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La fisica che Non ci piace

Mi reputo garantista, o almeno ci provo. Applicare la presunzione di innocenza è difficile, e non sempre ci riesco perfettamente — a volte, decisamente meno bene. Ma ci provo.

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere qua e là alcune notizie riguardanti la dichiarazione di un ex studente di Vincenzo Schettini, il famoso professore de La Fisica che ci Piace. Uno studente anonimo che raccontava fatti capaci di mettere il professore in cattiva luce agli occhi di chiunque non abbia deciso di spegnere il buon senso in favore di una più comoda tifoseria ultras da stadio.

Sia chiaro: Schettini non mi è mai stato antipatico. Anzi, trovavo genuinamente bello il suo approccio — spiegare la fisica della friggitrice ad aria, sgusciare le uova sode senza ridurle a superficie lunare, rendere accessibile qualcosa che per molti è stato un incubo scolastico. Uno studente anonimo tra tanti, mi sono detta, non fa certo testo. E così avevo messo la faccenda da parte.

Poi ho visto il video di Matteo Flora.

Il suo Ciao Internet — che vi lascio in fondo all’articolo, attenzione: dura un’ora e qualcosa — non è un processo a Schettini. Flora non è il tipo da processi sommari, e chi lo conosce lo sa: è una di quelle persone capaci di parlare di cose complesse con una calma quasi disarmante, senza urla, senza sentenze, con una professionalità che fa quasi contrasto con i toni a cui internet ci ha abituati. Il suo video è invece qualcosa di più interessante e, in un certo senso, più utile: un manuale su come non gestire una crisi reputazionale.

Ed è guardando quel manuale — costruito analizzando video e interviste dello stesso Schettini — che la faccenda ha smesso di essere archiviabile come “gossip da internet”. Perché quello che emerge non sono accuse esterne, non sono ricostruzioni di parte: sono ammissioni dirette, raccontate dallo stesso protagonista con il tono leggero dell’aneddoto da bar, di comportamenti che in qualsiasi contesto scolastico degno di questo nome varrebbero, come minimo, una sanzione disciplinare.

E qui il garantismo inizia a fare i conti con sé stesso.

Perché una cosa è sospendere il giudizio in attesa di prove. Un’altra è ignorare quello che qualcuno racconta di sé stesso, con la propria voce, sorridendo. A quel punto non stiamo più parlando di presunzione di innocenza — stiamo parlando di scegliere deliberatamente di non vedere, perché il personaggio ci piace, perché ci ha spiegato bene la termodinamica, perché è simpatico.

Ed è esattamente quella la tifoseria da stadio di cui parlavo prima. Quella che trasforma il tifo in paraocchi e il paraocchi in complicità silenziosa.

Non sto chiedendo di bruciare nessuno. Sto chiedendo di guardare, e di non fingere di non aver visto.

Per chi non avesse il tempo o la voglia di sorbirsi un’ora di video — e capisco, non tutti abbiamo quella pazienza — basterà sapere qualche dettaglio concreto. Perché Flora non costruisce il suo ragionamento sul sentito dire o sulle testimonianze di terzi: usa Schettini stesso, le sue parole, il suo viso, la sua voce.

Schettini ammette, con la naturalezza di chi racconta una trovata brillante, di aver fatto dirette live invitando i propri studenti a guardarle il pomeriggio — il martedì, se ricordo bene — con una motivazione molto semplice e molto problematica: chi guardava la live veniva interrogato, oppure poteva partecipare a veri e propri giochi a premi, dove postare la risposta corretta in chat valeva un punto o due in più per la verifica successiva o in alcuni casi addirittura un 8 sul registro.

Mettiamo da parte per un momento qualsiasi giudizio su Schettini come persona. Concentriamoci sul meccanismo: stiamo parlando di un insegnante che condiziona la valutazione scolastica — che dovrebbe misurare la preparazione di uno studente — alla partecipazione a contenuti extra-scolastici, su piattaforme private, nel tempo libero dei ragazzi. Tempo libero che non è uguale per tutti: c’è chi ha il pomeriggio libero e chi no, chi ha una connessione stabile e chi no, chi vive in una famiglia che supporta queste cose e chi vive in una situazione più complicata.

La valutazione scolastica viene ridotta a quiz televisivo anni ’80, con punti in più per le verifiche e voti sul registro: genitori contenti e studenti sotto ricatto — subdolo, perché c’è un’asimmetria chiara e palese di cui non si deve mai e poi mai abusare, per ovvie ragioni morali oltre che legali.

Non è una trovata creativa. È una pressione. E in bocca a qualcuno che ha costruito la propria immagine pubblica sull’essere il prof diverso, quello che ama davvero i ragazzi, suona ancora più stonata.

E come ha risposto Schettini a tutto questo? Non con una riflessione, non con quelle scuse che noi insegnanti — perché di questo si tratta, di un insegnante — chiediamo ogni giorno ai nostri studenti quando sbagliano. Niente di tutto ciò.

La risposta è stata un combinato disposto piuttosto classico per chi gestisce male una crisi reputazionale: gaslighting, vittimismo e cambio di tema.

Il gaslighting prima di tutto: mettere in dubbio la percezione di chi guarda, far sembrare che il problema non esista o che chi lo solleva stia esagerando, interpretando male, strumentalizzando. Quella sensazione sottile ma precisa che ti fa chiedere ma sto vedendo davvero quello che penso di stare vedendo? — e che è particolarmente efficace quando il personaggio in questione gode di una fanbase affezionata e pronta a fare da cassa di risonanza.

Poi il vittimismo. E qui arriviamo al punto più delicato, quello su cui vale la pena essere molto chiari: Schettini ha agganciato la propria difesa alla sua omosessualità, lasciando intendere che gli attacchi nei suoi confronti fossero in qualche modo legati al suo orientamento sessuale.

No.

Caro Vincenzo, l’orientamento sessuale non c’entra nulla. Proprio nulla. Gli stronzi — e uso il termine con cognizione di causa e senza particolare animosità — sono distribuiti in modo perfettamente democratico tra etero, gay, bisessuali, uomini, donne, credenti e atei. Nessuna categoria è immune, nessuna categoria è più rappresentata. Usare la propria identità come scudo per non rispondere di comportamenti professionalmente discutibili non è solo scorretto: è anche un danno collaterale per tutte le persone LGBTQ+ che quella stessa identità la portano con integrità, senza farne una moneta di scambio.

Le scuse si chiedono. Sempre. Le chiediamo ai nostri studenti quando fanno un torto a un compagno, le chiediamo quando copiano, quando mancano di rispetto. Un insegnante che non sa chiedere scusa non sta solo gestendo male una crisi di comunicazione: sta dando una lezione. Solo che non è quella che crede di stare dando.

Ma fermiamoci un momento, perché il problema non sono le scuse. Le scuse sarebbero il minimo, il punto di partenza, non il punto di arrivo.

Il punto vero è un altro, ed è più scomodo da guardare in faccia.

Stiamo parlando di abuso di posizione. Di quell’asimmetria gerarchica che esiste in ogni rapporto tra insegnante e studente — e che esiste per buone ragioni, non è di per sé il problema — ma che diventa tossica nel momento in cui viene usata come leva. Quando un insegnante condiziona il voto alla partecipazione a una live, non sta facendo una proposta: sta facendo una pressione. E uno studente, per quanto sveglio e consapevole, non è nella posizione di dire no liberamente. Non davvero. Perché dall’altra parte c’è qualcuno che decide se promuoverlo, se interrogarlo, se dargli sei o sette. Il consenso in una relazione asimmetrica non è mai del tutto libero, e chi lavora con i ragazzi dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Il punto è la trasparenza nella valutazione. Un voto deve essere leggibile, motivato, riproducibile — deve dire allo studente questo è quello che sai, questo è quello che ti manca. Non può dipendere da chi era online un martedì pomeriggio. La valutazione opaca non è solo pedagogicamente sbagliata: è uno strumento di controllo. E mina alla radice quella fiducia nel processo di apprendimento che dovrebbe essere la cosa più preziosa che un insegnante costruisce con i propri studenti.

E poi c’è la domanda che forse fa più male: perché nessuno ha detto niente? Perché gli studenti non si sono ribellati, non sono andati dal Dirigente, non hanno fatto rumore?

Ci sono due risposte possibili, e forse sono vere entrambe insieme. La prima: non hanno capito che quello che stava succedendo non era normale, non era giusto, non era accettabile. E questo ci dice qualcosa sul lavoro che ancora non facciamo abbastanza — insegnare ai ragazzi a riconoscere quando una relazione educativa ha smesso di tutelarli. La seconda: lo sapevano benissimo, ma erano certi che non sarebbero stati ascoltati. Che il professore famoso, quello con i milioni di follower, quello che porta lustro alla scuola, avrebbe pesato più di loro. E anche questo ci dice qualcosa — su come funziona il potere dentro le istituzioni scolastiche, e su quanto strada abbiamo ancora da fare perché uno studente si senta davvero al sicuro a sollevare la voce.

