Nella vita di ogni docente arriva puntuale come una cartella esattoriale il momento dell’anno in cui tocca fare almeno un corso di formazione. Solitamente i corsi si dividono in due macrocategorie (classificazione frutto di anni di sofferenza sul campo): Utili e Inutili.
Non parlo di utilità per la specifica materia insegnata – quella sarebbe pretendere troppo – ma di conoscenze vagamente spendibili in classe senza sfigurare. Con questo metro di giudizio generoso, il 90% dei corsi frequentati si sono rivelati drammaticamente, spettacolarmente, olimpicamente inutili.
L’ultimo corso cui ho partecipato, però, ha superato ogni aspettativa: rasenta il comico con punte di grottesco di fantozziana memoria, mancava solo il Megadirettore Galattico e la Corazzata Kotiomkin.
Organizzato dal FAMI – corso di L2 per stranieri, per chi colleziona sigle come figurine – ha richiesto tre appuntamenti a distanza (e va anche bene, almeno potevo seguire al calduccio di casa, in pigiama e cioccolata calda) e uno in presenza (ecco dove la situazione degenera). Sugli incontri a distanza l’unica cosa che posso dire è che bisognava guardare il video e leggere il materiale. Spoiler che vi cambierà la vita: il video consisteva nella docente che leggeva il materiale. Quello stesso materiale che avevamo davanti. Con la stessa intonazione di un navigatore satellitare in sedazione.
Altra perla di lezione online: un elenco soporifero di testi da utilizzare, la stragrande maggioranza per le secondarie. Ormai ci sono abituata: le primarie sono le sorelline povere e sfigate della scuola, insieme all’infanzia (vi voglio bene colleghe, siamo Cenerentole solidali).
Ma la puntata finale di questa telenovela educativa si è consumata venerdì in presenza, in terga luporum – almeno potevamo parcheggiare dentro, siamo docenti semplici, sono piccole grandi gioie. Arriviamo in sala alle 15 e ancora ci si doveva registrare tutti. Va beh, è la prassi, no problem, ci mancherebbe. Una volta preso posto – dopo la consueta lotta per le sedie meno scomode – da uno schermo vedo i docenti del corso collegati su Meet.

Sì! Avete capito benissimo: i docenti collegati DA REMOTO e noi IN PRESENZA a guardare e ascoltare uno schermo. Come al cinema, ma senza popcorn e con una trama peggiore.
Ora, io non dico che dovessero essere in presenza – anche se mi auguro ardentemente che per essere a distanza fossero a Fanc… o zone limitrofe degne di tale sacrificio organizzativo. Assorbito il disappunto – specialmente considerando che gli strumenti tecnologici maggiormente in uso in una consistente percentuale di scuole permettono tranquillamente di fare tutto da remoto – mi sono armata di santa pazienza. Quella cosa di cui noi docenti siamo ampiamente dotati ma che con altri adulti può tramutarsi rapidamente in un sonoro “ma andate a quel paese”.
E così ho seguito lo show che caratterizza ogni corso in presenza che si rispetti: il dibattito organizzativo. Ebbene sì, oltre a farci venire in presenza per guardare uno schermo (concetto che merita una targa commemorativa), hanno dedicato i primi venti minuti a dibattere su come dividerci e dove mandarci.
No, non a quel paese, purtroppo. Quello sarebbe stato almeno risolutivo.
Divisi in gruppi piccoli di quattro persone, abbiamo dovuto creare dal nulla un’attività per stranieri con livello di italiano A1.
Benissimo, sfida accettata. Ma al momento di condividere il risultato ecco che tutti parlano contemporaneamente, sovrapponendosi, esattamente come i bambini durante la ricreazione. E siamo docenti. Professionisti dell’educazione. Devo aggiungere altro? L’ironia della situazione è talmente densa che si potrebbe tagliare col coltello.
Fine del primo laboratorio: si sfora già abbondantemente il tempo previsto: con i laboratori è sempre così, anche in classe. Chiunque abbia mai organizzato un’attività di gruppo sa che il tempo stimato va moltiplicato per due, più una costante variabile di caos che può dilatarlo alle due lezioni successive. Ma evidentemente chi ha pianificato questo corso vive in una dimensione parallela dove tutto fila liscio come l’olio.
E arriviamo al secondo laboratorio, il gran finale, quando ecco l’annuncio bomba: “C’è un problema: chiudono il parcheggio”.
Pausa drammatica.
Il parcheggio…chiude.
Ma allora non potevi semplicemente organizzarlo a distanza, come TUTTO IL RESTO DEL CORSO? Non ti era venuto il sospetto, durante la fase di pianificazione – ammesso che ci sia stata – che magari, dico magari, far venire gente in presenza per guardare uno schermo e poi cacciarla via perché chiudono il parcheggio fosse leggermente… come dire… ASSURDO?
La ciliegina sulla torta di un corso che ha raggiunto vette di nonsense degne di un Kafka particolarmente ispirato.
Le attività presentate? Tutte belle, non lo nego e da questo punto di vista effettivamente è stato formativo, tuttavia nulla che non si potesse fare online, su meet con stanze apposta. Ma hey…la tecnologia solo per gruppi whatsapp del buongiornissimo caffé tra colleghi e comunicazioni rimandabili. Il tempo altrui? Ininfluente, il tempo loro? Prezioso!
A sentire le varie realtà è nata pure la classifica stranieri tra scuole con “figurine”: noi abbiamo cinesi, noi cingalesi, noi abbiamo tanti ecuadoriani, ne volete uno? Chi ha un pakistano? No a me manca…
Ironia nera tra docenti, tranquilli, perché già sappiamo che di queste tre ore ci rimarrà la preoccupazione per il parcheggio e la sensazione di amaro sollievo nel constatare che il problema di aiutare i nuovi arrivi con livello di italiano non pervenuto mentre fai lezione agli altri è condiviso e non risolvibile allo stato attuale con le risorse disponibili.
E di un corso dal potenziale alto rimane solo la sensazione di perdita di tempo e il peso delle solite aspettative miracolistiche sul nostro lavoro.
Se hai letto fin qua, quale corso è stato assurdo, disorganizzato e inutile?
Scrivilo nei commenti o mandamelo via mail a diariodiunamaestra@gmail.com
La vostra
Collega Imperfetta