Pubblicato in: diario di una maestra

(Dis)organizzazione di una maestra

Io provo una profonda invidia per quelle maestre che nei social spopolano proponendo un’organizzazione del materiale per valutare classificato, suddiviso e e con tanto di megarubriche valutative e autovalutative. La mia è un’invidia mista a sincera ammirazione perché devo ammettere che il mio grosso limite è proprio questo.

Io odio valutare, questo di certo non aiuta, ma è un odio viscerale che non ha sede in traumi infantili o scolastici, di questo ne son certa, tuttavia non so da dove ne venga. Il grosso problema è che un insegnante deve valutare per legge, perché fa parte del mestiere, perché insegnare implica anche valutare e verificare quanto appreso ed è un’azione indispensabile per comprendere l’efficacia del proprio agire.

Quando ho fatto il concorso ho buttato giù una rubrica di valutazione e una di autovalutazione in un’oretta, forse meno, pensando che sarebbe stato facile applicare questo metodo una volta superato ed entrata in azione: nulla di più falso. La verità è che, superato il concorso, sono entrata nella scuola con un’esperienza parziale della scuola data dal tirocinio delle superiori che, per quanto mi abbia fatto incontrare insegnanti davvero validi che ricordo tutt’ora, non mi ha dato un quadro reale della quotidianità scolastica.

In una valutazione c’è un mondo, una marea di esperienze e di lavoro, di background dei singoli bambini. Non posso valutare certo la mancanza di doppie o un uso non corretto dell’H del bambino con entrambi i genitori italiani e con una buona cultura alla stregua di un bambino bilingue o di un bambino appena arrivato in Italia. Una rubrica di autovalutazione mi fa ancora più paura perché i bambini sono molto critici con loro stessi di fronte all’errore.

Farmi tutte quelle cartelline suddivise per alunni e argomenti non se ne parla, non posso certo tenermi uno schedario in casa né riempire il mio hard disk di millemila cose, ancor più che trovandomi due classi e cinque materie onestamente diverrebbe assurda la mole di materiale.

Nella circolare pre scrutini mi son ritrovata la dicitura “congruo numero di verifiche” come base per la valutazione. Ma anche lì mi son domandata che numero è congruo? Due? Quattro? Dieci? Io spesso mi baso sull’osservazione in classe perché ci sono i bambini che provano ansia nelle verifiche scritte e mi rendono malissimo, altri provano ansia all’orale. Alla fine mi sono “ridotta” a schemi su foglio di calcolo di Google con nomi, obiettivi e menù a tendina con i livelli…che tanto cambierà perché ovviamente ci cambiano pure la valutazione in corso d’anno (così pare).

Mi ritrovo alla fine a guardare i dettati pieni di correzioni in rosso domandandomi se basarmi sul numero di errori o sulla tipologia, su entrambi ma con un occhio alla famiglia da cui provengono (perché se non sono seguiti ovviamente non posso valutare al medesimo modo di altri più seguiti) e, nonostante sia abbastanza certa della giustizia di questo criterio, il dubbio si insinua e quella domanda mi perseguita “chi sono io per valutare?” e no, non basta rispondere: sono l’insegnante.

Torno a invidiare e ammirare la sicurezza della maestrina di turno che mi presenta entusiasta il suo metodo, sicuramente più infallibile e organizzato, perché io più vado avanti più ho solo dubbi e quelle poche certezze che pensavo incrollabili si stanno sgretolando davanti al peso di una valutazione che vorrei non dare ma che so indispensabile anche per loro, per farli crescere mettendoli di fronte ai loro errori.

Spero di essere l’unica a farmi di questi problemi perché mi piace pensare che gli altri insegnanti siano più tranquilli, sereni e sicuri nel valutare, ma se qualcuno tra voi è come me parliamone e magari, confrontandoci, possiamo aiutarci.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta (e disorganizzata)

Pubblicato in: diario di una maestra, strumenti per docenti

I veri strumenti per docenti

Anni fa, nel 2017, appena entrata nel Sistema di istruzione, ho partecipato con sincera convinzione ad un seminario sulle responsabilità del personale docente. Avevo già intuito in qualche modo, forse, quello che sarebbe stato utile per la professione tanto quanto la preparazione teorica alla didattica (perché diciamocelo pure fuori dai denti, il concorso è teoria).