In entrambi i casi, la responsabilità non è loro.

E qui vale la pena aggiungere un’ultima cosa, perché è quella che probabilmente qualcuno starà già pensando: ma se gli studenti erano contenti? Se qualcuno si è divertito, se qualcuno ha trovato le live coinvolgenti, se non si sono sentiti sotto pressione?

Bene. Ci credo. Probabilmente è andata così per molti di loro.

Ma questo non cambia nulla.

La coercizione non si misura sulla percezione soggettiva di chi la subisce — si misura sulla struttura del meccanismo. Un datore di lavoro che condiziona lo stipendio a comportamenti non previsti dal contratto non smette di essere nel torto solo perché alcuni dipendenti erano entusiasti. Una clausola abusiva non diventa lecita perché qualcuno l’ha firmata senza lamentarsi. Il problema non è nello stato d’animo degli studenti: è nel fatto che il sistema era strutturato in modo da non permettere un rifiuto neutro, senza conseguenze.

Chi non guardava la live perdeva un’opportunità di voto. Punto. Che se ne rendesse conto o meno, che gli pesasse o meno, è un dato umano interessante ma giuridicamente e pedagogicamente irrilevante. Il reato — e uso la parola con consapevolezza — non si annulla perché la vittima non si è sentita tale.

Il danno più grande però non lo ha fatto a sé stesso. Lo ha fatto ai ragazzi cui dice di voler bene — i suoi studenti, i suoi ex studenti. Lo ha fatto a tutti quei ragazzi che non sono mai stati suoi studenti ma che in lui avevano visto qualcosa di raro: un adulto che rendeva la conoscenza desiderabile, un professore che avresti voluto avere. Che si sono ritrovati, invece, a guardare un esempio di come il potere può nascondersi dietro la simpatia.

Lo ha fatto ai colleghi. A tutti noi, di ogni ordine e grado, che ogni giorno proviamo a fare questo lavoro con serietà e che ci ritroviamo, ancora una volta, a fare i conti con un danno di immagine che non abbiamo causato ma che erediteremo comunque. In un momento storico in cui la scuola pubblica è già sotto il mirino di critiche spietate, in cui basta un episodio per alimentare la narrativa che fa più comodo a chi vorrebbe smontarla pezzo per pezzo, un caso come questo non è solo una storia individuale: è benzina su un fuoco già acceso.

E forse — e lo dico con tutto il fastidio di chi detesta dover dare ragione sulle limitazioni dell’espressione libera — forse su una cosa il ministro Valditara aveva ragione: occorre regolamentare l’uso dei social in ambito scolastico. Non per punire chi li usa bene, non per tornare a un’idea di scuola chiusa nel proprio recinto. Ma perché, ancora una volta, l’errore di uno lo paghiamo tutti. E i ragazzi, che non hanno colpa di niente, lo pagano per primi.

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Pedainstagramagogia: quando i reel sulla scuola diventano l’effetto CSI dell’educazione

A gennaio Instagram si è riempito di consigli per il rientro e, tra video di un lamantino da nutrire e capibara che ballano danze tradizionali folk (ognuno ha le sue perversioni), sono incappata in un video dove una donnina dall’aspetto gentile e dolce mostrava fogli con su scritto “maestre siate gentili, al rientro dalle vacanze raccontate loro una storia, sorprendeteli, ispirateli…”. Ho provato fastidio! Sì, lo ammetto, fastidio, ed è per questo che non ho scritto subito, prima volevo capire cosa mi infastidisse: orgoglio professionale ferito (dubito, perché so che ho sempre da imparare), storytelling tossico scolastico, oppure preoccupazione per un fenomeno già osservato in altro ambito, mia guilty pleasure, che è il true crime.

Ecco, il true crime. Ma cosa c’entra il true crime con i consigli per maestre su Instagram? C’entra eccome, e il collegamento si chiama “effetto CSI”.

Chi segue serie tv poliziesche lo sa: in 42 minuti (pause pubblicità incluse) si risolve qualsiasi caso. Il DNA viene analizzato in tempo reale mentre sorseggi un caffè, le impronte digitali trovano corrispondenza istantanea in database infiniti, da un’immagine sgranata di una telecamera al semaforo si ricostruisce in 3D il volto dell’assassino. È spettacolare, è affascinante, ed è completamente distante dalla realtà.

Questo fenomeno ha un nome preciso in criminologia: “effetto CSI”. Gli investigatori e i magistrati lo conoscono bene, perché si trovano a gestirne le conseguenze. Giurati che si aspettano prove forensi decisive in ogni processo. Famiglie di vittime che chiedono perché non si usa “quella tecnologia che ho visto in tv”. Opinione pubblica che si scandalizza per indagini che durano mesi invece che un episodio televisivo.

Il problema non è CSI in sé. Il problema è che quella narrazione crea aspettative irrealistiche su come funzionano davvero le indagini, i tempi della giustizia, i limiti tecnici e umani del lavoro investigativo. E quando la realtà non corrisponde alla fiction, la colpa ricade su chi lavora sul campo: sei incompetente, non ti impegni abbastanza, la giustizia non funziona.

Ora torniamo a quella donnina gentile con i suoi fogli su Instagram.

La pedainstagramagogia (sì, l’ho appena inventato e no, non mi pento) funziona esattamente come CSI. Crea una narrazione distorta di cosa significhi insegnare, con quali tempi, con quali strumenti, con quali risultati.

In questi reel tutto funziona perfettamente. L’insegnante arriva in classe, racconta una storia coinvolgente, i bambini pendono dalle sue labbra estasiati, la scintilla della curiosità si accende istantaneamente. Nessuno ha bisogno di andare in bagno nel momento meno opportuno. Nessuno è ancora mezzo addormentato dopo le vacanze. Nessuno sta pensando ai regali di Natale o al fatto che la mamma stamattina ha litigato col papà. La classe è un’entità omogenea perfettamente ricettiva, l’insegnante è un performer instancabile sempre ispirato, ogni momento è significativo e trasformativo.

È tutto molto aesthetic. Molto goals. Molto inspirational.

E molto, molto lontano dalla realtà materiale di un’aula.

Secondo Instagram: arrivi con una storia meravigliosa, crei aspettativa, accendi la magia, ispiri giovani menti.

Secondo la realtà: arrivi e devi ristabilire le routine, ricordare dove si appendono le giacche, gestire chi ha dimenticato l’astuccio, accogliere chi è felice di tornare e chi decisamente no, rinegoziare gli spazi di convivenza, riabituare i corpi a stare seduti, le menti a concentrarsi, il gruppo a funzionare come gruppo.

E sì, magari racconti anche una storia. O magari no, perché valuti che in quella specifica classe, con quei specifici bambini, in quel specifico momento, serve altro. Serve tempo, serve gradualità, serve normalità rassicurante. Serve professionalità nel leggere il contesto, non performance da intrattenitore.

Ma questo non è instagrammabile. Non fa engagement. Non diventa virale.

Come per l’effetto CSI, il problema non è il singolo reel. Il problema è che questa narrazione crea aspettative distorte in chi guarda da fuori: genitori, opinione pubblica, decisori politici. E queste aspettative poi ricadono sugli insegnanti come pressioni concrete.

“Perché non fai come quella che ho visto su Instagram?”

“Mio figlio si annoia, evidentemente non lo stai coinvolgendo abbastanza.”

“Basterebbe un po’ di creatività e passione per risolvere i problemi della scuola.”

Esattamente come con CSI: se le cose non vanno come nei reel, la colpa è di chi lavora sul campo. Non ti impegni abbastanza. Non sei abbastanza creativo. Non sei abbastanza ispirato. La scuola è rimasta indietro.

Si dimentica – o meglio, non viene mai mostrato – tutto il lavoro invisibile che costituisce la vera professionalità docente. La capacità di leggere il gruppo classe. Di adattare la programmazione alla realtà contingente. Di gestire contemporaneamente apprendimenti, relazioni, emozioni, corpi, tempi, spazi. Di fare scelte pedagogiche basate su competenza e non su effetto scenico. Di costruire percorsi nel lungo periodo invece che momenti wow istantanei.

Ed ecco il paradosso più stridente. Questa retorica del “maestro ispiratore”, del “momento magico”, della “scintilla che si accende” finisce per svalutare proprio il lavoro educativo vero. Perché il messaggio implicito è: basta un’idea carina, un po’ di entusiasmo, la storia giusta al momento giusto.

Come se insegnare fosse questione di performance individuale e non di competenza professionale costruita nel tempo. Come se bastasse la buona volontà e non servissero formazione, esperienza, capacità di analisi, strumenti metodologici. Come se ogni bambino rispondesse agli stessi stimoli, come se ogni classe funzionasse allo stesso modo, come se ogni contesto fosse neutro.

