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Tutto fa velo

Vietato il burqa e il niqab nelle scuole. Ed è subito indignazione, polemiche, trincee, tifoseria da stadio: da una parte chi è d’accordo, dall’altra chi urla alla violazione dei diritti umani, dell’integrazione e dell’identità culturale (salvo poi liquidare come razzismo qualsiasi critica all’uso impositivo di quegli stessi veli). Vero è che non tutte le famiglie musulmane sono così, e le tragedie di cronaca restano eccezioni, ma proprio per questo la critica va tenuta accesa.

Io, a pelle, sono d’accordo. Vi indigna? Beh, prima seguite il mio percorso, perché non è detto che io sia così d’accordo come pensate, ma nemmeno in disaccordo completo e acritico.

Di fronte a certe notizie sulle quali posso basarmi solo sull’aneddotica («non era necessario: burqa mai visti e niqab uno solo in 9 anni di (dis)onorata carriera») faccio come al solito: mi appello alla statistica. Secondo le stime riportate da ANSA e Tecnica della Scuola, le alunne straniere che in Italia indossano il velo integrale sarebbero circa 500-600, cioè una ogni 660 classi circa. Poche centinaia di ragazze su un sistema scolastico di milioni di alunni, e per loro si mobilita un decreto del Consiglio dei ministri. «Statisticamente marginale» sarebbe la formula onesta. Ma da persona, donna e docente penso che siano pur sempre 500-600 ragazze, e la mia convinzione, aneddotica e indimostrabile, è che troppe non abbiano mai avuto voce.

E qui veniamo alla nota dolente: sono stime, non censimenti. Nessuno ha contato le alunne col velo integrale classe per classe. I numeri derivano da proiezioni sugli studenti stranieri e le fonti stesse parlano di alunne che «molto probabilmente» lo indossano.

Nello stesso decreto c’è anche il tetto del 30% di alunni non italofoni per classe. Secondo Rai News le scuole che superano già quella soglia sono 4.223 (il 7,9%), e quasi due alunni stranieri su tre sono nati in Italia. Se il tetto conta davvero i non italofoni — e non semplicemente i non cittadini — due alunni su tre nati in Italia nemmeno rientrano nella platea: la lingua la imparano comunque in classe. Il pacchetto, insomma, non è tutto simbolico: il capitolo velo è quasi vuoto, il capitolo tetto è pieno di situazioni reali.

Fatta questa lunga premessa (se non vi siete addormentati), passo alla riflessione.

Sulle prime ho pensato: «va beh, il burqa ci sta vietarlo, il niqab mi sembra eccessivo». Eccola, l’ignoranza. Senza essere esperta di cultura mediorientale stavo facendo l’erroraccio di molti: far di tutta l’erba un fascio. Quando si parla di velo facciamo poche distinzioni: così come “tutto fa brodo” possiamo dire “tutto fa velo”.

Dopo aver visto il niqab ho rivisto la mia posizione anche su quello, e mi sono chiesta: perché? Cos’è che mi urta, esattamente?

1. Quello che si perde nella comunicazione

Con una persona in burqa non riesco a guardarla negli occhi, e questo mi disturba molto. Col niqab mi disturba perché mi perdo le espressioni del volto (no, gli occhi da soli non dicono tutto, e sì, a volte le espressioni ingannano). Durante il Covid la mascherina non mi dava lo stesso fastidio: era temporanea e serviva a proteggere la salute propria e della collettività, non la percepivo come una misura umiliante di controllo e censura della persona.

Poi ci sono due questioni che mi smontano un po’ il ragionamento: al telefono la comunicazione visiva manca comunque, e gli occhiali da sole nascondono gli occhi, quindi le espressioni, eppure non mi infastidiscono allo stesso modo.

Pensa che ti ripensa, sono arrivata a questa conclusione: se è scelto liberamente, in un’età in cui teoricamente non dovresti essere condizionato, non ho nulla in contrario, quindi niente divieto. Non devo interagire per forza e, quando interagisco comunque, l’incognita comunicativa resta, velo o non velo, ma io la penso così: «io sono gentile, poi se gli altri non lo sono è un problema loro».

2. Chi sceglie

Se è scelto liberamente, lo Stato non impedisce; se è imposto (dalla famiglia, dalla comunità), lo Stato protegge chi non può dire no. Sembrerà un criterio ovvio, per me è un principio sacro: l’inviolabilità della volontà individuale. Mi urta già quando una collega insiste sui grembiulini: per me i bambini possono venire anche in costume e infradito, basta che stiano attenti, abbiano un comportamento rispettoso e facciano i compiti (sono una maestra semplice). Il dress code solo entro certi ragionevoli limiti, per cortesia (forse di polizia, etc.). Non impongo l’uniformità e non vieto l’identità. L’unica cosa che non tollero è che la scelta non ci sia.

Qualche anno fa una bambina di 8 anni mi è arrivata a scuola con l’hijab. Dubbiosa, ho chiesto con le colleghe, educatamente, alla madre se fosse una scelta genitoriale. La madre ci ha detto di essere perplessa quanto noi: la bambina aveva insistito talmente tanto che l’aveva accontentata, ma se non riusciva a tenerlo non era un problema. È durato due giorni, continuava a sciogliersi. A un certo punto le ho detto, sorridendo: «Gioia mia, gli uomini fanno così tante cose decisamente peggiori che Dio non si arrabbierà certo per un velo che si scioglie».

3. Barriera o identità

Il velo come barriera simbolica in un luogo nato per abbatterle. Io non lo percepisco come barriera ma come identità culturale; però torniamo al punto 1: se lo fanno mettere a delle bambine, sì, mi dà fastidio. Poi però penso che noi facciamo battezzare, comunicare e cresimare bambini che non sono ancora in grado di capire cosa stanno facendo. Dov’è la differenza? Ci ho pensato a lungo e credo stia qui: per noi è una questione di festa, regali, pranzo tutti insieme e fine lì, e la libertà individuale resta, che ci sia la convinzione o meno. I nostri figli un domani possono sempre sbattezzarsi o restare credenti più o meno zeloti (spero meno, visto che ogni estremismo porta conseguenze tragiche per la comunità).

4. Simbolo contro efficacia

La misura colpisce un fenomeno statisticamente marginale nelle scuole italiane, mentre i problemi reali (la non italofonia, le risorse…) restano irrisolti. Questo non dice se il velo si possa vietare: dice che il decreto fa politica con la scuola.

Quando anni fa sono riuscita a far venire Samantha Cristoforetti nella mia scuola (sì, proprio lei, e ho fatto una figura di quelle di cui mi vergogno ancora) me ne sono uscita con «troppa politica nella scuola», e lei ha ribattuto: «ma la scuola è politica». A ripensarci aveva ragione, nel senso più letterale: la scuola è il primo posto dove ci si occupa della polis, dei cittadini del domani, delle basi della cittadinanza futura. Ma una cosa è la scuola che fa politica, un’altra è la politica che si fa la scuola. Il decreto che vieta un fenomeno così rado da risultare statisticamente marginale è uno striscione con la forza di legge.

Quello che resta

Se tolgo il velo dal discorso, quello che resta è la scelta: imposta o libera, e a che età. Il velo è solo il caso contingente.

Insomma, persino l’hijab, che alla fine copre giusto i capelli e su un’adulta mi sembra tutto sommato accettabile, su una bambina o una ragazzina che non l’ha chiesto mi dà lo stesso fastidio del niqab e del burqa. Ma so che vietare non è la misura migliore.

So che qualcosa non va, e so anche che vietare non risolve nulla. Penso che la scuola serva a imparare a pensare, non a decidere come ci si veste. Se il problema è una bambina che indossa qualcosa che non ha scelto, toglierla dalle mani dei genitori non mi sembra la risposta: mi sembra più sensato aiutare lei a scegliere, quando sarà il momento, e lavorare con la famiglia sul rispetto della libertà individuale. Che poi, ammettiamolo, vale anche per gli italiani.

Io il mio percorso l’ho fatto e sono arrivata più o meno al punto di partenza, con qualche dubbio in più. Il vostro dov’è finito? Ditemelo nei commenti — sempre che non mi abbiate mollata alla premessa sui numeri.

La Vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Obbligatorio riservare uno spazio di libertà

(e altri miracoli lessicali della legislazione scolastica)

Esiste una categoria di notizie che io chiamo “beccacenti”: notizie che ti becchi scorrendo Facebook tra un docente-da-valutare e uno stipendio-insufficiente, identiche come gemelle per sette mesi l’anno. Normalmente ci scivolo sopra col distacco di un capibara alle terme (con tanto di mandarino in testa). Ma ogni tanto l’algoritmo, che evidentemente mi ha studiata, mi serve la prelibatezza.

Ho lasciato il link a fermentare per qualche ora, come si fa col lievito. Poi l’ho aperto. Ed era meglio di quanto sperassi.

La proposta —presentata al Parlamento dal Consiglio regionale toscano, all’unanimità— prevede 15-20 minuti quotidiani di lettura individuale, silenziosa, libro estratto dal proprio zaino, preferibilmente su carta. Senza aumento di organico e senza ore aggiuntive: tutto dentro il monte orario vigente, quindi dentro la stessa ora di lezione che qualcun altro sta tenendo. Matematica, quasi certamente. La matematica è la materia tappeto su cui tutti camminano.

