Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

“Che cazzo vuoi da me?” Riflessioni su educazione, classe sociale e rispetto

Come tutti in questo periodo sono divisa tra tempo libero (al solito sempre meno) e pranzi in famiglia (che si moltiplicano nonostante la famiglia riduca i suoi elementi per natura) e, durante questi ultimi, le domande sulla mia professione emergono e sbucano come la gramigna nei campi elisi di una tranquillità festiva. Ci sta, sia chiaro, non me ne lamento e tutto sommato rispondo con quella serenità capibaresca di chi ha accettato anche questo come parte dell’esistenza.

Parlando dei compagni delle mie nipotine, ne è emersa una realtà che mi ha lasciata perplessa. Scuola privata, badate bene a tenerlo in seria considerazione perché è fondamentale: in una classe di seconda primaria i bambini usano come linguaggio privilegiato delle comunicazioni tra pari la violenza. No, non quella verbale. Quella fisica. Mia nipote, saggiamente, si è fatta amica quella che picchia più duro, rassicurandomi sulla sua capacità di sopravvivenza tutto sommato. (No, non mi sconvolgo: leggetevi Il signore delle mosche e non vi sconvolgerete nemmeno voi.)

La maggiore, secondaria di primo grado, pare abbia una classe terribile, ingestibile, allucinante. Scuola privata, ricordo bene: siamo su un bell’ammontare di migliaia di euro l’anno, quindi famiglie che, potendoselo permettere, dovrebbero sulla carta e per stereotipo radicato in secoli di letteratura dare un’ottima educazione, impeccabile. Praticamente dei principini George ma senza corona pendente.

La domanda innocente

Mio cognato prima mi chiede: “Ma tu non urli in classe?”

Io candidamente rispondo che all’inizio lo facevo, ma poi ho imparato che fanno più la mimica e lo sguardo assieme alla coerenza che mille urla. Fin lì tutto ok, domanda che mi sembrava innocente e che mi ha fatto ripercorrere i primi anni in cui urlavo tanto facendomi venire tracheiti. Aaah amarcord… nemmeno troppo.

È seguito il commento: “Ah complimenti, ma la classe della grande è impossibile, tu non hai idea.”

Ok, lavoro nella scuola da nove anni, quasi dieci, e mi sembrano venti perché ho lavorato in due scuole in zone ad alto rischio di dispersione e con situazioni veramente difficili e complesse. La quotidianità per me è fatta di cercare di far apprendere e interiorizzare le basilari procedure matematiche, la grammatica inglese, nozioni di tecnologia e ragionamento mentre un bambino con gravi problemi  prende a calci, pugni, schiaffi e testate come un ariete qualsiasi docente di sostegno e non (non sempre riesco a schivare) e vocalizza tutto il tempo. Ma non ho idea di cosa sia una classe impossibile.

Lo posso accettare, in fondo i bambini che ho avuto, benché fossero al 70% figli di immigrati di prima o seconda generazione, qualche non italofono infilato a metà anno e senza supporto del mediatore linguistico e almeno una decina tra BES e DSA, erano e sono educati, verissimo (e non sono ironica su questo). Qualcuno un pochino peculiare c’è, sia chiaro, ma fa folklore e diventa barzelletta da ore di programmazione col team o da cena di fine anno tra colleghi.

La domanda che spacca

Insomma arriva la domanda che mi si pianta nel cervello: “Ma tu come reagiresti se un alunno che hai richiamato ti rispondesse ‘che cazzo vuoi da me’?”

Già… come reagirei? Me lo sto domandando. Non mi è mai capitato.

Mi sono capitati alunni che davano le rispostine a mezza bocca, ma in quel caso mi bastava guardarli e dire “abbi il coraggio di dirmelo in faccia”. Spoiler: non avevano il coraggio. Altri che mi parlavano dietro e il solito delatore che veniva a riferirmelo, ma in quel caso fingevo di nulla e dicevo al delatore che se Tizio aveva qualcosa da dirmi poteva benissimo dirmelo di persona se lo pensava davvero e ne avremmo parlato.

