Pubblicato in: diario di una maestra

Insegnare Matematica: La Meraviglia del Pensiero Diverso

Allora, ricapitoliamo. Io, docente di primaria convinta che “possiamo insegnare tutto, compresa la matematica” (cit. me stessa davanti alla Dirigente, con tanto di sussiego da chi ha studiato e sa come stanno le cose), mi ritrovo a spiegare le frazioni di un numero. Un lunedì qualsiasi. Frazione di un numero, roba che abbiamo fatto mille volte, già spiegato, rispiegato, esercitato.

Perché sì, sulla carta è così: un docente di primaria può insegnare tutto. Anche se poi, col tempo, ci sono colleghe che si “specializzano”, che prediligono italiano o matematica e finiscono per insegnare sempre quella. Le capisco pure: quando una materia ti piace, è normale.

Che a me potesse piacere la matematica, però? Mai lo avrei detto. Mai lo avrei pensato quando da bambina odiavo le divisioni in colonna.

Eppure.

Quello che mi piace davvero è scoprire. Meravigliarmi di me stessa attraverso loro: i bambini.

8/16 di 96.

Esercizi in classe, correggiamo insieme. Chiedo il procedimento alla bambina. “96 diviso 16, maestra.” Perfetto. Le chiedo come lo ha fatto. E parte la spiegazione della procedura che le hanno insegnato, quella che la fa sentire più tranquilla: “Prima ho fatto 16 per 5, viene 80, ma è troppo poco per arrivare a 96, allora ho fatto 16 per 6.”

Bene. Ottimo. Funziona.

Poi interviene lui.

Emozionatissimo. Concitato. Che prova a spiegarmi come ha ottenuto il risultato facendo diversamente. Si mangia le parole, piccino. Gli chiedo di ripetere. Niente, continua a mangiarsi le parole dall’emozione.

Una compagna – benedetta lei – sollecita: “Maestra ti traduco io dal bambinese.”

E traduce: “Ha fatto 16 per 5, che fa 80, e poi ha aggiunto 16 invece di fare 16 per 6.”

Ecco, fermati qui.

Perché io dico sempre ai miei bambini che quello che conta è arrivare al risultato. Poi ci sono modi veloci e modi meno veloci, a loro la scelta. Non sono contraria alla creatività, al pensiero divergente. Anzi.

Ma se mi sono meravigliata – candidamente, sinceramente meravigliata – non è perché quello che ha fatto è sbagliato o strano.

È perché non lo vedo comune.

E questa, amici miei, è la scoperta a cui non sapevo di andare incontro.

Quel bambino di 9 anni ha utilizzato la procedura per la divisione con due cifre al divisore, sì. Ma ragionando sul fatto che la moltiplicazione è solo un’addizione che si ripete. Ha connesso. Ha pensato. Ha trovato una sua strada.

In un semplice esercizietto di cinque minuti mi ha mostrato l’acquisizione di competenze che – e qui casca l’asino – non tutti hanno.

Ora, per noi adulti magari è una sciocchezza. O almeno presumo, anche se non ne sono del tutto sicura. Ma il punto non è se è banale o geniale.

Il punto è: perché così pochi bambini lo fanno?

Se io dico loro che le strade possono essere diverse, lunghe o corte non importa, se dico che possono scegliere… perché poi la stragrande maggioranza segue il procedimento standard, quello rassicurante, quello che “si fa così”?

E qui viene il bello. O il brutto, dipende da come la vogliamo vedere.

Perché forse – forse – il problema non è che noi docenti soffocheremmo la creatività. Magari la incoraggiamo pure, a parole. Magari diciamo davvero “va bene qualsiasi strada, basta arrivare al risultato”.

Ma poi?

Poi correggendo venti, venticinque, trenta esercizi devi essere veloce. E quando vedi il procedimento standard riconosci subito se è giusto o sbagliato. Quando vedi una strada diversa devi fermarti, ragionare, capire il filo logico. Richiede tempo. Attenzione. Energia.

E quante volte ce l’abbiamo, davvero?