È la stessa logica per cui “chiunque potrebbe fare l’insegnante” – basta voler bene ai bambini, no? Esattamente come chiunque potrebbe fare l’investigatore: basta guardare le prove, no?

Ed ecco che ci ritroviamo, puntuale come la morte o le tasse (a seconda del vostro tasso di ottimismo Leopardiano) a sentire in giro, a cene o pranzi o altre situazioni sociali un genitore che, dopo aver visto il reel, chiede perché la maestra dei suoi figli non fa “quella cosa delle storie” ignorando che la maestra sta lavorando su un progetto di lungo periodo meno scenografico ma più sostanzioso.

Torniamo per un attimo a quel primo giorno di rientro. Tu hai preparato la tua storia coinvolgente, hai creato aspettativa, stai per ispirare giovani menti e… “maestra posso andare in bagno?”

Secondo la narrazione Instagram, questo è il momento del fallimento. La magia si spezza. Non hai coinvolto abbastanza. Hai perso il controllo della situazione.

Secondo la realtà professionale, questo è semplicemente… scuola. Un bambino che chiede di andare in bagno ha un bisogno reale e legittimo o semplicemente non gli frega niente della tua storia. Gestire quella richiesta – valutare se è urgente o può aspettare, se è il decimo bambino in dieci minuti e quindi forse c’è dell’altro in gioco, se è un modo per gestire l’ansia del rientro – è pedagogia tanto quanto la storia più ispirata del mondo.

È ascolto dei bisogni. È gestione dello spazio condiviso. È educazione alla convivenza. È capacità di tenere insieme la programmazione e l’imprevisto, il gruppo e l’individuo, l’ideale e il materiale e non prenderla sul personale (eddai che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta).

Ma questo richiede di accettare che il lavoro dell’insegnante non si svolge in uno spazio asettico fatto solo di menti da ispirare. Si svolge in uno spazio fatto di corpi, emozioni, bisogni fisici, relazioni complesse, contesti sociali, fatiche, gioie, routine e, sì, anche bagni.

No, ovviamente. Non sto dicendo che i consigli didattici siano inutili o che non si debba mai cercare di coinvolgere gli studenti in modo creativo. Sto dicendo che serve distinzione tra la narrazione e la realtà, tra l’ispirazione e l’aspettativa irrealistica, tra il momento esemplare e la pratica quotidiana.

Un conto è vedere un reel e pensare “interessante, potrei provare a riadattare questa idea al mio contesto”. Un altro conto è credere che quella sia la norma a cui tutti dobbiamo tendere sempre, e che se non ci arriviamo siamo professionalmente inadeguati.

Un conto è condividere pratiche didattiche. Un altro è creare una narrazione tossica che alimenta aspettative distorte e finisce per svalutare il lavoro vero.

La differenza sta nella consapevolezza del mezzo e del messaggio. Instagram non è neutro. Richiede una certa estetica, un certo ritmo, una certa semplificazione. E questo va benissimo per i lamantini da nutrire e i capibara folk (che comunque hanno la loro importanza nella salute mentale). Ma quando si applica alla rappresentazione di una professione complessa, crea distorsioni.

Forse è il momento di rivendicare la complessità e l’ordinaria straordinarietà del lavoro educativo. Quella che non entra in 30 secondi di reel. Quella che non ha un prima-e-dopo spettacolare. Quella che si costruisce giorno per giorno, con pazienza, competenza, presenza.

Quella dove “maestra posso andare in bagno?” non è il fallimento della lezione perfetta, ma parte integrante di un processo educativo che si prende cura di persone intere – non solo di menti da ispirare, ma di bambini e ragazzi con corpi, bisogni, emozioni, storie (e anche voglia di essere altrove in quel momento, esattamente come noi).

E magari, la prossima volta che incappiamo in un reel di consigli per insegnanti tra un lamantino e un capibara, possiamo permetterci di sentire quel fastidio, ascoltarlo, e chiederci: cosa sta davvero comunicando questo contenuto? A chi serve questa narrazione? Quali aspettative sta creando?

Perché se CSI ci ha insegnato qualcosa, è che quando la fiction prende il posto della realtà, a pagarne il prezzo sono sempre quelli che lavorano sul campo.

Ma ora veniamo a te, si, proprio te che mi stai leggendo! Se sei arrivato fino a qui raccontami: cosa ha fatto la maestra di tuo/a figlio/a al rientro? Se sei un docente, cosa hai fatto tu? Ma, soprattutto, cosa ne pensi della Pedainstragramogia?

Rispondimi nei commenti o seguimi su facebook, instagram (tanta ironia ma senza pedagogia) e youtube.

A presto, la tua

Maestra Imperfetta non Instagrammabile.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Partenogenesi Professionale: Il Miracolo dell’Appropriazione

C’è un fenomeno curioso che accade nelle scuole, negli uffici, nei luoghi dove le persone dovrebbero collaborare. Lo chiamo “partenogenesi professionale“: la riproduzione di idee senza bisogno dell’originale genitore.


Funziona così: proponi un progetto. Qualcuno dice “non funzionerà” / “non è opportuno” / “ci sono criticità”. Tu e chi ci crede ci lavorate comunque durante le programmazioni e studiando bene i compromessi del caso. Il progetto prende forma. Funziona. È fattibile.
E poi, miracolo: davanti a chi conta, l’idea si è riprodotta. Ha trovato un nuovo genitore. Che curiosamente è proprio chi prima la osteggiava.
Benvenuti nel club di chi ha assistito al Miracolo.

Ma attenzione! L’appropriazione intellettuale ha una sua eleganza perversa. Richiede:


Tempismo sopraffino. Non puoi dire “era mia idea!” troppo presto – quando tutti dicevano che non avrebbe funzionato, non ci guadagni nulla. Devi aspettare il momento giusto: quando qualcuno più in alto dice “interessante, fattibile”. Quello è il momento. Lì scatta il miracolo della memoria selettiva.

Memoria a geometria variabile. Improvvisamente non ricordi più di aver detto “non è inclusivo” / “ci sono problemi” / “non sono convinta”. Ricordi solo che “avevi pensato a questa soluzione”. Il cervello umano è meraviglioso.


Assenza totale di vergogna. Questo è il superpotere fondamentale. Serve una disconnessione totale tra ciò che hai detto tre mesi fa e ciò che dici oggi davanti al dirigente. Una sorta di schizofrenia professionale funzionale (in tutti i sensi).

Ma ho osservato bene questo fenomeno e mi sembra di aver notato che dietro ogni appropriazione c’è sempre la stessa cosa: l’insicurezza travestita da sicurezza.
Chi si appropria del lavoro altrui lo fa perché è più facile raccogliere i frutti che coltivare l’albero. Ma c’è un problema: i frutti raccolti non insegnano nulla sulla coltivazione.
E così si crea un circolo vizioso:


Nel frattempo, chi ha davvero lavorato osserva in silenzio e prende nota. Non per vendetta, ma per lucidità: ora sa con chi può condividere e con chi deve proteggere il proprio lavoro.

Quello che chi si appropria non capisce è il costo relazionale che sta creando.
Quando ti appropri del lavoro di qualcuno:
– Uccidi la fiducia (quella vera, non quella delle riunioni di facciata)
– Insegni alle persone integre a non condividere più idee con te
– Crei un ambiente dove chi ha valori deve proteggersi invece di collaborare
– Perdi la possibilità di crescere davvero (perché crescita = vulnerabilità, ammettere di non sapere, chiedere aiuto)

Ma l’aspetto che mi inquieta maggiormente è: cosa stiamo insegnando?
Perché i bambini vedono. Vedono chi dice una cosa e ne fa un’altra. Vedono chi prende credito per il lavoro altrui. E imparano che apparentemente funziona.
Allora mi chiedo: quando poi ci lamentiamo che “i giovani non hanno più valori”, “non c’è più rispetto”, “tutto è apparenza”… da chi pensiamo lo possano avere imparato?

Ora, se permettete, vorrei dare alcuni consigli pratici per chi volesse intraprendere la carriera di Appropriatore Seriale (carriera potenzialmente proficua anche se non onesta):


1. Mai opporsi troppo violentemente all’inizio – lascia un margine di ambiguità. “Non sono convinta” funziona meglio di “È un’idea terribile”. Più facile fare retromarcia dopo.
Usa giustificazioni nobili quando ostacoli – “Ci sono criticità”, “Pensiamo ai bambini”. Poi quando ti appropri, usa le STESSE frasi. Coerenza è sopravvalutata.


2. Aspetta sempre che qualcuno più in alto approvi prima di dichiararti genitore dell’idea. I dirigenti sono come il sole: l’idea fiorisce quando loro la illuminano.

Scherzi a parte, quanto vissuto fino ad oggi mi ha fatto riflettere su cosa significa davvero integrità professionale.
L’integrità non è quando tutti ti guardano. È quando potresti appropriarti di qualcosa e nessuno se ne accorgerebbe, ma non lo fai. È dare credito anche quando non sei obbligata.
L’integrità è costosa. Costa visibilità, costa riconoscimento immediato, costa la tentazione di “vincere facile”.
Ma ha un vantaggio: ti fa dormire bene la notte meglio della melatonina o di qualsiasi farmaco. E ti fa guardare allo specchio senza dover distogliere lo sguardo.


Quando qualcun altro si è appropriato di un progetto, su cui si è lavorato in gruppo, davanti a chi conta, ho scelto di concentrarmi sui bisogni del bambino per cui tale progetto esisteva perché era l’obiettivo reale.
Ma ho anche scelto di ricordare.


In questi nove anni ho imparato che esistono due tipi di colleghi:


– Quelli con cui puoi costruire

– Quelli da cui devi proteggerti

E questa è informazione preziosa.

Cosa fare se ti succede?
Documenta. Email, verbali, messaggi. Non per guerra futura, ma per chiarezza.


– Metti confini. Con chi si è dimostrato inaffidabile, condividi meno. Non è cattiveria, è protezione.
– Continua a lavorare bene. Per i bambini, per te stesso/a, per i colleghi che meritano fiducia. Non lasciare che l’ipocrisia altrui ti tolga la gioia del tuo lavoro.
– Scegli con chi collaborare. Non tutti meritano le tue idee, il tuo tempo, la tua creatività.


E soprattutto: non trasformarti in quello che critichi. La tentazione di “giocare al loro gioco” è forte. Resisti. Perché la differenza tra te e chi si appropria non è l’intelligenza o la competenza.
È l’integrità. E quella non è negoziabile.

Ora veniamo a te, che mi stai leggendo! Se hai letto fin qua, quando è stata l’ultima volta che hai dato credito a qualcuno che non dovevi?

E quando è stata l’ultima volta che hai “dimenticato” di darlo?

Se dovessi spiegare a un bambino cosa significa integrità professionale, cosa diresti?

Forse è ora di smettere di considerare l’onestà intellettuale come un optional poetico, e iniziare a vederla per quello che è: la base minima per una collaborazione vera.
Non chiedo catarsi collettiva. Chiedo pensiero critico.
Anche solo per cinque minuti.


Con affetto caustico,


Una Maestra Imperfetta ma onesta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Allora bambini, oggi parliamo di come NON vi parleremo di sesso

Buonasera a te che mi stai leggendo ora. Prepara la tisana calmante perché, se sei docente, assicuro ce ne sarà bisogno molto più di quanta ne occorra per sopportare i commenti sui presunti “tre mesi di ferie” o altre amenità del genere.

Lunedì 20 ottobre, in macchina verso casa di mia madre, Radio 104 mi regala il nuovo tormentone nazionale: una proposta di legge della Lega, firmata dal nostro ministro, che vorrebbe cancellare l’educazione sessuale fino alle superiori. E anche lì, solo con consenso scritto dei genitori. Praticamente come per le gite scolastiche, ma con più imbarazzo.

Di solito non parlo di proposte di legge prima che diventino realtà (sono ottimista di natura), ma questa volta non posso proprio esimermi. Perché se passa, ci ritroveremo con generazioni di adolescenti che impareranno l’educazione sessuale da TikTok. E fidatevi, ChatGPT probabilmente farebbe un lavoro migliore di molti genitori che ancora credono che i figli nascano sotto i cavoli.

La mia educazione sessuale (spoiler: un disastro)

Alle medie – sì, si chiamavano ancora così quando i dinosauri camminavano sulla Terra – venne in classe una biologa. Ci fece una testa così sulla genetica: mendelismo, cromosomi, DNA. Bellissimo, un bel 10 in scienze. Peccato che della masturbazione non parlò nemmeno per sbaglio.

Risultato? Le compagne “scafate” si rivolgevano alla posta del cuore di Cioè, e alla gita delle superiori due mie compagne ubriache piangevano perché avevano scoperto – sorpresa! – che senza protezioni la gravidanza era un rischio concreto. E porvi rimedio comportava un costo emotivo che nessuna posta del cuore ti prepara ad affrontare.

Mi sono posta questa domanda da quando ho sentito la notizia. E dopo aver parlato con amici e colleghi, il quadro è chiaro: è questione di fortuna.

  • Becchi il prof giusto? Ne parli serenamente
  • Non lo becchi? Finisci su Reddit o, peggio, su forum dove “xXxDarkLord98xXx” ti spiega che il coito interrotto è affidabile al 100%

Io, semplice maestra, sono passata dall’essere assalita da dieci-undicenni curiosi che mi mostravano un’illustrazione anatomicamente corretta di un rapporto sessuale (sì, ho dovuto fare appello a tutto il mio aplomb per non spedirli a quel paese) a bambini della stessa età per cui esistevano solo pallone e penne glitterate.

La curiosità non è democratica. E noi facciamo ipocritamente finta di niente.

Andiamo ai dati, perché l’aneddotica è divertente ma poco scientifica:

Secondo il Laboratorio Adolescenza (2023):

  • 1 ragazza su 4 nella fascia 12-14 anni ha avuto il menarca prima degli 11 anni
  • Il trend è in aumento (studio SisMer 2024)

Traduzione per chi non mastica pedagogia: una fetta non trascurabile di bambine di 10-11 anni sta già attraversando la pubertà. E tu, maestra, le devi spiegare cosa sta succedendo al loro corpo senza fare “educazione sessuale” (quella no, ci vuole l’esperto autorizzato dai genitori).

In pratica: “Cara, ti sta crescendo il seno e tra poco sanguinerai una volta al mese, ma NON posso spiegarti perché. Chiedi a mamma, alle amichette, alla cugina o a TikTok. Buona fortuna!”

Membri per diabetici, direbbe qualcuno.

Posto che parlare di sesso ai bambini non è facile (dei preadolescenti non ne parliamo, sono peggio), mi sono chiesta: abbiamo ancora addosso il retaggio cattolico?

Risposta breve: sì e no.

Nel 2025 gli italiani mostrano crescente apertura: più contraccettivi, accettazione delle relazioni omosessuali (evviva), riduzione del divario di genere (evviva al quadrato). Ma:

  • Quasi un terzo della popolazione considera il sesso ancora “tabù” o “delicato”
  • La percezione è più forte tra i giovani 18-30 anni (28%) e gli adulti 35-55 (31%)

Traduzione: i genitori di oggi sono più sessuofobici dei figli. Perfetto, no?

Possiamo fare mille discorsi sulla cultura patriarcale, sulla rivoluzione sessuale, sui social che hanno normalizzato tutto (porno, sexting, revenge porn), ma la verità è semplice: abbiamo paura di parlare di una cosa che facciamo tutti (altrimenti la popolazione umana sarebbe un ricordo…oddio, sta già diminuendo in effetti…).

Guardiamo cosa succede nel resto d’Europa, giusto per farci venire un po’ di invidia (e prepariamo il gastroprotettore).

In Italia: educazione sessuale non obbligatoria, affidata a “iniziative regionali” (traduzione: chi si improvvisa quando capita). In 15 anni abbiamo prodotto 39 progetti, di cui 23 “one-off” – cioè facciamo una cosa, poi ce ne dimentichiamo come i buoni propositi della dieta e palestra. La formazione docenti? Volontaria. E a pagamento, ovvio.

Nel resto d’Europa: educazione sessuale obbligatoria nell’85% dei Paesi, con curriculum nazionali, linee guida dettagliate e 120-150 progetti per Paese. In Finlandia hanno addirittura un modulo di laurea dedicato. Nel 70% dei Paesi UE iniziano già alle primarie.

I risultati? DAL 2018 al 2023:

In Europa: riduzione del 15-20% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST (Infezioni Sessualmente Trasmissibili), maggiore consapevolezza su consenso e relazioni sane.

In Italia: In Italia (nelle regioni dove qualche santo ha fatto partire programmi CSE): riduzione del 24% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST,  maggiore consapevolezza del consenso ed utilizzo di contraccettivi. Praticamente funziona ma a macchia di leopardo.

In Italia preferiamo affidare tutto a 39 progetti sparsi in 12 regioni su 20 (il Sud praticamente assente, perché lì forse i bambini nascono ancora sotto i cavoli o li portano le cicogne?). E poi ci chiediamo perché i ragazzi credono che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo affidabile (quando non pensano che basti un bacio per una gravidanza).

Il punto non è se dobbiamo fare educazione sessuale. Il punto è che i ragazzi se la faranno comunque – ma su PornHub, su forum dubbi, su TikTok.

