Pubblicato in: opinionibus

Tutto fa velo

Vietato il burqa e il niqab nelle scuole. Ed è subito indignazione, polemiche, trincee, tifoseria da stadio: da una parte chi è d’accordo, dall’altra chi urla alla violazione dei diritti umani, dell’integrazione e dell’identità culturale (salvo poi liquidare come razzismo qualsiasi critica all’uso impositivo di quegli stessi veli). Vero è che non tutte le famiglie musulmane sono così, e le tragedie di cronaca restano eccezioni, ma proprio per questo la critica va tenuta accesa.

Io, a pelle, sono d’accordo. Vi indigna? Beh, prima seguite il mio percorso, perché non è detto che io sia così d’accordo come pensate, ma nemmeno in disaccordo completo e acritico.

Di fronte a certe notizie sulle quali posso basarmi solo sull’aneddotica («non era necessario: burqa mai visti e niqab uno solo in 9 anni di (dis)onorata carriera») faccio come al solito: mi appello alla statistica. Secondo le stime riportate da ANSA e Tecnica della Scuola, le alunne straniere che in Italia indossano il velo integrale sarebbero circa 500-600, cioè una ogni 660 classi circa. Poche centinaia di ragazze su un sistema scolastico di milioni di alunni, e per loro si mobilita un decreto del Consiglio dei ministri. «Statisticamente marginale» sarebbe la formula onesta. Ma da persona, donna e docente penso che siano pur sempre 500-600 ragazze, e la mia convinzione, aneddotica e indimostrabile, è che troppe non abbiano mai avuto voce.

E qui veniamo alla nota dolente: sono stime, non censimenti. Nessuno ha contato le alunne col velo integrale classe per classe. I numeri derivano da proiezioni sugli studenti stranieri e le fonti stesse parlano di alunne che «molto probabilmente» lo indossano.

Nello stesso decreto c’è anche il tetto del 30% di alunni non italofoni per classe. Secondo Rai News le scuole che superano già quella soglia sono 4.223 (il 7,9%), e quasi due alunni stranieri su tre sono nati in Italia. Se il tetto conta davvero i non italofoni — e non semplicemente i non cittadini — due alunni su tre nati in Italia nemmeno rientrano nella platea: la lingua la imparano comunque in classe. Il pacchetto, insomma, non è tutto simbolico: il capitolo velo è quasi vuoto, il capitolo tetto è pieno di situazioni reali.

Fatta questa lunga premessa (se non vi siete addormentati), passo alla riflessione.

Sulle prime ho pensato: «va beh, il burqa ci sta vietarlo, il niqab mi sembra eccessivo». Eccola, l’ignoranza. Senza essere esperta di cultura mediorientale stavo facendo l’erroraccio di molti: far di tutta l’erba un fascio. Quando si parla di velo facciamo poche distinzioni: così come “tutto fa brodo” possiamo dire “tutto fa velo”.

Dopo aver visto il niqab ho rivisto la mia posizione anche su quello, e mi sono chiesta: perché? Cos’è che mi urta, esattamente?

1. Quello che si perde nella comunicazione

Con una persona in burqa non riesco a guardarla negli occhi, e questo mi disturba molto. Col niqab mi disturba perché mi perdo le espressioni del volto (no, gli occhi da soli non dicono tutto, e sì, a volte le espressioni ingannano). Durante il Covid la mascherina non mi dava lo stesso fastidio: era temporanea e serviva a proteggere la salute propria e della collettività, non la percepivo come una misura umiliante di controllo e censura della persona.

Poi ci sono due questioni che mi smontano un po’ il ragionamento: al telefono la comunicazione visiva manca comunque, e gli occhiali da sole nascondono gli occhi, quindi le espressioni, eppure non mi infastidiscono allo stesso modo.

Pensa che ti ripensa, sono arrivata a questa conclusione: se è scelto liberamente, in un’età in cui teoricamente non dovresti essere condizionato, non ho nulla in contrario, quindi niente divieto. Non devo interagire per forza e, quando interagisco comunque, l’incognita comunicativa resta, velo o non velo, ma io la penso così: «io sono gentile, poi se gli altri non lo sono è un problema loro».