O forse – ed è ancora peggio – è che i bambini imparano presto cosa ci si aspetta da loro. Non da me, magari. Non dalle mie parole. Ma dalla scuola, dal sistema, dall’aria che si respira.

Imparano che esiste una Risposta Giusta e un Modo Giusto. Che l’importante è fare come fanno tutti. Che la creatività va bene nelle ore di arte, ma in matematica… beh, in matematica c’è il procedimento.

E così smettono di cercare strade diverse. Smettono di emozionarsi per una scoperta. Smettono di mangiarsi le parole per l’entusiasmo di aver capito qualcosa a modo loro.

Imparano a sentirsi più tranquilli quando fanno “come si deve fare”.

Ecco perché mi sono meravigliata. Non perché quel bambino abbia fatto qualcosa di eccezionale.

Ma perché quel qualcosa dovrebbe essere la norma, e invece è l’eccezione.

Pensiero divergente, lo chiamano. Competenza. Capacità di problem solving. Tutte cose bellissime che mettiamo nelle programmazioni, nelle competenze europee, negli obiettivi didattici.

E poi, quando un bambino di 9 anni lo fa davvero – usa il pensiero, connette concetti, trova una sua strada – io rimango lì, sinceramente stupita.

Come se fosse un miracolo.

Allora mi chiedo – e vi chiedo, senza darvi risposta perché non ce l’ho – ma se il pensiero divergente non è comune…

Di chi è la colpa? Nostra? Del sistema? Della società che vuole risposte rapide e procedure standardizzate? Dei programmi troppo pieni? Del fatto che siamo stanchi, sommersi, con classi troppo numerose?

O forse – e questa è la domanda che fa più male – è dei bambini stessi, che a 9 anni hanno già imparato che è meglio stare sicuri, fare come tutti, non rischiare di sbagliare provando una strada diversa?

Non lo so.

So solo che quel bambino che si mangiava le parole dall’emozione mi ha fatto capire una cosa: posso insegnare matematica, sì. Ma quello che davvero conta – il pensare, il cercare, il meravigliarsi – forse non glielo sto insegnando abbastanza.

O forse glielo sto insegnando. Ma qualcos’altro glielo sta spegnendo.

Da allora i compagni hanno deciso che quel sistema andava meglio e che la matematica è creativa, qualcosa li ha sbloccati, a volte basta solo uno che abbia il candore di dire “ma io ho fatto così e il risultato è lo stesso”.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Non sapevo a quali scoperte sarei andata incontro, quando dissi che potevo insegnare tutto, compresa la matematica. La scoperta è questa: non è difficile insegnare il procedimento. È difficilissimo far sì che qualcuno abbia ancora il coraggio – e la voglia – di cercarne uno tutto suo.

E quando succede, ci meravigliamo. Come se fosse raro.

Perché lo è.

Pubblicato in: diario di una maestra

Quando il Righello Diventa il Nemico: Cronache di una Battaglia Geometrica

C’è un momento, nella carriera di ogni insegnante di matematica, in cui ti rendi conto che il vero nemico non è la geometria. Non sono i parallelogrammi, non è il teorema di Pitagora, non è nemmeno la temibile divisione a due cifre.
Il vero nemico è un innocuo strumento di plastica lungo trenta centimetri: il righello.


Tutto procede magnificamente. La lezione sui parallelogrammi viaggia che è una meraviglia: spieghi, fai esempi, sfoderi Canva con quella sicurezza di chi sa che le funzioni pro sono gratuite per i docenti (benedetti siano). La classe è attenta, partecipe. Qualche piccolo intoppo qua e là, niente che non si risolva con i nostri ripassi in rosso e verde di lati paralleli, con schemi e diagrammi che farebbero invidia a un manuale di ingegneria.
E poi arriva lui. L’ostacolo. Il sassolino nella scarpa dell’insegnante perfettamente preparato.
Il righello.


Ecco il paradosso che mi tormenta: alcuni bambini userebbero il righello pure per fare pipì bella dritta (e scusate la crudezza, ma rende l’idea), mentre altri – gli stessi che devono disegnare figure geometriche – lo evitano come se scottasse. Anche quando è letteralmente, espressamente, categoricamente, indiscutibilmente obbligatorio.
Le ho provate davvero tutte. O almeno credo.


Tentativo 1: La Fata Madrina


Sorriso bonario, atteggiamento fata madrina, tutta uccellini cinguettanti e voce flautata: “Bambini, ricordiamoci del nostro amico righello, vero? Ci aiuta a fare righe bellissime!”


Risultato: Ignorata olimpicamente.

Tentativo 2: La Spiegazione Razionale
Approccio calibrato sulle loro capacità cognitive (di cui, a volte, ammetto di dubitare): “Ragazzi, capiamo insieme perché il righello è necessario. Si usa per tirare righe dritte e per misurare. Quindi in geometria va usato sempre. SEMPRE.”


Risultato: Annuiscono convinti. Poi prendono in mano la matita e tracciano linee che sembrano elettrocardiogrammi durante un terremoto.


Tentativo 3 L’Imperativo Categorico


Voce ferma, sguardo severo, imperativo categorico: “In geometria la precisione è TUTTO. Chi non usa il righello vedrà abbassarsi i giudizi.”


Risultato: Qualche sussulto di paura, poi tutto come prima.

Maestra Imperfetta

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La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Pedainstagramagogia: quando i reel sulla scuola diventano l’effetto CSI dell’educazione

A gennaio Instagram si è riempito di consigli per il rientro e, tra video di un lamantino da nutrire e capibara che ballano danze tradizionali folk (ognuno ha le sue perversioni), sono incappata in un video dove una donnina dall’aspetto gentile e dolce mostrava fogli con su scritto “maestre siate gentili, al rientro dalle vacanze raccontate loro una storia, sorprendeteli, ispirateli…”. Ho provato fastidio! Sì, lo ammetto, fastidio, ed è per questo che non ho scritto subito, prima volevo capire cosa mi infastidisse: orgoglio professionale ferito (dubito, perché so che ho sempre da imparare), storytelling tossico scolastico, oppure preoccupazione per un fenomeno già osservato in altro ambito, mia guilty pleasure, che è il true crime.

Ecco, il true crime. Ma cosa c’entra il true crime con i consigli per maestre su Instagram? C’entra eccome, e il collegamento si chiama “effetto CSI”.

Chi segue serie tv poliziesche lo sa: in 42 minuti (pause pubblicità incluse) si risolve qualsiasi caso. Il DNA viene analizzato in tempo reale mentre sorseggi un caffè, le impronte digitali trovano corrispondenza istantanea in database infiniti, da un’immagine sgranata di una telecamera al semaforo si ricostruisce in 3D il volto dell’assassino. È spettacolare, è affascinante, ed è completamente distante dalla realtà.

Questo fenomeno ha un nome preciso in criminologia: “effetto CSI”. Gli investigatori e i magistrati lo conoscono bene, perché si trovano a gestirne le conseguenze. Giurati che si aspettano prove forensi decisive in ogni processo. Famiglie di vittime che chiedono perché non si usa “quella tecnologia che ho visto in tv”. Opinione pubblica che si scandalizza per indagini che durano mesi invece che un episodio televisivo.

Il problema non è CSI in sé. Il problema è che quella narrazione crea aspettative irrealistiche su come funzionano davvero le indagini, i tempi della giustizia, i limiti tecnici e umani del lavoro investigativo. E quando la realtà non corrisponde alla fiction, la colpa ricade su chi lavora sul campo: sei incompetente, non ti impegni abbastanza, la giustizia non funziona.

Ora torniamo a quella donnina gentile con i suoi fogli su Instagram.

La pedainstagramagogia (sì, l’ho appena inventato e no, non mi pento) funziona esattamente come CSI. Crea una narrazione distorta di cosa significhi insegnare, con quali tempi, con quali strumenti, con quali risultati.

In questi reel tutto funziona perfettamente. L’insegnante arriva in classe, racconta una storia coinvolgente, i bambini pendono dalle sue labbra estasiati, la scintilla della curiosità si accende istantaneamente. Nessuno ha bisogno di andare in bagno nel momento meno opportuno. Nessuno è ancora mezzo addormentato dopo le vacanze. Nessuno sta pensando ai regali di Natale o al fatto che la mamma stamattina ha litigato col papà. La classe è un’entità omogenea perfettamente ricettiva, l’insegnante è un performer instancabile sempre ispirato, ogni momento è significativo e trasformativo.

È tutto molto aesthetic. Molto goals. Molto inspirational.

E molto, molto lontano dalla realtà materiale di un’aula.

Secondo Instagram: arrivi con una storia meravigliosa, crei aspettativa, accendi la magia, ispiri giovani menti.

Secondo la realtà: arrivi e devi ristabilire le routine, ricordare dove si appendono le giacche, gestire chi ha dimenticato l’astuccio, accogliere chi è felice di tornare e chi decisamente no, rinegoziare gli spazi di convivenza, riabituare i corpi a stare seduti, le menti a concentrarsi, il gruppo a funzionare come gruppo.

E sì, magari racconti anche una storia. O magari no, perché valuti che in quella specifica classe, con quei specifici bambini, in quel specifico momento, serve altro. Serve tempo, serve gradualità, serve normalità rassicurante. Serve professionalità nel leggere il contesto, non performance da intrattenitore.

Ma questo non è instagrammabile. Non fa engagement. Non diventa virale.

Come per l’effetto CSI, il problema non è il singolo reel. Il problema è che questa narrazione crea aspettative distorte in chi guarda da fuori: genitori, opinione pubblica, decisori politici. E queste aspettative poi ricadono sugli insegnanti come pressioni concrete.

“Perché non fai come quella che ho visto su Instagram?”

“Mio figlio si annoia, evidentemente non lo stai coinvolgendo abbastanza.”

“Basterebbe un po’ di creatività e passione per risolvere i problemi della scuola.”

Esattamente come con CSI: se le cose non vanno come nei reel, la colpa è di chi lavora sul campo. Non ti impegni abbastanza. Non sei abbastanza creativo. Non sei abbastanza ispirato. La scuola è rimasta indietro.

Si dimentica – o meglio, non viene mai mostrato – tutto il lavoro invisibile che costituisce la vera professionalità docente. La capacità di leggere il gruppo classe. Di adattare la programmazione alla realtà contingente. Di gestire contemporaneamente apprendimenti, relazioni, emozioni, corpi, tempi, spazi. Di fare scelte pedagogiche basate su competenza e non su effetto scenico. Di costruire percorsi nel lungo periodo invece che momenti wow istantanei.

Ed ecco il paradosso più stridente. Questa retorica del “maestro ispiratore”, del “momento magico”, della “scintilla che si accende” finisce per svalutare proprio il lavoro educativo vero. Perché il messaggio implicito è: basta un’idea carina, un po’ di entusiasmo, la storia giusta al momento giusto.

Come se insegnare fosse questione di performance individuale e non di competenza professionale costruita nel tempo. Come se bastasse la buona volontà e non servissero formazione, esperienza, capacità di analisi, strumenti metodologici. Come se ogni bambino rispondesse agli stessi stimoli, come se ogni classe funzionasse allo stesso modo, come se ogni contesto fosse neutro.

È la stessa logica per cui “chiunque potrebbe fare l’insegnante” – basta voler bene ai bambini, no? Esattamente come chiunque potrebbe fare l’investigatore: basta guardare le prove, no?

Ed ecco che ci ritroviamo, puntuale come la morte o le tasse (a seconda del vostro tasso di ottimismo Leopardiano) a sentire in giro, a cene o pranzi o altre situazioni sociali un genitore che, dopo aver visto il reel, chiede perché la maestra dei suoi figli non fa “quella cosa delle storie” ignorando che la maestra sta lavorando su un progetto di lungo periodo meno scenografico ma più sostanzioso.

