Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

“Che cazzo vuoi da me?” Riflessioni su educazione, classe sociale e rispetto

Come tutti in questo periodo sono divisa tra tempo libero (al solito sempre meno) e pranzi in famiglia (che si moltiplicano nonostante la famiglia riduca i suoi elementi per natura) e, durante questi ultimi, le domande sulla mia professione emergono e sbucano come la gramigna nei campi elisi di una tranquillità festiva. Ci sta, sia chiaro, non me ne lamento e tutto sommato rispondo con quella serenità capibaresca di chi ha accettato anche questo come parte dell’esistenza.

Parlando dei compagni delle mie nipotine, ne è emersa una realtà che mi ha lasciata perplessa. Scuola privata, badate bene a tenerlo in seria considerazione perché è fondamentale: in una classe di seconda primaria i bambini usano come linguaggio privilegiato delle comunicazioni tra pari la violenza. No, non quella verbale. Quella fisica. Mia nipote, saggiamente, si è fatta amica quella che picchia più duro, rassicurandomi sulla sua capacità di sopravvivenza tutto sommato. (No, non mi sconvolgo: leggetevi Il signore delle mosche e non vi sconvolgerete nemmeno voi.)

La maggiore, secondaria di primo grado, pare abbia una classe terribile, ingestibile, allucinante. Scuola privata, ricordo bene: siamo su un bell’ammontare di migliaia di euro l’anno, quindi famiglie che, potendoselo permettere, dovrebbero sulla carta e per stereotipo radicato in secoli di letteratura dare un’ottima educazione, impeccabile. Praticamente dei principini George ma senza corona pendente.

La domanda innocente

Mio cognato prima mi chiede: “Ma tu non urli in classe?”

Io candidamente rispondo che all’inizio lo facevo, ma poi ho imparato che fanno più la mimica e lo sguardo assieme alla coerenza che mille urla. Fin lì tutto ok, domanda che mi sembrava innocente e che mi ha fatto ripercorrere i primi anni in cui urlavo tanto facendomi venire tracheiti. Aaah amarcord… nemmeno troppo.

È seguito il commento: “Ah complimenti, ma la classe della grande è impossibile, tu non hai idea.”

Ok, lavoro nella scuola da nove anni, quasi dieci, e mi sembrano venti perché ho lavorato in due scuole in zone ad alto rischio di dispersione e con situazioni veramente difficili e complesse. La quotidianità per me è fatta di cercare di far apprendere e interiorizzare le basilari procedure matematiche, la grammatica inglese, nozioni di tecnologia e ragionamento mentre un bambino con gravi problemi  prende a calci, pugni, schiaffi e testate come un ariete qualsiasi docente di sostegno e non (non sempre riesco a schivare) e vocalizza tutto il tempo. Ma non ho idea di cosa sia una classe impossibile.

Lo posso accettare, in fondo i bambini che ho avuto, benché fossero al 70% figli di immigrati di prima o seconda generazione, qualche non italofono infilato a metà anno e senza supporto del mediatore linguistico e almeno una decina tra BES e DSA, erano e sono educati, verissimo (e non sono ironica su questo). Qualcuno un pochino peculiare c’è, sia chiaro, ma fa folklore e diventa barzelletta da ore di programmazione col team o da cena di fine anno tra colleghi.

La domanda che spacca

Insomma arriva la domanda che mi si pianta nel cervello: “Ma tu come reagiresti se un alunno che hai richiamato ti rispondesse ‘che cazzo vuoi da me’?”

Già… come reagirei? Me lo sto domandando. Non mi è mai capitato.

Mi sono capitati alunni che davano le rispostine a mezza bocca, ma in quel caso mi bastava guardarli e dire “abbi il coraggio di dirmelo in faccia”. Spoiler: non avevano il coraggio. Altri che mi parlavano dietro e il solito delatore che veniva a riferirmelo, ma in quel caso fingevo di nulla e dicevo al delatore che se Tizio aveva qualcosa da dirmi poteva benissimo dirmelo di persona se lo pensava davvero e ne avremmo parlato.

Nonostante le situazioni drammatiche, difficili in cui mi son trovata, nessuno dei bambini mi ha detto con questa strafottenza “che cazzo vuoi da me”. Che lo abbiano pensato non lo nego e non mi illudo che non lo abbiano fatto, ma detto mai.

Lo stereotipo infranto

Se la letteratura insegna più di mille libri di psicologia, è vero che di famiglie ce ne sono di tutti i tipi e l’educazione non viene solo dallo status sociale ed economico. Curioso però è come la percentuale alta di maleducazione, per alcuni, sia presente in una scuola privata con famiglie diciamo… abbienti.

Sia chiaro, non faccio di un caso la regola e non vanno fatte generalizzazioni, ma mi ha portata comunque a riflettere. Il comportamento del bambino altro non è che “briciole che cadono dal tavolo”, come disse una mia collega. Il bambino porta a scuola ciò che respira a casa, nel bene e nel male. E forse, in alcuni casi, il denaro compra tutto tranne il tempo, la presenza, i limiti educativi.

La mia (non) risposta

Ma la risposta alla domanda? Non lo so. Non voglio sfuggire alla mia stessa provocazione ma non so come risponderei in situazioni in cui non mi sono trovata.

Posso ipotizzare, per come sono fatta almeno, che forse lo guarderei, starei zitta un poco e poi direi: “Voglio che tu non rompa le scatole agli altri”. Come ho sempre detto ai bambini, e quelli mi son capitati, disturbatori della quiete: “A me non interessa che vogliate imparare o no, quella è una vostra scelta, non fate un dispetto a me, ma non avete diritto di impedire agli altri di imparare”.

Posso ipotizzare, quale alternativa, che potrei rispondere semplicemente: “Perché?”. Sì, proprio così. Perché. Magari lo spiazzerei abbastanza da farlo ragionare, lì, davanti ai compagni. Fargli vedere che la sua provocazione non mi scalfisce, che non entro nel suo gioco della rabbia urlata, ma che lo prendo sul serio abbastanza da voler capire. Perché vuoi sapere cosa voglio da te? Cosa ti fa così arrabbiare? Cosa ti aspetti che io faccia ora?

Forse chiamerei i genitori. Probabilmente sentirei il bisogno di capire cosa c’è dietro tanta rabbia in un corpo così piccolo. Sicuramente non urlerei, perché ormai ho imparato che l’urlo è l’ammissione di una sconfitta, la dichiarazione che hai perso il controllo prima ancora che lo perdesse l’alunno.

Ma onestamente? Non lo so. E forse questa incertezza è l’unica risposta onesta che posso dare. Perché ogni bambino è un mondo, ogni “che cazzo vuoi da me” ha dietro una storia diversa, e la risposta giusta non sta nei manuali ma nell’essere presenti, nell’ascoltare, nel non smettere mai di cercare la persona dietro la provocazione.

Anche quando quella persona ha solo dieci, undici o dodici anni e un vocabolario che i suoi genitori, da qualche parte, gli hanno lasciato imparare.

E voi, come reagireste? Vi è mai capitato di trovarvi davanti a una provocazione del genere? Avete una vostra strategia, un vostro “perché?” che funziona? O magari avete scoperto che le certezze che avevate prima di entrare in classe si sono sgretolate alla prima vera sfida? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com. Sono davvero curiosa di sapere se le vostre classi “impossibili” assomigliano alle mie, se anche voi avete notato che l’educazione non segue le linee dello stereotipo economico, o se invece avete storie completamente diverse da condividere. Perché alla fine, colleghi o genitori che siate, siamo tutti sulla stessa barca: quella di chi cerca ogni giorno di capire questi piccoli esseri umani che ci mettono di fronte a domande scomode durante i pranzi di Natale. E che, a quanto pare, alcune famiglie riescono a rovinare democraticamente a prescindere dal conto in banca.

Buon riposo

la vostra

Maestra Imperfetta

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Mamma, c’è un senzatetto in salotto! (Spoiler: non c’è)

L’orrore ha un volto, e stavolta si chiama “AI Homeless Man Prank”

Oggi parliamo di una di quelle cose che, quando le senti, pensi “no dai, non è possibile”. E invece sì, è possibilissimo. Anzi, è già successo… parecchie volte.

Scenario: sei al lavoro (o a far la spesa, etc), tuo figlio adolescente è a casa e ti arriva un messaggio: “Mamma, c’è uno in casa. Non lo conosco. È vestito strano. Dice che ti conosce. Che faccio?”

Allegata: una foto. Il vostro salotto. Il divano beige comprato l’anno scorso da IKEA dopo tre ore di litigio sulla tonalità…lì, seduto come fosse a casa sua, un uomo con abiti laceri, barba incolta, sguardo perso.

Cosa fai? Chiami la polizia. Corri verso casa. Il cuore a mille. Le mani che tremano sul volante.

Arrivi. La polizia è già lì. Tuo figlio apre la porta ridendo: “Era uno scherzo! Che figata l’intelligenza artificiale!”

Benvenuti nel nuovo trend virale (per ora solo negli USA) su TikTok: l’AI Homeless Man Prank.

E io, da maestra imperfetta che vive nella trincea ogni santo giorno, vi dico: abbiamo toccato il fondo e abbiamo iniziato a scavare.