Ma il vertice si tocca con la dichiarazione della prima firmataria, che merita di essere incorniciata:

Rendere obbligatorio riservare uno spazio di libertà. Nella stessa frase, separate solo da una manciata di parole. La contraddizione è così compiuta che ho dovuto rileggerla due volte per verificare che non fosse autoironia: no, era serietà istituzionale. Quando un paradosso è sufficientemente elegante, in questo Paese viene scambiato per profondità e votato all’unanimità.

Per completezza: l’ispirazione viene dalla Norvegia di Haugaland (Istituto professionale Haugaland), 2014. Come tutte le cose nordeuropee importate in Italia, si presume arrivi con le istruzioni per il montaggio, viti e brugole e una garanzia di dieci anni. Mi riservo la sorpresa.

Qui dovrei fare l’avvocato del diavolo, quindi lo faccio: la scuola obbliga già tutto. La presenza, la ginnastica, l’ora di religione. Nessuno sostiene che l’ora di ginnastica generi odio per il movimento. La legge imporrebbe il contenitore —il tempo— non l’animo del bambino. Argomento pulito, quasi rispettabile.

Nel mio piccolo il contenitore l’ho già collaudato.

I 15 minuti scanditi, belli, santificati dal calendario: durati l’intervallo esatto di un entusiasmo. Prima sessione, tutti presi. Quarta sessione, venti bambini che facevano girare penne, si scambiavano figurine e convertivano il piacere della lettura in ricreazione abusiva. Del resto era previsto: la lettura-orologio ai bambini arriva come la verdura obbligata — la mandi giù, ma non ti diverti.

Così ho fatto la cosa che una legge non può fare: ho cambiato ricetta. Trenta minuti —il doppio, si noti, al contrario esattamente— di lettura ad alta voce. Mia. Di libri scelti da me, che ho letto prima io, che mi sono piaciuti. Niente riassunti. Niente “cosa avrà voluto dirci l’autore”. Zero verifiche: il patto è solo ascoltare.

Ora mi chiedono il titolo, quando devo fermarmi per mancanza di tempo. Me lo chiedono per farsi comprare il libro, di loro iniziativa. Non è la formula che vale per tutti, è solo la mia esperienza frutto di tentativi ed errori.

Un’altra cosa che la normativa manca di affrontare — e nemmeno potrebbe — è cosa si mette in mano ai bambini. La proposta prevede il libro dallo zaino, scelto dall’alunno; l’articolo che la sponsorizza suggerisce la collana, scelta dall’editore. Ci sono terze strade, e io ne ho battuta una che definire illeggibile è un complimento.

Non ho fatto scegliere i libri ai bambini: li ho imposti. E non li ho pescati da alcun circuito pedagogico: li ho scovati sfogliando i Premi Andersen, spulciando Libraccio, Feltrinelli e la libreria di quartiere, e — dettaglio che amo — ascoltando un podcast di lettura per adulti, che di pedagogia si occupa quanto me di arrangiamenti jazz: si chiama Gli scimmioni non leggono Nietzsche. In una puntata la speaker raccontava i libri che leggeva alla figlia quand’era piccola. Tra questi ho segnato La gallina che non mollava mai della Tomlinson, e l’ho comprata. Così, su fiducia: una voce sconosciuta in cuffia, che per giunta mi stava simpatica, una libreria usata, zero programmazione.

Risultato, documentato sul campo dalla seconda elementare a oggi, che sono in quinta: i bambini mi dicono ancora “maestra, dobbiamo fare come la gallina Hilda, non dobbiamo arrenderci”. Tre anni che una gallina di nome Hilda funge da coach motivazionale della classe, gratuitamente, senza essere prevista da alcun curricolo. Se esiste un indicatore di qualità della lettura, mi sembra più solido di tanti indicatori ministeriali.

La verità scomoda, che nessuna legge vuole sentirsi dire, è questa: la differenza tra una lettura che attecchisce e una che muore la fa l’adulto che sceglie, la sua fame personale di storie, i suoi percorsi sconclusionati tra librerie dell’usato e podcast per adulti trovati per caso. Roba assolutamente, rigorosamente non normativa. Il libero arbitrio del docente, altro ossimoro che un giorno qualcuno vorrà regolare con qualche proposta di legge che obblighi alla libertà.

Il problema non è l’idea: 15 minuti di lettura quotidiana è un bel proposito che firmerei anche domani. Il problema è la pretesa di fabbricare lettori per via normativa. Le leggi sanno imporre presenze, non passioni; sanno controllare orologi, non amori. L’esperienza dice una cosa semplice e scomoda: il piacere di leggere cresce quando spariscono la scaletta dei minuti e la verifica in agguato — quando, insomma, sparisce l’obbligo, non quando viene ribattezzato “spazio di libertà”.

Nel frattempo il docente di matematica può pure ringraziare: da settembre gli toglieranno 15 minuti al giorno, obbligatoriamente, per creare lettori liberi. Sarà senz’altro una lettura…della realtà.

La legge non fa ancora testo, tra parentesi. E il piacere, come sempre, non fa testo legislativo.

Un dettaglio che chiude il quadro: l’articolo che presenta la proposta — quello con l’aurea dicitura spazio di libertà — convive nella stessa pagina con la pubblicità di una collana editoriale per la lettura in classe e con l’iscrizione a un webinar gratuito. Promuovere la lettura per piacere e non per obbligo o compito, recita il testo, a due paragrafi di distanza dal manifesto del prodotto. Libertà di lettura, packaging commerciale incluso.

Niente di scandaloso, sia chiaro: le riviste di settore campano così, e la collana sarà pure valida. È la sovrapposizione dei registri che divertirebbe qualunque osservatore disincantato — la lettura come valore assoluto in cima alla pagina, la lettura come catalogo in fondo alla pagina. Stessa pagina, stesso comodato d’uso dell’entusiasmo infantile per due scopi diversi.

E già che ci siamo l’esperienza riportata a sostegno della proposta non è quella della proposta. Niente silenzio individuale, niente quindici minuti scanditi: è lettura ad alta voce, condivisa, di libri scelti dagli alunni, senza schede né comprensione. La testimonianza funziona, i bambini si appassionano. Solo che è il metodo opposto a quello che la legge impone. Forse chi propone certe leggi dovrebbe prima ascoltare i docenti e farsi un giro in classe.

E voi leggete ai vostri alunni? Cosa gli leggete?

La vostra

Maestra Imperfetta

Comunicato con Citazione testuale di Cristina Giachi

Articolo di riferimento del blog altuofianco che ringrazio per avermi ispirata

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Nessuno è straniero? Prima mi informo

Accadde il 25 settembre 2026, la scuola Daneo nel centro di Genova, posso dirlo perché tanto è apparso sulle testate giornalistiche, che appese lo striscione alla cancellata con su scritto “Qui nessun è stranier*”, realizzato nei giorni precedenti dai bambini della scuola e appeso dai genitori. Bella iniziativa vero? Di quelle che fan subito Che con Hasta la liberation…

All’ora dell’ingresso, due agenti in borghese (secondo l’Ansa citata da GenovaToday, della Digos) hanno rimosso dalla cancellata della scuola primaria tale striscione. L’episodio si inserisce in una giornata di proteste nelle scuole genovesi contro la norma del governo Meloni che prevede un tetto del 30% agli alunni stranieri non italofoni per classe, con cartelli comparsi davanti a diversi istituti.

La prefettura ha dichiarato che è stata un’azione dovuta alla segnalazione in questura. Secondo la ricostruzione della Questura riportata da Repubblica, l’intervento è partito da una segnalazione della sala operativa della Polizia locale, che riferiva di un presunto assembramento davanti all’istituto — non certo per lo striscione in sé. Sul posto sono arrivati due agenti (secondo L’Espresso, uno dei due della Digos), e a quel punto sono stati loro a decidere, “di propria iniziativa”, di rimuovere lo striscione, ritenendolo un’affissione esterna abusiva non riconducibile alla scuola e alle famiglie. Insomma: arrivati per l’assembramento, hanno visto il lenzuolo, l’hanno preso per un manifesto attaccato abusivamente e l’hanno tolto. Solo dopo le proteste dei presenti hanno accertato che era della comunità scolastica e l’hanno restituito.

Giusto? Sbagliato?

Prima di esprimere la mia opinione, vi dirò che è da qualche tempo che amici, mamma, suoceri, mi chiedono “ma tu che lavori nella scuola, cosa ne pensi del 30%?”.

Ebbene, rispondevo che il tetto del 30% c’era già, dal 2010, riguardava tutti gli alunni stranieri ma con deroghe (d’altronde in certi quartieri è impossibile rispettarlo).

Non piace? Lo comprendo, per me gli alunni sono alunni e mi piace dire “faccio il giro del mondo ad ogni lezione” o anche “ho il mondo in una stanza” guardando con orgoglio profondo egiziani, algerini, tunisini, albanesi, rumeni, venezuelani e anche la bimba che mi diceva fiera “io sono calabrese” (e non posso dargli torto, se ci pensiamo bene ogni regione ha la sua identità culturale).