2. Chi sceglie

Se è scelto liberamente, lo Stato non impedisce; se è imposto (dalla famiglia, dalla comunità), lo Stato protegge chi non può dire no. Sembrerà un criterio ovvio, per me è un principio sacro: l’inviolabilità della volontà individuale. Mi urta già quando una collega insiste sui grembiulini: per me i bambini possono venire anche in costume e infradito, basta che stiano attenti, abbiano un comportamento rispettoso e facciano i compiti (sono una maestra semplice). Il dress code solo entro certi ragionevoli limiti, per cortesia (forse di polizia, etc.). Non impongo l’uniformità e non vieto l’identità. L’unica cosa che non tollero è che la scelta non ci sia.

Qualche anno fa una bambina di 8 anni mi è arrivata a scuola con l’hijab. Dubbiosa, ho chiesto con le colleghe, educatamente, alla madre se fosse una scelta genitoriale. La madre ci ha detto di essere perplessa quanto noi: la bambina aveva insistito talmente tanto che l’aveva accontentata, ma se non riusciva a tenerlo non era un problema. È durato due giorni, continuava a sciogliersi. A un certo punto le ho detto, sorridendo: «Gioia mia, gli uomini fanno così tante cose decisamente peggiori che Dio non si arrabbierà certo per un velo che si scioglie».

3. Barriera o identità

Il velo come barriera simbolica in un luogo nato per abbatterle. Io non lo percepisco come barriera ma come identità culturale; però torniamo al punto 1: se lo fanno mettere a delle bambine, sì, mi dà fastidio. Poi però penso che noi facciamo battezzare, comunicare e cresimare bambini che non sono ancora in grado di capire cosa stanno facendo. Dov’è la differenza? Ci ho pensato a lungo e credo stia qui: per noi è una questione di festa, regali, pranzo tutti insieme e fine lì, e la libertà individuale resta, che ci sia la convinzione o meno. I nostri figli un domani possono sempre sbattezzarsi o restare credenti più o meno zeloti (spero meno, visto che ogni estremismo porta conseguenze tragiche per la comunità).

4. Simbolo contro efficacia

La misura colpisce un fenomeno statisticamente marginale nelle scuole italiane, mentre i problemi reali (la non italofonia, le risorse…) restano irrisolti. Questo non dice se il velo si possa vietare: dice che il decreto fa politica con la scuola.

Quando anni fa sono riuscita a far venire Samantha Cristoforetti nella mia scuola (sì, proprio lei, e ho fatto una figura di quelle di cui mi vergogno ancora) me ne sono uscita con «troppa politica nella scuola», e lei ha ribattuto: «ma la scuola è politica». A ripensarci aveva ragione, nel senso più letterale: la scuola è il primo posto dove ci si occupa della polis, dei cittadini del domani, delle basi della cittadinanza futura. Ma una cosa è la scuola che fa politica, un’altra è la politica che si fa la scuola. Il decreto che vieta un fenomeno così rado da risultare statisticamente marginale è uno striscione con la forza di legge.

Quello che resta

Se tolgo il velo dal discorso, quello che resta è la scelta: imposta o libera, e a che età. Il velo è solo il caso contingente.

Insomma, persino l’hijab, che alla fine copre giusto i capelli e su un’adulta mi sembra tutto sommato accettabile, su una bambina o una ragazzina che non l’ha chiesto mi dà lo stesso fastidio del niqab e del burqa. Ma so che vietare non è la misura migliore.

So che qualcosa non va, e so anche che vietare non risolve nulla. Penso che la scuola serva a imparare a pensare, non a decidere come ci si veste. Se il problema è una bambina che indossa qualcosa che non ha scelto, toglierla dalle mani dei genitori non mi sembra la risposta: mi sembra più sensato aiutare lei a scegliere, quando sarà il momento, e lavorare con la famiglia sul rispetto della libertà individuale. Che poi, ammettiamolo, vale anche per gli italiani.