Preferiamo davvero che un quattordicenne impari il sesso da “xXxAlphaMan2010xXx” piuttosto che da un adulto preparato e formato? Dai genitori sappiamo che in molti casi è fuori discussione perché ad una certa età non vengono considerati nemmeno più confidenti.

Ma forse il problema è nostro. Se parlare di sesso ci fa ancora paura, crea imbarazzo e timori, forse siamo noi che trasmettiamo il tabù evitando l’argomento.

Potrebbe anche venire il giorno in cui un bambino chiederà a ChatGPT come nascono i bambini. E chissà, magari la risposta sarà migliore di “te lo spiego quando sarai più grande”.

O magari gli citerà un trend di TikTok.

Nell’attesa torno a ragionare e riflettere

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Se questa proposta di legge passa, preparatevi a generazioni che pensano che il ciclo mestruale sia una fase lunare e che il petting sia un modo per accarezzare il cane.

Buona fortuna, Italia. Ne avremo bisogno.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La Sindrome di Davigo: Quando l’Antipatia Diventa Prova

Ovvero: come trasformare il pregiudizio in metodologia educativa

Nel podcast “Sentenze” di Giovanni Zagni e Giovanni Gasperini – che consiglio caldamente per la competenza giuridica e la capacità divulgativa – ho ancora una volta appurato quanto la realtà spesso superi la letteratura nel dipingere l’animo umano. È il caso del rigidissimo ex giudice Davigo.

Ah, che sollievo sentire qualcuno che finalmente ha il coraggio di ammettere quello che tutti sappiamo ma fingiamo di ignorare: che il nostro senso di giustizia è calibrato sulla simpatia e l’antipatia quanto un orologio rotto sul tempo esatto.

Il buon Davigo – che evidentemente ha confuso il codice penale con il Malleus Maleficarum – ci ha regalato una perla di saggezza degna di essere incisa sui muri delle aule di tribunale: “Gli innocenti sono colpevoli che l’hanno fatta franca”.

Tradotto dal giuridichese: “Se non ti ho ancora beccato, è solo questione di tempo, furfante!”. Una filosofia che farebbe impallidire Kafka per la sua logica cristallina e renderebbe Torquemada un garantista liberal.

L’Ipocrisia del Nostro Sdegno

La nostra prima reazione è di orrore. Rifuggiamo questa frase come un pensiero intrusivo che ci spaventa proprio perché, avendolo avuto, temiamo di condividerlo. Quindi ci indigniamo. No, noi non la pensiamo così, quindi non agiamo così!

Ma siamo davvero sicuri?

Riflettiamo attentamente sui nostri comportamenti quotidiani. Quando la soglia dell’attenzione si abbassa, quando la stanchezza e i problemi si fanno sentire, possiamo onestamente affermare con certezza di non scivolare su questa logica?

Forse agiamo in modo non troppo diverso, solo che invece di mandare in galera innocenti, rischiamo di minare l’autostima dei bambini – molto più raffinato, molto più socialmente accettabile perché sfumato e quasi invisibile.

Kevin vs Brunetto: La Giustizia in Aula…non di tribunale

Certo, non dico che lo si faccia intenzionalmente – almeno non tutti – ma se ci pensiamo bene, almeno una volta abbiamo tutti giudicato quel bambino che ci guardava storto, quello che aveva “la faccia da l’ho fatto io” anche quando dormiva. Quello che, appena succedeva qualcosa, tutti gli occhi si voltavano verso di lui come girasoli verso il sole del sospetto.

E che dire di quella sottile, impercettibile differenza di trattamento tra Brunetto Bravo-in-Tutto e Kevin Combina-Guai? Quando manca la matita, il primo “forse l’ha dimenticata a casa”, il secondo “sicuramente l’ha nascosta per non fare il compito”. Stessa situazione, due pesi e due misure, perché la faccia da innocente è un privilegio che si guadagna sul campo della simpatia.

L’Effetto Aureola: L’Altra Faccia della Medaglia

Il problema funziona anche al contrario: ammettiamolo, almeno a noi stessi – quante volte abbiamo fatto finta di non vedere quando il nostro piccolo angioletto combinava disastri, perché “impossibile, lui è così bravo”? L’effetto aureola è potente quanto il pregiudizio.

La Confessione di un’Educatrice Imperfetta

Quindi, cari colleghi, compagni inconsapevoli in questa generale ipocrisia pedagogica, la prossima volta che Kevin viene accusato di aver fatto sparire la merenda di Brunetto, chiediamoci se forse – dico forse – anche i nostri neuroni sono stati contaminati dalla Sindrome di Davigo.

La vera domanda non è se siamo tutti un po’ giustizialisti da strapazzo, ma se avremo mai il coraggio di ammettere che il nostro “intuito pedagogico” è spesso solo un pregiudizio ben vestito.

So che a volte il nostro intuito fa centro, ma dobbiamo imparare a riconoscere quando rischia di farci sbagliare. Come? Non ho risposte, ma non smetterò mai di cercarle. Se qualcuno di voi ha trovato strategie efficaci, le condivida pure nei commenti.

Alla prossima sindrome

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. – Kevin, se stai leggendo questo da adulto, mi dispiace per quella volta che ti ho dato la colpa solo perché eri l’unico sveglio durante la lezione. Probabilmente eri davvero innocente…forse.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus, Sopravvivenza Docenti

Mamma, c’è un senzatetto in salotto! (Spoiler: non c’è)

L’orrore ha un volto, e stavolta si chiama “AI Homeless Man Prank”

Oggi parliamo di una di quelle cose che, quando le senti, pensi “no dai, non è possibile”. E invece sì, è possibilissimo. Anzi, è già successo… parecchie volte.

Scenario: sei al lavoro (o a far la spesa, etc), tuo figlio adolescente è a casa e ti arriva un messaggio: “Mamma, c’è uno in casa. Non lo conosco. È vestito strano. Dice che ti conosce. Che faccio?”

Allegata: una foto. Il vostro salotto. Il divano beige comprato l’anno scorso da IKEA dopo tre ore di litigio sulla tonalità…lì, seduto come fosse a casa sua, un uomo con abiti laceri, barba incolta, sguardo perso.

Cosa fai? Chiami la polizia. Corri verso casa. Il cuore a mille. Le mani che tremano sul volante.

Arrivi. La polizia è già lì. Tuo figlio apre la porta ridendo: “Era uno scherzo! Che figata l’intelligenza artificiale!”

Benvenuti nel nuovo trend virale (per ora solo negli USA) su TikTok: l’AI Homeless Man Prank.

E io, da maestra imperfetta che vive nella trincea ogni santo giorno, vi dico: abbiamo toccato il fondo e abbiamo iniziato a scavare.


Non è nemmeno complicato:

  1. Fai una foto al tuo salotto
  2. Usi un’app di AI (ce ne sono milioni, gratis)
  3. L’AI ci piazza dentro un senzatetto fotorealistico
  4. Mandi la foto (o il video) ai genitori con messaggi terrorizzati
  5. Registri la loro reazione (ovviamente, che sennò dove starebbero i like?)
  6. Li guardi impazzire di paura
  7. Ridi
  8. Pubblichi su TikTok

Semplice, veloce, efficace.

E completamente, totalmente, devastantemente sbagliato.


Fermiamoci un attimo qui. Perché hanno scelto proprio i senzatetto per questo “scherzo”?

Non un vicino sorridente. Non il postino. Non uno zio. No. Un senzatetto.

Perché nella loro testolina di adolescenti iper-connessi ma socialmente anestetizzati, il senzatetto = minaccia. Paura. Pericolo. Chi gli ha dato questa percezione? Indovinate un po’…

Una persona in fragilità sociale è diventata il mostro del film horror.

E nessuno si è fermato un secondo a pensare: “Ehi, ma stiamo parlando di esseri umani, no?”

Zero empatia. Zero pensiero critico. Zero umanità.

Ecco, questo da solo basterebbe per fermare tutto. Ma continuate  vi prego…

Sapete cosa succede quando mandi quella foto a tua madre? Lei chiama il 112. Ovvio. Normale. Giustissimo.

E la polizia manda una pattuglia. Perché il loro lavoro è quello: intervenire quando c’è un’emergenza.

Solo che l’emergenza non c’è.

E mentre quella pattuglia è lì, da te, a scoprire che tuo figlio è un genio del male (o hai cresciuto un  idiota, a scelta) con lo smartphone, da qualche altra parte qualcuno che ha davvero bisogno aspetta.

Negli Stati Uniti le forze dell’ordine hanno dovuto diramare comunicati ufficiali per chiedere di smettere. Traduzione: i centralini stavano saltando per aria.

Non è più “uno scherzo innocente”. È sabotaggio di un servizio pubblico. E se qualcuno volesse fare una denuncia per procurato allarme, avrebbe tutte le ragioni di questo mondo.