Torniamo per un attimo a quel primo giorno di rientro. Tu hai preparato la tua storia coinvolgente, hai creato aspettativa, stai per ispirare giovani menti e… “maestra posso andare in bagno?”

Secondo la narrazione Instagram, questo è il momento del fallimento. La magia si spezza. Non hai coinvolto abbastanza. Hai perso il controllo della situazione.

Secondo la realtà professionale, questo è semplicemente… scuola. Un bambino che chiede di andare in bagno ha un bisogno reale e legittimo o semplicemente non gli frega niente della tua storia. Gestire quella richiesta – valutare se è urgente o può aspettare, se è il decimo bambino in dieci minuti e quindi forse c’è dell’altro in gioco, se è un modo per gestire l’ansia del rientro – è pedagogia tanto quanto la storia più ispirata del mondo.

È ascolto dei bisogni. È gestione dello spazio condiviso. È educazione alla convivenza. È capacità di tenere insieme la programmazione e l’imprevisto, il gruppo e l’individuo, l’ideale e il materiale e non prenderla sul personale (eddai che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta).

Ma questo richiede di accettare che il lavoro dell’insegnante non si svolge in uno spazio asettico fatto solo di menti da ispirare. Si svolge in uno spazio fatto di corpi, emozioni, bisogni fisici, relazioni complesse, contesti sociali, fatiche, gioie, routine e, sì, anche bagni.

No, ovviamente. Non sto dicendo che i consigli didattici siano inutili o che non si debba mai cercare di coinvolgere gli studenti in modo creativo. Sto dicendo che serve distinzione tra la narrazione e la realtà, tra l’ispirazione e l’aspettativa irrealistica, tra il momento esemplare e la pratica quotidiana.

Un conto è vedere un reel e pensare “interessante, potrei provare a riadattare questa idea al mio contesto”. Un altro conto è credere che quella sia la norma a cui tutti dobbiamo tendere sempre, e che se non ci arriviamo siamo professionalmente inadeguati.

Un conto è condividere pratiche didattiche. Un altro è creare una narrazione tossica che alimenta aspettative distorte e finisce per svalutare il lavoro vero.

La differenza sta nella consapevolezza del mezzo e del messaggio. Instagram non è neutro. Richiede una certa estetica, un certo ritmo, una certa semplificazione. E questo va benissimo per i lamantini da nutrire e i capibara folk (che comunque hanno la loro importanza nella salute mentale). Ma quando si applica alla rappresentazione di una professione complessa, crea distorsioni.

Forse è il momento di rivendicare la complessità e l’ordinaria straordinarietà del lavoro educativo. Quella che non entra in 30 secondi di reel. Quella che non ha un prima-e-dopo spettacolare. Quella che si costruisce giorno per giorno, con pazienza, competenza, presenza.

Quella dove “maestra posso andare in bagno?” non è il fallimento della lezione perfetta, ma parte integrante di un processo educativo che si prende cura di persone intere – non solo di menti da ispirare, ma di bambini e ragazzi con corpi, bisogni, emozioni, storie (e anche voglia di essere altrove in quel momento, esattamente come noi).

E magari, la prossima volta che incappiamo in un reel di consigli per insegnanti tra un lamantino e un capibara, possiamo permetterci di sentire quel fastidio, ascoltarlo, e chiederci: cosa sta davvero comunicando questo contenuto? A chi serve questa narrazione? Quali aspettative sta creando?

Perché se CSI ci ha insegnato qualcosa, è che quando la fiction prende il posto della realtà, a pagarne il prezzo sono sempre quelli che lavorano sul campo.

Ma ora veniamo a te, si, proprio te che mi stai leggendo! Se sei arrivato fino a qui raccontami: cosa ha fatto la maestra di tuo/a figlio/a al rientro? Se sei un docente, cosa hai fatto tu? Ma, soprattutto, cosa ne pensi della Pedainstragramogia?

Rispondimi nei commenti o seguimi su facebook, instagram (tanta ironia ma senza pedagogia) e youtube.

A presto, la tua

Maestra Imperfetta non Instagrammabile.