Nella mia lunga carriera di artista fallita e imbrattatele a tempo perso, più volte mi sono dannata per un disegno non completo, non dettagliato, istintivo e privo di tecnica sopraffina. Pretendevo il meglio da me per assecondare l’immagine di artista che mi attribuivano gli altri. Non ne faccio una colpa agli altri né alla famiglia, ho superato ampiamente quella fase della crescita, perché la colpa non era attribuibile: è un processo di crescita personale.

Anni fa, a Nancy, nel museo di Belle Arti, incappai negli schizzi di un pittore talmente realista che sembrava di veder muovere le persone ritratte nei quadri ed in effetti il museo aveva fatto anche delle installazioni in cui il quadro prendeva vita.
Quando arrivai alla sala dove c’erano gli schizzi di questo artista rimasi incantata, folgorata dal dinamismo delle figure reso con qualche tratto.

Ero affascinata da come un qualcosa di poco definito rendesse l’idea tanto quanto il quadro finito e finiva per piacermi di più. Il pittore in questione si chiamava Emile Friant, studente presso la scuola d’arte di Nancy e no, non ho una memoria prodigiosa ma il vizio di fotografare opere più google lens mi hanno aiutata a ritrovare le informazioni.

Aprendo Google Art&Culture sono incappata negli schizzi di Delacroix. Avrei dovuto aspettarmi che anche Delacroix, come molti altri artisti, avesse un qualche foglio dove prendere appunti grafici, eppure pensavo ancora ai meravigliosi appunti di Leonardo, Michelangelo e artisti del rinascimento ed ai loro studi per i quadri, non a schizzi su un quaderno per fotografare nella propria mente immagini, colori e fascino.

Durante un viaggio in oriente, nel 1832, Delacroix accompagnò un giovane diplomatico nella sua missione in Marocco per negoziare con il sultano Moulay Abd er-Rahman. Incantato e folgorato da cultura e costumi così differenti, forse dal fascino stesso che esercita l’oriente in molti occidentali da secoli oramai, prese appunti visuali producendo schizzi su donne, uomini e relativi costumi.

In seguito Delacroix attingerà a questi ricordi disegnati per scrivere un libro della propria esperienza in Marocco. Tutto catturava l’attenzione dell’artista che, nel suo taccuino, arrivava ad appuntare colori da stendere dopo e dettagli di abiti, gioielli e fronzoli vari con cui si abbigliavano le donne.

Delacroix appuntò anche l’uso dell’haik che avvolgeva le donne, ogni regione del Magreb aveva il suo modo differente di indossarlo e lui scelse di documentare come lo si indossava a Tripoli.
Grazie a Abraham Ben Chimol, l’interprete del consolato francese a Tangeri che accompagnava la delegazione, ha modo di entrare e documentare la vita nella comunità ebraica di Tangeri. Oltre al documentare donne (tante) e uomini (pochi e indefiniti), documenta anche i paesaggi dinnanzi ai quali si trova nelle lunghe passeggiate che era solito fare.


La tecnica spesso usata dai pittori in viaggio è l’acquarello e, ammetto, è quella che uso anche io nei miei schizzi (anche se non ho certo la pretesa né l’arroganza di paragonarmi ai grandi artisti) perché in effetti asciuga in fretta e permette quindi di prendere appunti velocemente. Se poi si ha più tempo ci si sofferma su qualche dettaglio o si lascia abbozzato quello che meno importa andando a dettagliare ciò su cui si vuole attirare l’attenzione.

Non sempre un disegno fatto in viaggio deve essere dettagliato per rendere l’idea. Il fascino, a mio parere, degli schizzi, ciò che li rende affascinanti rispetto ai quadri finiti (senza nulla togliere ai quadri) è proprio l’idea che danno dell’istantanea, la sfocatura che permette al nostro cervello, ed alla nostra fantasia, di ricostruire nell’immaginario attingendo alle nostre conoscenze e gusti.

Perché parlarvi degli schizzi? Perché io, come molti altri, produco schizzi su sketchbook che non faccio vedere a meno che non mi venga richiesto e mi sono sentita spesso e volentieri “inferiore” ad artisti che dipingono quadri. Quando i bambini guardano i miei schizzi mi stupisco nel sentirli “wow maestra, sembra proprio lei” indicando una collega che ho appena accennato con pochissime righe o un animale. In loro scatta qualcosa, spesso ho notato la voglia di imitare, di provarci, di cimentarsi e, disegno dopo disegno, migliorano ma occorre aiutarli e ricordargli sempre che non è la perfezione che devono cercare, i loro disegni non devono essere per forza comprensibili agli altri, devono essere fotografie per loro stessi, al pari di foto che si fanno col cellulare o con la macchina fotografica.

Che vi riteniate capaci o meno di disegnare, non importa affatto, non è il saperlo fare che vi deve muovere bensì il volerlo, la ricerca del piacere di imprimere su carta quello che l’occhio vede e il cervello interpreta. Non importa il risultato, basta che ci capiate voi e, se temete di non capirci o di scordarvelo, scrivete dove eravate, con chi, incollate un biglietto della mostra, di un mezzo di trasporto o una frase letta. Siamo sempre con il cellulare in mano pronti a fotografare ogni cosa ma da quando ho rallentato ed ho cominciato a dirmi “no, non lo fotografo, lo disegno” è iniziato un percorso che mi ha portata oggi ad aprire i miei vecchi sketchbook e rivivere i ricordi come se fossero accaduti ieri, ricordando ogni dettaglio anche se il disegno non è dettagliato e sto bene. Guardo più quelli che qualsiasi foto o album (a dire il vero le foto non le riguardo mai salvo quelle di musei e opere). Un domani questi disegni saranno ricordi e, chissà, magari le mie nipoti e la figlioccia mi conosceranno meglio guardandoli.

Se vedete degli alunni o i vostri figli, nipoti che amano disegnare, cui piace insomma mettersi lì e produrre, provate a sedervi con loro e disegnare assieme quello che vedete, ridete degli errori, scherzate, rallentate. Non serve che sappiate disegnare o che pensiate di non saperlo fare, fatelo e basta, come quando si era bambini e non si sentiva il bisogno di pensare di essere capaci per farlo. Non vi va di farlo? Non fatelo, ma potete sempre sfruttare il tema degli sketch e dei quadri finiti e la loro differenza consistente in fattori quali lo scopo e la tecnica nonché i tempi di esecuzione per riflettere assieme ai vostri alunni sia dal punto di vista artistico che dal punto di vista narrativo.
Questo è il percorso che volevo condividere perché non riguarda solo il disegno. Il disegno è solo un mezzo ma non un fine, non una méta. Lo scopo è raggiungere la serenità, la propria dimensione, imparare a curare di più se stessi. La tecnologia ci aiuta certo, ed io disegno anche digitalmente, ma deve solo aiutare, facilitare, mai sostituire e certi ricordi non si fissano con le foto ma godendosi il momento, scrivendo o disegnando.
E ci volevano Friant e Delacroix per farmelo capire? Evidentemente si ma sono stata sempre un po’ lenta.
A presto la vostra
Maestra Imperfetta









