“Ma dai, era solo uno scherzo!”

Sì, certo. Come quando ti dico “FUOCO!” mentre dormi e poi rido perché “scherzavo”.

Il tuo corpo ha già reagito. L’adrenalina è partita. Il sistema nervoso ha fatto il suo lavoro. Hai creduto, per quei minuti interminabili, che tuo figlio fosse in pericolo.

Quello non si cancella dicendo “tranquilla, era l’AI”.

E la fiducia tra te e tuo figlio? Quella ci metterà un bel po’ a tornare. Se torna.


Qui si apre un discorso che mi sta particolarmente a cuore.

Una volta, per fare un fake credibile servivano:

  • Ore di lavoro
  • Competenze avanzate di Photoshop
  • Foto stock (le migliori sempre drammaticamente a pagamento)
  • Capacità di gestire luci, ombre, prospettive

Ora? App gratuita. 30 secondi. Zero competenze. Risultato fotorealistico.

L’intelligenza artificiale ha democratizzato la capacità di mentire in modo perfetto.

Non è colpa dell’AI, sia chiaro. L’AI è uno strumento. Come un coltello: puoi usarlo per tagliare il pane o per accoltellare qualcuno. La scelta è tua.

Ma è come dare una Ferrari a uno che ha la patente da una settimana: tecnicamente può guidarla. Praticamente, è un disastro annunciato.

E noi cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo dato la Ferrari. A 13 anni. Senza istruzioni. Senza accompagnatore. E ci meravigliamo se poi fanno danni.


Sì. Sono adolescenti. Con un cervello in costruzione dove la corteccia prefrontale (quella che gestisce “hmm, forse questa cosa ha delle conseguenze”) non è ancora a posto.

Ma questo spiega, non giustifica.

Perché a 14-15-16 anni sai benissimo cosa significa terrorizzare tua madre. Lo sai. Semplicemente scegli di non pensarci.

Perché? Perché i like su TikTok valgono più del benessere psicologico di chi ti ha cresciuto.

E questa scala di valori completamente ribaltata è il vero, grosso, enorme problema.


Parlane PRIMA che succeda. Non aspettare di essere la vittima dello scherzo. Mostra questo articolo. Fai vedere i video. Spiega perché è grave.

E stabilisci conseguenze chiare. “Se lo fai, succede questo.” E poi mantienile. Sempre. Perché se cedi, hai appena insegnato che le tue parole non valgono nulla.

Porta questo caso in classe. È oro colato per parlare di:

  • Etica (non solo digitale);
  • Empatia (o la sua assenza totale);
  • Conseguenze delle azioni;
  • Fake news e disinformazione;
  • Disumanizzazione.

Fai esercizi di “pensiero consequenziale”: “Se fai X, cosa succede? E poi? E poi?” Alleniamo quel pezzo di cervello che ancora non funziona bene.

E soprattutto: parliamo di senzatetto come esseri umani. Non categorie. Non statistiche. Persone. Con storie. Con dignità. Con tutto il diritto di non essere usati come spaventapasseri digitali.

Fermati un secondo.

Pensa a tua madre, tuo padre, chi ti vuole bene, al personale di pubblica sicurezza che per un falso allarme potrebbe poi non essere in condizione di intervenire in tempo per un reale allarme. 

Ora immagina di ricevere quella foto. Di credere che sia vera. Di pensare che la persona che ami di più al mondo sia in pericolo.

Immagina quella corsa disperata. Quel terrore. Quella chiamata al 112 con la voce che trema.

Ora dimmi: fa ancora ridere?


Cosa stiamo crescendo?

Una generazione che ha strumenti potentissimi ma zero senso di responsabilità.

Una generazione che non comprende che non esiste confine tra reale e virtuale perché ciò che sembra virtuale di fatto ha conseguenze sul reale.  

Una generazione che misura il valore di un’azione in visualizzazioni, non in conseguenze.

E la colpa non è loro. È nostra.

Nostra, che gli abbiamo dato smartphone a 10 anni senza un minimo di educazione digitale.

Nostra, che abbiamo normalizzato i social come metro di valore personale.

Nostra, che non abbiamo insegnato l’empatia perché nemmeno noi l’abbiamo capita.

Nostra, che davanti a questi fenomeni reagiamo sempre troppo tardi. Sempre a rincorrere. Sempre a dire “ma come hanno potuto?”


Tra qualche settimana questo trend passerà. Ne arriverà un altro. Probabilmente peggiore. Perché la creatività nell’uso distorto della tecnologia non ha limiti.

E noi saremo ancora qui, a rincorrere, a mettere toppe, a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Oppure possiamo iniziare a parlarne PRIMA.

Prima che vostro figlio lo faccia. Prima che il centralino della polizia salti. Prima che qualcuno si faccia davvero male.

L’intelligenza artificiale non sparirà. Diventerà solo più potente, più accessibile, più convincente.

La domanda non è “come fermiamo la tecnologia?”

La domanda è: “Come cresciamo esseri umani che sappiano usarla senza perdere l’umanità?”

E questa risposta, ve lo garantisco, nessuna AI potrà mai darcela.

Toccherà a noi. Con tutta la nostra imperfetta, faticosa, bellissima umanità.


Questo articolo nasce dalla puntata “Mamma, un senzatetto in salotto!” di Good Morning Privacy. L’ho scritto perché credo che l’informazione sia il primo strumento di prevenzione. Condividetelo pure. Ma leggetelo tutto prima. Il pensiero critico inizia da lì.

Pubblicato in: opinionibus

L’Arte Perduta dell’Autoregolazione: Quando Diventiamo Schiavi delle Nostre App

Riflessioni di una ribelle digitale tra gelati, sagre e il coraggio di scegliere

Premessa

Scrivo questo articolo con un gelato da 500 calorie in una mano e zero sensi di colpa nell’altra.

È proprio durante questi momenti di pausa che emergono le riflessioni più lucide sulla nostra società. E quella di oggi è particolarmente amara: forse stiamo perdendo l’arte dell’autoregolazione.

Tra una festa patronale e una sagra di paese, ascoltando podcast vari ho riflettuto su un fenomeno inquietante: sempre più adulti si affidano all’intelligenza artificiale per pianificare le proprie giornate.

Ma quando esattamente abbiamo smesso di essere capaci di autoregolazione?

Non sto parlando di ottimizzazione aziendale o di gestione di progetti complessi o pianificazione della vita in famiglia (con bambini specialmente) o del viaggio (quello richiede necessariamente un minimo di pianificazione). Parlo di persone che chiedono a ChatGPT quando fare la doccia, cosa mangiare a colazione, come organizzare il weekend. Adulti funzionali che hanno deciso di delegare a un algoritmo le decisioni più basilari della loro esistenza e scaricano app che gli ricordino quando mangiare, bere e chissà che altro.

Il Paradosso della Complessità Umana

Ricapitoliamo i nostri successi come specie: abbiamo inventato la ruota, creato opere d’arte che attraversano i millenni, sviluppato cure per malattie che un tempo erano mortali. Eppure non riusciamo più a decidere autonomamente quando bere un bicchiere d’acqua.

La collezione delle assurdità digitali del 2025 include:

App per pianificare la giornata al minuto, perché evidentemente andare in bagno senza programmazione è pura anarchia.

App per ricordarsi di bere acqua, e qui mi fermo davvero stupita: non sapete più quando avete sete? Il vostro corpo non vi manda più segnali comprensibili?

App per la mindfulness, che è forse il paradosso più grande di tutti. Per raggiungere la consapevolezza del momento presente utilizziamo uno strumento che ci distrae dal momento presente. Come direbbero a Genova: “Battitene u belin” – questa è vera mindfulness versione dialettale.

La Paura delle Conseguenze

Ma perché siamo arrivati a questo punto? La risposta è più semplice di quanto sembri: abbiamo paura delle conseguenze delle nostre scelte.

Decidere significa scegliere. Scegliere comporta assumersi responsabilità. E le responsabilità portano inevitabilmente conseguenze che dobbiamo pagare di persona.

Facciamo esempi concreti dalla vita reale:

Se scelgo di andare in riviera nel weekend, so già che mi aspettano tre ore di coda, la ricerca spasmodica di un parcheggio e il conseguente stress da traffico. Conseguenze prevedibili e fastidiose, ma il prezzo del mio piacere. Sta a me decidere se pagare quel prezzo.

Se come insegnante decido di mettere una nota al bambino che da sette giorni non fa i compiti, so che forse dovrò affrontare genitori inferociti che mi spiegheranno che loro figlio è “dislessico-disgrafico-disortografico-discalculico” (stranamente mai certificato e miracolosamente guarito quando prende bei voti).

Ecco forse il perché alcuni adulti delegano all’intelligenza artificiale: non per pigrizia, ma per vigliaccheria emotiva. L’AI non deve gestire le conseguenze sociali delle nostre decisioni, non deve affrontare le critiche, non deve giustificare le scelte impopolari e sembra di fare la cosa giusta, cosa che se scegliamo autonomamente non sapremo fino a che non arriveranno le conseguenze. L’AI ci dona in realtà l’illusione di fare la scelta giusta ma alla fine, qualsiasi cosa sceglieremo, ne pagheremo le conseguenze.

La Trappola dei Metodi Miracolosi

Parallelamente a questa dipendenza dall’AI, assistiamo al proliferare di metodologie (e guru vari) che promettono di ottimizzare la nostra produttività attraverso la rigida pianificazione temporale.

Tempo fa mi iscrissi al canale Telegram di una donna simpatica che insegna disegno. Il perché rimane un mistero anche per me, considerando che poi non seguo mai questi contenuti (non perché non sia brava ma perché mi faccio assorbire dalla vita fuori dallo smartphone), ma mi colpì il suo consiglio: “Metti un timer di 5-10 minuti e disegna ogni giorno”.

Il mio compagno, in una chiacchierata in macchina su questo tema, mi ha citato, non senza quell’ironia caustica che mi ha fatta innamorare di lui, il metodo pomodoro di cui gli avevano parlato.

Il metodo Pomodoro, il metodo 30-10, il metodo questo-e-quell’altro…

Alcuni adulti vanno alla ricerca di un metodo per scandire il tempo, regolarlo, imbrigliarlo in attività più o meno produttive ma non ha alcun senso interrompere artificialmente il flusso creativo o lavorativo per rispettare il timer.

Quando lavori, la concentrazione dura quello che deve durare: trenta minuti, sessanta, novanta. Dipende dal compito, dalla giornata, dal tuo stato mentale. La pausa caffè è sacra e necessaria, ma arriva naturalmente quando il cervello ne ha bisogno, non quando suona la campanella digitale.

Se spezzi il flusso ogni 25 minuti come un cronometro nevrotico, poi fai il triplo della fatica a ripartire. È come interrompere un musicista nel mezzo di un assolo per dirgli: “Pausa, riprendi tra cinque minuti”.

Il Disegno come Metafora della Vita

L’esempio del disegno è particolarmente illuminante, ma vale per qualsiasi hobby o forma espressiva. Per l’atto creativo – a meno che tu non sia un illustratore professionista con deadline – la regola dovrebbe essere semplicissima: disegna quando ne hai voglia e solo se ne hai voglia.

Pace se non lo farai tutti i giorni. Il mondo non imploderà. L’importante è che quando prendi in mano la matita lo fai per piacere, non per rispettare il comando di un timer.

Questa ossessione per la quantificazione e la programmazione rigida sta uccidendo proprio quello che dovrebbe alimentare: la spontaneità, la creatività, la gioia di fare le cose.

Confessioni di un’Anarchica Digitale

Devo ammettere di essere una persona allergica a confini e costrizioni di qualsiasi genere. Mi definisco un’anarchica, il che non significa “senza regole” – come spesso si fraintende – ma piuttosto “con le mie regole, basate sul buon senso e sul rispetto reciproco”.

Probabilmente sono io che sbaglio. Forse questa pianificazione ossessiva funziona davvero per qualcuno, non lo escludo a priori. Ma mi sembra che si stia esagerando con metodologie che – al di là degli studi accademici in vista di esami importanti o lavori che richiedono un timing preciso e una certa organizzazione- non hanno alcun senso di esistere nella vita quotidiana.

Il Segreto di Pulcinella: Conosciti

La soluzione non è nell’ennesima app rivoluzionaria o nel metodo del momento. Il segreto è antico quanto l’umanità: conosciti (e già Socrate lo aveva capito).

Scopri quando lavori meglio, come funzioni, qual è il tuo ritmo naturale. Non quello suggerito dall’influencer di turno o dall’algoritmo più avanzato, ma il TUO.

Sperimenta, sbaglia, riprova fin quando non capisci quando funzioni meglio.

Alcuni sono più produttivi la mattina presto, altri la sera tardi. C’è chi ha bisogno di lunghe pause e chi preferisce sessioni intense. C’è chi pianifica tutto e chi improvvisa. Nessun metodo è universalmente giusto o sbagliato.

La Vera Rivoluzione: Il Coraggio di Essere se Stessi

Il problema non è che l’intelligenza artificiale ci sostituirà nel lavoro. Il vero problema è che ci stiamo sostituendo nel coraggio di vivere secondo la nostra natura.

Abbiamo barattato l’autenticità con la sicurezza dell’omologazione digitale. Preferiamo seguire le indicazioni di un’app piuttosto che ascoltare i segnali del nostro corpo e della nostra mente.

Ma la vita non è un progetto da ottimizzare, è un’esperienza da vivere. E per viverla pienamente dobbiamo recuperare il coraggio di fare scelte imperfette, di accettare le conseguenze, di sbagliare e imparare.

Conclusione (Scritta Rigorosamente Senza Timer)

Mentre concludo questo articolo – senza aver consultato alcuna app per sapere se fosse il momento giusto per farlo – mi godo gli ultimi raggi di sole di questa giornata di vacanza.

Domani potrei scegliere di andare a un’altra sagra, oppure restare a casa a leggere, o magari fare una passeggiata senza meta. Non lo so ancora, e questa incertezza non mi spaventa. Anzi, mi entusiasma.

Perché decidere significa essere vivi. E essere vivi significa accettare l’imprevisto, l’imperfezione, le conseguenze delle nostre scelte.

L’autoregolazione non è un’abilità che abbiamo perso per sempre. È un muscolo che possiamo riallenare, ogni giorno, con ogni piccola decisione presa in autonomia.

Iniziate da cose semplici: bevete quando avete sete, mangiate quando avete fame, riposatevi quando siete stanchi (impegni lavorativi e familiari permettendo). Ascoltate il vostro corpo prima dell’app, la vostra intuizione prima dell’algoritmo.

La rivoluzione più radicale del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a essere umani.

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Questo articolo è stato scritto in più sessioni, senza timer, seguendo il flusso naturale dei pensieri. E il gelato era davvero buonissimo.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Adolescence e lo sguardo che non scappa

La serie Adolescence non ha fatto solo parlare di sè per mesi, ma ha vinto tutto agli Emmy 2025. Sei premi, tra cui quello per la migliore serie limitata (per fortuna, anche solo una puntata in più avrebbe fatto venire un infarto o sviluppato paranoia in genitori, docenti ed educatori). Stephen Graham miglior attore protagonista (meritatissimo). Un trionfo annunciato.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che ci mostra un tredicenne accusato di omicidio, e nessuno — né genitori, né insegnanti, né spettatori — sa davvero cosa fare. Non è una serie da capire. È una serie da attraversare.

Il linguaggio del trauma

Ogni episodio è girato in piano sequenza. Non c’è stacco, non c’è respiro. È il linguaggio del trauma, non della narrazione. Quando guardi Jamie, il protagonista, non hai scampo: sei costretta a rimanere lì, con lui, nel suo silenzio assordante.

Le emoji non sono decorazioni: sono sintassi emotiva di un mondo adolescenziale che trova nuovi linguaggi preclusi al mondo adulto. E gli adulti, come da tradizione, non le capiscono.

Noi maestre, noi educatori, quante volte ci siamo trovati davanti a questi codici cifrati? Quante volte abbiamo liquidato come “stupidaggini” quelli che invece erano disperati tentativi di comunicazione?

L’assenza che pesa

I genitori sono assenti. Gli insegnanti sono comparse. Il sistema scolastico è un corridoio vuoto.

Questa frase mi ha colpita come un pugno allo stomaco, non ricordo bene dove l’ho sentita ma non se ne va perché è vera. Perché troppo spesso, quando un ragazzo implode, ci accorgiamo di essere stati solo delle comparse nella sua vita. Presenti fisicamente, assenti emotivamente.

Nessuno salva Jamie, il protagonista. E forse non c’è nulla da salvare. Solo da vedere.

L’implosione silenziosa

Jamie non grida. Non si difende. Implode. E tu, che hai visto bambini implodere senza fare rumore, sai cosa significa. Sai che non serve un lieto fine. Serve uno sguardo che non scappa.

Quanti Jamie ho incontrato in questi anni di insegnamento? Ragazzini che non disturbano, che non danno problemi, che rimangono seduti in silenzio mentre dentro di loro crolla tutto. Quelli che fanno meno rumore sono spesso quelli che stanno peggio. Quelli che non disturbano il mondo adulto con i loro problemi, che sembrano tranquilli e docili, che assecondano le nostre aspettative, non sono sempre necessariamente resilienti.