Non è nemmeno complicato:

  1. Fai una foto al tuo salotto
  2. Usi un’app di AI (ce ne sono milioni, gratis)
  3. L’AI ci piazza dentro un senzatetto fotorealistico
  4. Mandi la foto (o il video) ai genitori con messaggi terrorizzati
  5. Registri la loro reazione (ovviamente, che sennò dove starebbero i like?)
  6. Li guardi impazzire di paura
  7. Ridi
  8. Pubblichi su TikTok

Semplice, veloce, efficace.

E completamente, totalmente, devastantemente sbagliato.


Fermiamoci un attimo qui. Perché hanno scelto proprio i senzatetto per questo “scherzo”?

Non un vicino sorridente. Non il postino. Non uno zio. No. Un senzatetto.

Perché nella loro testolina di adolescenti iper-connessi ma socialmente anestetizzati, il senzatetto = minaccia. Paura. Pericolo. Chi gli ha dato questa percezione? Indovinate un po’…

Una persona in fragilità sociale è diventata il mostro del film horror.

E nessuno si è fermato un secondo a pensare: “Ehi, ma stiamo parlando di esseri umani, no?”

Zero empatia. Zero pensiero critico. Zero umanità.

Ecco, questo da solo basterebbe per fermare tutto. Ma continuate  vi prego…

Sapete cosa succede quando mandi quella foto a tua madre? Lei chiama il 112. Ovvio. Normale. Giustissimo.

E la polizia manda una pattuglia. Perché il loro lavoro è quello: intervenire quando c’è un’emergenza.

Solo che l’emergenza non c’è.

E mentre quella pattuglia è lì, da te, a scoprire che tuo figlio è un genio del male (o hai cresciuto un  idiota, a scelta) con lo smartphone, da qualche altra parte qualcuno che ha davvero bisogno aspetta.

Negli Stati Uniti le forze dell’ordine hanno dovuto diramare comunicati ufficiali per chiedere di smettere. Traduzione: i centralini stavano saltando per aria.

Non è più “uno scherzo innocente”. È sabotaggio di un servizio pubblico. E se qualcuno volesse fare una denuncia per procurato allarme, avrebbe tutte le ragioni di questo mondo.

“Ma dai, era solo uno scherzo!”

Sì, certo. Come quando ti dico “FUOCO!” mentre dormi e poi rido perché “scherzavo”.

Il tuo corpo ha già reagito. L’adrenalina è partita. Il sistema nervoso ha fatto il suo lavoro. Hai creduto, per quei minuti interminabili, che tuo figlio fosse in pericolo.

Quello non si cancella dicendo “tranquilla, era l’AI”.

E la fiducia tra te e tuo figlio? Quella ci metterà un bel po’ a tornare. Se torna.


Qui si apre un discorso che mi sta particolarmente a cuore.

Una volta, per fare un fake credibile servivano:

  • Ore di lavoro
  • Competenze avanzate di Photoshop
  • Foto stock (le migliori sempre drammaticamente a pagamento)
  • Capacità di gestire luci, ombre, prospettive

Ora? App gratuita. 30 secondi. Zero competenze. Risultato fotorealistico.

L’intelligenza artificiale ha democratizzato la capacità di mentire in modo perfetto.

Non è colpa dell’AI, sia chiaro. L’AI è uno strumento. Come un coltello: puoi usarlo per tagliare il pane o per accoltellare qualcuno. La scelta è tua.

Ma è come dare una Ferrari a uno che ha la patente da una settimana: tecnicamente può guidarla. Praticamente, è un disastro annunciato.

E noi cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo dato la Ferrari. A 13 anni. Senza istruzioni. Senza accompagnatore. E ci meravigliamo se poi fanno danni.


Sì. Sono adolescenti. Con un cervello in costruzione dove la corteccia prefrontale (quella che gestisce “hmm, forse questa cosa ha delle conseguenze”) non è ancora a posto.

Ma questo spiega, non giustifica.

Perché a 14-15-16 anni sai benissimo cosa significa terrorizzare tua madre. Lo sai. Semplicemente scegli di non pensarci.

Perché? Perché i like su TikTok valgono più del benessere psicologico di chi ti ha cresciuto.

E questa scala di valori completamente ribaltata è il vero, grosso, enorme problema.


Parlane PRIMA che succeda. Non aspettare di essere la vittima dello scherzo. Mostra questo articolo. Fai vedere i video. Spiega perché è grave.

E stabilisci conseguenze chiare. “Se lo fai, succede questo.” E poi mantienile. Sempre. Perché se cedi, hai appena insegnato che le tue parole non valgono nulla.

Porta questo caso in classe. È oro colato per parlare di:

  • Etica (non solo digitale);
  • Empatia (o la sua assenza totale);
  • Conseguenze delle azioni;
  • Fake news e disinformazione;
  • Disumanizzazione.