Nonostante le situazioni drammatiche, difficili in cui mi son trovata, nessuno dei bambini mi ha detto con questa strafottenza “che cazzo vuoi da me”. Che lo abbiano pensato non lo nego e non mi illudo che non lo abbiano fatto, ma detto mai.

Lo stereotipo infranto

Se la letteratura insegna più di mille libri di psicologia, è vero che di famiglie ce ne sono di tutti i tipi e l’educazione non viene solo dallo status sociale ed economico. Curioso però è come la percentuale alta di maleducazione, per alcuni, sia presente in una scuola privata con famiglie diciamo… abbienti.

Sia chiaro, non faccio di un caso la regola e non vanno fatte generalizzazioni, ma mi ha portata comunque a riflettere. Il comportamento del bambino altro non è che “briciole che cadono dal tavolo”, come disse una mia collega. Il bambino porta a scuola ciò che respira a casa, nel bene e nel male. E forse, in alcuni casi, il denaro compra tutto tranne il tempo, la presenza, i limiti educativi.

La mia (non) risposta

Ma la risposta alla domanda? Non lo so. Non voglio sfuggire alla mia stessa provocazione ma non so come risponderei in situazioni in cui non mi sono trovata.

Posso ipotizzare, per come sono fatta almeno, che forse lo guarderei, starei zitta un poco e poi direi: “Voglio che tu non rompa le scatole agli altri”. Come ho sempre detto ai bambini, e quelli mi son capitati, disturbatori della quiete: “A me non interessa che vogliate imparare o no, quella è una vostra scelta, non fate un dispetto a me, ma non avete diritto di impedire agli altri di imparare”.

Posso ipotizzare, quale alternativa, che potrei rispondere semplicemente: “Perché?”. Sì, proprio così. Perché. Magari lo spiazzerei abbastanza da farlo ragionare, lì, davanti ai compagni. Fargli vedere che la sua provocazione non mi scalfisce, che non entro nel suo gioco della rabbia urlata, ma che lo prendo sul serio abbastanza da voler capire. Perché vuoi sapere cosa voglio da te? Cosa ti fa così arrabbiare? Cosa ti aspetti che io faccia ora?

Forse chiamerei i genitori. Probabilmente sentirei il bisogno di capire cosa c’è dietro tanta rabbia in un corpo così piccolo. Sicuramente non urlerei, perché ormai ho imparato che l’urlo è l’ammissione di una sconfitta, la dichiarazione che hai perso il controllo prima ancora che lo perdesse l’alunno.

Ma onestamente? Non lo so. E forse questa incertezza è l’unica risposta onesta che posso dare. Perché ogni bambino è un mondo, ogni “che cazzo vuoi da me” ha dietro una storia diversa, e la risposta giusta non sta nei manuali ma nell’essere presenti, nell’ascoltare, nel non smettere mai di cercare la persona dietro la provocazione.

Anche quando quella persona ha solo dieci, undici o dodici anni e un vocabolario che i suoi genitori, da qualche parte, gli hanno lasciato imparare.

E voi, come reagireste? Vi è mai capitato di trovarvi davanti a una provocazione del genere? Avete una vostra strategia, un vostro “perché?” che funziona? O magari avete scoperto che le certezze che avevate prima di entrare in classe si sono sgretolate alla prima vera sfida? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com. Sono davvero curiosa di sapere se le vostre classi “impossibili” assomigliano alle mie, se anche voi avete notato che l’educazione non segue le linee dello stereotipo economico, o se invece avete storie completamente diverse da condividere. Perché alla fine, colleghi o genitori che siate, siamo tutti sulla stessa barca: quella di chi cerca ogni giorno di capire questi piccoli esseri umani che ci mettono di fronte a domande scomode durante i pranzi di Natale. E che, a quanto pare, alcune famiglie riescono a rovinare democraticamente a prescindere dal conto in banca.

Buon riposo

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Ironia e Assurdità nei Corsi per Docenti

Nella vita di ogni docente arriva puntuale come una cartella esattoriale il momento dell’anno in cui tocca fare almeno un corso di formazione. Solitamente i corsi si dividono in due macrocategorie (classificazione frutto di anni di sofferenza sul campo): Utili e Inutili.

