Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

————————————————————–

P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.

Pubblicato in: diario di una maestra, I and AI

Pancraziella e l’Intelligenza Artificiale: Cronache dalla Trincea della 2D

Giovedì mattina di Dicembre (si, lo pubblico ora), ore 10 e qualcosa. Entro in 2 durante la ricreazione con quel misto di ottimismo e rassegnazione che caratterizza ogni insegnante che si rispetti. La scena è quella classica: il caos organizzato della pausa, i docenti di sostegno e compresenza che presidiano il territorio, e poi lei, Rosa.

Rosa è una di quelle colleghe che non passano inosservate. Immaginate una strega buona uscita da un romanzo fantasy: cascata di capelli corvini vaporosi, gonne lunghe che sfiorano il pavimento, ciondoli che tintinnano ad ogni movimento, e quegli occhiali che la fanno somigliare a un gufo. Un gufo vigile, attento, a cui – giuro – non sfugge NULLA. Nemmeno il respiro di un alunno dall’altra parte dell’aula.

Quel giorno Rosa stava ultimando i lavoretti natalizi con il DAS. Sì, quei manufatti che io personalmente evito come la peste ma che, in nome della libertà didattica, ciascuno è libero di propinare. Chiamava i bambini uno alla volta per dare il loro “contributo artistico” a non so quale presepe collettivo o decorazione stagionale.

Ed è qui che avviene l’Evento.

Pancraziella – chiamiamola così, il nome è di fantasia ma il personaggio tristemente reale – dichiara, con l’innocenza disarmante dei sette anni: “Maestra, ho fatto i compiti di matematica e di italiano con il cellulare della mamma!”

Pausa drammatica.

L’intelligenza artificiale, signore e signori, è ufficialmente entrata nei compiti delle elementari. Non parliamo di quindicenni pigri o di studenti universitari in crisi da tesi (e da caffeina). Parliamo di SECONDA ELEMENTARE.

Qui si manifesta in tutta la sua paradossale gloria il bias cognitivo della nostra epoca: la ricerca spasmodica della via più facile. Questi pargoletti, questi teneri bimbetti che:

  • Non sanno dove hanno messo il libro (quello che hanno usato CINQUE MINUTI FA)
  • Non ricordano che gli hai appena detto – APPENA DETTO – di usare la matita e non la penna
  • Confondono sistematicamente destra e sinistra
  • Perdono il proprio astuccio pur avendolo davanti al naso
  • Non sanno allacciarsi le scarpe

Questi stessi bambini, di fronte alla prospettiva di avere la pappa pronta, si trasformano in piccoli geni digitali. Hacker in erba. Strateghi dell’intelligenza artificiale.

Ma il meglio deve ancora venire. Perché Pancraziella, con quella punta di esitazione che tradisce la consapevolezza – vaga, nebulosa, ma presente – di star confessando qualcosa di borderline, aggiunge il dettaglio che trasforma questa storia in una perla antropologica:

“Quando la mamma è in bagno… mi faccio fare i compiti dal cellulare.”

QUANDO LA MAMMA È IN BAGNO.

Lasciamo perdere per un attimo le questioni pedagogiche e didattiche (e di salute della genitrice a questo punto). Fermiamoci sulla scena: una bambina di sette anni che approfitta del momento in cui la genitrice è occupata in faccende fisiologiche (lecite, per carità) per attivare l’AI e farsi risolvere problemi di addizioni e frasi da completare.

L’ingegno applicato all’arte dell’imbroglio. La furbizia nativa digitale. Il tempismo chirurgico di chi sa che ha una finestra temporale limitata tra lo sciacquone e il ritorno della mamma in cucina.

