Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.

Pubblicato in: diario di una maestra, I and AI, vita privata di una maestra

La Sfoglia, la Scienza e i Perché che Non Smettono Mai

Durante la pausa didattica (sì, ho detto pausa didattica, non festa, così evitiamo il coro dei delatori con il loro mantra preferito sui “docenti con troppe ferie”), o meglio durante quella che andrebbe più onestamente chiamata convalescenza, mi è capitata per Capodanno una di quelle consegne che sembrano innocue: preparare un dolce per 12 persone. Che poi sono diventate 13. Forse 14. Probabilmente 15. Ma tranquilli, da mangiare non mancherà.

Chi non mi conosce deve sapere che io amo le sfide che mi sono scelta. E anni fa, dopo essermi rotta le bolas perché quella faceva dolci favolosi e quell’altra, con aria solenne da guru, sosteneva che la sfoglia è complicatissima, ho deciso di vendicarmi dell’universo. Come? Facendo un dolce francese di difficoltà due fruste su tre (secondo il dizionario Larousse dei dessert francesi preso alla FNAC di Lione al 50% di sconto) che richiede non solo la sfoglia, ma con laminazione alla francese. Quando decido di fare queste cose passo regolarmente la serata a chiedermi cosa non va in me, ma questo è un altro discorso.

La Questione del Tempo (e della Sanità Mentale)

Partiamo dal tempo. Se la ricetta ti dice un tempo, calcola il doppio. Sempre. Comunque. Perché se è la prima volta il doppio potrebbe non bastare. Assicurati di avere tutti gli ingredienti e procedi con spirito scientifico e animo da studente che deve seguire la procedura della divisione in colonna dopo aver fatto analisi grammaticale e logica del testo. E nel mio caso anche traduzione dal francese.

Comincio a mettere tutti gli ingredienti nella mia planetaria, che scopro avermi perdonata dei cinque anni di inutilizzo. Avvio. Osservo. Osservo ancora.

Ed ecco che nascono le domande.

I Perché della Bambina che Non Cresce

Sì, perché la bambina che è in me, quella piccola fastidiosa creatura piena di perché e che non trova mai risposte che la soddisfino, comincia a domandarsi: come accade che da 275g di farina (non un grammo di più), 180ml di acqua e 10g di burro, avendo anche fatto attenzione alle quantità di ricetta visto che Massari dice sempre che la pasticceria è una scienza esatta e le proporzioni sono la base tra un ottimo dolce e una schifezza, ne viene un impasto liscio e omogeneo solo perché un gancio a spirale gira in una ciotola?

E qui casca l’asino. O meglio, qui casca la docente che non riesce mai a spegnere il cervello.

Perché mentre quel gancio girava ipnotico nella ciotola, io mi sono ritrovata a fare quello che faccio sempre: cercare di capire il meccanismo. L’impasto si forma perché l’acqua idrata le proteine della farina (glutenina e gliadina, se vogliamo essere precisi) che si legano formando il glutine. Il burro? Lubrifica e rende più elastico il tutto.

Ma come funziona davvero quel gancio? Immagina di avere due amici (gliadina e glutenina) che devono darsi la mano per formare una catena. Il gancio a spirale fa due cose contemporaneamente: prima li spinge uno contro l’altro (compressione), poi li tira per allungarli (distensione). È come quando da bambini giocavamo a fare il telefono con lo spago: tirando lo spago, la struttura diventa più forte e ordinata. Ecco, il gancio fa esattamente questo con le proteine della farina, creando una rete elastica capace di intrappolare aria.

E non finisce qui. Mentre gira, il gancio “schiaffeggia” l’impasto incorporando ossigeno, che è vitale per i lieviti. Ogni granello di amido viene perfettamente idratato, senza grumi.

La forma del gancio conta? Eccome. A differenza del gancio a “C” di alcune planetarie domestiche (che tende a far “arrampicare” l’impasto verso l’alto), la spirale lavora spingendo la massa verso il basso, comprimendola contro il fondo della ciotola. Come il palmo della mano quando impasti a mano, ma senza il rischio di surriscaldare l’impasto e rovinare i lieviti.

La pasta prima si arrampica ben bene sul gancio, viene passata lungo i bordi della ciotola e raccoglie la farina. Quando la ciotola è bella “pulita” ecco che possiamo toglierla: è pronta.

Qui arriva la domanda che mi manda definitivamente in crisi. E qui ammetto tutta la mia ingenuità, quella dovuta al fatto che sono sempre andata malissimo in chimica: ma come diavolo fa la sfoglia a formarsi se alla fine non fai altro che avvolgere il burro nella pasta, stendere con un mattarello, ripiegare e far riposare?

Davvero, guardavo quella massa compatta di burro avvolta nell’impasto e mi chiedevo: e adesso? Adesso che faccio? Lo stendo, lo ripiego, e magicamente diventa sfoglia? Come? Perché? A me pare solo pasta stesa col mattarello, unica, uniforme, come accade che diventi strati di fogli sottilissimi in cottura?

La risposta l’ho trovata in Gemini. Sì, stavolta senza gaslighting. Forse perché ho usato l’opzione “impara” e ne sapeva più di me. O forse perché ho fatto le domande giuste (o magari perché non le ho somministrato compiti delle primarie). Magari era particolarmente in vena di collaborare. Non lo so, ma la spiegazione è arrivata ed è stata una di quelle rivelazioni che ti fa sentire contemporaneamente stupida e illuminata.