Non parlo di utilità per la specifica materia insegnata – quella sarebbe pretendere troppo – ma di conoscenze vagamente spendibili in classe senza sfigurare. Con questo metro di giudizio generoso, il 90% dei corsi frequentati si sono rivelati drammaticamente, spettacolarmente, olimpicamente inutili.
L’ultimo corso cui ho partecipato, però, ha superato ogni aspettativa: rasenta il comico con punte di grottesco di fantozziana memoria, mancava solo il Megadirettore Galattico e la Corazzata Kotiomkin.


Organizzato dal FAMI – corso di L2 per stranieri, per chi colleziona sigle come figurine – ha richiesto tre appuntamenti a distanza (e va anche bene, almeno potevo seguire al calduccio di casa, in pigiama e cioccolata calda) e uno in presenza (ecco dove la situazione degenera). Sugli incontri a distanza l’unica cosa che posso dire è che bisognava guardare il video e leggere il materiale. Spoiler che vi cambierà la vita: il video consisteva nella docente che leggeva il materiale. Quello stesso materiale che avevamo davanti. Con la stessa intonazione di un navigatore satellitare in sedazione.
Altra perla di lezione online: un elenco soporifero di testi da utilizzare, la stragrande maggioranza per le secondarie. Ormai ci sono abituata: le primarie sono le sorelline povere e sfigate della scuola, insieme all’infanzia (vi voglio bene colleghe, siamo Cenerentole solidali).


Ma la puntata finale di questa telenovela educativa si è consumata venerdì in presenza, in terga luporum – almeno potevamo parcheggiare dentro, siamo docenti semplici, sono piccole grandi gioie. Arriviamo in sala alle 15 e ancora ci si doveva registrare tutti. Va beh, è la prassi, no problem, ci mancherebbe. Una volta preso posto – dopo la consueta lotta per le sedie meno scomode – da uno schermo vedo i docenti del corso collegati su Meet.


Sì! Avete capito benissimo: i docenti collegati DA REMOTO e noi IN PRESENZA a guardare e ascoltare uno schermo. Come al cinema, ma senza popcorn e con una trama peggiore.


Ora, io non dico che dovessero essere in presenza – anche se mi auguro ardentemente che per essere a distanza fossero a Fanc… o zone limitrofe degne di tale sacrificio organizzativo. Assorbito il disappunto – specialmente considerando che gli strumenti tecnologici maggiormente in uso in una consistente percentuale di scuole permettono tranquillamente di fare tutto da remoto – mi sono armata di santa pazienza. Quella cosa di cui noi docenti siamo ampiamente dotati ma che con altri adulti può tramutarsi rapidamente in un sonoro “ma andate a quel paese”.


E così ho seguito lo show che caratterizza ogni corso in presenza che si rispetti: il dibattito organizzativo. Ebbene sì, oltre a farci venire in presenza per guardare uno schermo (concetto che merita una targa commemorativa), hanno dedicato i primi venti minuti a dibattere su come dividerci e dove mandarci.
No, non a quel paese, purtroppo. Quello sarebbe stato almeno risolutivo.

Divisi in gruppi piccoli di quattro persone, abbiamo dovuto creare dal nulla un’attività per stranieri con livello di italiano A1.
Benissimo, sfida accettata. Ma al momento di condividere il risultato ecco che tutti parlano contemporaneamente, sovrapponendosi, esattamente come i bambini durante la ricreazione. E siamo docenti. Professionisti dell’educazione. Devo aggiungere altro? L’ironia della situazione è talmente densa che si potrebbe tagliare col coltello.


Fine del primo laboratorio: si sfora già abbondantemente il tempo previsto: con i laboratori è sempre così, anche in classe. Chiunque abbia mai organizzato un’attività di gruppo sa che il tempo stimato va moltiplicato per due, più una costante variabile di caos che può dilatarlo alle due lezioni successive. Ma evidentemente chi ha pianificato questo corso vive in una dimensione parallela dove tutto fila liscio come l’olio.
E arriviamo al secondo laboratorio, il gran finale, quando ecco l’annuncio bomba: “C’è un problema: chiudono il parcheggio”.
Pausa drammatica.