A questo punto le domande si affollano:

  1. Come fa Pancraziella a sbloccare il telefono? (Riconoscimento facciale? Dubito! Pin memorizzato? Impronta digitale clonata mentre la mamma dormiva? Possibile)
  2. Quale app usa? ChatGPT? Gemini? Un’applicazione specifica per compiti che io, a questo punto dinosauro analogico, ignoro completamente?
  3. Sa formulare i prompt o semplicemente detta le domande e spera per il meglio?
  4. E soprattutto: la mamma SA che il cellulare viene usato come un moderno suggeritore elettronico ogni volta che lei si assenta per motivi intestinali?

Ecco, questo è il mondo in cui viviamo. Un mondo in cui una bambina di seconda elementare ha già capito che:

  • L’AI può fare i compiti al posto suo
  • Esistono momenti opportuni per usarla (quando il controllo genitoriale è temporaneamente sospeso)
  • È meglio confessare con un pizzico di esitazione, così sembri pentita anche se non lo sei

Mentre noi insegnanti ancora ci arrovelliamo su come far capire la differenza tra HO e O, loro stanno già costruendo strategie di intelligenza artificiale applicata alla furbizia scolastica.

I nativi digitali non sono il futuro. Sono già qui. E mentre noi discutiamo di metodologie didattiche innovative, loro hanno già hackerato il sistema (e si sono fatti suggerire la risposta).

L’unica consolazione? Almeno aspettano che la mamma sia in bagno.

Quindi un minimo di galateo, seppur distorto, ancora resiste.

Ovviamente Rosa si è arrabbiata. E quando dico “arrabbiata” non intendo il disappunto educato dell’insegnante zen che respira profondamente e conta fino a dieci. No. Intendo quella rabbia autentica, viscerale, di chi vede calpestato il senso stesso del proprio mestiere.

Perché i compiti, signori miei, SONO parte essenziale dell’apprendimento. Lo so, lo sappiamo tutti, ma a quanto pare è un concetto che sfugge sistematicamente ad alcuni genitori, nonni, zii e all’intera filiera degli adulti di riferimento.

I compiti sono come gli allenamenti per gli atleti. Punto. Non è poesia, non è filosofia spicciola da sala insegnanti. È la realtà dei fatti. Se non ripeti quegli esercizi fino allo sfinimento – sì, fino alla NOIA, fino alla ripetizione meccanica che sembra inutile ma non lo è – non eccellerai mai in quel campo. Nemmeno se hai il talento innato. Nemmeno se sei un genio.

Maradona faceva palleggi. Pavarotti faceva vocalizzi. Einstein risolveva equazioni. E Pancraziella dovrebbe fare le addizioni. Con la matita. Con il suo cervello. Con i suoi neuroni che si collegano, sbagliano, si correggono, imparano.

Rosa e il collega si sono quindi alterati – giustamente alterati – cercando di spiegare a Pancraziella che i compiti DEVE farli LEI. Non il cellulare. Non l’intelligenza artificiale. Non il cuginetto più grande. LEI.

Hanno pienamente ragione. Che sto a dirlo? È ovvio come il sole a mezzogiorno.

A quel punto ho pensato che forse servisse un approccio diverso. Meno frontale, più maieutico. Ho provato a far ragionare la piccola con la logica spietata della realtà:

“Ok, Pancraziella. Facciamo finta che tu continui così. Fai i compiti con l’AI. Perfetto. Ammesso e non concesso che te li faccia CORRETTI – perché sai, anche il cellulare sbaglia, e io ho le prove scritte in un altro articolo che potrei farti leggere quando sarai più grande – cosa succede poi?” (non l’ho detto con queste esatte parole ma il senso è lo stesso)

Pausa teatrale.

“Quando fai le verifiche in classe, non hai il cellulare. Quando ti interrogo, non hai il cellulare. E se non hai fatto TU i compiti, non hai imparato. Quindi… come fai?”

Silenzio.

Il tipo di silenzio che si crea quando un bambino di sette anni si scontra con il muro invalicabile della logica consequenziale. Quel momento in cui il castello di carte della furbizia crolla miseramente di fronte all’inevitabile verità: prima o poi dovrai fare i conti con quello che NON sai.

