Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Perché Sanremo? Perché è Sanremo!

Settimana di Sanremo e, come al solito, passo dal “no, quest’anno non lo guardo, non ce la faccio” al “ma Conti non mi entusiasma” al guardarlo perché tanto so già che i bambini di quinta chiederanno e vorranno conoscere la mia opinione in merito a questo o quel cantante. Niente di male e in fondo il mio compagno si è pure arreso a questa mia tendenza masochista finendo per proporre lui di guardarlo. Ebbene, Conti continua a non entusiasmarmi anche se, poverino, non è colpa sua e non ho niente contro di lui, lo trovo solo noioso ma è un gusto personale. 

Ma perché parlare di Sanremo? Cosa c’entra con la didattica? Cosa c’entra con la scuola in genere? Me lo sono domandata anche io e, al solito, ho provato a darmi anche delle risposte più o meno soddisfacenti. Oggi faccio questa riflessione con voi considerando che stasera c’è la serata delle Cover, l’unica che di solito guardo con piacere sincero che trova le sue origini nella curiosità. 

Sanremo nasce nel 1951 come oramai sapete visto che ogni anno ci stracciano gli zebedei con tutta la storia della kermesse, ma se ci tenete ad approfondirla vi rimando al link di Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Sanremo

Sappiamo che nel dopoguerra si ha bisogno di speranza, leggerezza e gioia che ricompensi e rinfranchi da tante sofferenze eppure, attraverso i vari decenni, non ha perso smalto pur passando di presentatore in presentatore e di “no quest’anno le canzoni fanno schifo” a tormentoni alla radio e “ma sai che è proprio bella al terzo/decimo/trentesimo ascolto?”. Siamo arrivati ad oggi quindi che una come me, che guardava Sanremo sul lettone dei genitori con sorella, mamma, papà e cane, tutti assieme appassionatamente, per anni lo ha schivato come le pallottole in Matrix e infine si ritrova a guardarlo per sapere cosa rispondere ai “Maestra ma ti è piaciuto Tony Effe? E Rkomi?”.

Sanremo è un festival della canzone italiana, è un festival popolare, nel senso più letterale del termine, quindi attira comunque molte persone, unisce anche solo per la critica e il gusto di criticare ma non è tanto questo quanto il fatto che è un fenomeno di costume. Nel tempo Sanremo si è arricchito di messaggi sociali, pubblicità progresso sapientemente inserite nello show, monologhi più o meno apprezzati dalla massa ma che in effetti mandavano messaggi forti che, tuttavia, andavano spiegati ai pargoli (non so quanti si siano presi la briga di farlo).

I bambini sono immersi fino ai capelli nella cultura popolare e vogliono capire e conoscere attraverso gli occhi di adulti al di fuori della famiglia, o almeno questa è l’impressione che mi han dato gli alunni di quinta, pertanto credo sia educativo parlare anche di Sanremo e delle sue canzoni, discutibili o meno, con loro per guidarli a ragionare, riflettere sulle parole e confrontarsi sui gusti, usi e costumi della società odierna, magari con un’occhiata ai cantanti vincitori di ieri grazie ai meshup che si trovano su youtube e che ben fanno capire come e quanto sono cambiati i gusti musicali e i temi dei testi nei vari anni da “son tutte belle le mamme del mondo” a “siamo fuori di testa ma diversi da loro” passando per “si può dare di più”, “uomini soli” e altro. Insomma parlare della musica rientra comunque nella didattica in quanto non si riflette solo sul testo delle canzoni e sull’evoluzione delle sonorità ma anche sui temi trattati, sui gusti del pubblico e la differenza tra ciò che è popolare e ciò che è considerato meritevole da parte di esperti, su fenomeni di costume, messaggi social e via dicendo. Insomma c’è tanto di cui parlare per soli cinque giorni di festival. Si ferma la didattica? No! 