Il parcheggio…chiude.


Ma allora non potevi semplicemente organizzarlo a distanza, come TUTTO IL RESTO DEL CORSO? Non ti era venuto il sospetto, durante la fase di pianificazione – ammesso che ci sia stata – che magari, dico magari, far venire gente in presenza per guardare uno schermo e poi cacciarla via perché chiudono il parcheggio fosse leggermente… come dire… ASSURDO?
La ciliegina sulla torta di un corso che ha raggiunto vette di nonsense degne di un Kafka particolarmente ispirato.

Le attività presentate? Tutte belle, non lo nego e da questo punto di vista effettivamente è stato formativo, tuttavia nulla che non si potesse fare online, su meet con stanze apposta. Ma hey…la tecnologia solo per gruppi whatsapp del buongiornissimo caffé tra colleghi e comunicazioni rimandabili. Il tempo altrui? Ininfluente, il tempo loro? Prezioso!

A sentire le varie realtà è nata pure la classifica stranieri tra scuole con “figurine”: noi abbiamo cinesi, noi cingalesi, noi abbiamo tanti ecuadoriani, ne volete uno? Chi ha un pakistano? No a me manca…

Ironia nera tra docenti, tranquilli, perché già sappiamo che di queste tre ore ci rimarrà la preoccupazione per il parcheggio e la sensazione di amaro sollievo nel constatare che il problema di aiutare i nuovi arrivi con livello di italiano non pervenuto mentre fai lezione agli altri è condiviso e non risolvibile allo stato attuale con le risorse disponibili.

E di un corso dal potenziale alto rimane solo la sensazione di perdita di tempo e il peso delle solite aspettative miracolistiche sul nostro lavoro.

Se hai letto fin qua, quale corso è stato assurdo, disorganizzato e inutile?

Scrivilo nei commenti o mandamelo via mail a diariodiunamaestra@gmail.com

La vostra

Collega Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Miti e Realtà del Sostegno Scolastico con la 104


Mi è capitato in questi anni di sentire genitori preoccupati all’idea di richiedere la certificazione 104 per i propri figli. “Ma poi lo etichettano”, “diventa diverso dagli altri”, poi arriva l’ultima news, il macigno nello stagno della mia tranquillità professionale che, nonostante si possa sempre migliorare, comunque l’inclusione funziona: “i neuropsichiatri dicono che li rovina”… Ebbene si, recentemente ho anche sentito quest’ultima affermazione in forma categorica: la 104 rovinerebbe i bambini. Sul momento riconosco che mi è passata davanti, come se stessi morendo, tutta la mia vita professionale di questi 9 anni (e mi avvio al decimo) di esperienza con bambini di tutti i tipi, normotipici, neurodivergenti vari etc., con patologie unicamente fisiche ed in nessuno di questi ho visto la “rovina”. Ma ora voglio fare un discorso serio, per quanto mi riesce almeno.


Dopo anni di scuola, dopo aver visto centinaia di situazioni diverse, sento il bisogno di fare chiarezza. Non da esperta di neuropsichiatria (non lo sono), ma da chi la scuola la vive ogni giorno, dalla prima campanella all’ultima.


Purtroppo vedo anche bambini con difficoltà simili che non hanno sostegno. E vedo:
– La frustrazione crescente quando non riescono a stare al passo
– L’isolamento sociale perché i compagni li vedono “strani” e nessuno fa da ponte
– Le crisi esplosive perché nessuno è riuscito a intercettare i segnali prima
– I genitori chiamati continuamente perché “non sappiamo più cosa fare” ma che invece di riflettere i genitori che, comprensibilmente spaventati, cercano risposte ma a volte nelle direzioni sbagliate.
Bambini che iniziano a odiare la scuola già in prima elementare


Secondo equivoco: l’etichetta. La 104 non è un’etichetta – è un diritto (e questo mettiamocelo bene in testa). È come dire che gli occhiali “etichettano” chi ha problemi di vista. No, gli occhiali permettono di vedere meglio la lavagna. Il sostegno permette di accedere meglio alla didattica.