E qui c’è un aspetto che spesso sfugge anche agli adulti: l’intelligenza artificiale SBAGLIA. Sbaglia alla grande, a volte. Inventa fatti, stravolge regole grammaticali, propone soluzioni matematiche creative ma sbagliate.

Quindi non solo Pancraziella non sta imparando, ma potenzialmente sta anche imparando MALE. Sta memorizzando errori. Sta costruendo su fondamenta traballanti.

Immaginate: una bambina che per settimane si fa fare i compiti dall’AI, assorbe tutte le imprecisioni e le allucinazioni del modello linguistico, e poi arriva in classe alla verifica convinta di sapere tutto. Solo per scoprire che metà delle cose che “ha imparato” sono sbagliate.

Non è solo una questione di non aver studiato. È peggio: hai studiato cose ERRATE.

Ma il punto, il vero punto che dovrebbe terrorizzare genitori e insegnanti, non è nemmeno questo.

Il punto è che stiamo crescendo una generazione di bambini che sta imparando fin da subito che:

  • C’è sempre una scorciatoia
  • L’impegno è opzionale
  • La fatica si può delegare
  • Il risultato conta più del processo

E questo, cari amici, è esattamente il contrario di quello che serve per diventare persone competenti, resilienti, capaci di affrontare le difficoltà.

Perché la vita, quella vera, non ha l’AI nascosta nel bagno pronta a risolvere i problemi al posto tuo. La vita ti mette davanti a situazioni in cui o sai fare le cose, o non le sai fare. Tertium non datur (così facciamo contento il Ministro che adora il latino).

E quando Pancraziella avrà sedici anni e dovrà studiare per un esame importante, cosa farà? Continuerà a delegare? E quando avrà vent’anni e dovrà affrontare un colloquio di lavoro? E quando avrà trent’anni e dovrà risolvere un problema complesso nella sua professione?

La risposta è semplice e brutale: se non hai mai imparato a IMPARARE, se non hai mai sviluppato la resistenza alla fatica cognitiva, se non hai mai costruito il muscolo della perseveranza… sei fregato.

Rosa è tornata ai suoi lavoretti col DAS, i ciondoli che tintinnavano con rabbia repressa. Il collega ha sospirato profondamente. Pancraziella aveva quello sguardo un po’ confuso e lacrimoso di chi sta elaborando un concetto troppo grande per la propria età.

Io sono tornata alla mia lezione pensando che forse, FORSE, qualcosa è passato. Forse quel ragionamento logico ha creato una piccola crepa nel sistema di furbizie digitali che questi bambini stanno costruendo.

Ma sono sufficientemente realista da sapere che probabilmente, il prossimo giovedì, qualcuno mi dirà di aver fatto i compiti con l’AI mentre il papà era al telefono, o mentre la nonna guardava la TV, o mentre il fratello maggiore giocava alla Play.

Benvenuti nella scuola del futuro. O forse dovremmo dire: benvenuti nella scuola del presente.

Un presente in cui dobbiamo spiegare a bambini di sette anni che no, il cellulare non può sostituire il tuo cervello.

Almeno non ancora.

Alla prossima Pancraziella (o Sigismondino)

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Rosa, con i suoi occhi da gufo, naturalmente ha visto, sentito e catalogato tutto. Nulla le sfugge. Nemmeno l’uso improprio dell’intelligenza artificiale durante le pause bagno materne. E la prossima volta, state certi, sarà ancora più vigile.


Pubblicato in: diario di una maestra, I and AI, vita privata di una maestra

La Sfoglia, la Scienza e i Perché che Non Smettono Mai

Durante la pausa didattica (sì, ho detto pausa didattica, non festa, così evitiamo il coro dei delatori con il loro mantra preferito sui “docenti con troppe ferie”), o meglio durante quella che andrebbe più onestamente chiamata convalescenza, mi è capitata per Capodanno una di quelle consegne che sembrano innocue: preparare un dolce per 12 persone. Che poi sono diventate 13. Forse 14. Probabilmente 15. Ma tranquilli, da mangiare non mancherà.