Il seminario è durato due, forse tre ore in cui il relatore, proveniente dall’Ufficio Scolastico Regionale (USR per i non addetti che leggono…se ce ne sono)ha riempito di nozioni, riferimenti normativi e legislativi di cui, diciamolo pure fuori dai denti, alla fine non ricordavi nemmeno la metà. Lì cominciavo a farmi un’idea di quello che poi mi ha portato oggi a scrivere questo articolo.

Nei successivi anni mi sono resa conto, osservandomi attorno ed interagendo con varie tipologie di colleghi/e, che molte conoscenze vanno perdendosi divorate dai ritmi quotidiani, dalle varie problematiche che via via emergono nel corso dei giorni, mesi e poi anni di insegnamento e finisce che, pur essendo fondamentali certe conoscenze, le dimentichi (alcune in realtà nemmeno sono richieste anche se fondamentali).

Fate un piccolo esperimento: chiudetevi al buio, buio completo, in una stanza che conoscete bene e in cui ci siete stati più volte e provate a fare una passeggiata all’interno. Conoscete la disposizione dei mobili e sapete come arrivare a quello o quell’altro, ma sapete che magari, se siete dalla porta, che quel mobile è a sinistra e quell’altro a destra, ma se provate ad aprire l’armadio, ammesso ci riusciate alla prima e senza andare a tentoni, non saprete abbinare i colori né scegliere cosa mettervi e molto probabilmente scontrerete contro qualcosa perché vi eravate scordati che era lì troppo intenti a raggiungere qualcosa nel tentativo di dimostrarmi che avevo torto (per cosa? Non lo so, ma è un meccanismo umano).

Ecco, se lo avete fatto avete capito cosa vive quotidianamente un docente medio. Per docente medio intendo un docente che non è formato adeguatamente sulla normativa scolastica.

Obiezione che anticipo perché l’avrei fatta anche io anni fa. Il mio intento non è dare degli ignoranti o insultare l’intelligenza dei colleghi insegnanti di tutti gli ordini e gradi, bensì fare una riflessione attenta su un aspetto poco curato della formazione dei docenti. Abbiamo tante cose di cui occuparci, vero, ma se noi per primi non conosciamo i confini in cui ci muoviamo, come possiamo lavorare serenamente? Come possiamo educatamente ribattere ad alcune questioni sollevate dai genitori? Come possiamo tutelarci da eventuali (non è detto che ce ne siano) deliri o forzate interpretazioni normative di Dirigenti scolastici? Informarci e formarci in tal senso può accendere la luce nella stanza. Certo, sappiamo già che i mobili presenti son quelli e dove sono, ma non sbatteremo più il mignolo del piede contro uno spigolo (e sapete che tanto succede anche se conoscete quella stanza a menadito, a volte anche con la luce accesa).

Sapere è Potere! Quante volte lo abbiamo sentito dire? Mai? Io l’ho sentito dire molte volte e spesso non ho compreso questa frase e più spesso l’ho relegata al sapere scolastico relegato alle materie di insegnamento o alla cultura personale in altri ambiti che mi appassionano. Mai come in questi anni di studio per il concorso, e l’osservazione diretta, ho davvero compreso e, di conseguenza, preso piena consapevolezza del significato profondo di questa affermazione.

Il potere in questo caso non è solo possibilità di muoversi in una direzione o nell’altra, poter fare qualcosa, e nemmeno Potere inteso come autorità sull’altro, ma va inteso come conoscenza dei limiti, dei diritti (e doveri) della propria professione per evitare abusi che si perpetrano spesso per ignoranza personale e/o altrui del “recinto” in cui ci si può muovere e le regole del gioco. Conoscere ci permette di comprendere e comprendere ci permette di muoverci con sicurezza in un ambiente complesso salvaguardando i propri diritti rispettando i nostri doveri.