Fai esercizi di “pensiero consequenziale”: “Se fai X, cosa succede? E poi? E poi?” Alleniamo quel pezzo di cervello che ancora non funziona bene.

E soprattutto: parliamo di senzatetto come esseri umani. Non categorie. Non statistiche. Persone. Con storie. Con dignità. Con tutto il diritto di non essere usati come spaventapasseri digitali.

Fermati un secondo.

Pensa a tua madre, tuo padre, chi ti vuole bene, al personale di pubblica sicurezza che per un falso allarme potrebbe poi non essere in condizione di intervenire in tempo per un reale allarme. 

Ora immagina di ricevere quella foto. Di credere che sia vera. Di pensare che la persona che ami di più al mondo sia in pericolo.

Immagina quella corsa disperata. Quel terrore. Quella chiamata al 112 con la voce che trema.

Ora dimmi: fa ancora ridere?


Cosa stiamo crescendo?

Una generazione che ha strumenti potentissimi ma zero senso di responsabilità.

Una generazione che non comprende che non esiste confine tra reale e virtuale perché ciò che sembra virtuale di fatto ha conseguenze sul reale.  

Una generazione che misura il valore di un’azione in visualizzazioni, non in conseguenze.

E la colpa non è loro. È nostra.

Nostra, che gli abbiamo dato smartphone a 10 anni senza un minimo di educazione digitale.

Nostra, che abbiamo normalizzato i social come metro di valore personale.

Nostra, che non abbiamo insegnato l’empatia perché nemmeno noi l’abbiamo capita.

Nostra, che davanti a questi fenomeni reagiamo sempre troppo tardi. Sempre a rincorrere. Sempre a dire “ma come hanno potuto?”


Tra qualche settimana questo trend passerà. Ne arriverà un altro. Probabilmente peggiore. Perché la creatività nell’uso distorto della tecnologia non ha limiti.

E noi saremo ancora qui, a rincorrere, a mettere toppe, a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Oppure possiamo iniziare a parlarne PRIMA.

Prima che vostro figlio lo faccia. Prima che il centralino della polizia salti. Prima che qualcuno si faccia davvero male.

L’intelligenza artificiale non sparirà. Diventerà solo più potente, più accessibile, più convincente.

La domanda non è “come fermiamo la tecnologia?”

La domanda è: “Come cresciamo esseri umani che sappiano usarla senza perdere l’umanità?”

E questa risposta, ve lo garantisco, nessuna AI potrà mai darcela.

Toccherà a noi. Con tutta la nostra imperfetta, faticosa, bellissima umanità.


Questo articolo nasce dalla puntata “Mamma, un senzatetto in salotto!” di Good Morning Privacy. L’ho scritto perché credo che l’informazione sia il primo strumento di prevenzione. Condividetelo pure. Ma leggetelo tutto prima. Il pensiero critico inizia da lì.

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Quando non distinguo la mia noia dalla loro

Confessioni di un’insegnante alle prese con l’accoglienza

Ho poche granitiche certezze nella vita, ma una cosa la so per certa: mi annoio a morte durante le attività di accoglienza. Mongolfiere da colorare, cartoon, quattro ore e mezza in cui sembro più un’animatrice da villaggio turistico che un’insegnante. Manca solo la baby dance e avrei completato la mia trasformazione da docente a intrattenitrice per famiglie.

Il problema è che quando mi annoio io – e parliamo di noia existenziale, quella che ti fa guardare l’orologio ogni trenta secondi – non riesco più a capire un tubo di cosa succede a loro.

Li guardo mentre colorano le mongolfiere e mi sembrano persi, confusi, quasi catatonici quanto me. Ma poi mi fermo e mi faccio una domanda da un milione di dollari: lo sono davvero, o sto semplicemente proiettando la mia voglia di scappare via sui loro poveri visetti innocenti? Quando il tuo cervello è in modalità “screensaver”, come fai a distinguere tra quello che vedi e quello che la tua psiche torturata vuole vedere?

È una delle confessioni più imbarazzanti da fare per un’insegnante: a volte non so leggerli. Punto.

Dovremmo essere le Sherlock Holmes dell’interpretazione emotiva, quelle che capiscono al volo se un bambino è coinvolto o se sta recitando la parte del “bravo scolaro”. È il nostro “superpotere” professionale, quello che ci distingue da un qualsiasi adulto munito di pazienza e pennarelli. Eppure eccomi qui, totalmente in panne, incapace di distinguere la mia noia cosmica dalla loro presunta confusione.

Tornano a scuola dopo mesi di dolce far niente, freschi, curiosi, pronti a imparare. E io cosa faccio? Li accolgo con attività che annoiano prima di tutto me. Come posso pretendere di essere autentica nell’accoglienza se sono la prima a non crederci?