Chi non mi conosce deve sapere che io amo le sfide che mi sono scelta. E anni fa, dopo essermi rotta le bolas perché quella faceva dolci favolosi e quell’altra, con aria solenne da guru, sosteneva che la sfoglia è complicatissima, ho deciso di vendicarmi dell’universo. Come? Facendo un dolce francese di difficoltà due fruste su tre (secondo il dizionario Larousse dei dessert francesi preso alla FNAC di Lione al 50% di sconto) che richiede non solo la sfoglia, ma con laminazione alla francese. Quando decido di fare queste cose passo regolarmente la serata a chiedermi cosa non va in me, ma questo è un altro discorso.

La Questione del Tempo (e della Sanità Mentale)

Partiamo dal tempo. Se la ricetta ti dice un tempo, calcola il doppio. Sempre. Comunque. Perché se è la prima volta il doppio potrebbe non bastare. Assicurati di avere tutti gli ingredienti e procedi con spirito scientifico e animo da studente che deve seguire la procedura della divisione in colonna dopo aver fatto analisi grammaticale e logica del testo. E nel mio caso anche traduzione dal francese.

Comincio a mettere tutti gli ingredienti nella mia planetaria, che scopro avermi perdonata dei cinque anni di inutilizzo. Avvio. Osservo. Osservo ancora.

Ed ecco che nascono le domande.

I Perché della Bambina che Non Cresce

Sì, perché la bambina che è in me, quella piccola fastidiosa creatura piena di perché e che non trova mai risposte che la soddisfino, comincia a domandarsi: come accade che da 275g di farina (non un grammo di più), 180ml di acqua e 10g di burro, avendo anche fatto attenzione alle quantità di ricetta visto che Massari dice sempre che la pasticceria è una scienza esatta e le proporzioni sono la base tra un ottimo dolce e una schifezza, ne viene un impasto liscio e omogeneo solo perché un gancio a spirale gira in una ciotola?

E qui casca l’asino. O meglio, qui casca la docente che non riesce mai a spegnere il cervello.

Perché mentre quel gancio girava ipnotico nella ciotola, io mi sono ritrovata a fare quello che faccio sempre: cercare di capire il meccanismo. L’impasto si forma perché l’acqua idrata le proteine della farina (glutenina e gliadina, se vogliamo essere precisi) che si legano formando il glutine. Il burro? Lubrifica e rende più elastico il tutto.

Ma come funziona davvero quel gancio? Immagina di avere due amici (gliadina e glutenina) che devono darsi la mano per formare una catena. Il gancio a spirale fa due cose contemporaneamente: prima li spinge uno contro l’altro (compressione), poi li tira per allungarli (distensione). È come quando da bambini giocavamo a fare il telefono con lo spago: tirando lo spago, la struttura diventa più forte e ordinata. Ecco, il gancio fa esattamente questo con le proteine della farina, creando una rete elastica capace di intrappolare aria.

E non finisce qui. Mentre gira, il gancio “schiaffeggia” l’impasto incorporando ossigeno, che è vitale per i lieviti. Ogni granello di amido viene perfettamente idratato, senza grumi.

La forma del gancio conta? Eccome. A differenza del gancio a “C” di alcune planetarie domestiche (che tende a far “arrampicare” l’impasto verso l’alto), la spirale lavora spingendo la massa verso il basso, comprimendola contro il fondo della ciotola. Come il palmo della mano quando impasti a mano, ma senza il rischio di surriscaldare l’impasto e rovinare i lieviti.

La pasta prima si arrampica ben bene sul gancio, viene passata lungo i bordi della ciotola e raccoglie la farina. Quando la ciotola è bella “pulita” ecco che possiamo toglierla: è pronta.