Non è mia intenzione essere polemica, e non va inteso in questo senso questo intervento, ma ho avuto modo di osservare che più o meno inconsciamente in tutti gli ambienti lavorativi ci sono atteggiamenti tendenti alla prevaricazione, a volte per convinzione, altre per natura personale e dinamiche sociali dovute anche a caratteristiche individuali, altre volte semplicemente perché, detta alla Hobbes, homo homini lupus ed è terribilmente umano cercare di “comandare”. Ebbene, qualsiasi carattere tu abbia, qualsiasi grado di istruzione, qualsiasi caratteristica personale ti spinga a pensare di non essere all’altezza (o di esserlo troppo) informati! Abbiamo la conoscenza a portata di clic e basta aprire un motore di ricerca e cercare su Normattiva, Tuttoscuola, Professione Insegnante o anche solo i sindacati della scuola quali la Gilda (per non citare sempre i soliti). Non abbiate paura ed informatevi, vi auguro di scoprire che mai nessun torto vi sia stato fatto, ma probabilmente scoprirete che qualche fregatura ve la siete presa perché non sapevate.

Da quando ho iniziato a studiare per il concorso da DS mi sono domandata più volte come mai certi argomenti non venissero mai affrontati nei corsi di formazione, non escludo a priori che mi siano sfuggiti corsi che preparavano in tal senso, ma ho qualche dubbio a riguardo. Successivamente, parlando con colleghe ed ascoltandole, mi sono resa conto che è più facile chiedere al sindacalista della scuola che stare a spulciare nel marasma di siti che dicono tutto e il contrario di tutto. Ho pensato di poter sfruttare questo canale, ancor più che comincia ad avere un discreto numero di follower, per “aiutare”, riflettere insieme e divulgare ma mi ha sempre frenata il timore di dire castronerie nonostante la preparazione, forse fin troppo consapevole della mia fallibilità. Insomma alla fine, non ve lo nego, ho cercato e trovato collaborazione in un sindacato (non storcete il naso per cortesia, non ora almeno) forse meno mainstream ma molto efficace a mio modesto parere e molto meno schierato di altri.

Da qui nasce il progetto di una pagina dedicata ai “vostri” casi, che siate insegnanti, genitori, studenti o dirigenti (perché no?).

La regola è semplice: inviate una mail con la descrizione possibilmente onesta e dettagliata del vostro “caso” da sottoporre, che sia un evento accaduto, una circolare diramata a scuola o altro a diariodiunamaestra@gmail.com ed io la pubblicherò senza riferimenti che possano richiamare alla vostra identità o alla scuola in questione in versione romanzata e favoleggiante. Ad affiancarmi e commentare il caso ci sarà un sindacalista della Gilda degli insegnanti (ma non temete, se siete genitori o studenti mi metterò nei vostri panni). Questo è un inizio, come si svilupperà dipenderà solo da voi.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: opinionibus

Sesso e Samba

Nel lungo periodo di malattia sono incappata, durante i tempi morti tra un interesse e l’altro, in alcuni post di maestre e altri indignatissimi per i testi di Tony Effe.

Non so chi sia, questo va detto, ma ho letto qualcosa. C’è chi ha fatto un discorso circa la comprensione degli artisti, i tempi che cambiano e, con essi, i gusti e chi invece ha urlato allo scandalo per i testi. Ammetto che ho sorriso a chi, forse ingenuamente, ha pure richiamato allo “schifo” e “morte dell’arte”, la decadenza della società etc etc citando la Banana di Cattelan dimostrando di non comprenderne il significato (che richiama alla “Merde d’Artiste”). Di per sé avevo archiviato il tutto nel cassetto degli argomenti da serata all you can eat con amici o quattro chiacchiere alla macchinetta del caffè, ma poi ieri un bambino di quinta mi tira fuori Tony Effe, proprio lui.

Tony effe, nome d’arte di Nicolò Rapisarda (classe 1991) ha fatto parte di un collettivo Trap per poi darsi alla carriera da solista. Cocina romana pesante quando parla (e canta), aria imbronciata, inquadrature sempre in movimento ora alla Wreking Ball della Cyrus, ora tra fanciulle belle da rivista con l’aria imbronciata quanto la sua e testi…ammetto non li ho letti. Ho letto in giro che vanno inneggiando alla violenza sulle donne e al trattare le donne come oggetti.