Forse la vera accoglienza sarebbe semplicemente ascoltarli. Farli raccontare delle vacanze, correggere insieme i compiti dell’estate, riportarli gradualmente nella dimensione scolastica senza questo teatrino forzato del “facciamo festa”. Ma no, devo seguire il copione dell’accoglienza standard: colorare, ritagliare, incollare, sorridere.

E mentre li guardo colorare, mi viene un dubbio atroce: se io mi sto annoiando, come faccio a capire se si stanno divertendo davvero o se stanno solo eseguendo, come me, un compito che qualcun altro ha deciso fosse “accogliente”?

Non riesco a distinguere dove finisce la mia proiezione e dove inizia la loro esperienza reale. È un limite professionale che non dovrei avere, ma che ho. E forse ammetterlo è il primo passo per fare davvero accoglienza – quella vera, non quella da copione.

Perché forse accogliere non significa intrattenere, ma riconoscere. Riconoscere che tornano con delle esperienze da condividere, con voglia di imparare, con bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo. Non con bisogno di mongolfiere.

Ma questo lo penso io, annoiata e disillusa. Loro cosa pensano davvero?

Non lo so. E forse è proprio questo il problema.


La vostra collega Maestra Imperfetta rimane la stessa che dà voce, dita e forse anche mente (dipende dall’esaurimento post attività di accoglienza) dietro qualcosa che mi (ma mi piace pensare ad un “ci”) rappresenta.

Scuola (in) Supposta

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

SETTEMBRE: QUANDO LA REALTÀ INCONTRA (O SI SCONTRA?) CON I BUONI PROPOSITI

E siamo qui. Di nuovo al primo giorno di lezioni di settembre. Per alcune regioni il 15, per altre prima o dopo e per le scuole private…boh, ma per tutti i docenti è il giorno in cui tutti i bei piani estivi incontrano la dura realtà della prima campanella.

Durante l’estate, seduti comodamente su quella sdraio (vera o immaginaria che fosse), avevamo tutto pianificato perfettamente. Eravamo diventati la versione premium (pagamento in gelati e souvenir) di noi stessi: zen, organizzati, pieni di energie rinnovabili e idee innovative (o rinnovate). Quest’anno sarebbe stato DIVERSO.

“Quest’anno sarò più paziente”, ci siamo detti mentre guardavamo il tramonto con un cocktail in mano.

“Quest’anno organizzerò tutto nei minimi dettagli”, abbiamo sussurrato accarezzando quell’agenda nuova di zecca comprata con entusiasmo ad agosto (ma quanto è bella la copertina…non vedo l’ora di usarla e ci sono pure attività didattiche).

“Quest’anno rivoluzionerò la mia didattica!”, abbiamo dichiarato mentre pinnavamo su Pinterest attività creative che richiederebbero un team di 47 assistenti e un budget della NASA.

È un po’ come quando a Capodanno decidiamo che andremo in palestra tutti i giorni, mangeremo solo verdure bio, cibi integrali o ricchi di fibre e tante proteine e mediteremo per 30 minuti ogni mattina. Poi il 2 gennaio realizziamo che la palestra è chiusa, le verdure bio costano come un mutuo e gli unici 30 minuti di meditazione li passiamo a fissare il soffitto chiedendoci dove abbiamo messo le chiavi di casa.

La differenza è che a scuola non puoi rimandare al prossimo anno. Lunedì suona la campanella, che tu sia pronto o no. Che tu abbia completato tutti quei meravigliosi progetti estivi o che ti sia accorto solo domenica sera che forse, FORSE, avresti dovuto iniziare prima a preparare qualcosa.

BUON PROPOSITO: “Arriverò sempre a scuola 30 minuti prima per prepararmi con calma” REALTÀ: Arrivi trafelato 2 minuti dopo la campanella perché hai passato 20 minuti a cercare quella maglietta che “doveva essere nell’armadio” e altri 15 a convincere la macchina che sì, deve partire anche se è lunedì mattina (lo fai tu, perché non deve farlo lei?).

BUON PROPOSITO: “Terrò un registro perfetto, aggiornato quotidianamente” REALTÀ: Giovedì ti accorgi che hai ancora il registro chiuso dalla settimana prima e cominci a ricostruire quello che hai fatto durante la settimana, sperando che nessuno vada veramente a guardare.

BUON PROPOSITO: “Preparerò attività coinvolgenti e innovative per tutti” REALTÀ: “Ragazzi, oggi facciamo un bellissimo… ehm… ripasso creativo di quello che abbiamo fatto l’anno scorso!” (traduzione: non ho avuto tempo di inventarmi niente di nuovo e sto improvvisando malamente).