Qui arriva la domanda che mi manda definitivamente in crisi. E qui ammetto tutta la mia ingenuità, quella dovuta al fatto che sono sempre andata malissimo in chimica: ma come diavolo fa la sfoglia a formarsi se alla fine non fai altro che avvolgere il burro nella pasta, stendere con un mattarello, ripiegare e far riposare?

Davvero, guardavo quella massa compatta di burro avvolta nell’impasto e mi chiedevo: e adesso? Adesso che faccio? Lo stendo, lo ripiego, e magicamente diventa sfoglia? Come? Perché? A me pare solo pasta stesa col mattarello, unica, uniforme, come accade che diventi strati di fogli sottilissimi in cottura?

La risposta l’ho trovata in Gemini. Sì, stavolta senza gaslighting. Forse perché ho usato l’opzione “impara” e ne sapeva più di me. O forse perché ho fatto le domande giuste (o magari perché non le ho somministrato compiti delle primarie). Magari era particolarmente in vena di collaborare. Non lo so, ma la spiegazione è arrivata ed è stata una di quelle rivelazioni che ti fa sentire contemporaneamente stupida e illuminata.

Eccola: ogni volta che stendi l’impasto con il burro dentro, lo strato di burro si assottiglia. Ogni volta che lo ripieghi (i famosi “giri” della sfoglia), moltiplichi gli strati. Primo giro: 3 strati. Secondo giro: 9 strati. Terzo giro: 27 strati. Quarto giro: 81 strati. E così via, in progressione geometrica, fino ad arrivare a centinaia di sottilissimi strati alternati di pasta e burro.

Pasta sfoglia fatta in casa…immagine presa da un sito.

E quando infili tutto in forno? Il burro si scioglie e rilascia vapore acqueo. Quel vapore resta intrappolato tra gli strati di pasta e li solleva, li separa, li gonfia. Ed ecco la magia: la sfoglia diventa sfoglia. Col calore il grasso “frigge” leggermente gli strati, rendendoli croccanti e separati. Croccante fuori, friabile dentro, con quella struttura a strati che si sfalda sotto i denti.

Non è magia nera: è fisica baby. È geometria. È l’ostinazione di chi ha deciso che avvolgere il burro nella pasta e stenderla otto volte è una cosa ragionevole da fare un pomeriggio.

È lo stesso istinto che mi spinge a chiedere ai miei studenti di non limitarsi a eseguire, ma a chiedersi sempre il perché. Anche quando sembra complicato. Anche quando la guru di turno ti dice che è troppo difficile. Soprattutto quando qualcuno ti dice che è troppo difficile.

Kouign-Amann versione personalissima con forma decisamente non tradizionale!

Perché la verità è questa: la sfoglia non è complicatissima. È laboriosa certo, richiede pazienza, precisione e rispetto dei tempi di riposo. Ma non è complessa. È chimica, fisica, matematica e rispetto dei tempi e delle procedure. Come quasi tutto quello che vale la pena imparare.

Alla fine, tra laminazioni, ripiegamenti e momenti di panico esistenziale davanti al frigorifero, quel dolce è venuto fuori. E mentre lo guardavo, dorato e fragrante, pur con qualche dubbio ancora sulla cottura, con i suoi perfetti strati che si sfaldavano alla forchetta, mi sono detta che forse è proprio questo che dovremmo insegnare: che le cose “complicatissime” sono spesso solo cose che nessuno ti ha mai spiegato per bene. Che la differenza tra riuscire e fallire sta nel mettersi lì, con spirito scientifico, a osservare e capire. Che i perché della bambina fastidiosa in noi sono la cosa più preziosa che abbiamo.

E che quando qualcuno ti dice “è troppo difficile”, forse ti sta solo dicendo “io non ho avuto la pazienza”. O forse “nessuno me l’ha mai spiegato davvero”.