Eccola: ogni volta che stendi l’impasto con il burro dentro, lo strato di burro si assottiglia. Ogni volta che lo ripieghi (i famosi “giri” della sfoglia), moltiplichi gli strati. Primo giro: 3 strati. Secondo giro: 9 strati. Terzo giro: 27 strati. Quarto giro: 81 strati. E così via, in progressione geometrica, fino ad arrivare a centinaia di sottilissimi strati alternati di pasta e burro.

Pasta sfoglia fatta in casa…immagine presa da un sito.

E quando infili tutto in forno? Il burro si scioglie e rilascia vapore acqueo. Quel vapore resta intrappolato tra gli strati di pasta e li solleva, li separa, li gonfia. Ed ecco la magia: la sfoglia diventa sfoglia. Col calore il grasso “frigge” leggermente gli strati, rendendoli croccanti e separati. Croccante fuori, friabile dentro, con quella struttura a strati che si sfalda sotto i denti.

Non è magia nera: è fisica baby. È geometria. È l’ostinazione di chi ha deciso che avvolgere il burro nella pasta e stenderla otto volte è una cosa ragionevole da fare un pomeriggio.

È lo stesso istinto che mi spinge a chiedere ai miei studenti di non limitarsi a eseguire, ma a chiedersi sempre il perché. Anche quando sembra complicato. Anche quando la guru di turno ti dice che è troppo difficile. Soprattutto quando qualcuno ti dice che è troppo difficile.

Kouign-Amann versione personalissima con forma decisamente non tradizionale!

Perché la verità è questa: la sfoglia non è complicatissima. È laboriosa certo, richiede pazienza, precisione e rispetto dei tempi di riposo. Ma non è complessa. È chimica, fisica, matematica e rispetto dei tempi e delle procedure. Come quasi tutto quello che vale la pena imparare.

Alla fine, tra laminazioni, ripiegamenti e momenti di panico esistenziale davanti al frigorifero, quel dolce è venuto fuori. E mentre lo guardavo, dorato e fragrante, pur con qualche dubbio ancora sulla cottura, con i suoi perfetti strati che si sfaldavano alla forchetta, mi sono detta che forse è proprio questo che dovremmo insegnare: che le cose “complicatissime” sono spesso solo cose che nessuno ti ha mai spiegato per bene. Che la differenza tra riuscire e fallire sta nel mettersi lì, con spirito scientifico, a osservare e capire. Che i perché della bambina fastidiosa in noi sono la cosa più preziosa che abbiamo.

E che quando qualcuno ti dice “è troppo difficile”, forse ti sta solo dicendo “io non ho avuto la pazienza”. O forse “nessuno me l’ha mai spiegato davvero”.

Ma tu, quella pazienza, puoi decidere di averla. E quelle spiegazioni, puoi decidere di cercarle. Anche se significa chiedere aiuto a un’intelligenza artificiale alle undici di sera. Anche se significa passare la serata a chiederti cosa non va in te.

Spoiler: non va niente. Vai benissimo così.

Alla prossima ricetta con dubbio scientifico culinario. Voi avete mai avuto curiosità mentre cucinavate? Quali domande vi siete posti sulla cottura o preparazione di un qualche piatto?

scrivetelo nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com e seguitemi su facebook alla pagina “scuola insupposta” o al gruppo facebook “Scuola (in) Supposta”

a presto

la vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Le persone alla fine erano 16. Il dolce è bastato lo stesso. La sfoglia era perfetta. E io ho già in mente la prossima sfida. Sì, qualcosa in me decisamente non va.

P.P.S. Per la cronaca, Gemini mi ha anche spiegato che la temperatura del burro è cruciale: troppo freddo e si rompe in pezzi, troppo caldo e si mescola alla pasta invece di creare strati. Ma questa è un’altra storia. E un altro perché per un’altra sera.

Pubblicato in: vita privata di una maestra

Dire la propria…quando ci vuole

Dal 6 di Novembre sono in malattia per un dolorino trascurato e controlli rimandati al punto che il mio corpo ha detto “basta” al posto mio.

Non ho più scritto da allora perché, proprio per quel problema, non riuscivo nemmeno a stare 5 minuti al PC, scrivere o disegnare senza passare ore a sentire dolori intensi al braccio destro. Non starò a fare tutta la cronistoria perché non siamo in sala di attesa del medico ma basti sapere che, benché mi senta giovane, il mio corpo mi sta ricordando che il tempo passa pure per me.

Natale è stato, come tutti i Natali, come trovarsi in un frullatore dal quale ne sono uscita stordita ma è stato pieno di esperienze positive.

Oggi son qui a scrivere, in un attimo di calma dai dolori e dalle feste, dai doveri famigliari e amicali, per riflettere su quanto fatto.

Ieri ho visto il Circo di Montecarlo, appuntamento di solito di fine anno, ma lo hanno anticipato forse, non sono certissima di ciò, comunque abbiamo guardato la diretta con Serena Autieri a presentare insieme ad un nipote della Orfei che insegna “storia del circo” all’Università. Spettacolo deludente, non per gli artisti sia chiaro, ma per la regia.