Io il mio percorso l’ho fatto e sono arrivata più o meno al punto di partenza, con qualche dubbio in più. Il vostro dov’è finito? Ditemelo nei commenti — sempre che non mi abbiate mollata alla premessa sui numeri.

La Vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Obbligatorio riservare uno spazio di libertà

(e altri miracoli lessicali della legislazione scolastica)

Esiste una categoria di notizie che io chiamo “beccacenti”: notizie che ti becchi scorrendo Facebook tra un docente-da-valutare e uno stipendio-insufficiente, identiche come gemelle per sette mesi l’anno. Normalmente ci scivolo sopra col distacco di un capibara alle terme (con tanto di mandarino in testa). Ma ogni tanto l’algoritmo, che evidentemente mi ha studiata, mi serve la prelibatezza.

Ho lasciato il link a fermentare per qualche ora, come si fa col lievito. Poi l’ho aperto. Ed era meglio di quanto sperassi.

La proposta —presentata al Parlamento dal Consiglio regionale toscano, all’unanimità— prevede 15-20 minuti quotidiani di lettura individuale, silenziosa, libro estratto dal proprio zaino, preferibilmente su carta. Senza aumento di organico e senza ore aggiuntive: tutto dentro il monte orario vigente, quindi dentro la stessa ora di lezione che qualcun altro sta tenendo. Matematica, quasi certamente. La matematica è la materia tappeto su cui tutti camminano.

Ma il vertice si tocca con la dichiarazione della prima firmataria, che merita di essere incorniciata:

Rendere obbligatorio riservare uno spazio di libertà. Nella stessa frase, separate solo da una manciata di parole. La contraddizione è così compiuta che ho dovuto rileggerla due volte per verificare che non fosse autoironia: no, era serietà istituzionale. Quando un paradosso è sufficientemente elegante, in questo Paese viene scambiato per profondità e votato all’unanimità.

Per completezza: l’ispirazione viene dalla Norvegia di Haugaland (Istituto professionale Haugaland), 2014. Come tutte le cose nordeuropee importate in Italia, si presume arrivi con le istruzioni per il montaggio, viti e brugole e una garanzia di dieci anni. Mi riservo la sorpresa.

Qui dovrei fare l’avvocato del diavolo, quindi lo faccio: la scuola obbliga già tutto. La presenza, la ginnastica, l’ora di religione. Nessuno sostiene che l’ora di ginnastica generi odio per il movimento. La legge imporrebbe il contenitore —il tempo— non l’animo del bambino. Argomento pulito, quasi rispettabile.

Nel mio piccolo il contenitore l’ho già collaudato.

I 15 minuti scanditi, belli, santificati dal calendario: durati l’intervallo esatto di un entusiasmo. Prima sessione, tutti presi. Quarta sessione, venti bambini che facevano girare penne, si scambiavano figurine e convertivano il piacere della lettura in ricreazione abusiva. Del resto era previsto: la lettura-orologio ai bambini arriva come la verdura obbligata — la mandi giù, ma non ti diverti.

Così ho fatto la cosa che una legge non può fare: ho cambiato ricetta. Trenta minuti —il doppio, si noti, al contrario esattamente— di lettura ad alta voce. Mia. Di libri scelti da me, che ho letto prima io, che mi sono piaciuti. Niente riassunti. Niente “cosa avrà voluto dirci l’autore”. Zero verifiche: il patto è solo ascoltare.

Ora mi chiedono il titolo, quando devo fermarmi per mancanza di tempo. Me lo chiedono per farsi comprare il libro, di loro iniziativa. Non è la formula che vale per tutti, è solo la mia esperienza frutto di tentativi ed errori.

Un’altra cosa che la normativa manca di affrontare — e nemmeno potrebbe — è cosa si mette in mano ai bambini. La proposta prevede il libro dallo zaino, scelto dall’alunno; l’articolo che la sponsorizza suggerisce la collana, scelta dall’editore. Ci sono terze strade, e io ne ho battuta una che definire illeggibile è un complimento.