Ma tu, quella pazienza, puoi decidere di averla. E quelle spiegazioni, puoi decidere di cercarle. Anche se significa chiedere aiuto a un’intelligenza artificiale alle undici di sera. Anche se significa passare la serata a chiederti cosa non va in te.

Spoiler: non va niente. Vai benissimo così.

Alla prossima ricetta con dubbio scientifico culinario. Voi avete mai avuto curiosità mentre cucinavate? Quali domande vi siete posti sulla cottura o preparazione di un qualche piatto?

scrivetelo nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com e seguitemi su facebook alla pagina “scuola insupposta” o al gruppo facebook “Scuola (in) Supposta”

a presto

la vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Le persone alla fine erano 16. Il dolce è bastato lo stesso. La sfoglia era perfetta. E io ho già in mente la prossima sfida. Sì, qualcosa in me decisamente non va.

P.P.S. Per la cronaca, Gemini mi ha anche spiegato che la temperatura del burro è cruciale: troppo freddo e si rompe in pezzi, troppo caldo e si mescola alla pasta invece di creare strati. Ma questa è un’altra storia. E un altro perché per un’altra sera.

Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro

“L’ho fatta ai docenti”: genitori che fanno i compiti ai figli

A Capodanno cosa si fa? Si festeggia, ovviamente. Cosa esattamente, non lo so. Ogni anno finisce archiviato nei ricordi come peggiore del precedente e identico a tutti gli altri. Eppure viviamo nella pia illusione che festeggiare a Capodanno ci faccia festeggiare tutto l’anno, che celebrare il passaggio sia positivo. Spoiler: non lo è. Ma nemmeno negativo. Siamo noi a decidere.

Durante il cenone, una delle tante festeggianti mi regala una perla. Una madre della scuola di quartiere va raccontando in giro che ha sempre fatto i compiti lei al posto del figlio. Con aria compiaciuta da “l’ho fatta a quei pirla dei docenti”, ma alla disperata ricerca di complicità, aggiunge che è una fatica immane fingere di scrivere come un bambino. Ah, la genialità incompresa! Che dramma eterno.

Sarò onesta: non ho provato fastidio. Quando ai colloqui vedi il vuoto negli occhi e quell’aria da Malaussène, ti spiace davvero. Ti sembra quasi di infierire a dire “guardi che suo figlio non ha capito nulla e ora capisco perché”. Ho provato invece sollievo. Quella piacevole sensazione del “ah, non mi sbagliavo allora”.

Perché mentre taluni pensano di “farci fessi” facendo i compiti al posto dei figli, noi docenti pensiamo, guardiamo, valutiamo, confrontiamo. Capiamo più di quanto poi esca nei colloqui. E più di quanto possiamo dire.

Ma il punto, in questo articolo, non è il docente. Non siamo noi al centro, anche se alcuni sarebbero portati a crederlo. Il punto è semplice e devastante:

Perché vedi, cara mamma o caro papà orgoglioso della tua missione compiuta, noi lo sappiamo. Lo sappiamo dal primo momento. Quel compito troppo perfetto, quella calligrafia troppo regolare, quel ragionamento troppo strutturato per un bambino di otto anni che in classe non sa dove ha messo il quaderno. Lo sappiamo. E sai cosa facciamo? Niente. Perché non è il nostro problema.

Il problema è tuo. E soprattutto di tuo figlio.

Se un adulto, con esperienza di vita e scolastica comunque ragionevolmente elaborata, pensa ancora alla scuola come “me contro te”… se il “me” e il “te” non sono alleati ma due nazioni in guerra… ecco, qualcosa non va. E chi ne paga le spese, al solito, non sono gli adulti. Sono i bambini. I figli. Gli alunni.

Facciamo un gioco. Immagina di dare a tuo figlio le risposte di un esame di guida. Lui supera l’esame, prende la patente. Bellissimo. Poi sale in macchina da solo per la prima volta e scopre che non sa guidare. Chi ha fregato chi?

Ecco, i compiti sono la stessa cosa. Ogni volta che li fai tu, stai dando a tuo figlio una patente che non sa usare. E prima o poi – spoiler numero due – dovrà salire in macchina da solo.

Il bello è che tu pensi di stargli facendo un favore. Di proteggerlo. Di risparmiargli fatica, frustrazione, brutti voti. In realtà gli stai insegnando tre cose magnifiche:

Uno: non sei capace. Se lo fossi, non avrei bisogno di farlo io al posto tuo. Il messaggio che passa non è “ti amo e ti aiuto”. È “non ce la fai e lo so”.

Due: l’importante è l’apparenza. Non conta imparare, conta che il compito sia giusto. Non conta capire, conta che l’insegnante non si accorga. Benvenuto nel mondo degli adulti funzionali, campione.

Tre: quando le cose si fanno difficili, qualcun altro risolverà per te. E quando questo qualcun altro non ci sarà più? Ah già, non ci hai pensato.

Cosa spinge un genitore a trasformare i compiti del figlio in una missione di sabotaggio? Cosa alimenta questa narrazione bellica dove la scuola è il nemico da ingannare e il voto una conquista territoriale?

Forse è il retaggio di una scuola che molti di noi hanno vissuto come giudizio perpetuo, come luogo dove non eri mai abbastanza. Dove l’errore era colpa, non apprendimento. Dove il voto definiva chi eri, non cosa ancora dovevi imparare. E così, da adulti, ci ritroviamo a combattere battaglie che non sono nostre, su un campo che non esiste più. O che non dovrebbe esistere.

Il problema è che questa guerra immaginaria ha vittime reali. Un bambino a cui vengono fatti i compiti non impara. Non impara la matematica, certo. Ma soprattutto non impara che sbagliare fa parte del processo. Che chiedere aiuto è diverso dal farselo fare tutto. Che la fatica ha un senso. Che il fallimento non ti definisce.

Impara invece che il risultato conta più del percorso. Che l’apparenza è tutto. Che ingannare è lecito se ti serve. E impara, soprattutto, che mamma o papà non credono che ne sia capace. Quale messaggio più devastante?

“È una gran fatica fingere di scrivere come un bambino.” Questa frase mi è rimasta particolarmente impressa perché c’è tutta l’assurdità del mondo in queste parole.

Metti energia. Tempo. Impegno. Per recitare tuo figlio. Invece di usare quella stessa energia per aiutare tuo figlio a diventare se stesso. Invece di stargli accanto mentre sbaglia, mentre si arrabbia, mentre scopre che può farcela anche se ci mette il doppio del tempo.

E sai la cosa più triste? Che probabilmente tuo figlio nemmeno lo vuole, questo tuo aiuto. Probabilmente si vergogna, sa che è sbagliato, ma non sa come dirti di no. Perché sei tu il genitore, sei tu quello che decide. E lui impara che dire “no, voglio provare da solo” significa deluderti.

Parliamoci chiaro. Cosa impara un bambino a cui vengono fatti i compiti?

Non impara la matematica. Non impara l’italiano. Non impara a studiare, a organizzarsi, a gestire il tempo. Non impara nemmeno a chiedere aiuto nel modo giusto, quello in cui l’adulto ti guida ma sei tu a fare.

Impara che la realtà si può truccare. Che l’importante è sembrare, non essere. Che mamma e papà sono disposti a mentire per lui, quindi mentire deve essere accettabile. Impara che quando le cose si fanno difficili, la soluzione è evitarle. E impara, soprattutto, che non è abbastanza. Mai.

Perché questo è il messaggio che passa, che tu lo voglia o no: “Non ti credo capace, quindi lo faccio io”.

E poi arriva il giorno. Quello in cui tuo figlio è solo. Una verifica, un’interrogazione, un esame. Un momento in cui tu non puoi esserci. E lì crolla tutto il castello.