Inquadrature sbagliate che non facevano godere l’esibizione dell’artista, spesso interrotta da un primo piano della Autieri e compagno di conduzione alle spalle dell’esibizione. Nemmeno i clown si riusciva a godersi per sti primi piani sui conduttori. Ora…non so chi ci han messo alla regia ma di certo il risultato è stato deludente, sembrava fatto più per dar risalto alla presentatrice che agli artisti (e personalmente mi interessavano più loro visto che son loro che fanno il Circo).

Dopo attenta riflessione ho deciso che, contrariamente a quanto mi han sempre fatto vedere in famiglia, era mio diritto lagnarmi visto che mi obbligano a pagare un canone e quindi ho mandato la lettera di reclamo alla RAI con toni civili ed argomentando le falle riscontrate nella regia.

Non so se mi calcoleranno, probabilmente nemmeno la guarderanno, o mi daranno magari una risposta diplomatica dal retrogusto amaro del “ok ti abbiamo letto ma non ce ne frega nulla”, ma non importa perché quello che conta è che ho fatto quello che spesso insegno ai miei alunni: se qualcosa non vi va giù, ditelo, con toni civili, mai insultanti e sempre ben argomentati ma ditelo!

In passato mi sono trovata a vedere adulti che non dicevano nulla perché “eh ma tanto, poi mi rovino, ci devo vivere…” e io stessa son caduta in questo atteggiamento ma non va bene. Non va perché col tempo accumuli solo e quel senso di ingiustizia aumenta a dismisura al punto da farti scoppiare nel modo e nel momento sbagliato. La mia ex DS mi fece un discorso interessante sulla necessità ed opportunità di mettere dei paletti proprio per andare d’accordo con la gente e non lo capii allora, non subito, non fin quando non sono arrivata al limite.

Spesso non ci lamentiamo quando dovremmo, vuoi per amor di pace, vuoi per timidezza o per timore di risultare maleducati, ma se non chiariamo le nostre volontà e i limiti che non siamo disposti ad oltrepassare come fanno gli altri a capire come stare con noi e noi con loro?

Il vecchio detto recita “Patti chiari, amicizia lunga”, mai detto fu più vero. Occorre però chiarirli questi patti, tracciare confini e regole ben chiari (io i lavoretti non li faccio perché non li condivido, per esempio) per poi magari scendere a compromessi su qualcosa se occorre, ma di comune accordo. Quanti oggi possono dire di tracciare dei confini? E parlo di colleghe e colleghi che spesso si trovano a seguire quelle che decidono anche per gli altri senza domandarsi se va bene a tutte o no o segano il discorso contrario al loro sentire. Parlo di genitori o di persone comuni al di fuori della scuola che magari non si fanno le loro ragioni per timore o per eccesso di educazione o chissà che altro e poi rimuginano e accumulano frustrazione.

Alla fine se cambia qualcosa bene, se non cambia amen ma, credetemi, se dite subito quello che non va poi vi sentite più liberi e sereni.

Ci ho messo anni a capirlo, e non mi vergogno ad ammetterlo, ma ho capito che, se da un lato non è che devi sempre dire la tua (puoi anche evitare di dire che quella gonna non ti piace se l’amica o la collega ne è contenta o che la canzone ti sembra banale se la band del tuo amico l’ha composta), specialmente se non richiesto, dall’altro se ritieni che vengano toccati i tuoi diritti o ti senti colpito, offeso o percepisci mancanza di rispetto devi dirlo, chiarire subito, stabilire i confini così che l’altro capisca fin dove può spingersi con lo “scherzo” e dove non sei disposta ad accettare.

Se questo non cambia le cose puoi sempre cambiare amico o canale TV, o guardarti il circo su Youtube. Non puoi cambiare i colleghi, ma per quelli assicuro basta solo mettere i paletti e dire di No quando occorre. Magari non ti ameranno, ma impareranno a non rompere oltre la misura.

Per oggi è tutto dalla vostra

Maestra sempre più Imperfetta

Pubblicato in: opinionibus, vita privata di una maestra

Il vero coraggio è saper dire “non me la sento”

Da ieri (o forse un paio di giorni?) fioccano polemiche che strumentalizzano il ritiro dal ring della boxeur italiana. La Meloni subito si è precipitata a “consolare” l’atleta con la speranza di un incontro più equo (?). Cosa è successo?

Il giorno dopo i giornali e i social si scatenano con vignette satiriche che prendono in giro la Khalif per l’aspetto androgino e vanno a scavare nel passato sostenendo addirittura possa essere una trans. Bene, se siete arrivati/e fin qui ora vi invito a continuare e poi rileggere la parte in arancione all’inizio.

Classe 1998, figlia di ex poliziotti, argento nei mondiali e negli europei del 2019, l’ultima volta che salì sul ring olimpico, Tokyo 2020 (tenutesi nel 21 causa Covid), il padre era in fin di vita e poi è deceduto e lei è rimasta ferma un anno. Tornare sul ring di Parigi è, per sua stessa ammissione, un riscatto. Affronta a testa alta la collega algerina senza paura ma si era già fermata per problemi al casco e dopo il primo pugno si rivolge all’allenatore ripetendo “mi ha fatto malissimo”. Sui social lei stessa dichiara: «Ero salita sul ring per combattere. Non mi sono arresa, ma un pugno mi ha fatto troppo male e dunque ho detto basta». In una successiva intervista ha dichiarato che il coraggio non è solo andare avanti e vincere (o perdere, anche per quello ci vuole coraggio), ma soprattuto saper dire no, non ce la faccio, non posso continuare. Insomma ci vuole coraggio ad ammettere agli ottavi di finale alle olimpiadi che non hai le forze psichiche o fisiche, o entrambe per dare il meglio.