Verso mercoledì della prima settimana arriva quella sensazione che conosco bene: è come quando ti accorgi che hai dimenticato di comprare il regalo per il compleanno di tua nipote e la festa è tra un’ora. Il panico ti assale, ma stranamente ti rende anche più efficiente di quanto tu sia mai stato in vita tua.

È il momento in cui realizzi che:

  • No, non riuscirai a trasformare la tua classe nella versione italiana di una classe giapponese perfettamente rispettosa delle regole e coordinata
  • Sì, probabilmente anche quest’anno userai quelle fotocopie dell’anno scorso (ma con orgoglio, perché funzionavano! Ma alla fine usi l’eserciziario che almeno non ti tocca conservare materiale)
  • La tua programmazione perfetta si trasformerà in un documento “work in progress” che aggiornerai man mano che capisci cosa funziona davvero…ma sapendo che il documento che verrà aggiornato è solo nella tua fantasia e andrai a memoria sperando che Santa Caffeina ti aiuti nel ricordare.

E qui succede la magia. Perché noi maestri siamo come MacGyver, ma con meno capelli perfetti e più macchie di pennarello sui vestiti. Sappiamo trasformare una situazione di emergenza in un’opportunità didattica.

Non hai preparato la lezione di scienze? “Oggi faremo un esperimento di osservazione spontanea!” (ovvero guardiamo fuori dalla finestra e descriviamo quello che vediamo).

Ti sei dimenticato di stampare le schede? “Attività collaborativa! Lavoriamo a gruppi per risolvere un problema!”

Il monitor touch non funziona? “Torniamo alle origini, ragazzi! Oggi facciamo tutto con carta e penna come i nostri nonni!” (che poi è anche vero e funziona benissimo).

Alla fine, dopo 9 anni di settembri (che mi sembrano 18), ho capito una cosa: i buoni propositi non sono il nemico. Il problema è quando diventano una gabbia dorata che ci fa sentire inadeguati.

La verità è che la scuola funziona proprio grazie alla nostra capacità di adattarci, di improvvisare, di trovare soluzioni creative ai problemi quotidiani. Non è un difetto, è una competenza professionale da medaglia d’oro olimpica.

Quegli alunni che entrano in classe lunedì mattina non hanno bisogno della versione “perfetta” di noi. Hanno bisogno di noi, con tutte le nostre imperfezioni umane, la nostra capacità di ridere delle difficoltà e di trasformare anche il più grande imprevisto in un’occasione di crescita.

Quindi, cari colleghi alle prese con lo scontro tra sogni estivi e realtà settembrine, ricordate:

Non è importante avere tutto sotto controllo. È importante saper navigare il caos con un sorriso.

Non è importante aver pianificato tutto. È importante saper cogliere le opportunità che nascono dall’imprevisto.

E se qualcuno vi chiederà “Come va quest’anno?”, potete rispondere con orgoglio: “Stiamo improvvisando brillantemente, come sempre!”

Perché alla fine, cari colleghi imperfetti, noi non siamo solo insegnanti. Siamo equilibristi, psicologi, animatori, mediatori, inventori di soluzioni e, soprattutto, campioni mondiali della categoria “fare miracoli con quello che si ha a disposizione”.

E questo, nessun buon proposito estivo (e nessun pedagogista o altra figura professionale) potrà mai insegnarcelo meglio della realtà di ogni singolo lunedì mattina.

Buon anno scolastico (vero) a tutti!

La vostra solidale (e sempre così in ritardo sui buoni propositi che alla fine li abbandona)

Maestra Imperfetta

P.S. Se qualcuno ha davvero mantenuto tutti i buoni propositi estivi, per favore non scrivetelo nei commenti. Abbiamo già abbastanza sensi di colpa per questa settimana, grazie.

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Capodanno del Docente: brindisi, convalescenza e saga PNRR

E così, cari colleghi e affini, ci siamo: è la fine dell’anno scolastico. Un po’ come Capodanno, ma senza fuochi d’artificio (a meno che non contiamo le esplosioni nervose durante l’ultimo consiglio di classe per le secondarie).

Dall’11 giugno in poi possiamo ufficialmente dire: Buon Anno Nuovo, insegnanti!
Certo, mentre il resto del mondo festeggia il solstizio d’estate con mojito e anguria, noi brindiamo alla sopravvivenza con un sorriso tirato e un calendario pieno di corsi PNRR che verranno rigorosamente spostati a settembre. Perché sì, a settembre avremo solo mille cose da fare. Un mese tranquillo, con 32 gradi in aula, tre riunioni al giorno, organici ballerini e i nuovi colleghi da accogliere con il tipico entusiasmo da imbonitori per convincerli a rimanere nel sistema sapendo che tanto dovranno tappare i buchi delle assenze per malattia.