Come sempre accade, quando sento parlare e sollevare polveroni su una notizia di una legge riassunta in tre parole o poco più, la mia reazione è: mi informo. Perché la verità è che le notizie riportate, si sa, sono sempre arricchite di convinzioni personali, interpretazioni e reazioni emotive (non è una colpa, siamo umani e abbiamo dei bias cognitivi che ci portano a questo). Sono andata quindi a leggere, informarmi e sono incappata nel sito di Pagella Politica che fa proprio fact checking sulle notizie più diffuse e politiche. Ho beccato anche questa e quello che ne è venuto fuori leggendolo è diverso da quello che mi è arrivato dal coro greco di indignati.

Quello che emerge davvero dal fact-checking

Leggo l’articolo di Pagella Politica e trovo che la fotografia che mi era arrivata dal dibattito pubblico fosse sfocata su molti punti fondamentali.

Il tetto del 30% esiste già come detto sopra: è una circolare del Ministero dell’Istruzione del 2010, valida come criterio generale e derogabile a seconda delle esigenze. Fin qui, quello che dicevo agli amici che mi chiedevano “ma tu che lavori nella scuola…”.

Ma il nuovo decreto — e qui il fact-checking diventa prezioso — non stabilisce affatto che in ogni classe non possa esserci più del 30% di stranieri. Il criterio è molto più specifico e riguarda solo determinate categorie di alunni con cittadinanza non italiana, individuate in base a nascita in Italia e percorso scolastico già svolto.

I dettagli tecnici sono importanti, perché sono proprio loro la vera novità informativa che si perde nel rumore di fondo:

  • Decorrenza: anno scolastico 2027/2028, e riguarda le classi prime della scuola primaria;
  • Chi viene conteggiato: solo gli alunni non nati in Italia oppure che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia;
  • Chi è escluso dal 30%: un bambino “straniero” nato in Italia e con due anni di infanzia dietro non entra nel conteggio;
  • Per medie e superiori: rientrano nel limite solo gli studenti che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni di scuola italiana (e qui possiamo discuterne);
  • Nessun test individuale di italiano: conta il percorso scolastico, non un esame di lingua.

E quando il limite non si può rispettare — perché, come sappiamo bene in certi quartieri, non si può? — la norma prevede strumenti di sostegno linguistico e una possibile ridistribuzione degli alunni tra scuole vicine. In concreto: in una classe da venti, il limite è sei bambini; in una da trenta, nove.

Infine, ci sono altri due pilastri del decreto che meritano di essere ricordati: percorsi gratuiti di italiano e sostegno alla genitorialità per i genitori stranieri con gravi difficoltà linguistiche; e l’obbligo di mantenere il volto riconoscibile durante le attività scolastiche (potrà non piacere).

Dalla teoria alla realtà delle aule

Ma c’è un nodo che Pagella Politica non tocca e che invece io incontro ogni settimana: il problema dell’inserimento tardivo. In questi anni, ho visto alunni arrivare in terza, quarta o quinta primaria senza basi di italiano. Una solitudine linguistica che si riflette inevitabilmente sull’integrazione. Ti siedi al banco accanto a un bambino che non capisce una parola, non può chiedere aiuto, non partecipa ai giochi della ricreazione, non segue le spiegazioni perché non capisce la lingua e quindi non può apprendere (ed il diritto fondamentale all’istruzione gli viene negato dalla realtà). E la sua classe diventa un’isola dove lui nuota da solo.

Il decreto parla di evitare questo scenario — almeno nella sua intenzione dichiarata — con l’obiettivo di non concentrare troppi nuovi inserimenti nelle stesse classi. La logica di fondo ha un senso pratico: meglio distribuire i fabbisogni linguistici tra più docenti e più spazi, perché la classe non diventi un luogo dove la barriera della lingua isola completamente.

Questo non significa che la soluzione sia semplice. Né tantomeno che il metodo scelto dal governo sia l’unico — né il migliore — per affrontarlo.

Cosa cambia davvero, allora?

Se la norma c’era già, se le deroghe restano, se non tutti gli alunni con background migratorio vengono conteggiati… la domanda che un’insegnante si pone è un’altra: quale problema vuole risolvere esattamente questo decreto? Presumo, da quanto letto, l’isolamento linguistico e l’impossibilità di apprendere, insomma vuole garantire il diritto costituzionale di apprendere e istruirsi.

Perché la classe ghetto, quando esiste, non nasce da una circolare mancata: nasce dalla geografia residenziale delle nostre città, dalle differenze tra quartieri, dal mercato immobiliare. Lo sapeva già la circolare Gelmini, che proprio per questo prevedeva le deroghe. Uno dei principi (che condivido) più citati in questi giorni è quello ricordato dal Presidente della Repubblica: “La scuola è aperta a tutti”.

Il fatto che circa due terzi di questi bambini siano nati in Italia dice qualcosa di importante: per molti di loro non si tratta di “integrazione”, si tratta semplicemente di casa. Sono i compagni di banco di sempre, quelli che hanno imparato l’italiano cantando le filastrocche all’asilo, esattamente come i loro coetanei.

Conclusione

Giusto o sbagliato, il gesto dei due agenti davanti alla scuola Daneo? Ognuno valuti per sé. Io, dopo aver letto, sono tornata alla frase di Musumeci: tutti abbiamo diritto a un’opinione, ma abbiamo il dovere di averla informata. E un’opinione informata, su questa storia, richiede almeno tre cose: sapere che il tetto c’era già dal 2010 con relative deroghe, sapere che la maggior parte degli “stranieri” nelle nostre classi è nata in Italia, e sapere che il vero tema non è mai stato un lenzuolo appeso a una cancellata.

Personalmente non condivido l’azione della scuola e non condivido l’azione della polizia.

Non condivido l’azione della scuola perché ritengo eticamente discutibile far fare ai bambini uno striscione che ha un messaggio politico. Si chiama strumentalizzazione, manipolazione, far fare loro qualcosa di cui non possono capire la portata e non hanno piena coscienza ma, con certezza matematica, prendono come un compito.

Non condivido l’azione della polizia perché due agenti in borghese, arrivati per una segnalazione su un presunto assembramento, decidono “di propria iniziativa” di rimuovere il lavoro manuale dei bambini e dei loro genitori da una cancellata scolastica. Solo dopo le proteste scoprono che era legittimo e lo restituiscono. La sequenza racconta di un intervento improvvisato, di errori che si correggono quando è tardi. Nessuna delle due parti — istituzione scolastica e forze dell’ordine — ha dato in quel momento l’esempio migliore.

E nel mezzo? I bambini. Quelli che avrebbero dovuto imparare a dialogare, non a tifare.

Avete mai avuto in classe un alunno arrivato in quarta/quinta senza basi di italiano? Come è andato l’inserimento?

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: opinionibus

La fisica che Non ci piace

Mi reputo garantista, o almeno ci provo. Applicare la presunzione di innocenza è difficile, e non sempre ci riesco perfettamente — a volte, decisamente meno bene. Ma ci provo.

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere qua e là alcune notizie riguardanti la dichiarazione di un ex studente di Vincenzo Schettini, il famoso professore de La Fisica che ci Piace. Uno studente anonimo che raccontava fatti capaci di mettere il professore in cattiva luce agli occhi di chiunque non abbia deciso di spegnere il buon senso in favore di una più comoda tifoseria ultras da stadio.

Sia chiaro: Schettini non mi è mai stato antipatico. Anzi, trovavo genuinamente bello il suo approccio — spiegare la fisica della friggitrice ad aria, sgusciare le uova sode senza ridurle a superficie lunare, rendere accessibile qualcosa che per molti è stato un incubo scolastico. Uno studente anonimo tra tanti, mi sono detta, non fa certo testo. E così avevo messo la faccenda da parte.

Poi ho visto il video di Matteo Flora.

Il suo Ciao Internet — che vi lascio in fondo all’articolo, attenzione: dura un’ora e qualcosa — non è un processo a Schettini. Flora non è il tipo da processi sommari, e chi lo conosce lo sa: è una di quelle persone capaci di parlare di cose complesse con una calma quasi disarmante, senza urla, senza sentenze, con una professionalità che fa quasi contrasto con i toni a cui internet ci ha abituati. Il suo video è invece qualcosa di più interessante e, in un certo senso, più utile: un manuale su come non gestire una crisi reputazionale.

Ed è guardando quel manuale — costruito analizzando video e interviste dello stesso Schettini — che la faccenda ha smesso di essere archiviabile come “gossip da internet”. Perché quello che emerge non sono accuse esterne, non sono ricostruzioni di parte: sono ammissioni dirette, raccontate dallo stesso protagonista con il tono leggero dell’aneddoto da bar, di comportamenti che in qualsiasi contesto scolastico degno di questo nome varrebbero, come minimo, una sanzione disciplinare.

E qui il garantismo inizia a fare i conti con sé stesso.

Perché una cosa è sospendere il giudizio in attesa di prove. Un’altra è ignorare quello che qualcuno racconta di sé stesso, con la propria voce, sorridendo. A quel punto non stiamo più parlando di presunzione di innocenza — stiamo parlando di scegliere deliberatamente di non vedere, perché il personaggio ci piace, perché ci ha spiegato bene la termodinamica, perché è simpatico.

Ed è esattamente quella la tifoseria da stadio di cui parlavo prima. Quella che trasforma il tifo in paraocchi e il paraocchi in complicità silenziosa.

Non sto chiedendo di bruciare nessuno. Sto chiedendo di guardare, e di non fingere di non aver visto.

