ora posso dirlo ,seppure mi fa sentire vecchia, in anni di lavoro nella scuola ho visto molte cose strane, amicizie tra nemici, inimicizia tra amici, genitori pronti a denunciarti all’USR perché gli stai antipatico e pensano che tu ce l’abbia con il loro figlio per una nota data per essersi comportato male, madri che accusano di far body shaming sul figlio solo perché non hai accettato di giustificarlo per non aver fatto tre esercizi in 7 giorni e così via, ma la cosa per me più strana è la resistenza al registro elettronico.
Non che non lo si usi, anzi…oramai è diffuso, spesso lo si compila a fine giornata, a volte ci si dimentica e lo si compila nel weekend, c’è chi addirittura dà la password ad un alunno (solitamente medie o superiori) per farlo compilare a lui (si, è successo davvero).

E qui mi viene in mente il Gattopardo, va’ a capire perché. Tancredi lo diceva a suo zio, mica a un collegio docenti: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” Ecco, il registro elettronico è la rivoluzione dei Salina della scuola italiana: cambiamo la forma, digitalizziamo, mettiamo un’app con tanto di notifica push per i genitori, e poi passiamo mesi a inventarci strategie per continuare a fare esattamente quello che facevamo prima. Solo con più passaggi.
Perché diciamocelo: il registro cartaceo lo compilavi male anche prima. La differenza è che prima nessuno se ne accorgeva, il quaderno restava chiuso in un cassetto e il genitore scopriva l’esistenza di una nota solo al colloquio, quando ormai era acqua passata e la si poteva anche un po’ addolcire in diretta. Ora no. Ora c’è un timestamp. Ora la nota delle 14:47 di martedì diventa un messaggio push delle 14:48, e alle 14:49 hai già tre genitori nella chat di classe che si consultano su come procedere, solitamente contro il docente.
E poi c’è la questione della password data all’alunno, che ogni volta che la racconto a chi non insegna genera lo stesso sguardo tra l’incredulo e il disgustato che si riserva di solito a chi confessa di aver visto tutte le stagioni di una serie senza mai fermarsi a mangiare. Eppure è successo, succede, e in fondo è la fotografia perfetta di cosa sia diventato per molti il registro: non uno strumento di comunicazione scuola-famiglia, ma un adempimento. Una cosa da “sistemare”, come le tasse. E le cose da sistemare, si sa, prima o poi le si delega. Ma il registro elettronico non è una seccatura, o meglio…lo è ma è parte del nostro lavoro e non è un vezzo delle scuole ma è legge.
E invece no, miei cari colleghi supposti, il registro elettronico non è un’App (o web app) della discordia adottata per tacito accordo tra DS e provider vari per farci impazzire. È legge. E qui la narrazione si fa antipatica, lo so. Ma se pensavate che il registro fosse un capriccio da dirigente con l’ossessione per il digitale, vi devo deludere: è la Repubblica in persona che vi ha reso pubblici ufficiali, con tanto di codice penale a corredo.
Il D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012, stabilisce che a partire dall’anno scolastico 2012-2013 le scuole adottano i registri online e inviano le comunicazioni a famiglie e alunni in formato elettronico. Quattordici anni fa, per intenderci.
Ma la parte che appassiona davvero noi giuristi della domenica è un’altra. Il registro elettronico — sia quello di classe sia quello personale del docente — ha natura giuridica di atto pubblico. Lo dice la Cassazione, e non una volta sola: sentenza 3004 del 1999 per il registro di classe, poi 12726/2000, 6138/2001 e 714/2010 per il registro personale. Il docente è pubblico ufficiale, il registro è lo strumento con cui attesta “fatti giuridicamente rilevanti” avvenuti alla sua presenza, e le sue annotazioni fanno fede finché non risulta la falsità.
Tradotto in linguaggio da pausa alle macchinette del caffè: quel clic non è un’operazione informatica, è la tua firma da pubblico ufficiale. E compilare il registro “dopo”, quando il ricordo è diventato ricostruzione comoda, non è una dimenticanza: è falso ideologico in atto pubblico, art. 476 del codice penale. Alterarlo materialmente — modificare firme, cancellare annotazioni — è falso materiale, art. 479. E visto che il registro è un documento informatico pubblico, ci pensa anche l’art. 491-bis a coprire le falsità digitali. Reati, non multe per il ritardo.
Poi c’è la questione della password data all’alunno, ricordate? Quella che ha suscitato in alcuni di voi disgusto o sconcerto e smarrimento o tutte le cose insieme. Non è solo “brutta prassi”: la compilazione spetta esclusivamente al docente presente in aula, le deleghe non sono ammesse. Consegnare le proprie credenziali a un minorenne significa lasciare che un’altra persona compili al posto tuo un atto pubblico. Sull’eventuale responsabilità penale vi lascio immaginare chi se la prende e spoiler: non è l’alunno.
Infine, il catalogo delle scuse ricorrenti,
“Lo compilo a fine giornata” — no: la compilazione va fatta in tempo reale, durante l’ora, perché la firma è atto amministrativo in itinere. Sia chiaro, lo faccio anche io alle volte perché dovendo saltare da una classe all’altra e non potendomi distrarre un istante finisco per dimenticare, però ho torto.
“Lo fa la collega se mi dimentico” — no: delega vietata, e sposti su di lei la tua responsabilità, oltre a crearne una sua. Abbiamo già tanti casini, non stiamo a crearne ulteriori a chi naviga sulla tua stessa barca e nello stesso mare in tempesta.
“La scuola non mi dà i mezzi” — unica obiezione seria: la scuola deve garantire PC, tablet e connessione. Ma la soluzione è contestare la dotazione, non il registro. La scuola non può chiederti né obbligarti ad usare dispositivi di proprietà personale. Fermo restando questo, niente ci vieta di installare l’app del registro sullo smartphone così anche nelle uscite si compila in tempo reale ma è scelta, non obbligo.
E allora mi chiedo, alla fine di questo giro tra Cassazione e codice penale: perché resistiamo così tanto a una cosa che è legge da quattordici anni, che ci rende pubblici ufficiali, e lo ricordiamo ogni sacrosanta volta che un genitore ci manca di rispetto o genitore/studente alza le mani, che — se ignorata — non è un ritardo ma un reato? Non credo sia ignoranza perché presumo lo sappiano quasi tutti. Non è nemmeno pigrizia, o non solo: ci sono docenti che passano più tempo a inventarsi strategie per aggirare il registro che a compilarlo in tempo reale.
Forse la vera resistenza non è al registro in sé, ma a quello che rappresenta. Da un lato, l’obbligo di ammettere un analfabetismo digitale selettivo: sui social ci stiamo comodi e disinvolti, ma un programma da compilare in tempo reale diventa improvvisamente un ostacolo insormontabile. Dall’altro, la fine di una zona grigia in cui la scuola poteva ancora permettersi di essere un po’ umana, un po’ approssimativa, un po’ “ci mettiamo d’accordo dopo”. Il registro cartaceo chiuso nel cassetto era anche questo, umanità e protezione silente di alcuni alunni fragili. Il timestamp no. E su questo, miei cari colleghi supposti, il Gattopardo non ci aiuta più. Perché stavolta non è cambiato tutto perché nulla cambiasse. È cambiato tutto, e forse è proprio questo, in fondo, il problema.
A questo punto la domanda vera non è più se il registro sia una scocciatura, ma quanti di voi, leggendo l’articolo 476 codice penale, hanno pensato “vabbè ma io lo faccio con affetto”.
Alla prossima
la vostra
Maestra Imperfetta






