I docenti dell’infanzia, quelli che vivono la vita a colpi di tempera e pannolini a metà, potranno festeggiare il loro Capodanno solo a luglio, dopo l’ultimo collegio docenti.
I professori delle secondarie, invece, devono prima superare la maturità – un rito di passaggio più traumatico per loro che per gli studenti, con annesse nottate a correggere, coordinare, sopravvivere.

Ma poi… arrivano le vacanze.
Quelle vere, quelle da 36 giorni – da contratto, perché no, non possiamo prendercele durante l’anno (figurati, poi chi fa i lavoretti con la colla a caldo?).
Sono 36 giorni che ci spettano come diritto e come cura, perché quello che in molti chiamano “estate” per noi è, tecnicamente, convalescenza.
Una convalescenza fatta di “ti rilassi un attimo” con il pensiero di quella cosa da fare, di quell’altra da aggiustare, di “toh potrei prendere quel libro che potrebbe servirmi, poi lo traduco dal francese alla bisogna” mentre sei in viaggio. Una convalescenza attiva, tipo il Pilates insomma.

Quindi sì, Buon Capodanno a tutti voi, maestri e prof di ogni ordine e grado.
Festeggiate come potete: chi con un gelato, chi con una tachipirina.
Io intanto sospendo le attività del blog, che torna a settembre con nuovi e vecchi spunti, errori pedagogici da cui non imparare mai del tutto, improvvisazioni degne di un Oscar e l’immancabile odio viscerale per i lavoretti.

Resto però attiva sui social, perché mica vi lascio del tutto:

  • Sulla pagina Facebook “Diario di una maestra”, dove tormentarvi con i miei deliri e riflessioni.
  • Nel nuovo gruppo “Scuola (in) Supposta” (giuro, potete postare, e non serve firmare con il sangue (non ancora almeno).
  • Su Instagram, “Maestra Imperfetta”, tra meme, deliri e no, niente didattica visual.
  • Sul podcast “Scuola (in) Supposta”, disponibile sulle principali piattaforme (e no, non sto facendo pubblicità. Sono principalmente su Spotify perché ho l’abbonamento).

Per quanto riguarda “Ma sei serio?”, la rubrica dei deliri scolastici… vedremo.
Non per mancanza di materiale (ne ho da riempire almeno tre stagioni di Black Mirror: Scuola Edition), ma perché spero davvero che i colleghi smettano di mandarmi involontariamente perle via WhatsApp anche a luglio. Voglio crederci.

Nel frattempo, a giugno continuerò a pubblicare qualcosa, anche solo per seguire con voi la Saga del PNRR, dove le date dei corsi sono più mitologiche dei draghi nel primo libro della saga “Il Trono di Spade”.
E no, non c’è una Daenerys a salvarci.
Anzi, ci sono solo draghi fiscali e protocolli con sette firme da apporre con penna blu (non rossa che poi il protocollo si traumatizza, fate i bravi).

Buone vacanze (convalescenza) a tutti.
Ce le siamo guadagnate.

La vostra affezionata (e sopravvissuta)

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

La Grande Rivelazione delle Relazioni di Fine Anno: Ovvero Come Ho Scoperto di Non Sapere Cosa Sia una Relazione

È arrivato quel momento dell’anno, cari colleghi. Quello in cui apri la mail e trovi LA CIRCOLARE. Quella degli adempimenti di fine anno. E io, povera illusa, l’ho letta pensando di aver capito cosa dovessi fare.

Relazione di fine anno per ogni materia“, diceva. Chiaro, no? RELAZIONE. Una parola che conosco bene, che ho studiato al liceo, approfondito all’università, perfezionato nelle scuole precedenti. Una cosa seria, insomma. Inoltre la circolare parlava di relazione per materia e nelle indicazioni per il nome del file era chiaramente indicato di mettere il nome del Docente…io, ingenua, ho dedotto di dover fare un file nominato come da indicazione, per ciascuna materia contenente una relazione appunto. Ma cosa è una relazione?

Io pensavo che una relazione fosse quello che mi hanno sempre insegnato: un resoconto articolato e ragionato. Una di quelle cose scritte con criterio, dove racconti:

  • Cosa hai fatto durante l’anno
  • Come l’hai fatto
  • Quali difficoltà hai incontrato
  • Quali strategie hai messo in campo
  • Quali risultati hai ottenuto
  • Cosa funziona e cosa no

Insomma, un documento professionale che dia conto del lavoro svolto. Soprattutto considerando che quest’anno ho navigato tra:

  • INVALSI (ovviamente)
  • Uscite didattiche dove ho fatto da sherpa a 20 bambini
  • Progetti musicali di banda (perché evidentemente siamo tutti musicisti mancati)
  • Progetti teatrali con costumi fai-da-te e bambini che dimenticano le battute
  • Progetti scientifici che sembravano fighi sulla carta ma nella realtà…mai più (almeno fino al prossimo anno)
  • Lavoretti per ogni festa del calendario (e pure qualcuna inventata)
  • Assenze prolungate per infortuni e malattie (mie e dei bambini)
  • Le 200 ore di lezione effettive sulla carta tra interruzioni varie ed eventuali incluse ricreazioni e mensa.