Non ho fatto scegliere i libri ai bambini: li ho imposti. E non li ho pescati da alcun circuito pedagogico: li ho scovati sfogliando i Premi Andersen, spulciando Libraccio, Feltrinelli e la libreria di quartiere, e — dettaglio che amo — ascoltando un podcast di lettura per adulti, che di pedagogia si occupa quanto me di arrangiamenti jazz: si chiama Gli scimmioni non leggono Nietzsche. In una puntata la speaker raccontava i libri che leggeva alla figlia quand’era piccola. Tra questi ho segnato La gallina che non mollava mai della Tomlinson, e l’ho comprata. Così, su fiducia: una voce sconosciuta in cuffia, che per giunta mi stava simpatica, una libreria usata, zero programmazione.

Risultato, documentato sul campo dalla seconda elementare a oggi, che sono in quinta: i bambini mi dicono ancora “maestra, dobbiamo fare come la gallina Hilda, non dobbiamo arrenderci”. Tre anni che una gallina di nome Hilda funge da coach motivazionale della classe, gratuitamente, senza essere prevista da alcun curricolo. Se esiste un indicatore di qualità della lettura, mi sembra più solido di tanti indicatori ministeriali.

La verità scomoda, che nessuna legge vuole sentirsi dire, è questa: la differenza tra una lettura che attecchisce e una che muore la fa l’adulto che sceglie, la sua fame personale di storie, i suoi percorsi sconclusionati tra librerie dell’usato e podcast per adulti trovati per caso. Roba assolutamente, rigorosamente non normativa. Il libero arbitrio del docente, altro ossimoro che un giorno qualcuno vorrà regolare con qualche proposta di legge che obblighi alla libertà.

Il problema non è l’idea: 15 minuti di lettura quotidiana è un bel proposito che firmerei anche domani. Il problema è la pretesa di fabbricare lettori per via normativa. Le leggi sanno imporre presenze, non passioni; sanno controllare orologi, non amori. L’esperienza dice una cosa semplice e scomoda: il piacere di leggere cresce quando spariscono la scaletta dei minuti e la verifica in agguato — quando, insomma, sparisce l’obbligo, non quando viene ribattezzato “spazio di libertà”.

Nel frattempo il docente di matematica può pure ringraziare: da settembre gli toglieranno 15 minuti al giorno, obbligatoriamente, per creare lettori liberi. Sarà senz’altro una lettura…della realtà.

La legge non fa ancora testo, tra parentesi. E il piacere, come sempre, non fa testo legislativo.

Un dettaglio che chiude il quadro: l’articolo che presenta la proposta — quello con l’aurea dicitura spazio di libertà — convive nella stessa pagina con la pubblicità di una collana editoriale per la lettura in classe e con l’iscrizione a un webinar gratuito. Promuovere la lettura per piacere e non per obbligo o compito, recita il testo, a due paragrafi di distanza dal manifesto del prodotto. Libertà di lettura, packaging commerciale incluso.

Niente di scandaloso, sia chiaro: le riviste di settore campano così, e la collana sarà pure valida. È la sovrapposizione dei registri che divertirebbe qualunque osservatore disincantato — la lettura come valore assoluto in cima alla pagina, la lettura come catalogo in fondo alla pagina. Stessa pagina, stesso comodato d’uso dell’entusiasmo infantile per due scopi diversi.

E già che ci siamo l’esperienza riportata a sostegno della proposta non è quella della proposta. Niente silenzio individuale, niente quindici minuti scanditi: è lettura ad alta voce, condivisa, di libri scelti dagli alunni, senza schede né comprensione. La testimonianza funziona, i bambini si appassionano. Solo che è il metodo opposto a quello che la legge impone. Forse chi propone certe leggi dovrebbe prima ascoltare i docenti e farsi un giro in classe.

E voi leggete ai vostri alunni? Cosa gli leggete?

La vostra

Maestra Imperfetta

Comunicato con Citazione testuale di Cristina Giachi

Articolo di riferimento del blog altuofianco che ringrazio per avermi ispirata

Pubblicato in: diario di una maestra

Priviet, mandarini e dinosauri armati (cronache di una maestra aperta…almeno credevo)

La mia nuova alunna, chiamiamola Karenina (il nome è di fantasia, e sì, l’ironia è bonaria), è arrivata in classe senza una parola di italiano né di inglese. Come tanti bambini in tante scuole, è arrivata senza sapere una sola parola nella nostra lingua, catapultata in una cultura radicalmente differente, leggi sociali, abitudini e quanto altro completamente diversi. Il primo giorno mi ha salutata in russo. Io, convinta di sapere tutto per due parole tradotte con google translate e qualche libro di Dostojevsky e Tolstoj, ho sorriso pensando al classico “Priviet!”. Invece ha usato un saluto molto più formale. Mi è bastato per capire che non era solo una bambina educata: era una bambina che si portava dietro un mondo intero.

Poi, a ricreazione, ha offerto uno spicchio di mandarino a tutte le docenti. Io, da brava italiana, ho allargato le braccia per l’abbraccio. Lei ha sorriso, scosso la testa e mostrato il palmo della mano. Gentile, ferma, rispettosa.

E io, lo ammetto, mi sentivo pure molto brava.

Il dinosauro

Alla seconda ricreazione insieme, Karenina mi ha mostrato un disegno: un dinosauro con un fucile in mano.

Prima ancora di maestra, io sono una che disegna e che di arte si nutre, quindi la prima cosa che ho notato è stata il tratto. Non era disegnato male per i suoi anni, anzi: proporzioni, espressione, persino la mira. Il fucile, lo ammetto, è venuto dopo. Mi sa che l’occhio da disegnatrice ha fatto il suo lavoro, e il resto del cervello, quello pedagogico no.

Sul tema si potrebbero aprire simpatiche disquisizioni tra il filosofico e il satirico, passando per il pedagogico e infine scivolando in qualche stereotipo che male non fa. Ma la cosa interessante è un’altra.

Il riflesso condizionato

Io, di puro istinto, ho sorriso, alzato i pollici e detto: «Bravissima, molto bello.»

Prima ancora di pensare. Karenina non capisce una parola di italiano, ma la mimica sì: mi ha risposto con un sorrisone grosso così. Fin qui, accoglienza da manuale. Spero solo che il dinosauro non fosse una caricatura di me e il fucile d’assalto il mio vocione da cantante operistica mancata.

La collega e il fucile d’assalto

La mia collega di sostegno, abituata al mondo dei teneri orsetti, dei candidi pulcini e dei bambini che disegnano solo mamma, papà e casette, ha guardato il foglio e poi me.

«Scusa, un dinosauro con la pistola?»
«No, con un fucile d’assalto.»
«Ma un fucile? A questa età?»

E io, con la leggerezza che mi contraddistingue e tutta la mia italianità, me ne sono uscita con: «Cosa vuoi? Son russi.»

Ed è subito Educazione siberiana, ossia la versione russa di “italiani = mafia, spaghetti e mandolino”. Ecco. Io, quella aperta, quella ironica, quella che accoglie, quella che legge. Leggi un libro e sei rovinata per sempre: bastano un dinosauro e un fucile perché mi parta in testa una Siberia intera, con tanto di mafia, coltelli ed esperienze discutibili ai confini della realtà. Si perché la Russia dei grandi compositori e scrittori, di Caterina la grande (personaggio per giunta che apprezzo molto) e il magnifico Ermitage visitato solo durante la pandemia grazie alle visite virtuali mica viene in mente, esattamente come accade agli altri quando pensano all’Italia…mica pensano alla Cappella Sistina, al Bernini, al Canova o al Botticelli.

I randelli

Poi mi sono ricordata dei randelli.

Perché quando chiedo ai miei bambini di disegnare una scena da una favola, il randello (di Pinocchio, di Pollicino, di chi volete voi) non esce mai randello. Esce sempre qualcos’altro, e sappiamo tutti cosa. Da Milano a Palermo, dai sei agli otto anni, senza distinzione di passaporto.

Il dinosauro di Karenina, quindi, è semplicemente il fratello russo dei miei randelli. Ognuno disegna cose dubbie: lei con più mira (ammirevole, non c’è che dire), i miei con più anatomia.

E la morale?

Non ho una morale da elargire. Il pregiudizio, come il dinosauro, non ha chiesto permesso: è entrato armato, e per fortuna questa volta si è fermato alla battuta.

Se qualcuno deve consegnare il fucile, per ora, sono io.

Voi quale Siberia vi portate in classe? Raccontatemelo nei commenti.

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, strumenti per docenti

Registro elettronico: la legge che tutti conoscono e nessuno rispetta

ora posso dirlo ,seppure mi fa sentire vecchia, in anni di lavoro nella scuola ho visto molte cose strane, amicizie tra nemici, inimicizia tra amici, genitori pronti a denunciarti all’USR perché gli stai antipatico e pensano che tu ce l’abbia con il loro figlio per una nota data per essersi comportato male, madri che accusano di far body shaming sul figlio solo perché non hai accettato di giustificarlo per non aver fatto tre esercizi in 7 giorni e così via, ma la cosa per me più strana è la resistenza al registro elettronico.

Non che non lo si usi, anzi…oramai è diffuso, spesso lo si compila a fine giornata, a volte ci si dimentica e lo si compila nel weekend, c’è chi addirittura dà la password ad un alunno (solitamente medie o superiori) per farlo compilare a lui (si, è successo davvero).

E qui mi viene in mente il Gattopardo, va’ a capire perché. Tancredi lo diceva a suo zio, mica a un collegio docenti: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” Ecco, il registro elettronico è la rivoluzione dei Salina della scuola italiana: cambiamo la forma, digitalizziamo, mettiamo un’app con tanto di notifica push per i genitori, e poi passiamo mesi a inventarci strategie per continuare a fare esattamente quello che facevamo prima. Solo con più passaggi.

Perché diciamocelo: il registro cartaceo lo compilavi male anche prima. La differenza è che prima nessuno se ne accorgeva, il quaderno restava chiuso in un cassetto e il genitore scopriva l’esistenza di una nota solo al colloquio, quando ormai era acqua passata e la si poteva anche un po’ addolcire in diretta. Ora no. Ora c’è un timestamp. Ora la nota delle 14:47 di martedì diventa un messaggio push delle 14:48, e alle 14:49 hai già tre genitori nella chat di classe che si consultano su come procedere, solitamente contro il docente.

E poi c’è la questione della password data all’alunno, che ogni volta che la racconto a chi non insegna genera lo stesso sguardo tra l’incredulo e il disgustato che si riserva di solito a chi confessa di aver visto tutte le stagioni di una serie senza mai fermarsi a mangiare. Eppure è successo, succede, e in fondo è la fotografia perfetta di cosa sia diventato per molti il registro: non uno strumento di comunicazione scuola-famiglia, ma un adempimento. Una cosa da “sistemare”, come le tasse. E le cose da sistemare, si sa, prima o poi le si delega. Ma il registro elettronico non è una seccatura, o meglio…lo è ma è parte del nostro lavoro e non è un vezzo delle scuole ma è legge.

E invece no, miei cari colleghi supposti, il registro elettronico non è un’App (o web app) della discordia adottata per tacito accordo tra DS e provider vari per farci impazzire. È legge. E qui la narrazione si fa antipatica, lo so. Ma se pensavate che il registro fosse un capriccio da dirigente con l’ossessione per il digitale, vi devo deludere: è la Repubblica in persona che vi ha reso pubblici ufficiali, con tanto di codice penale a corredo.

Il D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012, stabilisce che a partire dall’anno scolastico 2012-2013 le scuole adottano i registri online e inviano le comunicazioni a famiglie e alunni in formato elettronico. Quattordici anni fa, per intenderci.

Ma la parte che appassiona davvero noi giuristi della domenica è un’altra. Il registro elettronico — sia quello di classe sia quello personale del docente — ha natura giuridica di atto pubblico. Lo dice la Cassazione, e non una volta sola: sentenza 3004 del 1999 per il registro di classe, poi 12726/2000, 6138/2001 e 714/2010 per il registro personale. Il docente è pubblico ufficiale, il registro è lo strumento con cui attesta “fatti giuridicamente rilevanti” avvenuti alla sua presenza, e le sue annotazioni fanno fede finché non risulta la falsità.

Tradotto in linguaggio da pausa alle macchinette del caffè: quel clic non è un’operazione informatica, è la tua firma da pubblico ufficiale. E compilare il registro “dopo”, quando il ricordo è diventato ricostruzione comoda, non è una dimenticanza: è falso ideologico in atto pubblico, art. 476 del codice penale. Alterarlo materialmente — modificare firme, cancellare annotazioni — è falso materiale, art. 479. E visto che il registro è un documento informatico pubblico, ci pensa anche l’art. 491-bis a coprire le falsità digitali. Reati, non multe per il ritardo.

Poi c’è la questione della password data all’alunno, ricordate? Quella che ha suscitato in alcuni di voi disgusto o sconcerto e smarrimento o tutte le cose insieme. Non è solo “brutta prassi”: la compilazione spetta esclusivamente al docente presente in aula, le deleghe non sono ammesse. Consegnare le proprie credenziali a un minorenne significa lasciare che un’altra persona compili al posto tuo un atto pubblico. Sull’eventuale responsabilità penale vi lascio immaginare chi se la prende e spoiler: non è l’alunno.

Infine, il catalogo delle scuse ricorrenti,

“Lo compilo a fine giornata” — no: la compilazione va fatta in tempo reale, durante l’ora, perché la firma è atto amministrativo in itinere. Sia chiaro, lo faccio anche io alle volte perché dovendo saltare da una classe all’altra e non potendomi distrarre un istante finisco per dimenticare, però ho torto.

“Lo fa la collega se mi dimentico” — no: delega vietata, e sposti su di lei la tua responsabilità, oltre a crearne una sua. Abbiamo già tanti casini, non stiamo a crearne ulteriori a chi naviga sulla tua stessa barca e nello stesso mare in tempesta.

“La scuola non mi dà i mezzi” — unica obiezione seria: la scuola deve garantire PC, tablet e connessione. Ma la soluzione è contestare la dotazione, non il registro. La scuola non può chiederti né obbligarti ad usare dispositivi di proprietà personale. Fermo restando questo, niente ci vieta di installare l’app del registro sullo smartphone così anche nelle uscite si compila in tempo reale ma è scelta, non obbligo.

E allora mi chiedo, alla fine di questo giro tra Cassazione e codice penale: perché resistiamo così tanto a una cosa che è legge da quattordici anni, che ci rende pubblici ufficiali, e lo ricordiamo ogni sacrosanta volta che un genitore ci manca di rispetto o genitore/studente alza le mani, che — se ignorata — non è un ritardo ma un reato? Non credo sia ignoranza perché presumo lo sappiano quasi tutti. Non è nemmeno pigrizia, o non solo: ci sono docenti che passano più tempo a inventarsi strategie per aggirare il registro che a compilarlo in tempo reale.


Forse la vera resistenza non è al registro in sé, ma a quello che rappresenta. Da un lato, l’obbligo di ammettere un analfabetismo digitale selettivo: sui social ci stiamo comodi e disinvolti, ma un programma da compilare in tempo reale diventa improvvisamente un ostacolo insormontabile. Dall’altro, la fine di una zona grigia in cui la scuola poteva ancora permettersi di essere un po’ umana, un po’ approssimativa, un po’ “ci mettiamo d’accordo dopo”. Il registro cartaceo chiuso nel cassetto era anche questo, umanità e protezione silente di alcuni alunni fragili. Il timestamp no. E su questo, miei cari colleghi supposti, il Gattopardo non ci aiuta più. Perché stavolta non è cambiato tutto perché nulla cambiasse. È cambiato tutto, e forse è proprio questo, in fondo, il problema.

A questo punto la domanda vera non è più se il registro sia una scocciatura, ma quanti di voi, leggendo l’articolo 476 codice penale, hanno pensato “vabbè ma io lo faccio con affetto”.

Alla prossima

la vostra

Maestra Imperfetta