Classe 1999, medaglia d’oro nei giochi del Mediterraneo e ai Campionati africani dilettanti del 2022, oro nei giochi panarabi in Algeria nel 2023. Nel Marzo 2023 è stata squalificata dai Campionati Mondiali di pugilato dilettanti femminili per aver fallito un test di idoneità di genere.  Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha successivamente affermato che Khelif era stata squalificata a causa degli alti livelli di testosterone riscontrati nel sangue della pugile algerina. Problemi e scandali sugli arbitraggi hanno obbligato il CIO a prendersi la responsabilità se ammettere o meno la Khelif a queste olimpiadi e la decisione l’abbiamo vista, anche se fortemente contestata dall’ex pugile irlandese Barry McGuigan. Ha partecipato alle olimpiadi di Tokyo 2021 e si è piazzata quinta (evidentemente era battibile da altre donne). Ipotesi? Che possa essere un’intersesso.

Se è stata sconfitta vuol dire che imbattibile da una donna non lo è. Questa non è ipotesi ma dato di fatto. Ci sono uomini battibili dalle donne? Certo, dipende anche lì dallo sport e dalle categorie, ma nello sport e stessa categoria qualcosa vorrà pur dire. Ora che avete letto le pur brevi biografie delle atlete (ed aver dato anche un’occhiata alla pagina di wikipedia sull’intersessualità) vi invito a rileggere quanto accaduto, ma ricordandovi della Byles delle olimpiadi di Tokyo quando si ritirò dichiarando di non essere nelle condizioni psicofisiche per partecipare.

Non mi azzardo né è mia intenzione condizionare o sperare di cambiare opinioni diverse e profondamente radicate in certe posizioni fortemente ideologiche, ma invito a provare a riflettere astenendosi dal giudizio.

Alla prossima la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

E vacanze siano

Tre mesi di ferie o no io non riesco a star ferma e mi sembra si capisca abbastanza. Ho in mente mille cose e il tempo c’è, i mezzi anche, ma con questo caldo è tanto se riesco a tener fede agli impegni che mi son presa con me stessa quindi…mi metto in pausa dal blog per il mese di agosto come ogni anno. Si chiama igiene mentale, devo pormi un freno o rischio di arrivare stressata ancor prima che inizi la scuola pur dedicandomi a cose che mi piacciono.

Tempo fa, oramai decenni direi, qualcuno mi disse che quando quel che è una tua passione diventa dovere cominci a morire lentamente. Ecco, questo spiegherebbe perché son stata diversi anni senza disegnare da che ho iniziato a insegnare arte ai piccini. Ora che sto ritrovando il piacere lentamente, ora che mi sto finalmente liberando degli orpelli del perfezionismo e sto ristabilendo i sani confini tra scuola e vita privata, sto riscoprendo anche che talvolta anche se il lavoro piace, e mi piace insegnare ai bambini, si ha bisogno di stabilire dei limiti per il benessere proprio e di chi ti sta attorno.

Ecco quindi che, studio a parte che è anche dovere anche se soddisfa la mia curiosità, riprendo in mano (si fa per dire) “Google Arts&Culture”, libri vari di saggistica e romanzi di generi svariati (non ne ho uno preferito), videoblog e documentari True Crime e film. Ah, non dimentichiamo che quest’anno ci saranno le tanto attese olimpiadi a Parigi e quindi sarò sicuramente attaccata a Rai Play a divorare immagini di nuoto sincronizzato, tuffi, ginnastiche, scherma e altri sport che nel corso dell’anno non riesco a seguire perché non molto diffusi (si, mi guardo anche il dressage); quest’anno son curiosa di seguire anche la Breakdance, inserita nelle discipline olimpiche.

Ammetto che quando l’ho scoperto sono rimasta di stucco, piacevolmente sorpresa ma comunque perplessa. Si sa che i cambiamenti richiedono sempre un po’ di adattamento, ma questo spero sia il prodromo dell’inserimento dei balli di sala tra le discipline visto che sono molto codificati.

Tra le attività che prevedo di fare, non potendo riprendere a viaggiare, c’è l’onnipresente disegno e le piccole sfide del Giovedì su Sketchbook Skool con Danny Gregory, i libri di Urban sketching e gli appuntamenti con “Draw tips Tuesday” di Koosje Koene. Il tutto gratuitamente su Youtube e con traduzione automatica attivabile se interessa.

Insomma, da fare c’è tanto e mi rimane oramai un mese per dedicarmi a tutte quelle attività che si riducono drasticamente durante l’anno scolastico quindi, spero, mi perdonerete se sparisco, ma vi auguro di trovare sempre qualcosa che vi appassioni oltre il lavoro. Forse, ma forse sia chiaro, potrei affacciarmi per mettere qualcosina riguardo le olimpiadi, ma più facile lo inserisca su Facebook.