Tutto questo mentre cercavo di far evolvere i miei piccoli dai “non so leggere” di settembre ai “leggo Harry Potter” di maggio, gestendo nel frattempo 40 bambini con BES/DSA/ADHD con amore e una scorta di psicofarmaci (unicamente miei).

Poi è arrivato LUI. Il messaggio illuminante sulla chat delle colleghe. Quello che ha cambiato la mia visione del mondo scolastico per sempre.

“Ma cosa scrivi a fare la relazione? Basta mettere: ‘La programmazione si è svolta come da registro’ e via!”

MOMENTO SILENZIO COSMICO.

Aspetta… COSA?! 🤯

Tu mi stai dicendo che tutto quello che ho fatto quest’anno – le ore extra lavorative passate a creare materiali personalizzati, le 82 verifiche corrette in modalità “occhi che sanguinano”, tutto l’esercizio fatto, la voce quasi persa, le tracheiti e laringiti sfiorate a spiegare 10 volte stesso concetto, tutto questo si riassume in UNA FRASE FOTOCOPIA DI 8 PAROLE?!

Eccomi quindi nel limbo pedagogico-burocratico più totale, divisa tra due mondi paralleli:

  • Introduzione metodologica
  • Analisi del contesto classe
  • Obiettivi prefissati vs obiettivi raggiunti
  • Strategie didattiche implementate
  • Criticità emerse e soluzioni adottate
  • Conclusioni

La circolare parlava chiaro (o almeno, IO credevo parlasse chiaro): serviva una RELAZIONE. Non un haiku. Non un tweet. Non un’emoji. Una RELAZIONE.

Ma evidentemente il mio concetto di “relazione” è rimasto fermo ai tempi dell’università, quando i professori volevano davvero sapere cosa avevi imparato e come.

E qui arriva la domanda da un milione di euro: cosa si aspetta davvero il DS?

Il bello è che vuole pure che il file sia nominato in un modo specifico, con codici e protocolli da NASA. Ma se poi dentro ci mettiamo una frase fatta, che senso ha tutta questa precisione formale?

Nel frattempo, io cerco disperatamente di mettere in ordine il registro elettronico che ha deciso di fare sciopero da settembre. Perché sì, devo consegnare tutto entro il 10 giugno, e decifrare cosa ho fatto quest’anno dal registro è più difficile che tradurre i geroglifici egizi e tanto non funziona comunque da Settembre.

Quando hai il coraggio di chiedere “Ma perché si fa così?”, ti guardano come se avessi bestemmiato in chiesa durante la messa di Natale. La risposta è sempre la stessa: “Si è sempre fatto così!”

E allora mi chiedo: è più grave non sapere cosa sia una relazione, o sapere cos’è ma fare finta di niente perché “tanto va bene così”?

Anni di formazione universitaria, corsi di aggiornamento infiniti, webinar pedagogici che non finiscono mai, libri metodologico didattici divorati…per arrivare alla saggezza suprema di 8 parole copiate-incollate che si tramandano come la ricetta della nonna per il ragù (no, io non ce l’ho perché mia nonna non faceva il ragù).

Nel dubbio, ho deciso di affidarmi alla protezione divina. Invoco:

  • San Erasmo da Rotterdam, protettore degli insegnanti smarriti nelle circolari ministeriali
  • Santa Pazienza, patrona di chi deve decifrare geroglifici burocratici con scadenze impossibili
  • San WhatsApp, l’app miracolosa che il MIM non ha mai proposto ufficialmente ma che è diventata il nostro vero registro elettronico

E se tutto va male, c’è sempre il jolly: barattare la formula magica per far funzionare il registro elettronico con una scorta di caffè della macchinetta e quel che resta della mia sanità mentale.


Alla fine, cari lettori, ho capito una cosa: in questa scuola non importa cosa sai fare, ma cosa sai copiare. E voi, come la pensate? Siete del team “Relazione Seria” o del team “Frasetta Salvavita”?

Scrivetemi nei commenti le vostre esperienze di fine anno… se riuscite a decifrare cosa dovete scrivere nelle vostre relazioni!


A presto la vostra confusa

Maestra Imperfetta