A gennaio Instagram si è riempito di consigli per il rientro e, tra video di un lamantino da nutrire e capibara che ballano danze tradizionali folk (ognuno ha le sue perversioni), sono incappata in un video dove una donnina dall’aspetto gentile e dolce mostrava fogli con su scritto “maestre siate gentili, al rientro dalle vacanze raccontate loro una storia, sorprendeteli, ispirateli…”. Ho provato fastidio! Sì, lo ammetto, fastidio, ed è per questo che non ho scritto subito, prima volevo capire cosa mi infastidisse: orgoglio professionale ferito (dubito, perché so che ho sempre da imparare), storytelling tossico scolastico, oppure preoccupazione per un fenomeno già osservato in altro ambito, mia guilty pleasure, che è il true crime.
Ecco, il true crime. Ma cosa c’entra il true crime con i consigli per maestre su Instagram? C’entra eccome, e il collegamento si chiama “effetto CSI”.
L’effetto CSI: quando la finzione distorce le aspettative
Chi segue serie tv poliziesche lo sa: in 42 minuti (pause pubblicità incluse) si risolve qualsiasi caso. Il DNA viene analizzato in tempo reale mentre sorseggi un caffè, le impronte digitali trovano corrispondenza istantanea in database infiniti, da un’immagine sgranata di una telecamera al semaforo si ricostruisce in 3D il volto dell’assassino. È spettacolare, è affascinante, ed è completamente distante dalla realtà.
Questo fenomeno ha un nome preciso in criminologia: “effetto CSI”. Gli investigatori e i magistrati lo conoscono bene, perché si trovano a gestirne le conseguenze. Giurati che si aspettano prove forensi decisive in ogni processo. Famiglie di vittime che chiedono perché non si usa “quella tecnologia che ho visto in tv”. Opinione pubblica che si scandalizza per indagini che durano mesi invece che un episodio televisivo.
Il problema non è CSI in sé. Il problema è che quella narrazione crea aspettative irrealistiche su come funzionano davvero le indagini, i tempi della giustizia, i limiti tecnici e umani del lavoro investigativo. E quando la realtà non corrisponde alla fiction, la colpa ricade su chi lavora sul campo: sei incompetente, non ti impegni abbastanza, la giustizia non funziona.
Ora torniamo a quella donnina gentile con i suoi fogli su Instagram.
Benvenuti nell’effetto CSI della scuola
La pedainstagramagogia (sì, l’ho appena inventato e no, non mi pento) funziona esattamente come CSI. Crea una narrazione distorta di cosa significhi insegnare, con quali tempi, con quali strumenti, con quali risultati.
In questi reel tutto funziona perfettamente. L’insegnante arriva in classe, racconta una storia coinvolgente, i bambini pendono dalle sue labbra estasiati, la scintilla della curiosità si accende istantaneamente. Nessuno ha bisogno di andare in bagno nel momento meno opportuno. Nessuno è ancora mezzo addormentato dopo le vacanze. Nessuno sta pensando ai regali di Natale o al fatto che la mamma stamattina ha litigato col papà. La classe è un’entità omogenea perfettamente ricettiva, l’insegnante è un performer instancabile sempre ispirato, ogni momento è significativo e trasformativo.
È tutto molto aesthetic. Molto goals. Molto inspirational.
E molto, molto lontano dalla realtà materiale di un’aula.
Il primo giorno dopo le vacanze secondo Instagram vs secondo la realtà
Secondo Instagram: arrivi con una storia meravigliosa, crei aspettativa, accendi la magia, ispiri giovani menti.
Secondo la realtà: arrivi e devi ristabilire le routine, ricordare dove si appendono le giacche, gestire chi ha dimenticato l’astuccio, accogliere chi è felice di tornare e chi decisamente no, rinegoziare gli spazi di convivenza, riabituare i corpi a stare seduti, le menti a concentrarsi, il gruppo a funzionare come gruppo.
E sì, magari racconti anche una storia. O magari no, perché valuti che in quella specifica classe, con quei specifici bambini, in quel specifico momento, serve altro. Serve tempo, serve gradualità, serve normalità rassicurante. Serve professionalità nel leggere il contesto, non performance da intrattenitore.
Ma questo non è instagrammabile. Non fa engagement. Non diventa virale.
Perché questo mi (ci) dovrebbe preoccupare
Come per l’effetto CSI, il problema non è il singolo reel. Il problema è che questa narrazione crea aspettative distorte in chi guarda da fuori: genitori, opinione pubblica, decisori politici. E queste aspettative poi ricadono sugli insegnanti come pressioni concrete.
“Perché non fai come quella che ho visto su Instagram?”
“Mio figlio si annoia, evidentemente non lo stai coinvolgendo abbastanza.”
“Basterebbe un po’ di creatività e passione per risolvere i problemi della scuola.”
Esattamente come con CSI: se le cose non vanno come nei reel, la colpa è di chi lavora sul campo. Non ti impegni abbastanza. Non sei abbastanza creativo. Non sei abbastanza ispirato. La scuola è rimasta indietro.
Si dimentica – o meglio, non viene mai mostrato – tutto il lavoro invisibile che costituisce la vera professionalità docente. La capacità di leggere il gruppo classe. Di adattare la programmazione alla realtà contingente. Di gestire contemporaneamente apprendimenti, relazioni, emozioni, corpi, tempi, spazi. Di fare scelte pedagogiche basate su competenza e non su effetto scenico. Di costruire percorsi nel lungo periodo invece che momenti wow istantanei.
Il paradosso: svalutare proprio ciò che si vorrebbe celebrare
Ed ecco il paradosso più stridente. Questa retorica del “maestro ispiratore”, del “momento magico”, della “scintilla che si accende” finisce per svalutare proprio il lavoro educativo vero. Perché il messaggio implicito è: basta un’idea carina, un po’ di entusiasmo, la storia giusta al momento giusto.
Come se insegnare fosse questione di performance individuale e non di competenza professionale costruita nel tempo. Come se bastasse la buona volontà e non servissero formazione, esperienza, capacità di analisi, strumenti metodologici. Come se ogni bambino rispondesse agli stessi stimoli, come se ogni classe funzionasse allo stesso modo, come se ogni contesto fosse neutro.
È la stessa logica per cui “chiunque potrebbe fare l’insegnante” – basta voler bene ai bambini, no? Esattamente come chiunque potrebbe fare l’investigatore: basta guardare le prove, no?
Ed ecco che ci ritroviamo, puntuale come la morte o le tasse (a seconda del vostro tasso di ottimismo Leopardiano) a sentire in giro, a cene o pranzi o altre situazioni sociali un genitore che, dopo aver visto il reel, chiede perché la maestra dei suoi figli non fa “quella cosa delle storie” ignorando che la maestra sta lavorando su un progetto di lungo periodo meno scenografico ma più sostanzioso.
La dignità pedagogica del “posso andare in bagno?”
Torniamo per un attimo a quel primo giorno di rientro. Tu hai preparato la tua storia coinvolgente, hai creato aspettativa, stai per ispirare giovani menti e… “maestra posso andare in bagno?”
Secondo la narrazione Instagram, questo è il momento del fallimento. La magia si spezza. Non hai coinvolto abbastanza. Hai perso il controllo della situazione.
Secondo la realtà professionale, questo è semplicemente… scuola. Un bambino che chiede di andare in bagno ha un bisogno reale e legittimo o semplicemente non gli frega niente della tua storia. Gestire quella richiesta – valutare se è urgente o può aspettare, se è il decimo bambino in dieci minuti e quindi forse c’è dell’altro in gioco, se è un modo per gestire l’ansia del rientro – è pedagogia tanto quanto la storia più ispirata del mondo.
È ascolto dei bisogni. È gestione dello spazio condiviso. È educazione alla convivenza. È capacità di tenere insieme la programmazione e l’imprevisto, il gruppo e l’individuo, l’ideale e il materiale e non prenderla sul personale (eddai che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta).
Ma questo richiede di accettare che il lavoro dell’insegnante non si svolge in uno spazio asettico fatto solo di menti da ispirare. Si svolge in uno spazio fatto di corpi, emozioni, bisogni fisici, relazioni complesse, contesti sociali, fatiche, gioie, routine e, sì, anche bagni.
Cosa fare allora? Smettere di cercare ispirazione?
No, ovviamente. Non sto dicendo che i consigli didattici siano inutili o che non si debba mai cercare di coinvolgere gli studenti in modo creativo. Sto dicendo che serve distinzione tra la narrazione e la realtà, tra l’ispirazione e l’aspettativa irrealistica, tra il momento esemplare e la pratica quotidiana.
Un conto è vedere un reel e pensare “interessante, potrei provare a riadattare questa idea al mio contesto”. Un altro conto è credere che quella sia la norma a cui tutti dobbiamo tendere sempre, e che se non ci arriviamo siamo professionalmente inadeguati.
Un conto è condividere pratiche didattiche. Un altro è creare una narrazione tossica che alimenta aspettative distorte e finisce per svalutare il lavoro vero.
La differenza sta nella consapevolezza del mezzo e del messaggio. Instagram non è neutro. Richiede una certa estetica, un certo ritmo, una certa semplificazione. E questo va benissimo per i lamantini da nutrire e i capibara folk (che comunque hanno la loro importanza nella salute mentale). Ma quando si applica alla rappresentazione di una professione complessa, crea distorsioni.
Conclusione: rivendicare la complessità
Forse è il momento di rivendicare la complessità e l’ordinaria straordinarietà del lavoro educativo. Quella che non entra in 30 secondi di reel. Quella che non ha un prima-e-dopo spettacolare. Quella che si costruisce giorno per giorno, con pazienza, competenza, presenza.
Quella dove “maestra posso andare in bagno?” non è il fallimento della lezione perfetta, ma parte integrante di un processo educativo che si prende cura di persone intere – non solo di menti da ispirare, ma di bambini e ragazzi con corpi, bisogni, emozioni, storie (e anche voglia di essere altrove in quel momento, esattamente come noi).
E magari, la prossima volta che incappiamo in un reel di consigli per insegnanti tra un lamantino e un capibara, possiamo permetterci di sentire quel fastidio, ascoltarlo, e chiederci: cosa sta davvero comunicando questo contenuto? A chi serve questa narrazione? Quali aspettative sta creando?
Perché se CSI ci ha insegnato qualcosa, è che quando la fiction prende il posto della realtà, a pagarne il prezzo sono sempre quelli che lavorano sul campo.
Ma ora veniamo a te, si, proprio te che mi stai leggendo! Se sei arrivato fino a qui raccontami: cosa ha fatto la maestra di tuo/a figlio/a al rientro? Se sei un docente, cosa hai fatto tu? Ma, soprattutto, cosa ne pensi della Pedainstragramogia?
Rispondimi nei commenti o seguimi su facebook, instagram (tanta ironia ma senza pedagogia) e youtube.
A presto, la tua
Maestra Imperfetta non Instagrammabile.
Mi piace:
Mi piace Caricamento...