Uno di questi giorni, nella quinta, partendo dalla poesia di un russo data per le vacanze dalla supplente, siamo arrivati ai testi delle canzoni come poesie sonore ed ecco sbucare Tony Effe. Ho ammesso che non avevo letto i testi ma in giro si chiacchierava molto sui contenuti e loro, quasi a volermi proteggere, mi dicono “no maestra le parole sono brutte, violente, meglio se non le ascolti”. Non diciamogli che son cresciuta tra Sympathy for the Devil degli Stones e Highway to hell dei AC/DC. Ad un certo punto uno dei bambini se ne esce con “maestra, dicono tanto di Tony Effe ma non hanno ascoltato tutte le canzoni, alcune sono belle”

Io metto su una faccia curiosa e sorpresa chiedendo quale e lui mi risponde “Sesso e samba per esempio è bella e non parla di trattare le donne come oggetto”

Annuisco ma non commento. Ho ascoltato la canzone in questione e un poco mi vergognavo a dire che manco sapevo che fosse di questo Tony Effe pur essendoci scritto (ma dei tormentoni spesso non calcolo nemmeno l’autore). Ad ogni modo la mia mente è andata ai bimbi di prima che ho avuto nella precedente scuola che andavano matti per “Despacito”.

Ebbene si, ammetto che quando me lo dicevano mi veniva in mente questo pezzo di video e la mia espressione era…perplessa.

Mi sono ripetuta più volte che non avranno certo visto il video e poi vai a capire il testo, a sei anni poi, nemmeno lo vai a sentire, cogli giusto il sound.

La riflessione si è trascinata a casa, come ormai accade a tutte noi insegnanti. Parlandone con il mio compagno abbiamo concluso e concordato che in fondo anche noi adulti spesso sentiamo canzoni senza capirne o coglierne il testo. Senza andare sulle canzoni straniere che, a tradurle oggi vien quasi da ridere a pensare come erano state travisate da ragazzini (colpa dei video…video kill the radio star), ma andando su canzoni italiane basti pensare a Dolcenera di De Andrè o, sempre di De Andrè, la crudelissima e stupenda “La Ballata dell’Amore Cieco”, già più esplicita, ma di cui cogli la reale portata del testo in un secondo momento. La lista si estende anche ad altri cantautori, da Vasco a Baglioni fino ad altri che magari ora come ora non ricordo o non conosco bene a fondo.

Riprendiamo l’argomento con i bambini e loro ammettono senza esitazioni, quasi facendomi sentire più boomer di quanto già non mi senta di mio, che non ascoltano mai le parole, si concentrano sul suono. Alla fine, comunque la metti, il vero problema è che noi adulti dimentichiamo come eravamo da bambini e, nei nostri afflati pedagogici, sopravvalutiamo il superfluo e sottovalutiamo ciò che conta davvero: ascoltarli.

Alla prossima

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

2025:anno nuovo, vita vecchia?

L’inizio anno è una giornata piena di aspettative, progetti, speranze e vita. I primi tre giorni si vive un momento magico in cui tutto sembra possibile, anche diventare una top model entro fine anno (massì, basta che rinunci al dolce…magari da domani però che devo finire il pandoro) salvo poi ritrovarsi a Dicembre ancora Tropp Model.

Il primo giorno dell’anno per me è iniziato con “basta, ora faccio un disegno al giorno”…e sono al 3 Gennaio che ancora devo iniziare i tremila disegni e due quadri che mi ero proposta di fare, compensato però da qualche gitarella fuori porta finita in piano B per via di un incidente in autostrada e lavori su altre strade che ci hanno fatto diventare il viaggio lungo e interminabile. Per fortuna io e il mio compagno abbiamo molto di cui parlare.

Non voglio essere la consueta doccia di cinismo, pessimismo e fastidio ma ad onor del vero proprio in questi giorni di pace e quiete (e speranze) mi son ritrovata la circolare sul registro elettronico di uno sciopero cui avvisare dell’adesione o meno entro…il giorno seguente! Peccato che siamo in pausa didattica. In un interessante corso sulle figure di Sistema nella scuola promosso su Scuola Futura, si è trattato dell’argomento che mi ha sollevato questa e tutta una serie di altri comportamenti rilevati nelle scuole da me frequentate, ma anche in quelle di amiche: il diritto alla disconnessione. Tale diritto è stato materia di discussione dall’emergenza pandemica Covid-19 in poi che, come sappiamo, ci ha trovati impreparati (chi più, chi meno) non solo dal punto di vista didattico e metodologico ma anche disciplinare, dove per disciplinare non intendo un’etica del lavoro quanto una conservazione e igiene mentale nel stabilire dei confini tra vita lavorativa e sfera personale.

Ma per la scuola, che inizierà implacabilmente il 7 Gennaio, quali buoni propositi? Quali aspettative? Quali sogni? Nessuno!

Questo è il punto interessante del Contratto collettivo Nazionale che parla proprio di Diritto alla Disconnessione che stabilisce che sono oggetto di contrattazione integrativa a livello di istituzione scolastica ed educativa:

c8) i criteri generali per l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche di lavoro in orario diverso da quello di servizio, al fine di una maggiore conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare (diritto alla disconnessione);

Tradotto? Parlatene con l’RSU del vostro Istituto (le assemblee per la contrattazione servono anche a questo, non solo a stabilire i compensi) ma ricordate che il diritto alla disconnessione è sancito dalla Legge 61 del 2021 e questo vale per il lavoro in smart working sia nel pubblico che nel privato.

Il problema principale è che noi docenti siamo bombardati da whatsapp, mail e circolari quotidianamente e già, oltre l’orario di lavoro stabilito da contratto, ci ritroviamo a perdere ulteriori ore a decifrare il burocratese, sedare animi, cercare materiale e far capire ad alcune colleghe che magari c’è anche una vita oltre la scuola e vorresti viverla e se sei in malattia poi non dovresti nemmeno lavorare da remoto. Il vero dramma è che il diritto alla disconnessione oggigiorno in Italia non viene riconosciuto in primis dai lavoratori stessi che, avvezzi ormai al bombardamento tecnologico e uso massivo di questi mezzi durante la pandemia, si sono abituati a comunicare qualsiasi cosa in tempo reale. La rivoluzione, quella vera, parte sempre dal basso!

Cosa possiamo fare quindi per ovviare?

  1. Non guardare le chat e mail di scuola Sabato e Domenica (o Domenica solo se lavorate anche il Sabato)
  2. Non guardare chat e mail di scuola dopo una certa ora, per esempio le 17 o 17:30. Insomma stabilite voi un’ora oltre la quale non esiste più la scuola, i colleghi, il o la DS e gli alunni ma solo voi, amici e parenti.
  3. Essere decisi e lapidari con genitori invadenti che chiamano oltre l’orario stabilito da voi. Frega niente se chiamano alle otto di sera dicendo che quell’altra collega ha fatto o detto, troncate con un “scusi ma non sono in servizio” e buttate giù.
  4. Parlarne con l’RSU e partecipare alle assemblee sindacali per chiarire questi punti

Queste regole di base, e di igiene mentale oserei dire, sono fondamentali per stabilire dei confini, mettere paletti e gettare le fondamenta per una decisa e comunitaria difesa di un sacrosanto diritto.

Ricordate che dedicarsi alla scuola è lodevole così come è lodevole l’impegno verso i propri alunni, ma il tempo che perdete levandolo a voi stessi ed alla famiglia per questo non vi verrà mai più reso e prima o poi in pensione ci andrete, pertanto meglio cominciare a cercare un giusto equilibrio per non arrivare alla fine in pieno burn-out e colmi di rimpianto per non aver difeso una sfera personale che è vostra di diritto.

Il miglior proposito che potete farvi per questo anno (e per i prossimi) è proprio questo: stabilire confini, mettere paletti, difendere i vostri diritti per godervi la vita oltre la scuola, oltre il lavoro.

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta