Pubblicato in: diario di una maestra

Cronaca di un pomeriggio che mi ricorda perché amo il mio lavoro


13:00, mensa:


“Maestraaa, il pesto sa di menta.” Sì, amore, è per questo che ho mangiato a casa prima di venire.


“Maestra, il pesto di mia nonna è più buono.” E non ho dubbi a riguardo.


“Maestra, a me il pesto non piace.” Non mangiarlo. “Ma non l’ho toccato, posso darlo a Marco?” Ho dovuto spostare i piatti: quello pieno davanti a Marco, quello vuoto di Marco davanti al donatore. Mi hanno guardata increduli. Magiaaa.


“Maestra, a me il pesce non piace.” Non mangiarlo.


“Maestraaa, mi è andato il limone nell’occhio.” Ti verranno gli occhi belli, dai.


“Maestra, ma io sono allergica al limone.” E allora non mangiarlo, toglilo. Spoiler: l’ho dovuto togliere io.


Credo di aver detto “non mangiarlo” più volte oggi che il mio nome in tutta la settimana.


Il mapo e il coma etilico come soluzione al lunedì (anche se è martedì)


Il mapo è stato distribuito a tutti, tranne a chi non lo voleva. E tranne a me, che avevo dichiarato — con la sicurezza di chi parla per sentito dire — che non mi piaceva. Hanno insistito. Avrei potuto trincerarmi dietro la mia maestà, invece l’ho sbucciato davanti a loro e l’ho assaggiato solennemente, sotto venti paia di occhi. “Wow! Mi piace… grazie.” Non so chi fosse più soddisfatto: io del frutto o loro della vittoria. Perché ho scoperto che quando dici a un bambino “non mi piace” e poi cambi idea davanti a lui, gli stai insegnando qualcosa che nessuna lavagna può.

Il secondo giro l’ho fatto in classe, mentre una bambina mi chiedeva: “Maestra, ma che succede se bevo alcol tutti i giorni? E se vado in coma? Io voglio andare in coma così non vengo a scuola.”
Potevo rispondere “ma che dici!”. Non l’ho fatto, e non perché io sia una professionista della pedagogia: sono fatta così, alle domande rispondo con un’altra domanda, è un vizio. Ma c’è anche una scelta, lo ammetto. Quando provano a sondare i confini, mi sembra giusto rispettare il tentativo e lasciargli lo spazio per arrivarci da soli.
Quindi: “Tesoro, ma quando ti risvegli, se ti risvegli, devi ricominciare da capo. Sei sicura?”
La faccia che ha fatto valeva l’intera giornata. È il rovescio della medaglia: i desideri sembrano bellissimi finché qualcuno non ti gira la medaglia e colui o colei cui a volte tocca girare la medaglia è proprio il/la docente.


Poi arriva lui, il genio del male. Ce n’è sempre uno.


“Maestra, ma Dio Mapo è una parolaccia?”


Ammetto lo sconcerto. L’ho guardato e gli ho detto: “Beh… è un frutto. Se esiste, lo ha creato lui, quindi tecnicamente non dovrebbe essere una bestemmia. Ma penso dipenda da come lo dici.”
Lezione di vita dalla scuola: L’intonazione fa la differenza. Non solo nella lettura.

LE SCALE


Risalendo in classe, un bambino mi affianca e, con il tono di chi mette sul tavolo una trattativa sindacale, mi fa: “Io vorrei da te niente compiti e niente note.”
Con molta calma: “Sul niente note non dipende da me. Sai già cosa fare per non averne.”
Si è fermato mezzo gradino. Poi, arreso: “Sì, lo so. Devo fare i compiti.”
Non l’ho detto io. Ci è arrivato da solo, in due rampe di scale ma mi son limitata a dirgli “io i compiti devo darli ma il resto dipende da te”.


IL SILENZIO


Dopo pranzo ci sono i minutini di silenzio: per decomprimere loro e per rilassarci noi docenti. Un armistizio fragile, rispettato con devozione quasi religiosa. Ed è proprio lì, nel silenzio più solenne, che lui alza la mano: “Maestra, ti racconto questa.”
Riconosco la premessa alla terza parola. È una barzelletta zozza che conosco fin troppo bene: senza Pierino, inizia per “pomp” e finisce per “pino”. Con molta calma, sorridendogli, l’ho fermato: “Sì, la conosco. Ma la scuola non è il luogo per raccontarle.”
Non ho detto “che schifo”, né “non si dicono”. Gli ho detto che la conoscevo, che non scandalizzava nessuno, e che c’è un posto per tutto. Qui non era quello.



BILANCIO PROVVISORIO


Un piatto di pesto riallocato, un limone rimosso, un coma scoraggiato, una teologia degli agrumi improvvisata, una barzelletta fermata a metà e un contratto sindacale rinegoziato sulle scale. E non erano ancora le tre.
Sono sicura di fare tutto giusto? No. Ma ogni tanto un bambino che si arrende da solo vale più di una predica ben riuscita. O almeno così mi dico, mentre rimetto il piatto vuoto davanti a chi l’ha donato.
E voi? Cosa rispondereste a “niente compiti e niente note”? Raccontatemelo nei commenti.


La vostra
Maestra Imperfetta

Pubblicato in: opinionibus

Tutto fa velo

Vietato il burqa e il niqab nelle scuole. Ed è subito indignazione, polemiche, trincee, tifoseria da stadio: da una parte chi è d’accordo, dall’altra chi urla alla violazione dei diritti umani, dell’integrazione e dell’identità culturale (salvo poi liquidare come razzismo qualsiasi critica all’uso impositivo di quegli stessi veli). Vero è che non tutte le famiglie musulmane sono così, e le tragedie di cronaca restano eccezioni, ma proprio per questo la critica va tenuta accesa.

Io, a pelle, sono d’accordo. Vi indigna? Beh, prima seguite il mio percorso, perché non è detto che io sia così d’accordo come pensate, ma nemmeno in disaccordo completo e acritico.

Di fronte a certe notizie sulle quali posso basarmi solo sull’aneddotica («non era necessario: burqa mai visti e niqab uno solo in 9 anni di (dis)onorata carriera») faccio come al solito: mi appello alla statistica. Secondo le stime riportate da ANSA e Tecnica della Scuola, le alunne straniere che in Italia indossano il velo integrale sarebbero circa 500-600, cioè una ogni 660 classi circa. Poche centinaia di ragazze su un sistema scolastico di milioni di alunni, e per loro si mobilita un decreto del Consiglio dei ministri. «Statisticamente marginale» sarebbe la formula onesta. Ma da persona, donna e docente penso che siano pur sempre 500-600 ragazze, e la mia convinzione, aneddotica e indimostrabile, è che troppe non abbiano mai avuto voce.

E qui veniamo alla nota dolente: sono stime, non censimenti. Nessuno ha contato le alunne col velo integrale classe per classe. I numeri derivano da proiezioni sugli studenti stranieri e le fonti stesse parlano di alunne che «molto probabilmente» lo indossano.

Nello stesso decreto c’è anche il tetto del 30% di alunni non italofoni per classe. Secondo Rai News le scuole che superano già quella soglia sono 4.223 (il 7,9%), e quasi due alunni stranieri su tre sono nati in Italia. Se il tetto conta davvero i non italofoni — e non semplicemente i non cittadini — due alunni su tre nati in Italia nemmeno rientrano nella platea: la lingua la imparano comunque in classe. Il pacchetto, insomma, non è tutto simbolico: il capitolo velo è quasi vuoto, il capitolo tetto è pieno di situazioni reali.

Fatta questa lunga premessa (se non vi siete addormentati), passo alla riflessione.

Sulle prime ho pensato: «va beh, il burqa ci sta vietarlo, il niqab mi sembra eccessivo». Eccola, l’ignoranza. Senza essere esperta di cultura mediorientale stavo facendo l’erroraccio di molti: far di tutta l’erba un fascio. Quando si parla di velo facciamo poche distinzioni: così come “tutto fa brodo” possiamo dire “tutto fa velo”.

Dopo aver visto il niqab ho rivisto la mia posizione anche su quello, e mi sono chiesta: perché? Cos’è che mi urta, esattamente?

1. Quello che si perde nella comunicazione

Con una persona in burqa non riesco a guardarla negli occhi, e questo mi disturba molto. Col niqab mi disturba perché mi perdo le espressioni del volto (no, gli occhi da soli non dicono tutto, e sì, a volte le espressioni ingannano). Durante il Covid la mascherina non mi dava lo stesso fastidio: era temporanea e serviva a proteggere la salute propria e della collettività, non la percepivo come una misura umiliante di controllo e censura della persona.

Poi ci sono due questioni che mi smontano un po’ il ragionamento: al telefono la comunicazione visiva manca comunque, e gli occhiali da sole nascondono gli occhi, quindi le espressioni, eppure non mi infastidiscono allo stesso modo.

Pensa che ti ripensa, sono arrivata a questa conclusione: se è scelto liberamente, in un’età in cui teoricamente non dovresti essere condizionato, non ho nulla in contrario, quindi niente divieto. Non devo interagire per forza e, quando interagisco comunque, l’incognita comunicativa resta, velo o non velo, ma io la penso così: «io sono gentile, poi se gli altri non lo sono è un problema loro».

2. Chi sceglie

Se è scelto liberamente, lo Stato non impedisce; se è imposto (dalla famiglia, dalla comunità), lo Stato protegge chi non può dire no. Sembrerà un criterio ovvio, per me è un principio sacro: l’inviolabilità della volontà individuale. Mi urta già quando una collega insiste sui grembiulini: per me i bambini possono venire anche in costume e infradito, basta che stiano attenti, abbiano un comportamento rispettoso e facciano i compiti (sono una maestra semplice). Il dress code solo entro certi ragionevoli limiti, per cortesia (forse di polizia, etc.). Non impongo l’uniformità e non vieto l’identità. L’unica cosa che non tollero è che la scelta non ci sia.

Qualche anno fa una bambina di 8 anni mi è arrivata a scuola con l’hijab. Dubbiosa, ho chiesto con le colleghe, educatamente, alla madre se fosse una scelta genitoriale. La madre ci ha detto di essere perplessa quanto noi: la bambina aveva insistito talmente tanto che l’aveva accontentata, ma se non riusciva a tenerlo non era un problema. È durato due giorni, continuava a sciogliersi. A un certo punto le ho detto, sorridendo: «Gioia mia, gli uomini fanno così tante cose decisamente peggiori che Dio non si arrabbierà certo per un velo che si scioglie».

3. Barriera o identità

Il velo come barriera simbolica in un luogo nato per abbatterle. Io non lo percepisco come barriera ma come identità culturale; però torniamo al punto 1: se lo fanno mettere a delle bambine, sì, mi dà fastidio. Poi però penso che noi facciamo battezzare, comunicare e cresimare bambini che non sono ancora in grado di capire cosa stanno facendo. Dov’è la differenza? Ci ho pensato a lungo e credo stia qui: per noi è una questione di festa, regali, pranzo tutti insieme e fine lì, e la libertà individuale resta, che ci sia la convinzione o meno. I nostri figli un domani possono sempre sbattezzarsi o restare credenti più o meno zeloti (spero meno, visto che ogni estremismo porta conseguenze tragiche per la comunità).

4. Simbolo contro efficacia

La misura colpisce un fenomeno statisticamente marginale nelle scuole italiane, mentre i problemi reali (la non italofonia, le risorse…) restano irrisolti. Questo non dice se il velo si possa vietare: dice che il decreto fa politica con la scuola.

Quando anni fa sono riuscita a far venire Samantha Cristoforetti nella mia scuola (sì, proprio lei, e ho fatto una figura di quelle di cui mi vergogno ancora) me ne sono uscita con «troppa politica nella scuola», e lei ha ribattuto: «ma la scuola è politica». A ripensarci aveva ragione, nel senso più letterale: la scuola è il primo posto dove ci si occupa della polis, dei cittadini del domani, delle basi della cittadinanza futura. Ma una cosa è la scuola che fa politica, un’altra è la politica che si fa la scuola. Il decreto che vieta un fenomeno così rado da risultare statisticamente marginale è uno striscione con la forza di legge.

Quello che resta

Se tolgo il velo dal discorso, quello che resta è la scelta: imposta o libera, e a che età. Il velo è solo il caso contingente.

Insomma, persino l’hijab, che alla fine copre giusto i capelli e su un’adulta mi sembra tutto sommato accettabile, su una bambina o una ragazzina che non l’ha chiesto mi dà lo stesso fastidio del niqab e del burqa. Ma so che vietare non è la misura migliore.

So che qualcosa non va, e so anche che vietare non risolve nulla. Penso che la scuola serva a imparare a pensare, non a decidere come ci si veste. Se il problema è una bambina che indossa qualcosa che non ha scelto, toglierla dalle mani dei genitori non mi sembra la risposta: mi sembra più sensato aiutare lei a scegliere, quando sarà il momento, e lavorare con la famiglia sul rispetto della libertà individuale. Che poi, ammettiamolo, vale anche per gli italiani.

Io il mio percorso l’ho fatto e sono arrivata più o meno al punto di partenza, con qualche dubbio in più. Il vostro dov’è finito? Ditemelo nei commenti — sempre che non mi abbiate mollata alla premessa sui numeri.

La Vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Priviet, mandarini e dinosauri armati (cronache di una maestra aperta…almeno credevo)

La mia nuova alunna, chiamiamola Karenina (il nome è di fantasia, e sì, l’ironia è bonaria), è arrivata in classe senza una parola di italiano né di inglese. Come tanti bambini in tante scuole, è arrivata senza sapere una sola parola nella nostra lingua, catapultata in una cultura radicalmente differente, leggi sociali, abitudini e quanto altro completamente diversi. Il primo giorno mi ha salutata in russo. Io, convinta di sapere tutto per due parole tradotte con google translate e qualche libro di Dostojevsky e Tolstoj, ho sorriso pensando al classico “Priviet!”. Invece ha usato un saluto molto più formale. Mi è bastato per capire che non era solo una bambina educata: era una bambina che si portava dietro un mondo intero.

Poi, a ricreazione, ha offerto uno spicchio di mandarino a tutte le docenti. Io, da brava italiana, ho allargato le braccia per l’abbraccio. Lei ha sorriso, scosso la testa e mostrato il palmo della mano. Gentile, ferma, rispettosa.

E io, lo ammetto, mi sentivo pure molto brava.

Il dinosauro

Alla seconda ricreazione insieme, Karenina mi ha mostrato un disegno: un dinosauro con un fucile in mano.

Prima ancora di maestra, io sono una che disegna e che di arte si nutre, quindi la prima cosa che ho notato è stata il tratto. Non era disegnato male per i suoi anni, anzi: proporzioni, espressione, persino la mira. Il fucile, lo ammetto, è venuto dopo. Mi sa che l’occhio da disegnatrice ha fatto il suo lavoro, e il resto del cervello, quello pedagogico no.

Sul tema si potrebbero aprire simpatiche disquisizioni tra il filosofico e il satirico, passando per il pedagogico e infine scivolando in qualche stereotipo che male non fa. Ma la cosa interessante è un’altra.

Il riflesso condizionato

Io, di puro istinto, ho sorriso, alzato i pollici e detto: «Bravissima, molto bello.»

Prima ancora di pensare. Karenina non capisce una parola di italiano, ma la mimica sì: mi ha risposto con un sorrisone grosso così. Fin qui, accoglienza da manuale. Spero solo che il dinosauro non fosse una caricatura di me e il fucile d’assalto il mio vocione da cantante operistica mancata.

La collega e il fucile d’assalto

La mia collega di sostegno, abituata al mondo dei teneri orsetti, dei candidi pulcini e dei bambini che disegnano solo mamma, papà e casette, ha guardato il foglio e poi me.

«Scusa, un dinosauro con la pistola?»
«No, con un fucile d’assalto.»
«Ma un fucile? A questa età?»

E io, con la leggerezza che mi contraddistingue e tutta la mia italianità, me ne sono uscita con: «Cosa vuoi? Son russi.»

Ed è subito Educazione siberiana, ossia la versione russa di “italiani = mafia, spaghetti e mandolino”. Ecco. Io, quella aperta, quella ironica, quella che accoglie, quella che legge. Leggi un libro e sei rovinata per sempre: bastano un dinosauro e un fucile perché mi parta in testa una Siberia intera, con tanto di mafia, coltelli ed esperienze discutibili ai confini della realtà. Si perché la Russia dei grandi compositori e scrittori, di Caterina la grande (personaggio per giunta che apprezzo molto) e il magnifico Ermitage visitato solo durante la pandemia grazie alle visite virtuali mica viene in mente, esattamente come accade agli altri quando pensano all’Italia…mica pensano alla Cappella Sistina, al Bernini, al Canova o al Botticelli.

I randelli

Poi mi sono ricordata dei randelli.

Perché quando chiedo ai miei bambini di disegnare una scena da una favola, il randello (di Pinocchio, di Pollicino, di chi volete voi) non esce mai randello. Esce sempre qualcos’altro, e sappiamo tutti cosa. Da Milano a Palermo, dai sei agli otto anni, senza distinzione di passaporto.

Il dinosauro di Karenina, quindi, è semplicemente il fratello russo dei miei randelli. Ognuno disegna cose dubbie: lei con più mira (ammirevole, non c’è che dire), i miei con più anatomia.

E la morale?

Non ho una morale da elargire. Il pregiudizio, come il dinosauro, non ha chiesto permesso: è entrato armato, e per fortuna questa volta si è fermato alla battuta.

Se qualcuno deve consegnare il fucile, per ora, sono io.

Voi quale Siberia vi portate in classe? Raccontatemelo nei commenti.

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, strumenti per docenti

Registro elettronico: la legge che tutti conoscono e nessuno rispetta

ora posso dirlo ,seppure mi fa sentire vecchia, in anni di lavoro nella scuola ho visto molte cose strane, amicizie tra nemici, inimicizia tra amici, genitori pronti a denunciarti all’USR perché gli stai antipatico e pensano che tu ce l’abbia con il loro figlio per una nota data per essersi comportato male, madri che accusano di far body shaming sul figlio solo perché non hai accettato di giustificarlo per non aver fatto tre esercizi in 7 giorni e così via, ma la cosa per me più strana è la resistenza al registro elettronico.

Non che non lo si usi, anzi…oramai è diffuso, spesso lo si compila a fine giornata, a volte ci si dimentica e lo si compila nel weekend, c’è chi addirittura dà la password ad un alunno (solitamente medie o superiori) per farlo compilare a lui (si, è successo davvero).

E qui mi viene in mente il Gattopardo, va’ a capire perché. Tancredi lo diceva a suo zio, mica a un collegio docenti: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” Ecco, il registro elettronico è la rivoluzione dei Salina della scuola italiana: cambiamo la forma, digitalizziamo, mettiamo un’app con tanto di notifica push per i genitori, e poi passiamo mesi a inventarci strategie per continuare a fare esattamente quello che facevamo prima. Solo con più passaggi.

Perché diciamocelo: il registro cartaceo lo compilavi male anche prima. La differenza è che prima nessuno se ne accorgeva, il quaderno restava chiuso in un cassetto e il genitore scopriva l’esistenza di una nota solo al colloquio, quando ormai era acqua passata e la si poteva anche un po’ addolcire in diretta. Ora no. Ora c’è un timestamp. Ora la nota delle 14:47 di martedì diventa un messaggio push delle 14:48, e alle 14:49 hai già tre genitori nella chat di classe che si consultano su come procedere, solitamente contro il docente.

E poi c’è la questione della password data all’alunno, che ogni volta che la racconto a chi non insegna genera lo stesso sguardo tra l’incredulo e il disgustato che si riserva di solito a chi confessa di aver visto tutte le stagioni di una serie senza mai fermarsi a mangiare. Eppure è successo, succede, e in fondo è la fotografia perfetta di cosa sia diventato per molti il registro: non uno strumento di comunicazione scuola-famiglia, ma un adempimento. Una cosa da “sistemare”, come le tasse. E le cose da sistemare, si sa, prima o poi le si delega. Ma il registro elettronico non è una seccatura, o meglio…lo è ma è parte del nostro lavoro e non è un vezzo delle scuole ma è legge.

E invece no, miei cari colleghi supposti, il registro elettronico non è un’App (o web app) della discordia adottata per tacito accordo tra DS e provider vari per farci impazzire. È legge. E qui la narrazione si fa antipatica, lo so. Ma se pensavate che il registro fosse un capriccio da dirigente con l’ossessione per il digitale, vi devo deludere: è la Repubblica in persona che vi ha reso pubblici ufficiali, con tanto di codice penale a corredo.