La sola riflessione sulla dizione e sui testi ed il confronto di gusti differenti permette loro di esercitarsi sull’espressione libera ma educata e ragionata delle proprie posizioni nel rispetto dei gusti reciproci che, a questo punto, diventa un momento trasversale con educazione civica. Nel complesso parlare di fenomeni di costume aiuta ad avvicinarsi a loro, a creare una connessione con loro ed a guidarli verso la maturazione di un’idea propria, critica e ragionata sui vari argomenti. Questo a mio parere è il più importante dei passaggi perché la scuola deve preparare alla vita e la vita non è solo analisi grammaticale, calcoli, egizi e romani. La scuola deve insegnare loro a pensare con la loro testa e di questo ne sarò sempre convinta.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta    

Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro, opinionibus

Maestra ma tu pensi prima di parlare?

In questa settimana mi son capitati due eventi curiosi che, al solito, mi han fatto riflettere in quei minuti di silenzio a colazione e tra una lezione e l’altra.

Martedì, a lezione di inglese, una bambina molto chiacchierona e tendente a parlare sempre, anche sopra gli altri, e a commentare qualsiasi cosa tu dica, se ne esce nel mezzo della lezione con un candido “maestra ma tu prima di parlare pensi?”.

Mi fermo, la guardo, in altri frangenti e con adulti onestamente mi sarei anche potuta offendere ma ammetto non mi è passato per l’anticamera del cervello potesse essere inteso come insulto o provocazione. Ho chinato la testa di lato e chiesto cortesemente di spiegarmi cosa intendesse e perché quella domanda. La bambina mi ha risposto con candore “no perché parli sempre lentamente e non dici cose a caso”.

Vero, parlo lentamente e lo faccio apposta. Un tempo parlavo più velocemente nel gruppo di amici che frequentavo perché, quando raccontavo qualcosa, venivo puntualmente interrotta e quanto stavo dicendo finiva nel dimenticatoio. Col tempo ho imparato che non è necessario, se non ti vogliono ascoltare non lo fanno comunque, a qualsiasi velocità tu parli. Da lì ho imparato a parlare alla velocità che ritengo più opportuna per permettermi di ponderare e misurare quanto dico e non rischiare di ferire, magari involontariamente, la sensibilità di qualcuno. Ora con i bambini misuro la velocità in base alla ricettività della classe ed alla difficoltà dell’argomento trattato.

La bambina in questione mi ha sorriso e mi ha detto “sai maestra, io non penso mai quando parlo”. Me ne ero accorta ed il problema è che altri bambini tutti orgogliosi mi han detto che non pensano prima di parlare e questo mi preoccupa. Ho detto loro che è il caso che comincino a farlo perché le parole sono pietre: una volta lanciate non puoi riprendertele e quando colpiscono fanno molto male, quindi meglio misurarle e pensarle prima di farle uscire dalla bocca.

Acquarello fatto la mattina a colazione. Sketchbook Talens Artbook e stilografica Preppy.

Quando ne ho parlato con il mio compagno egli, ridendo, mi ha detto “potevi dirle quel detto arabo: parla solo quando pensi che ciò che hai da dire valga più del silenzio”. Non lo conoscevo, lo ammetto, ma mi sono resa conto che l’ho fatto mio e, nel tempo, ho imparato a parlare quando è d’obbligo riempire vuoti, ma senza dire mai troppo e quando invece tacere anche per ore perché il silenzio non fa paura ma è un momento condiviso e piacevole. Il problema reale è che in questa società rumorosa dove tutti hanno qualcosa da dire grazie anche ai social, il silenzio è un lusso che non tutti si concedono (anche se non costerebbe nulla economicamente), ma così facendo rischiano di levare il diritto al silenzio anche a chi lo desidera.

E così, riflettendo su questo detto arabo e sul proverbio “più bel silenzio non fu mai scritto” osservo il disegno fatto stamattina del vasetto di composta di limoni senza zuccheri aggiunti, compagno silenzioso delle mie colazioni che col suo gusto dolce e retrogusto amarognolo, mi ricorda che è tanto bello il silenzio, ma solo fin quando il weekend le colazioni sono in compagnia. Abbiamo bisogno sia del silenzio sia della parola ma passiamo tutta l’esistenza a cercare l’equilibrio tra le due.

E voi quanto ritenete di pensare prima di parlare?

A presto

la vostra

Maestra Imperfetta