Per chi non avesse il tempo o la voglia di sorbirsi un’ora di video — e capisco, non tutti abbiamo quella pazienza — basterà sapere qualche dettaglio concreto. Perché Flora non costruisce il suo ragionamento sul sentito dire o sulle testimonianze di terzi: usa Schettini stesso, le sue parole, il suo viso, la sua voce.

Schettini ammette, con la naturalezza di chi racconta una trovata brillante, di aver fatto dirette live invitando i propri studenti a guardarle il pomeriggio — il martedì, se ricordo bene — con una motivazione molto semplice e molto problematica: chi guardava la live veniva interrogato, oppure poteva partecipare a veri e propri giochi a premi, dove postare la risposta corretta in chat valeva un punto o due in più per la verifica successiva o in alcuni casi addirittura un 8 sul registro.

Mettiamo da parte per un momento qualsiasi giudizio su Schettini come persona. Concentriamoci sul meccanismo: stiamo parlando di un insegnante che condiziona la valutazione scolastica — che dovrebbe misurare la preparazione di uno studente — alla partecipazione a contenuti extra-scolastici, su piattaforme private, nel tempo libero dei ragazzi. Tempo libero che non è uguale per tutti: c’è chi ha il pomeriggio libero e chi no, chi ha una connessione stabile e chi no, chi vive in una famiglia che supporta queste cose e chi vive in una situazione più complicata.

La valutazione scolastica viene ridotta a quiz televisivo anni ’80, con punti in più per le verifiche e voti sul registro: genitori contenti e studenti sotto ricatto — subdolo, perché c’è un’asimmetria chiara e palese di cui non si deve mai e poi mai abusare, per ovvie ragioni morali oltre che legali.

Non è una trovata creativa. È una pressione. E in bocca a qualcuno che ha costruito la propria immagine pubblica sull’essere il prof diverso, quello che ama davvero i ragazzi, suona ancora più stonata.

E come ha risposto Schettini a tutto questo? Non con una riflessione, non con quelle scuse che noi insegnanti — perché di questo si tratta, di un insegnante — chiediamo ogni giorno ai nostri studenti quando sbagliano. Niente di tutto ciò.

La risposta è stata un combinato disposto piuttosto classico per chi gestisce male una crisi reputazionale: gaslighting, vittimismo e cambio di tema.

Il gaslighting prima di tutto: mettere in dubbio la percezione di chi guarda, far sembrare che il problema non esista o che chi lo solleva stia esagerando, interpretando male, strumentalizzando. Quella sensazione sottile ma precisa che ti fa chiedere ma sto vedendo davvero quello che penso di stare vedendo? — e che è particolarmente efficace quando il personaggio in questione gode di una fanbase affezionata e pronta a fare da cassa di risonanza.

Poi il vittimismo. E qui arriviamo al punto più delicato, quello su cui vale la pena essere molto chiari: Schettini ha agganciato la propria difesa alla sua omosessualità, lasciando intendere che gli attacchi nei suoi confronti fossero in qualche modo legati al suo orientamento sessuale.

No.

Caro Vincenzo, l’orientamento sessuale non c’entra nulla. Proprio nulla. Gli stronzi — e uso il termine con cognizione di causa e senza particolare animosità — sono distribuiti in modo perfettamente democratico tra etero, gay, bisessuali, uomini, donne, credenti e atei. Nessuna categoria è immune, nessuna categoria è più rappresentata. Usare la propria identità come scudo per non rispondere di comportamenti professionalmente discutibili non è solo scorretto: è anche un danno collaterale per tutte le persone LGBTQ+ che quella stessa identità la portano con integrità, senza farne una moneta di scambio.

Le scuse si chiedono. Sempre. Le chiediamo ai nostri studenti quando fanno un torto a un compagno, le chiediamo quando copiano, quando mancano di rispetto. Un insegnante che non sa chiedere scusa non sta solo gestendo male una crisi di comunicazione: sta dando una lezione. Solo che non è quella che crede di stare dando.

Ma fermiamoci un momento, perché il problema non sono le scuse. Le scuse sarebbero il minimo, il punto di partenza, non il punto di arrivo.

Il punto vero è un altro, ed è più scomodo da guardare in faccia.

Stiamo parlando di abuso di posizione. Di quell’asimmetria gerarchica che esiste in ogni rapporto tra insegnante e studente — e che esiste per buone ragioni, non è di per sé il problema — ma che diventa tossica nel momento in cui viene usata come leva. Quando un insegnante condiziona il voto alla partecipazione a una live, non sta facendo una proposta: sta facendo una pressione. E uno studente, per quanto sveglio e consapevole, non è nella posizione di dire no liberamente. Non davvero. Perché dall’altra parte c’è qualcuno che decide se promuoverlo, se interrogarlo, se dargli sei o sette. Il consenso in una relazione asimmetrica non è mai del tutto libero, e chi lavora con i ragazzi dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Il punto è la trasparenza nella valutazione. Un voto deve essere leggibile, motivato, riproducibile — deve dire allo studente questo è quello che sai, questo è quello che ti manca. Non può dipendere da chi era online un martedì pomeriggio. La valutazione opaca non è solo pedagogicamente sbagliata: è uno strumento di controllo. E mina alla radice quella fiducia nel processo di apprendimento che dovrebbe essere la cosa più preziosa che un insegnante costruisce con i propri studenti.

E poi c’è la domanda che forse fa più male: perché nessuno ha detto niente? Perché gli studenti non si sono ribellati, non sono andati dal Dirigente, non hanno fatto rumore?

Ci sono due risposte possibili, e forse sono vere entrambe insieme. La prima: non hanno capito che quello che stava succedendo non era normale, non era giusto, non era accettabile. E questo ci dice qualcosa sul lavoro che ancora non facciamo abbastanza — insegnare ai ragazzi a riconoscere quando una relazione educativa ha smesso di tutelarli. La seconda: lo sapevano benissimo, ma erano certi che non sarebbero stati ascoltati. Che il professore famoso, quello con i milioni di follower, quello che porta lustro alla scuola, avrebbe pesato più di loro. E anche questo ci dice qualcosa — su come funziona il potere dentro le istituzioni scolastiche, e su quanto strada abbiamo ancora da fare perché uno studente si senta davvero al sicuro a sollevare la voce.

In entrambi i casi, la responsabilità non è loro.

E qui vale la pena aggiungere un’ultima cosa, perché è quella che probabilmente qualcuno starà già pensando: ma se gli studenti erano contenti? Se qualcuno si è divertito, se qualcuno ha trovato le live coinvolgenti, se non si sono sentiti sotto pressione?

Bene. Ci credo. Probabilmente è andata così per molti di loro.

Ma questo non cambia nulla.

La coercizione non si misura sulla percezione soggettiva di chi la subisce — si misura sulla struttura del meccanismo. Un datore di lavoro che condiziona lo stipendio a comportamenti non previsti dal contratto non smette di essere nel torto solo perché alcuni dipendenti erano entusiasti. Una clausola abusiva non diventa lecita perché qualcuno l’ha firmata senza lamentarsi. Il problema non è nello stato d’animo degli studenti: è nel fatto che il sistema era strutturato in modo da non permettere un rifiuto neutro, senza conseguenze.

Chi non guardava la live perdeva un’opportunità di voto. Punto. Che se ne rendesse conto o meno, che gli pesasse o meno, è un dato umano interessante ma giuridicamente e pedagogicamente irrilevante. Il reato — e uso la parola con consapevolezza — non si annulla perché la vittima non si è sentita tale.

Il danno più grande però non lo ha fatto a sé stesso. Lo ha fatto ai ragazzi cui dice di voler bene — i suoi studenti, i suoi ex studenti. Lo ha fatto a tutti quei ragazzi che non sono mai stati suoi studenti ma che in lui avevano visto qualcosa di raro: un adulto che rendeva la conoscenza desiderabile, un professore che avresti voluto avere. Che si sono ritrovati, invece, a guardare un esempio di come il potere può nascondersi dietro la simpatia.

Lo ha fatto ai colleghi. A tutti noi, di ogni ordine e grado, che ogni giorno proviamo a fare questo lavoro con serietà e che ci ritroviamo, ancora una volta, a fare i conti con un danno di immagine che non abbiamo causato ma che erediteremo comunque. In un momento storico in cui la scuola pubblica è già sotto il mirino di critiche spietate, in cui basta un episodio per alimentare la narrativa che fa più comodo a chi vorrebbe smontarla pezzo per pezzo, un caso come questo non è solo una storia individuale: è benzina su un fuoco già acceso.

E forse — e lo dico con tutto il fastidio di chi detesta dover dare ragione sulle limitazioni dell’espressione libera — forse su una cosa il ministro Valditara aveva ragione: occorre regolamentare l’uso dei social in ambito scolastico. Non per punire chi li usa bene, non per tornare a un’idea di scuola chiusa nel proprio recinto. Ma perché, ancora una volta, l’errore di uno lo paghiamo tutti. E i ragazzi, che non hanno colpa di niente, lo pagano per primi.