Nella pratica quotidiana, un buon insegnante di sostegno:
Non sostituisce il bambino nei compiti, ma gli dà strumenti per farli in autonomia
Non isola il bambino, ma facilita la sua inclusione nel gruppo classe
Non lo rende dipendente, ma lavora costantemente sull’autonomia
Non lo etichetta, ma fa in modo che tutti i compagni capiscano che ognuno impara in modo diverso
– È un facilitatore, un mediatore, un traduttore tra il bambino e il mondo della scuola. Quando funziona bene (e può funzionare molto bene), è invisibile agli occhi dei bambini – è semplicemente “la maestra che aiuta tutti”.

Gli specialisti che dicono che la 104 “rovina” i bambini (ammesso lo abbiano mai detto, come mi hanno riportato) non passano sei ore al giorno in classe. Non vedono:
– Il bambino ADHD che disturba continuamente perché non riesce a regolarsi, e che tutti i compagni iniziano a evitare
– La bambina autistica (anche se ad altissimo funzionamento) che ha un meltdown perché nessuno ha capito che era sovraccarica sensorialmente
– Il bambino con DSA che si convince di essere “stupido” perché non riesce a leggere come gli altri
– I genitori esausti che non sanno più come aiutare i figli
E soprattutto non vedono la differenza che fa avere qualcuno che conosce il bambino, che sa interpretare i segnali, che può intervenire PRIMA che la situazione degeneri.

Durante anni di collaborazioni con neuropsichiatri e servizi territoriali, ho sentito ripetutamente sottolineare l’importanza dell’intervento precoce.
Questo è il punto. Gli interventi precoci fanno la differenza. Aspettare, sperare che “ce la faccia da solo”, negare il supporto quando è disponibile non protegge il bambino. Lo espone a una fatica maggiore e perde tempo prezioso.
La 104 non è una condanna – è un’opportunità. Un diritto. Uno strumento che, quando usato bene, permette ai bambini di avere la scuola che meritano.

Capisco la paura. Capisco il desiderio di proteggere i propri figli dallo stigma, dall’essere “diversi”. Ma vi chiedo: diversi da chi? E a quale costo?
Se vostro figlio fa fatica, se ha una diagnosi, se i professionisti e/o i docenti vi suggeriscono il sostegno… consideratelo davvero. Non come ultima spiaggia quando tutto il resto è fallito, ma come strumento da usare quando serve.
Parlate con insegnanti che lavorano sul campo, parlate col Dirigente Scolastico per tutti gli aspetti normativi relativi al sostegno. Informatevi sulla realtà concreta, non solo sulla teoria.
E soprattutto, chiedetevi: cosa è meglio per mio figlio? Che affronti da solo un percorso che potrebbe essere alleggerito, sprecando risorse cognitive che possono invece essere investite in materie che lo entusiasmano, o che abbia gli strumenti per farcela nel modo più sereno possibile?
La 104 non rovina i bambini. Li sostiene. E questo, dopo anni di scuola, posso dirlo con certezza.

So che il sistema scolastico italiano ha i suoi problemi – e io stessa l’ho criticato in passato, anche duramente, e continuerò a criticarlo, ma per ben altri motivi. Tuttavia nelle scuole pubbliche italiane viene posta molta attenzione al benessere degli alunni con diversi tipi di difficoltà (non solo 104 insomma).

Un bambino con certificazione 104 non viene semplicemente “affidato al sostegno”. Ha diritto a un Piano Educativo Individualizzato (PEI), costruito su misura per lui, e durante l’anno si tengono riunioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo).

Il GLO è composto da:

  • Dirigente Scolastico
  • Docenti curricolari
  • Docente di sostegno
  • Genitori
  • Specialisti che seguono il bambino

Durante questi incontri, ognuno porta il proprio contributo: gli specialisti condividono l’esperienza con il bambino nell’ambiente protetto della terapia, i genitori restituiscono il comportamento a casa, i docenti quello a scuola. Tre contesti diversi che, messi insieme, permettono di avere un quadro completo e di definire insieme strategie, obiettivi e modalità di intervento.

I genitori non sono spettatori passivi – sono parte attiva delle decisioni che riguardano il percorso scolastico del loro figlio, guidati e consigliati ma, soprattutto, supportati sia da specialisti che da docenti che vedono il loro bambino quasi tutto il giorno tutti i giorni lontano dal contesto famigliare.

La 104 non è qualcosa che “viene fatto” a vostro figlio. È uno strumento che costruite insieme alla scuola, monitorandolo e adattandolo nel tempo secondo i suoi bisogni reali.

Se siete genitori e state affrontando questa decisione, prendetevi il tempo di informarvi, di parlare con chi vive la scuola ogni giorno, di ascoltare anche le vostre paure – ma poi chiedetevi cosa serve davvero a vostro figlio per stare bene a scuola. Spero che queste righe vi aiutino a vedere la 104 per quello che è davvero: non una condanna, ma una possibilità.

Se siete colleghi, scrivete le vostre testimonianze sul sostegno, a volte una testimonianza dal campo vale più di mille rassicurazioni teoriche. Le testimonianze che arriveranno le pubblicherò in una pagina del sito apposita.

Scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com o commentate.

I nostri bambini meritano di avere tutti gli strumenti possibili per fiorire.

La 104 non è un nemico da temere. È un alleato da conoscere.

La vostra

Francesca (si, questa volta mi firmo col nome pur rimanendo la maestra imperfetta)

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Partenogenesi Professionale: Il Miracolo dell’Appropriazione

C’è un fenomeno curioso che accade nelle scuole, negli uffici, nei luoghi dove le persone dovrebbero collaborare. Lo chiamo “partenogenesi professionale“: la riproduzione di idee senza bisogno dell’originale genitore.


Funziona così: proponi un progetto. Qualcuno dice “non funzionerà” / “non è opportuno” / “ci sono criticità”. Tu e chi ci crede ci lavorate comunque durante le programmazioni e studiando bene i compromessi del caso. Il progetto prende forma. Funziona. È fattibile.
E poi, miracolo: davanti a chi conta, l’idea si è riprodotta. Ha trovato un nuovo genitore. Che curiosamente è proprio chi prima la osteggiava.
Benvenuti nel club di chi ha assistito al Miracolo.

Ma attenzione! L’appropriazione intellettuale ha una sua eleganza perversa. Richiede:


Tempismo sopraffino. Non puoi dire “era mia idea!” troppo presto – quando tutti dicevano che non avrebbe funzionato, non ci guadagni nulla. Devi aspettare il momento giusto: quando qualcuno più in alto dice “interessante, fattibile”. Quello è il momento. Lì scatta il miracolo della memoria selettiva.

Memoria a geometria variabile. Improvvisamente non ricordi più di aver detto “non è inclusivo” / “ci sono problemi” / “non sono convinta”. Ricordi solo che “avevi pensato a questa soluzione”. Il cervello umano è meraviglioso.


Assenza totale di vergogna. Questo è il superpotere fondamentale. Serve una disconnessione totale tra ciò che hai detto tre mesi fa e ciò che dici oggi davanti al dirigente. Una sorta di schizofrenia professionale funzionale (in tutti i sensi).

Ma ho osservato bene questo fenomeno e mi sembra di aver notato che dietro ogni appropriazione c’è sempre la stessa cosa: l’insicurezza travestita da sicurezza.
Chi si appropria del lavoro altrui lo fa perché è più facile raccogliere i frutti che coltivare l’albero. Ma c’è un problema: i frutti raccolti non insegnano nulla sulla coltivazione.
E così si crea un circolo vizioso:


Nel frattempo, chi ha davvero lavorato osserva in silenzio e prende nota. Non per vendetta, ma per lucidità: ora sa con chi può condividere e con chi deve proteggere il proprio lavoro.

Quello che chi si appropria non capisce è il costo relazionale che sta creando.
Quando ti appropri del lavoro di qualcuno:
– Uccidi la fiducia (quella vera, non quella delle riunioni di facciata)
– Insegni alle persone integre a non condividere più idee con te
– Crei un ambiente dove chi ha valori deve proteggersi invece di collaborare
– Perdi la possibilità di crescere davvero (perché crescita = vulnerabilità, ammettere di non sapere, chiedere aiuto)

Ma l’aspetto che mi inquieta maggiormente è: cosa stiamo insegnando?
Perché i bambini vedono. Vedono chi dice una cosa e ne fa un’altra. Vedono chi prende credito per il lavoro altrui. E imparano che apparentemente funziona.
Allora mi chiedo: quando poi ci lamentiamo che “i giovani non hanno più valori”, “non c’è più rispetto”, “tutto è apparenza”… da chi pensiamo lo possano avere imparato?

Ora, se permettete, vorrei dare alcuni consigli pratici per chi volesse intraprendere la carriera di Appropriatore Seriale (carriera potenzialmente proficua anche se non onesta):


1. Mai opporsi troppo violentemente all’inizio – lascia un margine di ambiguità. “Non sono convinta” funziona meglio di “È un’idea terribile”. Più facile fare retromarcia dopo.
Usa giustificazioni nobili quando ostacoli – “Ci sono criticità”, “Pensiamo ai bambini”. Poi quando ti appropri, usa le STESSE frasi. Coerenza è sopravvalutata.


2. Aspetta sempre che qualcuno più in alto approvi prima di dichiararti genitore dell’idea. I dirigenti sono come il sole: l’idea fiorisce quando loro la illuminano.

Scherzi a parte, quanto vissuto fino ad oggi mi ha fatto riflettere su cosa significa davvero integrità professionale.
L’integrità non è quando tutti ti guardano. È quando potresti appropriarti di qualcosa e nessuno se ne accorgerebbe, ma non lo fai. È dare credito anche quando non sei obbligata.
L’integrità è costosa. Costa visibilità, costa riconoscimento immediato, costa la tentazione di “vincere facile”.
Ma ha un vantaggio: ti fa dormire bene la notte meglio della melatonina o di qualsiasi farmaco. E ti fa guardare allo specchio senza dover distogliere lo sguardo.


Quando qualcun altro si è appropriato di un progetto, su cui si è lavorato in gruppo, davanti a chi conta, ho scelto di concentrarmi sui bisogni del bambino per cui tale progetto esisteva perché era l’obiettivo reale.
Ma ho anche scelto di ricordare.


In questi nove anni ho imparato che esistono due tipi di colleghi:


– Quelli con cui puoi costruire

– Quelli da cui devi proteggerti

E questa è informazione preziosa.

Cosa fare se ti succede?
Documenta. Email, verbali, messaggi. Non per guerra futura, ma per chiarezza.


– Metti confini. Con chi si è dimostrato inaffidabile, condividi meno. Non è cattiveria, è protezione.
– Continua a lavorare bene. Per i bambini, per te stesso/a, per i colleghi che meritano fiducia. Non lasciare che l’ipocrisia altrui ti tolga la gioia del tuo lavoro.
– Scegli con chi collaborare. Non tutti meritano le tue idee, il tuo tempo, la tua creatività.


E soprattutto: non trasformarti in quello che critichi. La tentazione di “giocare al loro gioco” è forte. Resisti. Perché la differenza tra te e chi si appropria non è l’intelligenza o la competenza.
È l’integrità. E quella non è negoziabile.

Ora veniamo a te, che mi stai leggendo! Se hai letto fin qua, quando è stata l’ultima volta che hai dato credito a qualcuno che non dovevi?

E quando è stata l’ultima volta che hai “dimenticato” di darlo?

Se dovessi spiegare a un bambino cosa significa integrità professionale, cosa diresti?

Forse è ora di smettere di considerare l’onestà intellettuale come un optional poetico, e iniziare a vederla per quello che è: la base minima per una collaborazione vera.
Non chiedo catarsi collettiva. Chiedo pensiero critico.
Anche solo per cinque minuti.


Con affetto caustico,


Una Maestra Imperfetta ma onesta