Adolescence ci obbliga a guardare questa implosione senza offrirci il comfort di una soluzione facile. Non c’è la maestra che salva il bambino difficile. Non c’è il genitore che finalmente capisce. Non c’è il lieto fine che ci assolve.

Il coraggio di non educare

Adolescence non redime. Non educa. Non spiega. E forse è proprio questo il suo valore.

Come educatori, siamo abituati a cercare sempre la lezione, la morale, il messaggio edificante. Ma a volte la lezione più importante è accettare che non tutto può essere riparato, non tutto può essere spiegato, non tutto ha un senso che possiamo decifrare.

L’adolescenza non è una fase da superare. È un luogo da abitare. Anche se fa male.

Lo sguardo che resta

Cosa significa, per noi che lavoriamo con i ragazzi, avere “uno sguardo che non scappa”?

Significa rimanere anche quando vorremmo andarcene. Significa non cercare soluzioni immediate quando il problema è troppo grande per le nostre competenze. Significa accettare che il nostro ruolo, a volte, è semplicemente quello di testimoni.

Non sempre possiamo salvare. Ma possiamo sempre vedere. E far sentire ai nostri ragazzi che qualcuno li sta vedendo, davvero, senza giudicare, senza cercare di aggiustare tutto subito.

L’illusione del controllo

Mia sorella ha visto la serie ed è rimasta sconvolta. Ha criticato severamente le famiglie che fanno uscire i ragazzini così giovani (11-13 anni) la sera fino alle dieci e mezza, sostenendo che certe abitudini non sono educative e possono essere “di una certa cultura”.

Al di là della cultura, non penso che i divieti possano servire a qualcosa. Non è chiudendo in casa tuo figlio o figlia e incatenandolo al termosifone che lo salvi, anzi… Il problema di Adolescence è che ti fa vedere che anche il figlio o la figlia più educati, intelligenti e apparentemente miti possono sobbollire ed esplodere. E che la verità più amara è che non conosciamo mai davvero chi cresciamo.

È consolatorio pensare che basti fare tutto “per bene” – orari giusti, regole chiare, controlli serrati – per evitare i disastri. Ma Jamie non è il figlio trascurato di genitori assenti. È quello che potrebbe essere nostro figlio. E questa consapevolezza fa più paura di qualsiasi storia di degrado sociale.

A conferma di questa verità amara è l’ultima frase del padre che, guardando la sorella maggiore di Jamie, dice alla moglie: “Gli abbiamo dato tutto, perché lui non è così?”. Una domanda che non avrà mai risposta e che smaschera l’illusione che l’amore e l’impegno bastino sempre, che ci sia una regola valida per tutti, che basta dargli quello di cui hanno materialmente bisogno o quello che hanno tutti i compagni.

Abitare l’adolescenza

Adolescence ci ricorda che l’adolescenza non è una malattia da curare o un problema da risolvere. È una condizione umana da rispettare, anche quando – soprattutto quando – ci fa sentire impotenti.

I nostri Jamie, quelli che abbiamo in classe ogni giorno, hanno bisogno di adulti che sappiano stare nel disagio senza scappare. Che sappiano dire “ti vedo” senza aggiungere subito “e ora ti sistemo”.

La serie ha vinto tutto agli Emmy, ma la vera vittoria sarebbe imparare a stare vicino ai nostri ragazzi senza la pretesa di salvarli sempre. Solo di vederli. Davvero.

La storia è aneddoto, narrazione, dobbiamo solo guardarla con lo spirito critico del “potrebbe succedere” ma considerarlo come uno scenario possibile ma non per questo certo. Spaventa? Certo, così come inquieta e ci fa rendere conto che, pur avendo attraversato l’adolescenza più o meno indenni, non possiamo né dobbiamo crogiolarci nel “ai miei tempi era diverso”. Non è una bibbia da cui trarre verità assolute, ma uno specchio in cui guardare il nostro agire.

La vostra

Maestra Imperfetta


Questo pezzo nasce dalla visione di Adolescence e dalla convinzione che a volte, per essere davvero utili ai nostri studenti, dobbiamo accettare di sentirci inutili. È un paradosso da maestra imperfetta: il coraggio di non aver sempre una soluzione pronta.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Inizio a.s. 25/26…tutte le scuole si assomigliano tra loro ma ognuna è disfunzionale a modo suo.

Cari colleghi e colleghe, o colleghe e colleghi, insomma, un bel cari tutti coloro che mi seguono (se mi seguono ancora), inizia il nuovo anno si, quello scolastico 2025/26. 

Dopo una bella e, diciamolo, meritatissima vacanza, son tornata carica di voglia di non fare nulla. Chi mi segue credo abbia imparato oramai che sono quella collega senza peli sulla lingua, anche se in questo caso dovrei dire sulle dita visto che scrivo…ma anche sulla lingua dal momento che mi sono lanciata anche nella produzione del Vlog. 

 Passati gli entusiasmi dei primi anni, ho capito come gira la scuola e, conscia che tanto la differenza di certo non la si può fare, che il middle management è sempre appannaggio di pochissimi e che devi sgomitare per avere un incarico, ed una volta dentro devi fare attenzione perché ci sono trame che nemmeno J.R.R. Martin poteva immaginare quando ha scritto “Il gioco dei troni”, mi limito a fare meglio che posso il mio lavoro (questo non implica che ne abbia sempre voglia, ma almeno l’impegno lo metto comunque). Sono al mio nono anno di ruolo a partire dal 1 Settembre, mi domando se festeggiare la mia prima decade il prossimo anno ma bisogna prima vedere se ci arrivo al 2026/27. In questi anni, grazie a voi, agli amici ed ai colleghi nonché agli studi per il master, ho appurato nuovamente la sconcertante verità che dalla letteratura si impara molto di più sull’animo umano che dai manuali specialistici e che, in fondo, Lev Tolstoj non aveva torto, pur senza studi di psicologia né master che ne accertasse le competenze, quando scriveva “Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modoperché sono anni che mi dicono che la scuola è una grande famiglia, ogni Istituto Comprensivo e Superiori lo è ed ogni team è una famiglia a parte, microfamiglie nelle famiglie e tutte le realtà si assomigliano terribilmente. 

Non sono le normative, le leggi o le ordinanze ministeriali, nemmeno i CCNL che tutti invocano ma pochi leggono, bensì è la complessità dell’animo umano e la varietà di traumi infantili o meno, caratteri e insicurezze (con relative modalità di nasconderle) che si incontrano e si scontrano a renderci sereni, infelici, incavolati o entusiasti e, ammettiamolo, saltiamo da un sentire all’altro anche in una sola ora durante l’anno scolastico. 

Siamo tanti, siamo semplici e siamo complessi, abbiamo un bagaglio di stanchezza e disillusioni che va a scontrarsi alla velocità della luce con l’entusiasmo e un po’ di ragionevole e comprensibile, per non dire fisiologica, sicumera delle neolaureate fresche anche di concorso (ce l’avevo anche io da neolaureata). A ripensare alla me stessa di 9 anni fa mi viene da sorridere perché non avrei mai immaginato di arrivare alla disillusione e cinismo di oggi, anche se una buona dose di questo l’ho sempre avuta nel DNA, ma, come tutti i pensieri intrusivi che affollano le nostre menti più o meno sane, si impara ad accoglierli, accettarli perché in fondo anche loro, come i bimbi oppositivi, hanno solo bisogno di essere compresi per cambiare. Non critico le colleghe disilluse e nemmeno quelle entusiaste, per cui provo quasi una sincera invidia, non voglio nemmeno criticare ferocemente e ingiustamente i DS che, come ho potuto osservare, si trovano a barcamenarsi tra buropazzia, legislazione scolastica e faide interne di cui si trovano ad essere l’ago della bilancia. Come gli anni precedenti, o forse più di prima, rifletto e vi restituisco un’immagine della scuola italiana dal punto di vista personalissimo di una docente primaria che osserva solo per ragionare assieme su aspetti che emergono nel vissuto quotidiano dentro e fuori dalla scuola (Maestra anche lei fa la spesa qui? Come va mio figlio?) con ironia caustica, a tratti tagliente e volutamente provocatoria non per indignarvi ma per ridere di aspetti che riguardano tutti noi, anche quando non sono piacevoli. Perché lo faccio? Me lo sono chiesta anche io, ma alla fine penso che sia per non sentirmi isolata pedagogicamente e per condividere con voi le rotte che mi ritrovo a prendere in questo immenso oceano che è l’educazione/istruzione. Come diceva una mia ex DS la scuola ti mette a costante prova…emotiva. 

Il blog cambia giorno di pubblicazione spostandosi a Martedì alle 9:00 a.m. (mi sembra strano ma proviamo a dar retta alle statistiche).

Buon inizio a tutti/e e che dire? Speriamo che ce la caviamo (anche questo anno)! 

La vostra

Maestra Imperfetta