Vi auguro Buone Vacanze, ci rivediamo a Settembre, la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: vita privata di una maestra

Il sorriso ritrovato

Niente scuola in questo periodo, o almeno fino a Settembre e non qui…non su queste pagine di blog. Passo già del tempo a studiare normative e casi per mia curiosità e perché fa sempre bene avere ben presenti i confini del nostro intricato mestiere tra doveri (tanti), responsabilità (tantissime) e onori (ce ne sono? Dove? Quali?), ma anche per non permettere al cervello di addormentarsi come rischia di accadere in estate. La tentazione è forte!

Dopo il mio studio quotidiano e quasi piacevole, ho ripreso in mano un libro che non ricordavo nemmeno di avere “An illustrated journey” di Danny Gregory. Lo avevo comprato pensando di trovarmi i suoi disegni e invece ci sono diversi sketches che documentano viaggi di altri artisti. Aaaah i viaggi…mi mancano, non lo nego, anche se poi l mia maledizione è che viaggiando in due non riuscivo a disegnare se non giusto al ristorante o al caffè…ma il divertimento era la sfida di disegnare velocissima per non annoiare o star dietro ai tempi del mio compagno. Non è servilismo, è stata invece un’ottima scuola, adesso disegno un croissant o un miniboccale con canestrello a memoria. Provate a disegnare velocemente, potreste anche stupirvi di come, a distanza, le linee abbozzate e rapide, le forme incomplete potrebbero anche piacervi.

Tra le varie illustrazioni, una più bella dell’altra, mi ha colpito questa di Benedetta Dossi, nata a Trieste e, stando al libro, residente a Roma. Un po’ di campanilismo non guasta, ammetto che anche il fatto che un’italiana venga citata nel libro di un’illustratore e divulgatore americano fa un certo piacere, però il mio pensiero è stato un altro: ma perché io devo disegnare tutto dritto? Perché sbattersi a cercare di fare le cose perfette quando questo stile da “lente deformante” risulta più simpatico e accattivante? Perché dobbiamo procedere per linee rigide e regole da cui ci si può anche scostare senza nuocere a nessuno?

Posso affermare a pieno titolo che sono proprio queste linee armoniosamente curve e storte che mi hanno ridato il sorriso in questi giorni un po’ complicati.

Vale la pena curiosare tra le opere di questa artista, ma in realtà il punto cui voglio arrivare è che ci sono giornate in cui l’algoritmo sembra quasi volerti mandare un segnale. Questa è una di quelle giornate. L’algoritmo di youtube mi ha segnalato un video di Danny Gregory in cui parlava di trovare il proprio stile…disegnando ovviamente.

In seguito mi è tornato alla mente il libro che volevo guarducchiare da tempo…ed ecco lei e le sue linee che sembrano far prendere vita a palazzi e strade. Forse il messaggio è “torna a fare quello che più ti piace e fregatene del resto”. E’ quello che conto di fare nei prossimi giorni, intanto ho ripreso il “diario disegnato” che consiglio a chiunque, anche a chi non sa disegnare. Avrei potuto aspettare Gennaio, ma stavolta mi son detta “e perché? L’anno inizia quando vuoi tu” così ho iniziato a Luglio. Riprenderò a disegnare, magari approfittando della marea di foto fatte negli anni passati cui allegavo la promessa, mai mantenuta, che le avrei disegnate (motivo per cui le facevo), o magari rimarrà solo un articolo di blog pieno di buoni propositi ma seguito da un nulla di fatto…chissà. Nel mentre posso solo consigliare il libro perché come sostengo e condivido “la bellezza ci salverà” e un’opera d’arte, un’illustrazione, un bel disegno o un panorama che ci piace può ridarci il sorriso.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

La resilienza: kintsugi dell’anima

Quando siamo entrati in piena crisi pandemica, ed una volta usciti da questa, la parola d’ordine sulla bocca di tutti era “resilienza”. Piaceva così tanto questa parola che è finita pure in un piano di finanziamenti (per un’Italia più equa, sostenibile e inclusiva…si), ma non capisci mai il valore ed il significato di questa parola fin quando non prendi una di quelle sonore e pesanti facciate contro il muro.

Ho provato il concorso per dirigenti, in fondo i requisiti li avevo, avevo studiato due anni nonostante diversi problemi in famiglia ma, come c’era da aspettarsi a vederla con il senno di poi, non è andata. Non ho preso un voto basso, ma nemmeno alto, e le mie prestazioni son state rovinate da un’insidiosa indecisione, mista ad insicurezza che mi condanna a tornare sui miei passi invece di lasciar le cose come stanno.

Non è del mio insuccesso però che vi parlo, questo è uno dei tanti che costellano la mia vita come quella di molti altri, ma è della resilienza appunto. Durante il tragitto di ritorno dalla prova ho riflettuto su questa parola perché in effetti ho riscontrato quella cocente delusione che mi attanagliava al punto da essermi fatta un bel pianto liberatorio (adrenalina accumulata e frustrazione probabilmente) e infine analisi della mia evidentemente insufficiente preparazione.

Cosa è andato storto? Partiamo dal fatto che non avrei dovuto nutrire troppe speranze visto il numero davvero esiguo di posti, quindi l’errore di base è stato illudermi.

Ho avuto una serie di problemi in famiglia, tra salute, organizzazione ed eventi luttuosi, nonché un master, che diciamo forse non mi hanno messa nella migliore condizione per studiare…ma l’ho fatto. Evidentemente non abbastanza, non quanto e non bene quanto avrei dovuto. Insomma se c’è qualcuno cui addossare responsabilità sono io e solo io.

E dove sta la resilienza? Proprio in questo! Nella capacità di assorbire questo urto, diciamo non proprio leggero ma prevedibilissimo, e guardare avanti, fare progetti e mettere in atto quella flessibilità che la DS della mia prima scuola da docente aveva riconosciuto in me.

Ma la Resilienza, di preciso, che cos’è? Secondo la Treccani, al punto 3, in psicologia è la capacità di reagire di fronte a traumi, difficoltà, ecc.

Che il non passare possa essere considerabile o meno come trauma non saprei, per alcuni sicuramente si, per altri magari no. Tornando a scuola il giorno seguente, per il principio sacro nella mia famiglia per cui se si cade ci si rialza subito e si riprende, sono stata accolta dai miei alunni con allegria e calore e mi hanno anche chiesto come era andata. E’ stato allora, in quel preciso momento che ho capito che quello che mi è accaduto potevo trasformarlo, manipolarlo, sezionarlo, ripararlo e restituirlo in un qualcosa di valore unico e inestimabile come fa l’arte del Kintsugi: un esempio.

Ho spiegato loro i miei errori (non le definizioni sbagliate si intende), quello che ho provato e che mi ha fatto sbagliare e si è creata una connessione con loro. Loro hanno visto che la loro maestra è umana, sbaglia, prova gli stessi sentimenti, dubbi sulle proprie conoscenze, timori…e mi hanno detto “maestra dai, capita anche a me”. Ah i bambini!

Abbiamo parlato in classe di come affrontare la delusione, come rimettersi in pista, come aiutarsi ed aiutare. Alla fine di questa lezione di un’ora, i bambini ne sono usciti dicendo che ora nelle verifiche si sarebbero sentiti meno agitati, ed io onestamente credo in quel monaco buddista dall’aspetto rassicurante e la voce vellutata che su instagram ogni tanto sembra apparire a proposito quando mi dice “tutto accade per una ragione: le belle esperienze ti danno validi ricordi, le brutte esperienze ti danno valide lezioni“. Ci aggiungo che sono graniticamente convinta che il miglior insegnamento lo si dà attraverso l’esempio e questa esperienza mi ha dato una possibilità in più per dare un esempio.

Da questa esperienza ho imparato molto su me stessa, sui miei limiti, sulle colleghe meravigliose che mi circondano e sulle mie capacità, ma ho imparato anche molte cose sui diritti e doveri del docente e ad avere una visione d’insieme del funzionamento di una scuola che mi ha restituito un quadro talmente complesso da far impallidire le “Nozze di Canaan” del Veronese quanto a dettagli (o un quadro del Canaletto se preferite).

La resilienza è un dono o è un’arte che si può apprendere? Non so rispondere a questa domanda con precisione, forse l’abbiamo tutti questo dono, forse altri lo hanno appreso invece nel corso della propria vita, con eventi…ma alla fine è un elemento fondamentale nella nostra esistenza, elemento che negli animali è istintivo e naturale, e forse la differenza è che in noi esseri umani si aggiunge solo la consapevolezza della sua esistenza ed un nome da darle che ci rassicura.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, TV e Cinema per voi, vita privata di una maestra

Una Piccola renna

Oggi non vi parlo di scuola, anche se in effetti è un argomento che andrebbe affrontato nelle secondarie, ma di una serie tv che mi ha colpita molto.

Cercando castori e capibara su instagram mi capita di incappare in questa scena:

Oramai ero presa, catturata, caduta nella rete e dovevo vederlo e scoprire cosa aveva portato quell’uomo lì e chi era la stalker. A differenza di alcuni io non mi faccio problemi a pensare ad una certa parità di genere anche nello stalking, ci sono uomini ma possono esserci anche donne stalker. Curiosando in rete ho scoperto che gli atti persecutori in Italia da Gennaio a Settembre sono stati 12491 contro i 14326 dello scorso anno, di questi il 74% delle vittime sono donne. C’è da considerare che nel numero gli stalker possono essere sia ex sia estranei ma non è di stalking sulle donne che parlo oggi perché donna o uomo che sia lo stalking è comunque una violenza e questa serie ci fa entrare nelle menti dei due protagonisti, stalker e vittima, mostrandoci le sfumature che a volte portano a intorbidire le acque e non avere più le idee molto chiare.

Se siete di quelli che vedono bianco o nero, che pensano “Ma denuncia e basta, è chiaro”…lasciate perdere e non guardatela nemmeno perché non imparereste nulla e sarebbe solo tempo perso.

Baby Reindeer, disponibile su Netflix, è la storia di un uomo giunto a Londra con la speranza di diventare un comico famoso ma finisce a fare il barista in un pub dopo essersi scontrato contro le difficoltà ed aver sbattuto la faccia contro la consapevolezza di uno scarso talento. Entra una donna in questo pub ed è triste, abbattuta, sola…non ha soldi e così lui le fa una gentilezza per quel sentimento di compassione che ci porta a voler aiutare magari perché in fondo proviamo qualcosa di simile e vorremmo lo facessero con noi. Da lì inizia l’incubo ma non inizia subito, è tutto graduale, così sfumato che all’inizio non pensa nemmeno lui allo stalking.

Lo spettatore scoprirà che le cose non stanno sempre come le vediamo e che ci sono così tante sfumature che a volte ci ritroviamo in certe situazioni per nasconderne altre di cui ci vergogniamo, anche se non abbiamo motivo di provare questo sentimento.

Cosa colpisce?

  • Che la vittima è un uomo, e questo spesso entra in collisione con le nostre percezioni di una realtà sociale che include anche gli uomini tra le vittime, anche se in misura minore.
  • Che l’evolversi degli eventi e l’io narrante ci trascinano nella visione soggettiva del protagonista profondamente diviso tra vissuto e traumi che si porta dietro, tra sogni e realtà, comunque empatico al punto che vuole comprendere a fondo la stalker perché ha capito che c’è di più…che è un’anima spezzata anche lei nonostante si sia evoluta diversamente.
  • Che è una storia vera e dobbiamo pertanto trattarla col rispetto dovuto per ogni vita.
  • Che devi fare un bello sforzo di empatia perché, con orrore, ti trovi a vedere nelle persone che circondano il protagonista i tuoi stessi atteggiamenti (su questo dobbiamo davvero riflettere)
  • Che è più facile giudicare che comprendere e questa serie te lo sbatte in faccia senza mezze misure.

Non posso dir oltre altrimenti spoilererei e non è da me, ma quello che invece mi ha spinta a scrivere è quello che è capitato dopo. Ho già detto che è una storia vera ed è scritta dalla vittima e ammetto che sarei curiosa di vedere la versione della stalker per capire cosa ha vissuto, pensato, cosa l’ha portata a comportarsi così. Quello che non ho detto, e l’ho scoperto dopo grazie a Matteo Flora nel suo “Ciao Internet” è che dopo si è scatenato l’inferno per la stalker.

Ci sono persone che sono riuscite a rintracciare la vera stalker ed ha cominciato a lanciarle messaggi di odio e morte. Non difendo la stalker, trovo questo reato odioso come tanti altri riguardanti la persona perché condiziona la vita psichica al punto che…meglio vedere la serie per capire, ma rimane il fatto che il popolo di Internet al solito mostra il peggio di sé e, come sempre, mostra di non aver capito nulla della serie.

Puntata di Ciao Internet di Matteo Flora

Matteo Flora sostiene che forse avrebbero dovuto pensarci prima di mettere alcuni dettagli che comunque avrebbero potuto scatenare e ricondurre a lei, ma in tutta onestà, e non me ne voglia, penso che qualsiasi cosa tu provi a fare ci saranno sempre gli incattiviti che si sentiranno in “dovere” (?) di fare i giustizieri da dietro i loro schermi, al sicuro nel loro anonimato, trasformando il carnefice in vittima e finendo col dimostrare, come sempre, che non tutti sono in grado di comprendere davvero la complessità di un prodotto che ci vuole solo mostrare come sono o diventano complesse certe dinamiche e che nella narrazione vanno colte tutte le sfumature. Questo purtroppo richiede un’attenzione che non tutti hanno quando guardano un prodotto televisivo. Evitare di mettere troppi indizi? Non penso sarebbe servito più di tanto, forse sarebbe stato opportuno evitare di scrivere che è una storia vera…ma avrebbero detto che era esagerazione e bollata come inverosimile. Non farla proprio? Peggio che mai, abbiamo bisogno di prodotti che ci proiettino nella vita e nelle menti di queste persone per comprenderne meglio le dinamiche, serve a sensibilizzarci (anche se è impossibile sensibilizzare chi non lo vuole o chi non esce dalla comfort zone della dicotomia giusto/sbagliato). Magari il vero protagonista poteva evitare di interpretare se stesso nella serie…forse si potevano evitare tanti errori che ora mi sfuggono ma sono dell’idea che il popolo di internet, specialmente i fan più patologici, trovano sempre e comunque di superare ogni difficoltà pur di trovare qualche contenitore del loro odio e, comunque, del senno di poi son piene le fosse. Possiamo utilizzare questo come spunto di riflessione non solo sull’argomento della serie ma anche e soprattutto sulla percezione della realtà, sulle forme di persecuzione che l’anonimato illusorio che ci offre la rete incoraggia, su atteggiamenti in cui rischiamo quotidianamente di cadere anche con un giudizio superficiale e calato come una ghigliottina sulle vite altrui. Possiamo tante cose, perché ogni episodio, che sia finzione o realtà, ci offre spunti.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Sarà capitato anche a voi di avere una musica in testa

Zum zum zum zum zum…

durante una seduta di arteterapia cui sto partecipando come “cavia” volontaria per un collega che si sta specializzando, mi è stato richiesto di fare qualcosa con il das e poi con il didò. Qualsiasi cosa, sia ben chiaro, purché fosse dare una forma diversa da quella originaria, indipendentemente dal bello o brutto, una forma e nient’altro…il fine era di manipolare, non di ottenere un prodotto esteticamente accettabile.

Ad ogni forma io e i colleghi/cavie dovevamo associare qualche riga scritta, anche solo parole, buttata giù d’istinto, senza pensarci su.

Tralasciando la poesia di una collega (bellina eh) e le belle parole dell’altra…io mi son resa conto che era la giornata in cui il tema principale era il mare.

