengono poi a contatto con la superficie di stampa che deve essere adeguatamente ricettiva al calore, ovvero carta termica. In tal modo, la superficie di stampa che viene toccata dalle testine riscaldate diventerà più scura, dando forma ai dati stampati. La carta si presenta in rotolini bianchi o colorati, adesivi o no…a voi la scelta secondo le vostre esigenze.

Quale scegliere? Queste piccole stampanti, del peso di 200g circa o poco più, non hanno una gran risoluzione. La maggior parte ha una risoluzione di 200 dpi (il numero di punti stampati contenuti in un singolo pollice di un’immagine stampata da una stampante). Tenete conto che una stampante può arrivare dai 600 ai 1200 dpi per le stampanti fotografiche, ma questo gioiellino che ho acquistato stampa a 300 dpi e, dato che le immagini sono piccoline, è più che sufficiente e risulta molto bella anche sulle foto.

Ora consideriamo invece un aspetto piuttosto negativo di questo tipo di stampa: la durata. In media una stampa termica dura sui 10 anni, alcuni tipi di carta garantiscono 25 anni. In tutta onestà io me ne frego, ma se volessi conservarla di più forse dovrei plastificare le stampe o ricoprirle con lo scotch come si faceva quando eravamo piccoli.

Su internet si trovano tantissimi rotolini con un’ampia varietà di prezzi. La cosa migliore è considerare una cosa in particolare: se prendete quelli adesivi le foto andranno quasi sempre schiarite prima di essere stampate perché, essendo più spessi, la carta sarà molto più vicina alle testine ed il calore scurirà maggiormente la carta. Per un adesivo in bianco e nero possiamo anche ignorare il problema, ma per una foto la differenza c’è e si vede tutta.

APP: purtroppo ogni stampantina ha la sua app dedicata e non c’è un’app universale o compatibile, ma forse non l’ho ancora trovata io, quindi dobbiamo usarla tramite smartphone o tablet. Da che ho visto sono quasi tutte compatibili con Android e IOS quindi nessun problema a riguardo, ma dipende sempre da quello che volete farci o se avete un tablet per lavorare sulle immagini nel dettaglio. Io ho ovviato lavorando sulle immagini da pc e caricando su drive, o inviandomele così da dover solo scaricare da smartphone e stampare.

Perché l’ho comprata?

  1. costa poco ed era in offerta…chissene
  2. Posso stamparmi appunti, checklist etc ed incollarli nell’agenda (anche solo una scaletta per una lezione), insomma posso usarlo come creatore di post it.
  3. i rotolini costano relativamente poco, anche quelli adesivi
  4. Posso stampare adesivi simpatici da dare ai miei alunni per premiarli o fare adesivi da incollare nei cartelloni senza spendere un patrimonio in stampe con inchiostro per roba che tanto finisce nel dimenticatoio.
  5. Si carica usb…basta ricordarmelo
  6. Ha la sua app dedicata, ma va bene per quello che deve fare

Che dire? Ho già stampato la foto di una stele egizia, una foto di uno scoiattolo curioso incontrato al Parco del Valentino a Torino, un adesivo di capybara e due foto del mio amata cane delle praterie femmina…confesso che lo uso anche per incollare sul diario personale alcuni ricordi. In pratica ho dato ascolto all’adolescente che è in me (mica c’è solo il fanciullino di Pascoli).

A presto con la prossima follia, la vostra

Maestra Imperfetta

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Ritorno al futuro…

Oggi è il giorno dell’epifania e, in via del tutto eccezionale, ho deciso di scrivere qualcosa. Il motivo? Forse semplicemente sto procrastinando la correzione delle verifiche (e dai che qualche volta lo avete fatto anche voi), forse perché sto invece procrastinando lo studio per un concorso…insomma ogni scusa è buona per fare quello che dico sempre agli studenti di non fare: rimandare.

Tralasciando i banali “buona befana”, “allora avete portato i dolcetti stanotte?” e battute oramai talmente trite o ritrite che farebbero venire l’orchite anche a chi non ha l’attrezzatura idonea, devo confessare che io non amo questa “festa”. Non la amo perché, come dice il vecchio detto, si porta via tutte le feste…in realtà non la amo perché stavo benissimo come stavo, a casa e nel silenzio.

Se non vedete l’ora di rivedere i vostri alunni, sappiate che vi invidio. Non che non voglia loro bene, tutt’altro, ma so che come torno mi aspetta un periodo ancora più impegnativo, tra verifiche ulteriori, compiti da correggere, caos da sopportare e altre problematiche appartenenti alla mia sfera privata che non sto ad elencarvi. So che poi si inizia e si va avanti in qualche modo, e in men che non si dica è già giugno (magari), ma intanto son qui che guardo la montagna da scalare con lieve scoramento conscia che delle mille guide per l’insegnante e progetti per materiali autoprodotti…non userò nemmeno un esercizio.

Signori forse dovremmo rallentare! Il problema che io percepisco è quel piede premuto sull’acceleratore che percepisco nella vita scolastica, forse un’impressione data dalla mole di burocrazia e nessun aiuto. Forse è pesante non poter andare avanti perché hai cinque alunni che sono troppo indietro, perché si son passati due mesi nel paese d’origine e figurati se recuperano, sei la maestra, devi farglielo fare te.

Vorresti dire “ma me ne frego, che si sveglino sti genitori”, ma poi guardi quel bambino e pensi che non ha mica colpa se la famiglia non capisce, quindi ti ci metti…ma siamo umani, non facciamo miracoli. Inutili quei post melensi su quanto è bello essere maestri/e, non ti raccontano tutta la verità, cercano solo di indorare la pillola, ma un fondo di verità tutto sommato c’è e ci salva: quando arrivano risultati positivi, anche minimi, le soddisfazioni sono immense e ti guardi indietro a fine anno con un sospirone soddisfatto: ce l’hai fatta anche questa volta, e credevi di non riuscirci.

Buon ritorno cari colleghi e care colleghe, e non abbiate mai paura né timore di ammettere che ci sono momenti in cui vorresti fare un altro lavoro, sono momenti che capitano a tutti, qualsiasi lavoro facciano.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta