Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

2025:anno nuovo, vita vecchia?

L’inizio anno è una giornata piena di aspettative, progetti, speranze e vita. I primi tre giorni si vive un momento magico in cui tutto sembra possibile, anche diventare una top model entro fine anno (massì, basta che rinunci al dolce…magari da domani però che devo finire il pandoro) salvo poi ritrovarsi a Dicembre ancora Tropp Model.

Il primo giorno dell’anno per me è iniziato con “basta, ora faccio un disegno al giorno”…e sono al 3 Gennaio che ancora devo iniziare i tremila disegni e due quadri che mi ero proposta di fare, compensato però da qualche gitarella fuori porta finita in piano B per via di un incidente in autostrada e lavori su altre strade che ci hanno fatto diventare il viaggio lungo e interminabile. Per fortuna io e il mio compagno abbiamo molto di cui parlare.

Non voglio essere la consueta doccia di cinismo, pessimismo e fastidio ma ad onor del vero proprio in questi giorni di pace e quiete (e speranze) mi son ritrovata la circolare sul registro elettronico di uno sciopero cui avvisare dell’adesione o meno entro…il giorno seguente! Peccato che siamo in pausa didattica. In un interessante corso sulle figure di Sistema nella scuola promosso su Scuola Futura, si è trattato dell’argomento che mi ha sollevato questa e tutta una serie di altri comportamenti rilevati nelle scuole da me frequentate, ma anche in quelle di amiche: il diritto alla disconnessione. Tale diritto è stato materia di discussione dall’emergenza pandemica Covid-19 in poi che, come sappiamo, ci ha trovati impreparati (chi più, chi meno) non solo dal punto di vista didattico e metodologico ma anche disciplinare, dove per disciplinare non intendo un’etica del lavoro quanto una conservazione e igiene mentale nel stabilire dei confini tra vita lavorativa e sfera personale.

Ma per la scuola, che inizierà implacabilmente il 7 Gennaio, quali buoni propositi? Quali aspettative? Quali sogni? Nessuno!

Questo è il punto interessante del Contratto collettivo Nazionale che parla proprio di Diritto alla Disconnessione che stabilisce che sono oggetto di contrattazione integrativa a livello di istituzione scolastica ed educativa:

c8) i criteri generali per l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche di lavoro in orario diverso da quello di servizio, al fine di una maggiore conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare (diritto alla disconnessione);

Tradotto? Parlatene con l’RSU del vostro Istituto (le assemblee per la contrattazione servono anche a questo, non solo a stabilire i compensi) ma ricordate che il diritto alla disconnessione è sancito dalla Legge 61 del 2021 e questo vale per il lavoro in smart working sia nel pubblico che nel privato.

Il problema principale è che noi docenti siamo bombardati da whatsapp, mail e circolari quotidianamente e già, oltre l’orario di lavoro stabilito da contratto, ci ritroviamo a perdere ulteriori ore a decifrare il burocratese, sedare animi, cercare materiale e far capire ad alcune colleghe che magari c’è anche una vita oltre la scuola e vorresti viverla e se sei in malattia poi non dovresti nemmeno lavorare da remoto. Il vero dramma è che il diritto alla disconnessione oggigiorno in Italia non viene riconosciuto in primis dai lavoratori stessi che, avvezzi ormai al bombardamento tecnologico e uso massivo di questi mezzi durante la pandemia, si sono abituati a comunicare qualsiasi cosa in tempo reale. La rivoluzione, quella vera, parte sempre dal basso!

Cosa possiamo fare quindi per ovviare?

  1. Non guardare le chat e mail di scuola Sabato e Domenica (o Domenica solo se lavorate anche il Sabato)
  2. Non guardare chat e mail di scuola dopo una certa ora, per esempio le 17 o 17:30. Insomma stabilite voi un’ora oltre la quale non esiste più la scuola, i colleghi, il o la DS e gli alunni ma solo voi, amici e parenti.
  3. Essere decisi e lapidari con genitori invadenti che chiamano oltre l’orario stabilito da voi. Frega niente se chiamano alle otto di sera dicendo che quell’altra collega ha fatto o detto, troncate con un “scusi ma non sono in servizio” e buttate giù.
  4. Parlarne con l’RSU e partecipare alle assemblee sindacali per chiarire questi punti

Queste regole di base, e di igiene mentale oserei dire, sono fondamentali per stabilire dei confini, mettere paletti e gettare le fondamenta per una decisa e comunitaria difesa di un sacrosanto diritto.

Ricordate che dedicarsi alla scuola è lodevole così come è lodevole l’impegno verso i propri alunni, ma il tempo che perdete levandolo a voi stessi ed alla famiglia per questo non vi verrà mai più reso e prima o poi in pensione ci andrete, pertanto meglio cominciare a cercare un giusto equilibrio per non arrivare alla fine in pieno burn-out e colmi di rimpianto per non aver difeso una sfera personale che è vostra di diritto.

Il miglior proposito che potete farvi per questo anno (e per i prossimi) è proprio questo: stabilire confini, mettere paletti, difendere i vostri diritti per godervi la vita oltre la scuola, oltre il lavoro.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

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Autore:

Sono una giovane maestra (giovane come anni di insegnamento, non come età...ma è relativo). Insegno arte, musica, inglese e tecnologia, ma non posso escludere che in futuro non mi trovi ad insegnare altro. Ho trovato nella scuola dove insegno colleghi simpatici e collaborativi, un ambiente famigliare e attivo che continua a fornire stimoli culturali cui attingo a piene mani. La mia gratitudine è a loro ed a tutti gli insegnanti di qualsiasi ordine e grado che hanno contribuito e contribuiscono, senza saperlo, a rendermi quella che ritengo di essere oggi...una maestra consapevole.

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