Perché scopre di non sapere. Scopre che tutti gli altri hanno imparato davvero, mentre lui ha solo una collezione di compiti perfetti che non gli appartengono. Scopre che l’autonomia non si può fingere.

E in quel momento, chi paga? Tu no di certo. Tu avrai sempre la tua storia da raccontare agli aperitivi o fuori dalla scuola con le altre mamme, quella della tua geniale impresa. Tuo figlio invece avrà solo il vuoto. Il vuoto di competenze che non ha. Il vuoto di fiducia in se stesso che non ha mai costruito. Il vuoto di un’infanzia in cui qualcun altro ha sempre fatto al posto suo.

Forse il problema sta anche nella scuola che abbiamo vissuto e che, in parte, perpetuiamo. Una scuola che valuta il prodotto più del processo. Che premia la perfezione invece di valorizzare il tentativo. Che spesso dimentica di guardare oltre il compito e vedere il bambino.

Ma la risposta non può essere sabotare il sistema. Non può essere insegnare ai nostri figli che la soluzione è imbrogliare. Perché se c’è una cosa che la vita insegna, prima o poi, è che i nodi vengono al pettine. E che le scorciatoie portano sempre da qualche parte, ma raramente dove vorresti arrivare.

Torno a Capodanno. A quella domanda: cosa festeggiamo? Forse festeggiamo l’illusione del cambiamento senza il lavoro del cambiamento. La promessa che l’anno nuovo sarà diverso, senza chiederci cosa siamo disposti a fare perché lo sia davvero.

E forse è lo stesso con la scuola. Vogliamo che i nostri figli abbiano successo, ma non siamo disposti ad accettare che il successo passa per la fatica, l’errore, il fallimento. Vogliamo il risultato senza il processo. Il traguardo senza la corsa.

Ma non funziona così. Non funziona a Capodanno, quando brindiamo convinti che il calendario possa cambiare qualcosa che dipende solo da noi. E non funziona con i compiti, quando pensiamo di poter costruire l’autonomia di nostro figlio facendo al posto suo.

Educare non è comodo. Non è veloce. Non è indolore. È fatica. È pazienza. È restare lì quando vorresti solo che finisse. È credere in tuo figlio anche, e soprattutto, quando lui non crede in se stesso.

La vera vittoria non è fregare l’insegnante. Non è prendere un bel voto su un compito che tuo figlio non ha fatto (spoiler: non diamo voti sui compiti, non io almeno). La vera vittoria è guardare tuo figlio negli occhi e vederlo crescere. Vederlo sbagliare e rialzarsi. Vederlo chiedere aiuto e poi farcela da solo. Vederlo frustrato, e stargli accanto senza togliergli quella frustrazione che lo farà diventare più forte.

La vera vittoria è quando cresce sapendo che può sbagliare, e sbaglierà, ma non si arrenderà. Che può chiedere aiuto. Che può farcela, anche se ci mette più tempo. Che vale, esattamente com’è.

La vera vittoria è quando tuo figlio ti dice “non lo so fare” e tu resisti all’impulso di farlo tu. Quando dici “proviamo insieme” e poi, piano piano, ti fai da parte. Quando accetti che quel compito malriuscito è più suo, e quindi più prezioso, di dieci compiti perfetti fatti da te.

Perché alla fine, cari genitori in guerra contro i mulini a vento, siete solo voi e l’unica persona che state fregando è vostro figlio. La scuola non è contro di voi e, soprattutto, non è contro di loro. Noi insegnanti? Noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo. E continueremo a guardarlo negli occhi cercando di dargli quello che voi gli state negando con questo atteggiamento: la possibilità di diventare se stesso.

Il resto è solo rumore. E tuo figlio, nel silenzio di quel vuoto che un giorno sentirà, si chiederà perché non gli hai mai creduto abbastanza da lasciarlo provare.

Una maestra imperfetta che ha visto troppi compiti fatti dai genitori…