Il D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012, stabilisce che a partire dall’anno scolastico 2012-2013 le scuole adottano i registri online e inviano le comunicazioni a famiglie e alunni in formato elettronico. Quattordici anni fa, per intenderci.

Ma la parte che appassiona davvero noi giuristi della domenica è un’altra. Il registro elettronico — sia quello di classe sia quello personale del docente — ha natura giuridica di atto pubblico. Lo dice la Cassazione, e non una volta sola: sentenza 3004 del 1999 per il registro di classe, poi 12726/2000, 6138/2001 e 714/2010 per il registro personale. Il docente è pubblico ufficiale, il registro è lo strumento con cui attesta “fatti giuridicamente rilevanti” avvenuti alla sua presenza, e le sue annotazioni fanno fede finché non risulta la falsità.

Tradotto in linguaggio da pausa alle macchinette del caffè: quel clic non è un’operazione informatica, è la tua firma da pubblico ufficiale. E compilare il registro “dopo”, quando il ricordo è diventato ricostruzione comoda, non è una dimenticanza: è falso ideologico in atto pubblico, art. 476 del codice penale. Alterarlo materialmente — modificare firme, cancellare annotazioni — è falso materiale, art. 479. E visto che il registro è un documento informatico pubblico, ci pensa anche l’art. 491-bis a coprire le falsità digitali. Reati, non multe per il ritardo.

Poi c’è la questione della password data all’alunno, ricordate? Quella che ha suscitato in alcuni di voi disgusto o sconcerto e smarrimento o tutte le cose insieme. Non è solo “brutta prassi”: la compilazione spetta esclusivamente al docente presente in aula, le deleghe non sono ammesse. Consegnare le proprie credenziali a un minorenne significa lasciare che un’altra persona compili al posto tuo un atto pubblico. Sull’eventuale responsabilità penale vi lascio immaginare chi se la prende e spoiler: non è l’alunno.

Infine, il catalogo delle scuse ricorrenti,

“Lo compilo a fine giornata” — no: la compilazione va fatta in tempo reale, durante l’ora, perché la firma è atto amministrativo in itinere. Sia chiaro, lo faccio anche io alle volte perché dovendo saltare da una classe all’altra e non potendomi distrarre un istante finisco per dimenticare, però ho torto.

“Lo fa la collega se mi dimentico” — no: delega vietata, e sposti su di lei la tua responsabilità, oltre a crearne una sua. Abbiamo già tanti casini, non stiamo a crearne ulteriori a chi naviga sulla tua stessa barca e nello stesso mare in tempesta.

“La scuola non mi dà i mezzi” — unica obiezione seria: la scuola deve garantire PC, tablet e connessione. Ma la soluzione è contestare la dotazione, non il registro. La scuola non può chiederti né obbligarti ad usare dispositivi di proprietà personale. Fermo restando questo, niente ci vieta di installare l’app del registro sullo smartphone così anche nelle uscite si compila in tempo reale ma è scelta, non obbligo.

E allora mi chiedo, alla fine di questo giro tra Cassazione e codice penale: perché resistiamo così tanto a una cosa che è legge da quattordici anni, che ci rende pubblici ufficiali, e lo ricordiamo ogni sacrosanta volta che un genitore ci manca di rispetto o genitore/studente alza le mani, che — se ignorata — non è un ritardo ma un reato? Non credo sia ignoranza perché presumo lo sappiano quasi tutti. Non è nemmeno pigrizia, o non solo: ci sono docenti che passano più tempo a inventarsi strategie per aggirare il registro che a compilarlo in tempo reale.


Forse la vera resistenza non è al registro in sé, ma a quello che rappresenta. Da un lato, l’obbligo di ammettere un analfabetismo digitale selettivo: sui social ci stiamo comodi e disinvolti, ma un programma da compilare in tempo reale diventa improvvisamente un ostacolo insormontabile. Dall’altro, la fine di una zona grigia in cui la scuola poteva ancora permettersi di essere un po’ umana, un po’ approssimativa, un po’ “ci mettiamo d’accordo dopo”. Il registro cartaceo chiuso nel cassetto era anche questo, umanità e protezione silente di alcuni alunni fragili. Il timestamp no. E su questo, miei cari colleghi supposti, il Gattopardo non ci aiuta più. Perché stavolta non è cambiato tutto perché nulla cambiasse. È cambiato tutto, e forse è proprio questo, in fondo, il problema.

A questo punto la domanda vera non è più se il registro sia una scocciatura, ma quanti di voi, leggendo l’articolo 476 codice penale, hanno pensato “vabbè ma io lo faccio con affetto”.

Alla prossima

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Rituali Scolastici: l’Accoglienza!

io guardo dalla hall

In queste due settimane dal rientro a scuola ho avuto modo di pensare all’accoglienza, quell’attività che le colleghe si affannano ad organizzare e che finisce quasi sempre in bimbi che guardano perplessi delle maestre entusiaste di qualcosa che capiscono solo loro con quasi certezza.

Non ho un’attività dell’accoglienza da presentarvi come L’ATTIVITÀ perfetta. Non perché sia troppo umile per farlo — sono imperfetta per natura, quindi l’umiltà qui non c’entra — ma perché, diciamola tutta: io l’accoglienza non la faccio. Non nel senso che faccio una versione ridotta, più asciutta, più “me”. Nel senso letterale: non organizzo nulla. Niente cartelloni, niente giochi di conoscenza, niente cerchio sul tappeto. Quel rituale collettivo che dalla classe terza in poi mi sembra solo la brutta copia di un villaggio turistico a basso costo, io non lo metto in scena nemmeno in versione ridotta: lo guardo succedere nelle classi accanto (a volte anche in quella dove lavoro dato che non sono maestra unica).

Mentre le colleghe organizzano il welcome drink

Il cerchio, la canzoncina, il “che bello rivederci” detto con lo stesso entusiasmo di chi consegna il braccialetto all inclusive – io son quella che guarda e pensa di non appartenere a questo mondo. Non è disprezzo per chi lo fa: anzi, ammiro la costanza di chi ogni anno rimette in scena lo stesso copione con la stessa convinzione (almeno recitata). È che io, semplicemente, non riesco a starci dentro. Mi sembra sempre di recitare una parte che non mi appartiene, e recitare male è peggio che non recitare affatto.

Il check-in che non faccio

Niente palla che rimbalza, niente “qual è il tuo animale preferito e perché ti rappresenta”, niente nemmeno il “bentornati” solenne detto in cerchio. Il mio primo giorno comincia con il registro e il primo argomento in programma, esattamente come qualunque altro giorno dell’anno (perché in effetti lo è). Ai miei alunni di terza-quarta-quinta interessa sapere cosa faremo, non attraversare una cerimonia di passaggio dalle vacanze alla scuola: quella, mi sono convinta, la fanno già da soli, nel weekend prima, guardando lo zaino nuovo appoggiato sulla sedia e la mamma che lancia giustificati e giustificabili improperi litigando con le fascette trasparenti per i libri come hanno chiesto le maestre.

Il senso di colpa (breve, ma c’è)

Sia chiaro: un fondo di senso di colpa lo provo. Ogni tanto mi affaccio mentalmente al dubbio se non stia togliendo ai bambini un momento di transizione dolce tra le vacanze e i quaderni. Poi però ricordo quegli sguardi perplessi di cui parlavo all’inizio — bimbi che fissano maestre entusiaste di qualcosa che capiscono solo loro — e il senso di colpa si ridimensiona parecchio. Forse la transizione dolce, per certi bambini, è proprio non dover far finta di divertirsi con un gioco di conoscenza il quarto anno di fila con gli stessi compagni di classe che conoscono a memoria, altri non hanno voglia di sentire le vacanze altrui (d’altronde questo capita pure a noi adulti).

Il vantaggio insospettabile

C’è un lato pratico, in tutto questo, che scopro solo scrivendone: mentre le classi accanto sono ancora al terzo giorno di attività sui sentimenti dell’estate, io sono già a buon punto di un argomento vero. Non so se questo mi renda una maestra migliore o solo una maestra con meno pazienza per i rituali — probabilmente la seconda, spacciata per la prima nei momenti di autostima più generosa.

E allora?

Non ho una morale da elargire, non ho un’attività alternativa da consigliarvi al posto dell’accoglienza, e non sto nemmeno suggerendo che sia la scelta giusta — è solo la mia, con tutte le imperfezioni e i sensi di colpa intermittenti che porta con sé.

Ogni settembre il villaggio vacanze riapre nelle aule accanto alla mia, con le animatrici più o meno convinte del mestiere. Io, dalla mia, resto quella alla reception che timbra il cartellino e dice col sorriso (talvolta recitato): “buongiorno, si comincia.”

A questo punto non mi resta che darvi appuntamento al prossimo articolo.

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Anno zero (ma con batteria piena)

Quest’anno ho iniziato con voglia zero ed energia mille. Non è una contraddizione: è la versione adulta e consapevole di quei bambini che alle otto e mezza dicono «non ho voglia» e alle otto e trentacinque hanno già ricostruito il sistema solare con la carta stagnola.

Poi, un mattino di settembre, guardandomi intorno, ho capito da dove viene l’energia. E perché la voglia non c’entra niente. Perché certe scuole non le attraversi: le sostieni. Ecco come.

Una scuola che sta in piedi per buona volontà

La mia scuola — e parlo di quella che conosco io, ma temo di non essere l’unica — si regge da anni su un meccanismo che nei manuali di organizzazione non esiste: la buona volontà. Non quella da manifesto motivazionale, quella vera, quotidiana, di chi resta venti minuti in più non perché deve ma perché altrimenti non si apre nemmeno la porta.

Ci sono un paio di persone brave in segreteria. Ci sono ATA volenterosi che vedono tutto e sistemano tutto. E poi ci sono i reggenti: dirigenti temporanei, di passaggio, ciascuno con la propria idea di come si tiene in mano una scuola — un’idea che dura in media una stagione e mezza, il tempo di imparare i nomi dei collaboratori e poi ripartire. Alcuni hanno lasciato regole rigide che sono rimaste lì, come calcare sul muro di un affitto scaduto. E forse non è nemmeno colpa loro: chi arriva sapendo di stare poco, con un carico di responsabilità che cresce ogni anno e un organico di segreteria che si assottiglia come una fotocopia alla decima ristampa, si attacca a ciò che può controllare. Non la scuola. Una circolare. Una firma. Un orario.

Mi ricorda un po’ Io speriamo che me la cavo. Non il napoletano, non il sud pittoresco da copertina — siamo a nord, o centro, o dove vi pare: le situazioni estreme ci sono, ma sono altre. Silenziose. Amministrative. Fatte di circolari. Estreme sì, ma di un estremismo che non fa ridere.

Il collegio docenti: dove il divario si vede

E poi c’è il collegio docenti. Ah, il collegio.

Chi frequenta gli istituti comprensivi sa di cosa parlo, quindi mi permetto di parlarne, visto che per esperienze vissute posso farlo. Infanzia, primaria, secondaria: tre mondi che condividono lo stesso cortile e tre impostazioni mentali che nemmeno un traduttore simultaneo riuscirebbe a far dialogare.

Da una parte i colleghi dell’infanzia, che parlano di campi d’esperienza come se fosse ovvio, perché per loro lo è. Al centro noi primarie, con i nostri quaderni a quadretti e la sindrome da timetable. Dall’altra la secondaria, che arriva, mette un verbale sul tavolo e un orario di ricevimento davanti a tutto. E nessuno ha torto. È questo il punto: nessuno ha torto.

Perché sono differenze di mestiere, non di carattere. Ognuno ragiona secondo il proprio ordine di scuola e secondo le esigenze che negli anni ha visto emergere — ed è perfettamente umano e comprensibile. Chi lavora con bambini di tre anni ha ragione a ragionare così. Chi ha davanti ragazzi di tredici ha ragione a ragionare cosà.

Ed è qui che il Dirigente Scolastico fa la differenza. Quando c’è qualcuno capace di unire — non con l’autorevolezza del comando, ma con quella più rara della vicinanza — il collegio funziona anche nel disaccordo. Le tre scuole diventano un istituto.

Peccato che fare il dirigente oggi sia sempre più difficile. La normativa cambia ogni anno, le responsabilità crescono, i fondi arrivano (quando e se) a pioggia di circolari da spendere entro scadenze improbabili, e chi fa quel mestiere si trova a condurre un’azienda pubblica senza i mezzi di un’azienda. E poi c’è la fame endemica di dirigenti: pochi effettivi, tanti incarichi a tempo, rotazioni continue. Come si fa a fare da collante quando il mandato dura quanto una stagione?

E l’aula, chi la regge?

E se la buona volontà tiene insieme il collegio, cosa tiene insieme l’aula? Ventisette bambini, un sostegno centellinato secondo criteri che sembrano scritti da chi in una classe non ci ha mai messo piede, un PEI che sulla carta garantisce ore che poi, nei fatti, non arrivano mai per intero. Il docente si ritrova a fare lezione, supplenza e sostegno mancante nello stesso momento — tre mestieri in un corpo solo, con lo stesso stipendio del primo.

Perché di questo non parla mai nessuno: della buona volontà si dice che “tiene in piedi la scuola”, come fosse un dato di fatto neutro, quasi un complimento. Nessuno dice a quale prezzo. Il riposo dell’estate dura il tempo dell’approvazione del primo verbale, il primo “quest’anno le coperture per il sostegno non bastano” pronunciato con lo stesso tono con cui si annuncia il meteo. E a dicembre siamo già lì, a strisciare come lombrichi — non perché l’anno sia stato eccezionale, ma perché è iniziato già in debito.

Così il divario tra le scuole si apre come una crepa sul muro. E lo sappiamo: la crepa non l’ha fatta nessun muro da solo, e nemmeno un singolo muratore.

E allora restiamo noi, con la nostra umanissima imperfezione, a tapparla. Di nuovo con la carta stagnola. Ma la carta stagnola, prima o poi, si lacera anche lei.

Se anche la tua scuola sta in piedi con lo scotch, la carta stagnola e la buona volontà di due o tre persone che non si sono ancora arrese, raccontamelo nei commenti. Non serve la scuola perfetta, serve solo dire ad alta voce quanto costa tenerla in piedi — perché finché lo diciamo solo in sala insegnanti, a bassa voce, tra un caffè alle macchinette e un consiglio di classe (o un’interclasse), resta un problema di ciascuno. Detto qui, magari, comincia a essere un problema di tutti.

Alla prossima riflessione, la vostra Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Ricomincio da settembre: io, il tablet e la Cattedrale di Bourges

Bentornati colleghi supposti (o genitori, nonni, zii e chiunque mi legga).

Dopo una bella vacanza di tre mesi (scherzo, tranquilli) e un viaggetto per immergermi nell’arte e nella cultura di un altro paese che ormai ho adottato come seconda patria, rieccomi come voi alle prese con l’inizio del nuovo anno scolastico, il 2026/27.

Ormai il ciclo di vita, da che sono insegnante, è scandito così: inizio dell’anno scolastico, fine dell’anno scolastico, agognate e sempre troppo brevi pause didattiche (non tanto per il tempo quanto perché la burocrazia ci perseguita anche durante le pause), e quelle vacanze caratterizzate dalle ormai noiose polemiche sui tre mesi e dalle relative risposte, sempre le stesse anche quelle.

Ora si inizia con la nostra brava agenda del docente, di maestra qui, maestra lì, maestra sticazzi. Avevo pensato anch’io di fare un’agenda di Maestra Imperfetta, ma poi ho temuto seriamente di confondermi con le maestre-tutte-progettini, quelle robe da fotocopiare e costruire che si rivelano tanto carine quanto impossibili persino per gli adulti. Ho lasciato perdere, accantonandola tra i progetti del “forse un domani chissà” — destinata a finire dritta nel “mai più”, perché ho altri progettini in mente che nulla hanno a che vedere con la scuola.

Ebbene sì. Durante il viaggio non ho pensato un solo istante alla scuola, agli alunni, alla burocrazia. Niente di niente. Mi sono pure stupita di me stessa quando il mio partner mi ha mostrato un libro per imparare a fare le miniature medievali (o simil tali) e non ho pensato “oooh potrei insegnarlo ai miei alunni”, ma casomai “oooh potrei insegnarlo alle mie nipotine”.

Ma ora è settembre, e torna tutto. Il collegio docenti con colleghe urlanti (non stiamocela a raccontare: noi maestre ormai urliamo anche quando pensiamo di star solo parlando). Le agende online delle varie Maestre — vi ammiro, colleghe, vi invidio e vi ammiro. E io con il mio tablet su cui prendere appunti che tanto non riguardo mai, perché scrivere mi fa memorizzare, almeno credo — se mi ricordo di aver scritto, lo fa.

Il 14 inizia la scuola. Sempre prima. E finisce sempre dopo. Com’è sta cosa?

Ordini del giorno che paiono infiniti. Viaggi della speranza fino allo spaccio dell’editore, per guide che tanto non ci fileremo di striscio durante l’anno — per mancanza di tempo, di soldi, di fotocopie. E i lavoretti, che torneranno a essere la mia croce.

E so già che al primo giorno di scuola, tra le attività di intrattenimento chiamate “accoglienza” (metti mai che si traumatizzino a fare due calcoli appena tornati), mentre mi sentirò più animatore turistico che insegnante, sognerò la Cattedrale di Bourges, l’arazzo dell’Apocalisse di Angers e i paesaggi meravigliosi della Bretagna.

Pubblicato in: diario di una maestra

Liberté, Egalité, Fraternité. Ne ho comprate due.

Tutto è cominciato la scorsa vacanza, con i gettoni turistici. Quei dischetti di metallo che le macchinette sputano fuori ovunque, a due euro, e che non avevo mai considerato degni di attenzione. Mi sbagliavo. C’è qualcosa di ipnotico in un oggetto piccolo, quasi privo di valore di mercato, che invece vale moltissimo — perché non parla al portafoglio ma a qualcosa che hai già dentro. Da allora ne raccolgo. Sono una persona seria (specie su queste cavolate).

A Nizza, mentre mi dirigevo al Musée Masséna con la migliore delle intenzioni culturali, ho infilato la testa in uno dei tanti negozietti di filatelia che popolano il centro. Per caso, naturalmente. Come sempre.

Lì, tra monete e francobolli, ho trovato le monete della serie Asterix della Monnaie de Paris. C’erano anche quelle del Piccolo Principe — belle, curate, indiscutibilmente poetiche. Ma Asterix aveva qualcosa in più: quell’ironia feroce travestita da avventura per bambini, quella capacità di prendere a randellate il potere facendo finta di fare comicità. Roba con cui sono cresciuta, che mia zia mi traduceva dal francese prima ancora che imparassi a leggerla da sola. Un debito affettivo che non si salda con una moneta, ma ci si prova.

Ho comprato Liberté. Ho comprato Egalité. Ho lasciato Fraternité nel negozio.

Non perché le monete non fossero belle — lo erano. Una raffigurava una fanciulla che baciava la guancia di Asterix, lui tutto rosso dall’imbarazzo. L’altra aveva Assurancetourix — il bardo, quello che nessuno vuole mai sentire — con un cartello in mano che diceva seguitemi. Deliziose, entrambe. Eppure la mano non si è mossa.

Perché Liberté e Egalité le sento mie — non solo come motto repubblicano francese stampato sulle facciate, ma come credo personale, come bussola. La Fraternité, invece, da quando faccio la maestra, non l’ho più vista in giro. Non nelle forme che contano. E comprare una parola in cui non credi, anche quando è incisa su metallo con grazia, mi sembrava una piccola disonestà che non potevo permettermi. Ho già abbastanza contraddizioni da gestire.

La fraternità tra insegnanti alle primarie è rara come i panda, e in via di estinzione per ragioni analoghe: habitat distrutto, riproduzione difficile, e una certa tendenza dell’ambiente circostante a non accorgersene finché non è troppo tardi.

Non parlo di cordialità — quella c’è, abbonda, a volte tracima. Si sorride nei corridoi, ci si scambiano le fotocopie, ci si augura buon weekend con un entusiasmo che farebbe invidia a un conduttore televisivo (per non parlare degli auguri per le feste comandate, feste della mamma, del papà, dei nonni, della nonna de stic…). La cordialità è il lubrificante sociale che tiene in piedi i collegi docenti senza che degenerino in risse. Necessaria. Non sufficiente.

Parlo di fraternità vera — quella che implica stare dalla stessa parte, coprirsi davvero, dire hai ragione anche quando costa, non lasciare un collega a gestire da solo il genitore che urla, la dirigenza che scarica, il bambino impossibile che per qualche ragione misteriosa è finito sempre e solo nella tua classe. Quella roba lì.

Quella è rara. Quella si trova a spizzichi e bocconi, in corridoi affrettati, in messaggi su WhatsApp alle undici di sera, in colleghe che diventano amiche non grazie alla scuola ma nonostante essa.

Il problema non è che gli insegnanti siano persone cattive — la maggior parte non lo è. Il problema è strutturale: un sistema che premia la sopravvivenza individuale, che mette in competizione silenziosa per le classi, per i progetti, per le poche risorse disponibili, non produce fraternità. Produce un’educata guerra di trincea con le piante grasse sulla scrivania e il registro elettronico aperto.

Una delle monete della Fraternité raffigurava una scena che avrei dovuto comprare solo per appenderla in sala docenti: un anziano con un cartello enorme — Tous avec moi — e Obelix che lo segue controvoglia. La fraternità come corteo male assortito: davanti chi ha più anni di servizio che idee, dietro il più forte del villaggio che partecipa per inerzia, probabilmente perché qualcuno glielo ha chiesto. L’ho lasciata nel negozio perché era troppo vera per essere decorativa. Alle primarie ne ho visti, di cortei così. Quasi sempre guidati da un referente di qualcosa, una funzione strumentale, un coordinatore di plesso — scelto per anzianità, per disponibilità, o per quel meccanismo collaudatissimo che si chiama meglio lui che io. Guidano. Nessuno li segue con convinzione. Ma il cartello resta lì, perché toglierlo richiederebbe una conversazione che nessuno vuole avere.

Asterix, però, una fraternità ce l’ha. Quella del villaggio contro l’impero — piccola, scalcinata, litigiosa, con un pescatore e un fabbro che se le danno ogni tre vignette. Non è la fraternità dei discorsi ufficiali. È quella che si regge sull’abitudine di stare insieme, sul nemico comune, su Panoramix che prepara la pozione e Obelix che sfonda i menhir senza capire bene perché, ma lo fa comunque.

Forse è quella l’unica versione credibile: non l’ideale inciso sulla moneta, ma la cosa grezza e imperfetta che si costruisce nonostante tutto, tra persone che non si sono scelte, in un villaggio che il mondo intero vorrebbe normalizzare.

Io quella versione la cerco ancora, a scuola. Nel frattempo, ho Liberté e Egalité sul comodino.

Fraternité, per ora, l’ho lasciata a Nizza. In buone mani.

Alle prossime monete…forse

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

L’infanzia dimenticata: cambiano i problemi, non la complessità

Ora di potenziamento…ho fatto supplenza all’infanzia.

Io insegno in primaria da anni. Ho una classe, un registro, un metodo. Pensavo di avere una certa resistenza al caos, una soglia del rumore tarata su standard professionali dignitosi. Pensavo, insomma, di sapere cosa fosse lavorare con i bambini.

Ho rivalutato tutto nei primi dieci minuti.

Ventiquattro bambini tra i tre e i cinque anni. Uno solo adulto. Io.

Mi ero convinta, nel tragitto verso la scuola, che sarebbero stati carini e coccolosi, che sarebbe stato fattibile. Lo erano, ma erano anche ventiquattro, simultaneamente bisognosi di me per cose diverse e tutte ugualmente urgenti — le scarpe, il naso, il pianto, il litigio, il disegno, il bagno, la giacca, il succo, il mistero cosmico di cosa avesse fatto la tal bambina alla tal altra bambina tre giorni prima e che andava assolutamente risolto adesso. Senza competenze specifiche, senza la minima idea di come funzionasse quel mondo, ho passato un’ora a gestire una complessità per cui, onestamente, ammetto: non ero attrezzata.

E ho avuto conferma di una cosa che già percepivo.

La complessità non diminuisce con l’età. Cambia natura.

All’infanzia è fisica, corporea, pre-verbale. I bambini non ti dicono cosa hanno bisogno — te lo chiedono con il corpo, con il pianto, con la presenza costante e totalizzante. Non puoi strutturare un’attività e aspettarti che la seguano come alle primarie (a volte nemmeno alle primarie lo fanno). Non puoi spiegare le regole e aspettarti che le abbiano interiorizzate (si, nemmeno alle primarie in cinque anni in taluni casi). Sei tu il contenitore — di emozioni, di bisogni, di energia — e devi esserlo per tutti contemporaneamente.

In primaria la complessità cambia registro — e qui, lo ammetto, mi muovo su un terreno che conosco meglio. I bambini stanno imparando ad essere alunni, il che significa che stai lavorando su due livelli insieme: i contenuti e il metodo. Stai insegnando a leggere e contemporaneamente stai insegnando cosa significa stare in una classe, ascoltare, aspettare il proprio turno, gestire la frustrazione di non capire subito. Le attività sono strutturate, i bisogni sono più verbali, la negoziazione emotiva è continua — ma almeno so come si fa.

Alle secondarie cambia ancora. La complessità diventa identitaria, a tratti negoziale. Hai davanti persone che stanno costruendo se stesse e che spesso lo fanno in opposizione — all’adulto, alla regola, all’istituzione. Richiede un altro tipo di pazienza, un altro tipo di competenza.

Tre ordini. Tre tipi di complessità incomparabili tra loro. Nessuna “meno” delle altre.

Eppure.

C’è un’idea dura a morire — nella società, nel sistema, a volte persino tra noi insegnanti — che con i bambini piccoli basti volergli bene. Che l’infanzia sia il gradino più basso della scala, quello dove si mettono i meno attrezzati in attesa di una collocazione migliore, quello che si copre con una supplenza dell’ultimo minuto perché in fondo chiunque può farcela.

Io ieri non ce la facevo.

E non perché fossi incapace in assoluto, ma perché non avevo le competenze specifiche che quella classe richiedeva. Competenze che le mie colleghe dell’infanzia hanno costruito in anni di formazione e pratica, e che il sistema scolastico italiano tratta come intercambiabili con qualsiasi altra cosa — mandando in supplenza chiunque capiti, come se insegnare a un bambino di quattro anni e insegnare a uno di otto fossero la stessa cosa con qualche anno di differenza.

Non è ingenuità. È una scelta. Costa più riconoscere le differenze in termini di formazione, di risorse, di considerazione professionale, che ignorarle.

Sono tornata nella mia classe di primaria con qualcosa di diverso. Non un rispetto nuovo — quello c’era già. Ma una comprensione più concreta, più incarnata, di cosa significhi davvero fare quel lavoro. Perché sentirsi dire che è difficile è una cosa. Trovarsi lì, da sola, con ventiquattro bambini di tre anni che ti guardano come se fossi l’unico punto fermo dell’universo, è un’altra.

Le competenze richieste all’infanzia non sono una versione semplificata di quelle della primaria. Sono competenze diverse, specifiche, costruite su una pedagogia e una pratica che non si improvvisano. E finché il sistema continuerà a trattarle come intercambiabili, continuerà a non capire — e a non voler capire — cosa sta chiedendo a quelle persone ogni giorno.

Vale la pena cominciare a rifletterci, tutti, dalle primarie in su. Perché se non iniziamo noi docenti a rivalutare e dare il giusto peso alle colleghe dell’infanzia, non possiamo nemmeno sperare che la società cambi percezione — e il governo di riflesso.

La vostra Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Green. Oppure brown. Dipende da quanti anni hai.

C’è un momento preciso in cui capisci che stai invecchiando sul lavoro. Non è quando ti fanno festa per i venticinque anni di servizio. Non è quando una collega esordiente ti chiama “la maestra storica” con un tono che è a metà tra l’ammirazione e l’autopsia. È quando sette bambini, due insegnanti di sostegno e un file audio ti convincono collettivamente che non sai più distinguere una parola inglese dall’altra.
Riavvolgo.


Martedì: otto ore tra teatro e lezione pomeridiana. Quando torno a casa striscio. Non è una metafora: mi muovo come un lombrico che ha preso decisioni sbagliate nella vita. Il mercoledì, per contrappasso divino, mi tocca matematica con la quarta — che, contro ogni aspettativa pedagogica, mi piace — e inglese con le seconde. Sette anni, entusiasmo alle stelle, vocabolario in costruzione.
Tutto scorre. Attacco l’audio dell’esercizio: ascoltare, tradurre, colorare i numeri secondo le indicazioni. Roba elementare. Banalissimo, lo ammetto, il che avrebbe dovuto insospettirmi immediatamente.
L’audio dice “fifteen yellow and green.”
Chiedo ai bambini di tradurre. Rispondono compatti: “fifteen, quindici, giallo e brown, marrone.”


Mi fermo.


Non ho sentito “brown”. Ho sentito “green”. Verde. Sono ragionevolmente sicura di conoscere entrambi i colori. Riascolto. Le due insegnanti di sostegno presenti — che avrebbero potuto, in un momento di solidarietà corporativa, almeno fingere un dubbio — mi guardano e dicono, all’unisono e senza esitazione: “Ha detto brown.”
Nemmeno l’ombra di pietà collegiale. Niente.
Riascolto. Ancora. Ancora. Alla sesta riproduzione sento qualcosa che suona come “briin”, e a quel punto la certezza che qualcosa non funzioni in me è ormai strutturale. Però — e questo è importante — non sento niente che assomigli a un “ou”. Nessun dittongo. Nessuna traccia fonetica di un colore diverso da verde. Sento verde, o qualcosa che ci prova.


Annuncio la mia sordità professionale come si annuncia una diagnosi: con dignità, trovando la causa nell’esposizione cronica a mense, ricreazioni e lezioni a volume industriale. Un bambino alza la mano.
“Maestra, magari perché sei vecchia.”
Caro lui. Non ha torto, tecnicamente. Ma quarantanove anni li porto con una certa fierezza — e qui mi fermo a notare un’incongruenza: il giorno prima, a teatro con gli stessi bambini, capivo le parole cantate in lirico. In lirico. Dove la dizione è volutamente innaturale e le vocali durano tre secondi ciascuna. Udito selettivamente distrutto? Possibile. Ma sospetto.
Finita la lezione, ricorro all’unica fonte che in vent’anni di carriera ho consultato meno del necessario: il libro del docente. Quello allegato al libro di testo, con le trascrizioni complete di ogni audio e tutte le soluzioni degli esercizi. Lo ignoro sistematicamente per principio — o forse per dimenticanza, che alla mia età è la stessa cosa. Oggi, però, devo capire. Non per togliere ragione ai bambini. Per capire se prenotare una visita dall’otorino o no.
Apro. Cerco. Trovo la trascrizione.
Brown.
Il libro del docente, con la neutralità burocratica di chi non ha nulla da perdere, mi sbatte in faccia la realtà: è brown. Era brown dall’inizio. Il “ou” c’era, ci sarà sempre stato, e io non l’ho sentito neanche una volta su sei ascolti consecutivi. La proiezione della mia pensione — ammesso che arrivi — si aggiorna in tempo reale: RSA, reparto memoria, stanza con vista sul nulla.
Mi scuso con i bambini. Finisco la lezione. Torno a casa.
Racconto l’episodio al mio compagno — fisico, ricercatore, dotato di un’analiticità che in certi momenti è una virtù e in altri è un problema. Lui ascolta, e ride. Ride con quella particolare soddisfazione di chi convive con un’insegnante di lingue che non riconosce un dittongo e finalmente ha la prova materiale. Il lessico familiare non risparmia nessuno, e io incasso.
Poi, però, accade qualcosa. Lo vedo cambiare espressione — quella transizione sottile dal divertimento alla curiosità scientifica che conosco bene e che non si ferma mai a metà. Prima vuol sentire l’audio. Recupero il tablet. Attacco il file.
“Brown.”


Il “ou” è lì. Rotondo, presente, udibile, inequivocabile. Il tablet lo pronuncia con la stessa serenità con cui esiste il sole. Mio compagno annuisce — ma non si ferma. Perché il problema ora non è più prendermi in giro. Il problema è capire.


Va a chiedere a Lumo — l’intelligenza artificiale di Proton, che ha il pregio di essere decisamente più seria e affidabile di altre che non nomino. E Lumo, con tutto il rigore del caso, emette il verdetto.
Il cervello, spiega, non registra i suoni passivamente: li costruisce. Quando uno stimolo sonoro è ambiguo o compresso, il cervello lo completa attingendo a esperienze precedenti, contesto linguistico e pattern neurali individuali. Ogni persona ha un filtro uditivo leggermente diverso. Esistono illusioni uditive documentate scientificamente — il caso “Yanny vs Laurel” del 2018, in cui persone diverse sentivano parole completamente diverse dallo stesso identico audio. Queste illusioni dipendono da frequenze ambigue, dalla risposta in frequenza dell’apparato uditivo individuale e dall’elaborazione cerebrale dei suoni. Il fatto che io abbia sentito diversamente da tutti gli altri suggerisce che probabilmente c’era un suono ambiguo nell’audio, che il mio cervello ha interpretato in modo divergente — e che a casa, su un dispositivo diverso, in un ambiente più controllato, ho potuto rielaborarlo correttamente.
Traduzione: non sono sorda. Sono neurologicamente originale.


Il bambino che mi ha dato della vecchia non lo sa, ma stava descrivendo un fenomeno percettivo complesso con una sintesi che farebbe invidia a qualsiasi abstract scientifico. Peccato che “magari perché sei vecchia” non si presti bene come voce bibliografica.


Il libro del docente, nel frattempo, giace sul tavolo con la sua trascrizione. Brown. Lo consulterò più spesso, d’ora in poi. O almeno ci proverò, finché il mio filtro neurale individuale non deciderà altrimenti.

Alla prossima disavventura

la vostra

Maestra Imperfetta