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Pedainstagramagogia: quando i reel sulla scuola diventano l’effetto CSI dell’educazione

A gennaio Instagram si è riempito di consigli per il rientro e, tra video di un lamantino da nutrire e capibara che ballano danze tradizionali folk (ognuno ha le sue perversioni), sono incappata in un video dove una donnina dall’aspetto gentile e dolce mostrava fogli con su scritto “maestre siate gentili, al rientro dalle vacanze raccontate loro una storia, sorprendeteli, ispirateli…”. Ho provato fastidio! Sì, lo ammetto, fastidio, ed è per questo che non ho scritto subito, prima volevo capire cosa mi infastidisse: orgoglio professionale ferito (dubito, perché so che ho sempre da imparare), storytelling tossico scolastico, oppure preoccupazione per un fenomeno già osservato in altro ambito, mia guilty pleasure, che è il true crime.

Ecco, il true crime. Ma cosa c’entra il true crime con i consigli per maestre su Instagram? C’entra eccome, e il collegamento si chiama “effetto CSI”.

Chi segue serie tv poliziesche lo sa: in 42 minuti (pause pubblicità incluse) si risolve qualsiasi caso. Il DNA viene analizzato in tempo reale mentre sorseggi un caffè, le impronte digitali trovano corrispondenza istantanea in database infiniti, da un’immagine sgranata di una telecamera al semaforo si ricostruisce in 3D il volto dell’assassino. È spettacolare, è affascinante, ed è completamente distante dalla realtà.

Questo fenomeno ha un nome preciso in criminologia: “effetto CSI”. Gli investigatori e i magistrati lo conoscono bene, perché si trovano a gestirne le conseguenze. Giurati che si aspettano prove forensi decisive in ogni processo. Famiglie di vittime che chiedono perché non si usa “quella tecnologia che ho visto in tv”. Opinione pubblica che si scandalizza per indagini che durano mesi invece che un episodio televisivo.

Il problema non è CSI in sé. Il problema è che quella narrazione crea aspettative irrealistiche su come funzionano davvero le indagini, i tempi della giustizia, i limiti tecnici e umani del lavoro investigativo. E quando la realtà non corrisponde alla fiction, la colpa ricade su chi lavora sul campo: sei incompetente, non ti impegni abbastanza, la giustizia non funziona.

Ora torniamo a quella donnina gentile con i suoi fogli su Instagram.

La pedainstagramagogia (sì, l’ho appena inventato e no, non mi pento) funziona esattamente come CSI. Crea una narrazione distorta di cosa significhi insegnare, con quali tempi, con quali strumenti, con quali risultati.

In questi reel tutto funziona perfettamente. L’insegnante arriva in classe, racconta una storia coinvolgente, i bambini pendono dalle sue labbra estasiati, la scintilla della curiosità si accende istantaneamente. Nessuno ha bisogno di andare in bagno nel momento meno opportuno. Nessuno è ancora mezzo addormentato dopo le vacanze. Nessuno sta pensando ai regali di Natale o al fatto che la mamma stamattina ha litigato col papà. La classe è un’entità omogenea perfettamente ricettiva, l’insegnante è un performer instancabile sempre ispirato, ogni momento è significativo e trasformativo.

È tutto molto aesthetic. Molto goals. Molto inspirational.

E molto, molto lontano dalla realtà materiale di un’aula.

Secondo Instagram: arrivi con una storia meravigliosa, crei aspettativa, accendi la magia, ispiri giovani menti.

Secondo la realtà: arrivi e devi ristabilire le routine, ricordare dove si appendono le giacche, gestire chi ha dimenticato l’astuccio, accogliere chi è felice di tornare e chi decisamente no, rinegoziare gli spazi di convivenza, riabituare i corpi a stare seduti, le menti a concentrarsi, il gruppo a funzionare come gruppo.

E sì, magari racconti anche una storia. O magari no, perché valuti che in quella specifica classe, con quei specifici bambini, in quel specifico momento, serve altro. Serve tempo, serve gradualità, serve normalità rassicurante. Serve professionalità nel leggere il contesto, non performance da intrattenitore.

Ma questo non è instagrammabile. Non fa engagement. Non diventa virale.

Come per l’effetto CSI, il problema non è il singolo reel. Il problema è che questa narrazione crea aspettative distorte in chi guarda da fuori: genitori, opinione pubblica, decisori politici. E queste aspettative poi ricadono sugli insegnanti come pressioni concrete.

“Perché non fai come quella che ho visto su Instagram?”

“Mio figlio si annoia, evidentemente non lo stai coinvolgendo abbastanza.”

“Basterebbe un po’ di creatività e passione per risolvere i problemi della scuola.”

Esattamente come con CSI: se le cose non vanno come nei reel, la colpa è di chi lavora sul campo. Non ti impegni abbastanza. Non sei abbastanza creativo. Non sei abbastanza ispirato. La scuola è rimasta indietro.

Si dimentica – o meglio, non viene mai mostrato – tutto il lavoro invisibile che costituisce la vera professionalità docente. La capacità di leggere il gruppo classe. Di adattare la programmazione alla realtà contingente. Di gestire contemporaneamente apprendimenti, relazioni, emozioni, corpi, tempi, spazi. Di fare scelte pedagogiche basate su competenza e non su effetto scenico. Di costruire percorsi nel lungo periodo invece che momenti wow istantanei.

Ed ecco il paradosso più stridente. Questa retorica del “maestro ispiratore”, del “momento magico”, della “scintilla che si accende” finisce per svalutare proprio il lavoro educativo vero. Perché il messaggio implicito è: basta un’idea carina, un po’ di entusiasmo, la storia giusta al momento giusto.

Come se insegnare fosse questione di performance individuale e non di competenza professionale costruita nel tempo. Come se bastasse la buona volontà e non servissero formazione, esperienza, capacità di analisi, strumenti metodologici. Come se ogni bambino rispondesse agli stessi stimoli, come se ogni classe funzionasse allo stesso modo, come se ogni contesto fosse neutro.

È la stessa logica per cui “chiunque potrebbe fare l’insegnante” – basta voler bene ai bambini, no? Esattamente come chiunque potrebbe fare l’investigatore: basta guardare le prove, no?

Ed ecco che ci ritroviamo, puntuale come la morte o le tasse (a seconda del vostro tasso di ottimismo Leopardiano) a sentire in giro, a cene o pranzi o altre situazioni sociali un genitore che, dopo aver visto il reel, chiede perché la maestra dei suoi figli non fa “quella cosa delle storie” ignorando che la maestra sta lavorando su un progetto di lungo periodo meno scenografico ma più sostanzioso.

Torniamo per un attimo a quel primo giorno di rientro. Tu hai preparato la tua storia coinvolgente, hai creato aspettativa, stai per ispirare giovani menti e… “maestra posso andare in bagno?”

Secondo la narrazione Instagram, questo è il momento del fallimento. La magia si spezza. Non hai coinvolto abbastanza. Hai perso il controllo della situazione.

Secondo la realtà professionale, questo è semplicemente… scuola. Un bambino che chiede di andare in bagno ha un bisogno reale e legittimo o semplicemente non gli frega niente della tua storia. Gestire quella richiesta – valutare se è urgente o può aspettare, se è il decimo bambino in dieci minuti e quindi forse c’è dell’altro in gioco, se è un modo per gestire l’ansia del rientro – è pedagogia tanto quanto la storia più ispirata del mondo.

È ascolto dei bisogni. È gestione dello spazio condiviso. È educazione alla convivenza. È capacità di tenere insieme la programmazione e l’imprevisto, il gruppo e l’individuo, l’ideale e il materiale e non prenderla sul personale (eddai che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta).

Ma questo richiede di accettare che il lavoro dell’insegnante non si svolge in uno spazio asettico fatto solo di menti da ispirare. Si svolge in uno spazio fatto di corpi, emozioni, bisogni fisici, relazioni complesse, contesti sociali, fatiche, gioie, routine e, sì, anche bagni.

No, ovviamente. Non sto dicendo che i consigli didattici siano inutili o che non si debba mai cercare di coinvolgere gli studenti in modo creativo. Sto dicendo che serve distinzione tra la narrazione e la realtà, tra l’ispirazione e l’aspettativa irrealistica, tra il momento esemplare e la pratica quotidiana.

Un conto è vedere un reel e pensare “interessante, potrei provare a riadattare questa idea al mio contesto”. Un altro conto è credere che quella sia la norma a cui tutti dobbiamo tendere sempre, e che se non ci arriviamo siamo professionalmente inadeguati.

Un conto è condividere pratiche didattiche. Un altro è creare una narrazione tossica che alimenta aspettative distorte e finisce per svalutare il lavoro vero.

La differenza sta nella consapevolezza del mezzo e del messaggio. Instagram non è neutro. Richiede una certa estetica, un certo ritmo, una certa semplificazione. E questo va benissimo per i lamantini da nutrire e i capibara folk (che comunque hanno la loro importanza nella salute mentale). Ma quando si applica alla rappresentazione di una professione complessa, crea distorsioni.

Forse è il momento di rivendicare la complessità e l’ordinaria straordinarietà del lavoro educativo. Quella che non entra in 30 secondi di reel. Quella che non ha un prima-e-dopo spettacolare. Quella che si costruisce giorno per giorno, con pazienza, competenza, presenza.

Quella dove “maestra posso andare in bagno?” non è il fallimento della lezione perfetta, ma parte integrante di un processo educativo che si prende cura di persone intere – non solo di menti da ispirare, ma di bambini e ragazzi con corpi, bisogni, emozioni, storie (e anche voglia di essere altrove in quel momento, esattamente come noi).

E magari, la prossima volta che incappiamo in un reel di consigli per insegnanti tra un lamantino e un capibara, possiamo permetterci di sentire quel fastidio, ascoltarlo, e chiederci: cosa sta davvero comunicando questo contenuto? A chi serve questa narrazione? Quali aspettative sta creando?

Perché se CSI ci ha insegnato qualcosa, è che quando la fiction prende il posto della realtà, a pagarne il prezzo sono sempre quelli che lavorano sul campo.

Ma ora veniamo a te, si, proprio te che mi stai leggendo! Se sei arrivato fino a qui raccontami: cosa ha fatto la maestra di tuo/a figlio/a al rientro? Se sei un docente, cosa hai fatto tu? Ma, soprattutto, cosa ne pensi della Pedainstragramogia?

Rispondimi nei commenti o seguimi su facebook, instagram (tanta ironia ma senza pedagogia) e youtube.

A presto, la tua

Maestra Imperfetta non Instagrammabile.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Partenogenesi Professionale: Il Miracolo dell’Appropriazione

C’è un fenomeno curioso che accade nelle scuole, negli uffici, nei luoghi dove le persone dovrebbero collaborare. Lo chiamo “partenogenesi professionale“: la riproduzione di idee senza bisogno dell’originale genitore.


Funziona così: proponi un progetto. Qualcuno dice “non funzionerà” / “non è opportuno” / “ci sono criticità”. Tu e chi ci crede ci lavorate comunque durante le programmazioni e studiando bene i compromessi del caso. Il progetto prende forma. Funziona. È fattibile.
E poi, miracolo: davanti a chi conta, l’idea si è riprodotta. Ha trovato un nuovo genitore. Che curiosamente è proprio chi prima la osteggiava.
Benvenuti nel club di chi ha assistito al Miracolo.

Ma attenzione! L’appropriazione intellettuale ha una sua eleganza perversa. Richiede:


Tempismo sopraffino. Non puoi dire “era mia idea!” troppo presto – quando tutti dicevano che non avrebbe funzionato, non ci guadagni nulla. Devi aspettare il momento giusto: quando qualcuno più in alto dice “interessante, fattibile”. Quello è il momento. Lì scatta il miracolo della memoria selettiva.

Memoria a geometria variabile. Improvvisamente non ricordi più di aver detto “non è inclusivo” / “ci sono problemi” / “non sono convinta”. Ricordi solo che “avevi pensato a questa soluzione”. Il cervello umano è meraviglioso.


Assenza totale di vergogna. Questo è il superpotere fondamentale. Serve una disconnessione totale tra ciò che hai detto tre mesi fa e ciò che dici oggi davanti al dirigente. Una sorta di schizofrenia professionale funzionale (in tutti i sensi).

Ma ho osservato bene questo fenomeno e mi sembra di aver notato che dietro ogni appropriazione c’è sempre la stessa cosa: l’insicurezza travestita da sicurezza.
Chi si appropria del lavoro altrui lo fa perché è più facile raccogliere i frutti che coltivare l’albero. Ma c’è un problema: i frutti raccolti non insegnano nulla sulla coltivazione.
E così si crea un circolo vizioso:


Nel frattempo, chi ha davvero lavorato osserva in silenzio e prende nota. Non per vendetta, ma per lucidità: ora sa con chi può condividere e con chi deve proteggere il proprio lavoro.

Quello che chi si appropria non capisce è il costo relazionale che sta creando.
Quando ti appropri del lavoro di qualcuno:
– Uccidi la fiducia (quella vera, non quella delle riunioni di facciata)
– Insegni alle persone integre a non condividere più idee con te
– Crei un ambiente dove chi ha valori deve proteggersi invece di collaborare
– Perdi la possibilità di crescere davvero (perché crescita = vulnerabilità, ammettere di non sapere, chiedere aiuto)

Ma l’aspetto che mi inquieta maggiormente è: cosa stiamo insegnando?
Perché i bambini vedono. Vedono chi dice una cosa e ne fa un’altra. Vedono chi prende credito per il lavoro altrui. E imparano che apparentemente funziona.
Allora mi chiedo: quando poi ci lamentiamo che “i giovani non hanno più valori”, “non c’è più rispetto”, “tutto è apparenza”… da chi pensiamo lo possano avere imparato?

Ora, se permettete, vorrei dare alcuni consigli pratici per chi volesse intraprendere la carriera di Appropriatore Seriale (carriera potenzialmente proficua anche se non onesta):


1. Mai opporsi troppo violentemente all’inizio – lascia un margine di ambiguità. “Non sono convinta” funziona meglio di “È un’idea terribile”. Più facile fare retromarcia dopo.
Usa giustificazioni nobili quando ostacoli – “Ci sono criticità”, “Pensiamo ai bambini”. Poi quando ti appropri, usa le STESSE frasi. Coerenza è sopravvalutata.


2. Aspetta sempre che qualcuno più in alto approvi prima di dichiararti genitore dell’idea. I dirigenti sono come il sole: l’idea fiorisce quando loro la illuminano.

Scherzi a parte, quanto vissuto fino ad oggi mi ha fatto riflettere su cosa significa davvero integrità professionale.
L’integrità non è quando tutti ti guardano. È quando potresti appropriarti di qualcosa e nessuno se ne accorgerebbe, ma non lo fai. È dare credito anche quando non sei obbligata.
L’integrità è costosa. Costa visibilità, costa riconoscimento immediato, costa la tentazione di “vincere facile”.
Ma ha un vantaggio: ti fa dormire bene la notte meglio della melatonina o di qualsiasi farmaco. E ti fa guardare allo specchio senza dover distogliere lo sguardo.


Quando qualcun altro si è appropriato di un progetto, su cui si è lavorato in gruppo, davanti a chi conta, ho scelto di concentrarmi sui bisogni del bambino per cui tale progetto esisteva perché era l’obiettivo reale.
Ma ho anche scelto di ricordare.


In questi nove anni ho imparato che esistono due tipi di colleghi:


– Quelli con cui puoi costruire

– Quelli da cui devi proteggerti

E questa è informazione preziosa.

Cosa fare se ti succede?
Documenta. Email, verbali, messaggi. Non per guerra futura, ma per chiarezza.


– Metti confini. Con chi si è dimostrato inaffidabile, condividi meno. Non è cattiveria, è protezione.
– Continua a lavorare bene. Per i bambini, per te stesso/a, per i colleghi che meritano fiducia. Non lasciare che l’ipocrisia altrui ti tolga la gioia del tuo lavoro.
– Scegli con chi collaborare. Non tutti meritano le tue idee, il tuo tempo, la tua creatività.


E soprattutto: non trasformarti in quello che critichi. La tentazione di “giocare al loro gioco” è forte. Resisti. Perché la differenza tra te e chi si appropria non è l’intelligenza o la competenza.
È l’integrità. E quella non è negoziabile.

Ora veniamo a te, che mi stai leggendo! Se hai letto fin qua, quando è stata l’ultima volta che hai dato credito a qualcuno che non dovevi?

E quando è stata l’ultima volta che hai “dimenticato” di darlo?

Se dovessi spiegare a un bambino cosa significa integrità professionale, cosa diresti?

Forse è ora di smettere di considerare l’onestà intellettuale come un optional poetico, e iniziare a vederla per quello che è: la base minima per una collaborazione vera.
Non chiedo catarsi collettiva. Chiedo pensiero critico.
Anche solo per cinque minuti.


Con affetto caustico,


Una Maestra Imperfetta ma onesta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Allora bambini, oggi parliamo di come NON vi parleremo di sesso

Buonasera a te che mi stai leggendo ora. Prepara la tisana calmante perché, se sei docente, assicuro ce ne sarà bisogno molto più di quanta ne occorra per sopportare i commenti sui presunti “tre mesi di ferie” o altre amenità del genere.

Lunedì 20 ottobre, in macchina verso casa di mia madre, Radio 104 mi regala il nuovo tormentone nazionale: una proposta di legge della Lega, firmata dal nostro ministro, che vorrebbe cancellare l’educazione sessuale fino alle superiori. E anche lì, solo con consenso scritto dei genitori. Praticamente come per le gite scolastiche, ma con più imbarazzo.

Di solito non parlo di proposte di legge prima che diventino realtà (sono ottimista di natura), ma questa volta non posso proprio esimermi. Perché se passa, ci ritroveremo con generazioni di adolescenti che impareranno l’educazione sessuale da TikTok. E fidatevi, ChatGPT probabilmente farebbe un lavoro migliore di molti genitori che ancora credono che i figli nascano sotto i cavoli.

La mia educazione sessuale (spoiler: un disastro)

Alle medie – sì, si chiamavano ancora così quando i dinosauri camminavano sulla Terra – venne in classe una biologa. Ci fece una testa così sulla genetica: mendelismo, cromosomi, DNA. Bellissimo, un bel 10 in scienze. Peccato che della masturbazione non parlò nemmeno per sbaglio.

Risultato? Le compagne “scafate” si rivolgevano alla posta del cuore di Cioè, e alla gita delle superiori due mie compagne ubriache piangevano perché avevano scoperto – sorpresa! – che senza protezioni la gravidanza era un rischio concreto. E porvi rimedio comportava un costo emotivo che nessuna posta del cuore ti prepara ad affrontare.

Mi sono posta questa domanda da quando ho sentito la notizia. E dopo aver parlato con amici e colleghi, il quadro è chiaro: è questione di fortuna.

  • Becchi il prof giusto? Ne parli serenamente
  • Non lo becchi? Finisci su Reddit o, peggio, su forum dove “xXxDarkLord98xXx” ti spiega che il coito interrotto è affidabile al 100%

Io, semplice maestra, sono passata dall’essere assalita da dieci-undicenni curiosi che mi mostravano un’illustrazione anatomicamente corretta di un rapporto sessuale (sì, ho dovuto fare appello a tutto il mio aplomb per non spedirli a quel paese) a bambini della stessa età per cui esistevano solo pallone e penne glitterate.

La curiosità non è democratica. E noi facciamo ipocritamente finta di niente.

Andiamo ai dati, perché l’aneddotica è divertente ma poco scientifica:

Secondo il Laboratorio Adolescenza (2023):

  • 1 ragazza su 4 nella fascia 12-14 anni ha avuto il menarca prima degli 11 anni
  • Il trend è in aumento (studio SisMer 2024)

Traduzione per chi non mastica pedagogia: una fetta non trascurabile di bambine di 10-11 anni sta già attraversando la pubertà. E tu, maestra, le devi spiegare cosa sta succedendo al loro corpo senza fare “educazione sessuale” (quella no, ci vuole l’esperto autorizzato dai genitori).

In pratica: “Cara, ti sta crescendo il seno e tra poco sanguinerai una volta al mese, ma NON posso spiegarti perché. Chiedi a mamma, alle amichette, alla cugina o a TikTok. Buona fortuna!”

Membri per diabetici, direbbe qualcuno.

Posto che parlare di sesso ai bambini non è facile (dei preadolescenti non ne parliamo, sono peggio), mi sono chiesta: abbiamo ancora addosso il retaggio cattolico?

Risposta breve: sì e no.

Nel 2025 gli italiani mostrano crescente apertura: più contraccettivi, accettazione delle relazioni omosessuali (evviva), riduzione del divario di genere (evviva al quadrato). Ma:

  • Quasi un terzo della popolazione considera il sesso ancora “tabù” o “delicato”
  • La percezione è più forte tra i giovani 18-30 anni (28%) e gli adulti 35-55 (31%)

Traduzione: i genitori di oggi sono più sessuofobici dei figli. Perfetto, no?

Possiamo fare mille discorsi sulla cultura patriarcale, sulla rivoluzione sessuale, sui social che hanno normalizzato tutto (porno, sexting, revenge porn), ma la verità è semplice: abbiamo paura di parlare di una cosa che facciamo tutti (altrimenti la popolazione umana sarebbe un ricordo…oddio, sta già diminuendo in effetti…).

Guardiamo cosa succede nel resto d’Europa, giusto per farci venire un po’ di invidia (e prepariamo il gastroprotettore).

In Italia: educazione sessuale non obbligatoria, affidata a “iniziative regionali” (traduzione: chi si improvvisa quando capita). In 15 anni abbiamo prodotto 39 progetti, di cui 23 “one-off” – cioè facciamo una cosa, poi ce ne dimentichiamo come i buoni propositi della dieta e palestra. La formazione docenti? Volontaria. E a pagamento, ovvio.

Nel resto d’Europa: educazione sessuale obbligatoria nell’85% dei Paesi, con curriculum nazionali, linee guida dettagliate e 120-150 progetti per Paese. In Finlandia hanno addirittura un modulo di laurea dedicato. Nel 70% dei Paesi UE iniziano già alle primarie.

I risultati? DAL 2018 al 2023:

In Europa: riduzione del 15-20% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST (Infezioni Sessualmente Trasmissibili), maggiore consapevolezza su consenso e relazioni sane.

In Italia: In Italia (nelle regioni dove qualche santo ha fatto partire programmi CSE): riduzione del 24% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST,  maggiore consapevolezza del consenso ed utilizzo di contraccettivi. Praticamente funziona ma a macchia di leopardo.

In Italia preferiamo affidare tutto a 39 progetti sparsi in 12 regioni su 20 (il Sud praticamente assente, perché lì forse i bambini nascono ancora sotto i cavoli o li portano le cicogne?). E poi ci chiediamo perché i ragazzi credono che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo affidabile (quando non pensano che basti un bacio per una gravidanza).

Il punto non è se dobbiamo fare educazione sessuale. Il punto è che i ragazzi se la faranno comunque – ma su PornHub, su forum dubbi, su TikTok.

Preferiamo davvero che un quattordicenne impari il sesso da “xXxAlphaMan2010xXx” piuttosto che da un adulto preparato e formato? Dai genitori sappiamo che in molti casi è fuori discussione perché ad una certa età non vengono considerati nemmeno più confidenti.

Ma forse il problema è nostro. Se parlare di sesso ci fa ancora paura, crea imbarazzo e timori, forse siamo noi che trasmettiamo il tabù evitando l’argomento.

Potrebbe anche venire il giorno in cui un bambino chiederà a ChatGPT come nascono i bambini. E chissà, magari la risposta sarà migliore di “te lo spiego quando sarai più grande”.

O magari gli citerà un trend di TikTok.

Nell’attesa torno a ragionare e riflettere

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Se questa proposta di legge passa, preparatevi a generazioni che pensano che il ciclo mestruale sia una fase lunare e che il petting sia un modo per accarezzare il cane.

Buona fortuna, Italia. Ne avremo bisogno.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La Sindrome di Davigo: Quando l’Antipatia Diventa Prova

Ovvero: come trasformare il pregiudizio in metodologia educativa

Nel podcast “Sentenze” di Giovanni Zagni e Giovanni Gasperini – che consiglio caldamente per la competenza giuridica e la capacità divulgativa – ho ancora una volta appurato quanto la realtà spesso superi la letteratura nel dipingere l’animo umano. È il caso del rigidissimo ex giudice Davigo.

Ah, che sollievo sentire qualcuno che finalmente ha il coraggio di ammettere quello che tutti sappiamo ma fingiamo di ignorare: che il nostro senso di giustizia è calibrato sulla simpatia e l’antipatia quanto un orologio rotto sul tempo esatto.

Il buon Davigo – che evidentemente ha confuso il codice penale con il Malleus Maleficarum – ci ha regalato una perla di saggezza degna di essere incisa sui muri delle aule di tribunale: “Gli innocenti sono colpevoli che l’hanno fatta franca”.

Tradotto dal giuridichese: “Se non ti ho ancora beccato, è solo questione di tempo, furfante!”. Una filosofia che farebbe impallidire Kafka per la sua logica cristallina e renderebbe Torquemada un garantista liberal.

L’Ipocrisia del Nostro Sdegno

La nostra prima reazione è di orrore. Rifuggiamo questa frase come un pensiero intrusivo che ci spaventa proprio perché, avendolo avuto, temiamo di condividerlo. Quindi ci indigniamo. No, noi non la pensiamo così, quindi non agiamo così!

Ma siamo davvero sicuri?

Riflettiamo attentamente sui nostri comportamenti quotidiani. Quando la soglia dell’attenzione si abbassa, quando la stanchezza e i problemi si fanno sentire, possiamo onestamente affermare con certezza di non scivolare su questa logica?

Forse agiamo in modo non troppo diverso, solo che invece di mandare in galera innocenti, rischiamo di minare l’autostima dei bambini – molto più raffinato, molto più socialmente accettabile perché sfumato e quasi invisibile.

Kevin vs Brunetto: La Giustizia in Aula…non di tribunale

Certo, non dico che lo si faccia intenzionalmente – almeno non tutti – ma se ci pensiamo bene, almeno una volta abbiamo tutti giudicato quel bambino che ci guardava storto, quello che aveva “la faccia da l’ho fatto io” anche quando dormiva. Quello che, appena succedeva qualcosa, tutti gli occhi si voltavano verso di lui come girasoli verso il sole del sospetto.

E che dire di quella sottile, impercettibile differenza di trattamento tra Brunetto Bravo-in-Tutto e Kevin Combina-Guai? Quando manca la matita, il primo “forse l’ha dimenticata a casa”, il secondo “sicuramente l’ha nascosta per non fare il compito”. Stessa situazione, due pesi e due misure, perché la faccia da innocente è un privilegio che si guadagna sul campo della simpatia.

L’Effetto Aureola: L’Altra Faccia della Medaglia

Il problema funziona anche al contrario: ammettiamolo, almeno a noi stessi – quante volte abbiamo fatto finta di non vedere quando il nostro piccolo angioletto combinava disastri, perché “impossibile, lui è così bravo”? L’effetto aureola è potente quanto il pregiudizio.

La Confessione di un’Educatrice Imperfetta

Quindi, cari colleghi, compagni inconsapevoli in questa generale ipocrisia pedagogica, la prossima volta che Kevin viene accusato di aver fatto sparire la merenda di Brunetto, chiediamoci se forse – dico forse – anche i nostri neuroni sono stati contaminati dalla Sindrome di Davigo.

La vera domanda non è se siamo tutti un po’ giustizialisti da strapazzo, ma se avremo mai il coraggio di ammettere che il nostro “intuito pedagogico” è spesso solo un pregiudizio ben vestito.

So che a volte il nostro intuito fa centro, ma dobbiamo imparare a riconoscere quando rischia di farci sbagliare. Come? Non ho risposte, ma non smetterò mai di cercarle. Se qualcuno di voi ha trovato strategie efficaci, le condivida pure nei commenti.

Alla prossima sindrome

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. – Kevin, se stai leggendo questo da adulto, mi dispiace per quella volta che ti ho dato la colpa solo perché eri l’unico sveglio durante la lezione. Probabilmente eri davvero innocente…forse.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus, Sopravvivenza Docenti

Mamma, c’è un senzatetto in salotto! (Spoiler: non c’è)

L’orrore ha un volto, e stavolta si chiama “AI Homeless Man Prank”

Oggi parliamo di una di quelle cose che, quando le senti, pensi “no dai, non è possibile”. E invece sì, è possibilissimo. Anzi, è già successo… parecchie volte.

Scenario: sei al lavoro (o a far la spesa, etc), tuo figlio adolescente è a casa e ti arriva un messaggio: “Mamma, c’è uno in casa. Non lo conosco. È vestito strano. Dice che ti conosce. Che faccio?”

Allegata: una foto. Il vostro salotto. Il divano beige comprato l’anno scorso da IKEA dopo tre ore di litigio sulla tonalità…lì, seduto come fosse a casa sua, un uomo con abiti laceri, barba incolta, sguardo perso.

Cosa fai? Chiami la polizia. Corri verso casa. Il cuore a mille. Le mani che tremano sul volante.

Arrivi. La polizia è già lì. Tuo figlio apre la porta ridendo: “Era uno scherzo! Che figata l’intelligenza artificiale!”

Benvenuti nel nuovo trend virale (per ora solo negli USA) su TikTok: l’AI Homeless Man Prank.

E io, da maestra imperfetta che vive nella trincea ogni santo giorno, vi dico: abbiamo toccato il fondo e abbiamo iniziato a scavare.


Non è nemmeno complicato:

  1. Fai una foto al tuo salotto
  2. Usi un’app di AI (ce ne sono milioni, gratis)
  3. L’AI ci piazza dentro un senzatetto fotorealistico
  4. Mandi la foto (o il video) ai genitori con messaggi terrorizzati
  5. Registri la loro reazione (ovviamente, che sennò dove starebbero i like?)
  6. Li guardi impazzire di paura
  7. Ridi
  8. Pubblichi su TikTok

Semplice, veloce, efficace.

E completamente, totalmente, devastantemente sbagliato.


Fermiamoci un attimo qui. Perché hanno scelto proprio i senzatetto per questo “scherzo”?

Non un vicino sorridente. Non il postino. Non uno zio. No. Un senzatetto.

Perché nella loro testolina di adolescenti iper-connessi ma socialmente anestetizzati, il senzatetto = minaccia. Paura. Pericolo. Chi gli ha dato questa percezione? Indovinate un po’…

Una persona in fragilità sociale è diventata il mostro del film horror.

E nessuno si è fermato un secondo a pensare: “Ehi, ma stiamo parlando di esseri umani, no?”

Zero empatia. Zero pensiero critico. Zero umanità.

Ecco, questo da solo basterebbe per fermare tutto. Ma continuate  vi prego…

Sapete cosa succede quando mandi quella foto a tua madre? Lei chiama il 112. Ovvio. Normale. Giustissimo.

E la polizia manda una pattuglia. Perché il loro lavoro è quello: intervenire quando c’è un’emergenza.

Solo che l’emergenza non c’è.

E mentre quella pattuglia è lì, da te, a scoprire che tuo figlio è un genio del male (o hai cresciuto un  idiota, a scelta) con lo smartphone, da qualche altra parte qualcuno che ha davvero bisogno aspetta.

Negli Stati Uniti le forze dell’ordine hanno dovuto diramare comunicati ufficiali per chiedere di smettere. Traduzione: i centralini stavano saltando per aria.

Non è più “uno scherzo innocente”. È sabotaggio di un servizio pubblico. E se qualcuno volesse fare una denuncia per procurato allarme, avrebbe tutte le ragioni di questo mondo.

“Ma dai, era solo uno scherzo!”

Sì, certo. Come quando ti dico “FUOCO!” mentre dormi e poi rido perché “scherzavo”.

Il tuo corpo ha già reagito. L’adrenalina è partita. Il sistema nervoso ha fatto il suo lavoro. Hai creduto, per quei minuti interminabili, che tuo figlio fosse in pericolo.

Quello non si cancella dicendo “tranquilla, era l’AI”.

E la fiducia tra te e tuo figlio? Quella ci metterà un bel po’ a tornare. Se torna.


Qui si apre un discorso che mi sta particolarmente a cuore.

Una volta, per fare un fake credibile servivano:

  • Ore di lavoro
  • Competenze avanzate di Photoshop
  • Foto stock (le migliori sempre drammaticamente a pagamento)
  • Capacità di gestire luci, ombre, prospettive

Ora? App gratuita. 30 secondi. Zero competenze. Risultato fotorealistico.

L’intelligenza artificiale ha democratizzato la capacità di mentire in modo perfetto.

Non è colpa dell’AI, sia chiaro. L’AI è uno strumento. Come un coltello: puoi usarlo per tagliare il pane o per accoltellare qualcuno. La scelta è tua.

Ma è come dare una Ferrari a uno che ha la patente da una settimana: tecnicamente può guidarla. Praticamente, è un disastro annunciato.

E noi cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo dato la Ferrari. A 13 anni. Senza istruzioni. Senza accompagnatore. E ci meravigliamo se poi fanno danni.


Sì. Sono adolescenti. Con un cervello in costruzione dove la corteccia prefrontale (quella che gestisce “hmm, forse questa cosa ha delle conseguenze”) non è ancora a posto.

Ma questo spiega, non giustifica.

Perché a 14-15-16 anni sai benissimo cosa significa terrorizzare tua madre. Lo sai. Semplicemente scegli di non pensarci.

Perché? Perché i like su TikTok valgono più del benessere psicologico di chi ti ha cresciuto.

E questa scala di valori completamente ribaltata è il vero, grosso, enorme problema.


Parlane PRIMA che succeda. Non aspettare di essere la vittima dello scherzo. Mostra questo articolo. Fai vedere i video. Spiega perché è grave.

E stabilisci conseguenze chiare. “Se lo fai, succede questo.” E poi mantienile. Sempre. Perché se cedi, hai appena insegnato che le tue parole non valgono nulla.

Porta questo caso in classe. È oro colato per parlare di:

  • Etica (non solo digitale);
  • Empatia (o la sua assenza totale);
  • Conseguenze delle azioni;
  • Fake news e disinformazione;
  • Disumanizzazione.

Fai esercizi di “pensiero consequenziale”: “Se fai X, cosa succede? E poi? E poi?” Alleniamo quel pezzo di cervello che ancora non funziona bene.

E soprattutto: parliamo di senzatetto come esseri umani. Non categorie. Non statistiche. Persone. Con storie. Con dignità. Con tutto il diritto di non essere usati come spaventapasseri digitali.

Fermati un secondo.

Pensa a tua madre, tuo padre, chi ti vuole bene, al personale di pubblica sicurezza che per un falso allarme potrebbe poi non essere in condizione di intervenire in tempo per un reale allarme. 

Ora immagina di ricevere quella foto. Di credere che sia vera. Di pensare che la persona che ami di più al mondo sia in pericolo.

Immagina quella corsa disperata. Quel terrore. Quella chiamata al 112 con la voce che trema.

Ora dimmi: fa ancora ridere?


Cosa stiamo crescendo?

Una generazione che ha strumenti potentissimi ma zero senso di responsabilità.

Una generazione che non comprende che non esiste confine tra reale e virtuale perché ciò che sembra virtuale di fatto ha conseguenze sul reale.  

Una generazione che misura il valore di un’azione in visualizzazioni, non in conseguenze.

E la colpa non è loro. È nostra.

Nostra, che gli abbiamo dato smartphone a 10 anni senza un minimo di educazione digitale.

Nostra, che abbiamo normalizzato i social come metro di valore personale.

Nostra, che non abbiamo insegnato l’empatia perché nemmeno noi l’abbiamo capita.

Nostra, che davanti a questi fenomeni reagiamo sempre troppo tardi. Sempre a rincorrere. Sempre a dire “ma come hanno potuto?”


Tra qualche settimana questo trend passerà. Ne arriverà un altro. Probabilmente peggiore. Perché la creatività nell’uso distorto della tecnologia non ha limiti.

E noi saremo ancora qui, a rincorrere, a mettere toppe, a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Oppure possiamo iniziare a parlarne PRIMA.

Prima che vostro figlio lo faccia. Prima che il centralino della polizia salti. Prima che qualcuno si faccia davvero male.

L’intelligenza artificiale non sparirà. Diventerà solo più potente, più accessibile, più convincente.

La domanda non è “come fermiamo la tecnologia?”

La domanda è: “Come cresciamo esseri umani che sappiano usarla senza perdere l’umanità?”

E questa risposta, ve lo garantisco, nessuna AI potrà mai darcela.

Toccherà a noi. Con tutta la nostra imperfetta, faticosa, bellissima umanità.


Questo articolo nasce dalla puntata “Mamma, un senzatetto in salotto!” di Good Morning Privacy. L’ho scritto perché credo che l’informazione sia il primo strumento di prevenzione. Condividetelo pure. Ma leggetelo tutto prima. Il pensiero critico inizia da lì.