Rimasta sola quasi tutto il giorno, se si fa eccezione per la mia cagnetta delle praterie che effettivamente è di compagnia, non ho fatto altro che canticchiare canzoni a tema mare:

Gente di mare – Raf e Umberto Tozzi

Il mare d’Inverno – Loredana Bertè

Mare mare – Luca Carboni

Ma per arteterapia, guardando l’azzurro del didò mi è venuta in mente la Grande Onda di Hokusai e quel film del ’91 con surfisti con Keanu Reeves e Patrick Swayze, Point Break, di cui onestamente ricordo più le scene di surf che la trama e infine, facendo un’orrenda onda con un discutibile surfista giallo (quel colore avevo a disposizione) che usciva dal tunnel azzurro, mi è venuto di getto un pezzo della canzone di Baglioni “Io dal mare”

Dal mare venni e amare mi stremò

perché calmare il mare non si può

In realtà sono due parti differenti che ricordavo come pezzo unico.

La prima era

La seconda invece recitava così

Non mi addentro in pensieri ed elucubrazioni che potrebbero essere fuorvianti anche per me stessa, ma mi limito a dire che tra “Questo vento agita anche me” e “Perché calmare il mare non si può”, sono arrivata a riascoltare la canzone “Io dal mare” che non sentivo dalla mia adolescenza quando papà portò a casa il CD di Baglioni “Oltre” e mi son resa conto che talvolta la musica in testa l’abbiamo perché certi ricordi, bellissimi anche se dolorosi, ritornano sotto altre forme ricordandoti ciò che eri forse per apprezzare ciò che sei adesso.

Se poi farò di questo una qualche attività didattica riflettendo sulle parole della canzone non lo so, effettivamente il testo è più apprezzabile da un adulto (e nemmeno tutti gli adulti) che da un bambino ma la potenza della musica è anche nella capacità di aiutarti a scavare dentro di te attraverso le emozioni che evoca.

Ci sono giornate in cui vi gira nella testa lo stesso disco? O magari vi vengono in mente diverse canzoni legate da un tema?

Ed io

A presto

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Isolamento pedagogico

Mensa, caos generale, io seduta con altre sue maestre medito sul futuro tra pensioni, pensioni integrative e spese funerarie che, si va beh capisco che ci devono campare, ma sembrano pure un insulto in un momento difficile. Sto meditando di cambiare molte cose della mia vita, come mi capita quando mi stufo di una partita ad un videogioco e ne comincio un’altra da zero, anche se si tratta sempre di gestionali.

Si parlava con le colleghe di decisioni e dubbi e siamo approdate là dove sappiamo tutte di essere, ma nessuno lo dice.

Anni fa mi colpì tanto la frase di una dirigente rivolta ad una collega: “ l’isolamento pedagogico non è stare alla macchinetta del caffè mentre nessuno ti rivolge la parola”. Mi colpì questa frase perché mi domandai seriamente, per la prima volta, cos’è l’isolamento pedagogico. Allora non mi sentivo affatto isolata, ma ora capisco che lo ero comunque, lo ero come lo sono tutti i docenti.

Torniamo a oggi. Mensa, caos, bambini che non parlano ma urlano, noi tre che esprimiamo liberamente dubbi e perplessità, ed alla fine ci guardiamo negli occhi prendendo atto che siamo sole.

Ci sentiamo sole anche se attorno abbiamo colleghi amabili e collaborativi, ci sentiamo sole in classe, quando il sostegno non c’è perché quei genitori non chiedono la 104, ci sentiamo sole quando vorremmo fare didattica differenziata ma il tempo è sempre poco, il materiale scarseggia, le finanze pure…ma hey, abbiamo i nuovi monitor…

Ci sentiamo sole perché i dati INVALSI risvegliano sempre quel sentimento di insicurezza, quel dubbio sempiterno su un abbastanza non fatto, quando nemmeno abbiamo idea di cosa potrebbe essere abbastanza.

Ci sentiamo sole quando ci dicono dei tre mesi di ferie e solo 22 ore di lezione, seguiti dai “eh va beh però anche tu stacca”. Vorremmo farlo, ma c’è quel senso di responsabilità che ci porta a pensare “oh che bello, potrei proporlo” o cercare nel tempo libero attività e creare materiale per i bambini in difficoltà. Quando parenti e amici sbuffano perché esprimiamo la frustrazione di fronte a famiglie che remano contro i nostri metodi, la didattica e i progetti o ci entusiasmiamo di fronte ai piccoli e grandi successi dei nostri alunni, ci sentiamo sole.

Certo, abbozziamo, sorridiamo, diamo ragione e ci promettiamo di non parlarne più, e magari ci riusciamo anche…ma ci sentiamo sole.

Io mi sono anche ripromessa negli anni di fare giusto il minimo sindacale, seguire il libro e pochi esercizi così non rompono…ma poi alla fine, davanti alla madre che rovescia sulla scuola i problemi di gestione familiare…io continuo a pensare all’interesse del bambino e con le colleghe al fianco non siamo più sole in quell’arco di tempo, ma torniamo ad esserlo subito dopo.

Il buffo è che quest’isola deserta è più affollata di quanto si pensi, eppure ci sentiamo soli.

Probabilmente quella definizione della DS non era intesa come l’ho interpretata io, ma l’idea maturata da questi anni di esperienza e dal confronto mi ha spinta a questa riflessione.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta