Accadde il 25 settembre 2026, la scuola Daneo nel centro di Genova, posso dirlo perché tanto è apparso sulle testate giornalistiche, che appese lo striscione alla cancellata con su scritto “Qui nessun è stranier*”, realizzato nei giorni precedenti dai bambini della scuola e appeso dai genitori. Bella iniziativa vero? Di quelle che fan subito Che con Hasta la liberation…

All’ora dell’ingresso, due agenti in borghese (secondo l’Ansa citata da GenovaToday, della Digos) hanno rimosso dalla cancellata della scuola primaria tale striscione. L’episodio si inserisce in una giornata di proteste nelle scuole genovesi contro la norma del governo Meloni che prevede un tetto del 30% agli alunni stranieri non italofoni per classe, con cartelli comparsi davanti a diversi istituti.
La prefettura ha dichiarato che è stata un’azione dovuta alla segnalazione in questura. Secondo la ricostruzione della Questura riportata da Repubblica, l’intervento è partito da una segnalazione della sala operativa della Polizia locale, che riferiva di un presunto assembramento davanti all’istituto — non certo per lo striscione in sé. Sul posto sono arrivati due agenti (secondo L’Espresso, uno dei due della Digos), e a quel punto sono stati loro a decidere, “di propria iniziativa”, di rimuovere lo striscione, ritenendolo un’affissione esterna abusiva non riconducibile alla scuola e alle famiglie. Insomma: arrivati per l’assembramento, hanno visto il lenzuolo, l’hanno preso per un manifesto attaccato abusivamente e l’hanno tolto. Solo dopo le proteste dei presenti hanno accertato che era della comunità scolastica e l’hanno restituito.
Giusto? Sbagliato?
Prima di esprimere la mia opinione, vi dirò che è da qualche tempo che amici, mamma, suoceri, mi chiedono “ma tu che lavori nella scuola, cosa ne pensi del 30%?”.
Ebbene, rispondevo che il tetto del 30% c’era già, dal 2010, riguardava tutti gli alunni stranieri ma con deroghe (d’altronde in certi quartieri è impossibile rispettarlo).
Non piace? Lo comprendo, per me gli alunni sono alunni e mi piace dire “faccio il giro del mondo ad ogni lezione” o anche “ho il mondo in una stanza” guardando con orgoglio profondo egiziani, algerini, tunisini, albanesi, rumeni, venezuelani e anche la bimba che mi diceva fiera “io sono calabrese” (e non posso dargli torto, se ci pensiamo bene ogni regione ha la sua identità culturale).
Come sempre accade, quando sento parlare e sollevare polveroni su una notizia di una legge riassunta in tre parole o poco più, la mia reazione è: mi informo. Perché la verità è che le notizie riportate, si sa, sono sempre arricchite di convinzioni personali, interpretazioni e reazioni emotive (non è una colpa, siamo umani e abbiamo dei bias cognitivi che ci portano a questo). Sono andata quindi a leggere, informarmi e sono incappata nel sito di Pagella Politica che fa proprio fact checking sulle notizie più diffuse e politiche. Ho beccato anche questa e quello che ne è venuto fuori leggendolo è diverso da quello che mi è arrivato dal coro greco di indignati.
Quello che emerge davvero dal fact-checking
Leggo l’articolo di Pagella Politica e trovo che la fotografia che mi era arrivata dal dibattito pubblico fosse sfocata su molti punti fondamentali.
Il tetto del 30% esiste già come detto sopra: è una circolare del Ministero dell’Istruzione del 2010, valida come criterio generale e derogabile a seconda delle esigenze. Fin qui, quello che dicevo agli amici che mi chiedevano “ma tu che lavori nella scuola…”.
Ma il nuovo decreto — e qui il fact-checking diventa prezioso — non stabilisce affatto che in ogni classe non possa esserci più del 30% di stranieri. Il criterio è molto più specifico e riguarda solo determinate categorie di alunni con cittadinanza non italiana, individuate in base a nascita in Italia e percorso scolastico già svolto.
I dettagli tecnici sono importanti, perché sono proprio loro la vera novità informativa che si perde nel rumore di fondo:
- Decorrenza: anno scolastico 2027/2028, e riguarda le classi prime della scuola primaria;
- Chi viene conteggiato: solo gli alunni non nati in Italia oppure che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia;
- Chi è escluso dal 30%: un bambino “straniero” nato in Italia e con due anni di infanzia dietro non entra nel conteggio;
- Per medie e superiori: rientrano nel limite solo gli studenti che non abbiano frequentato con esito positivo almeno tre anni di scuola italiana (e qui possiamo discuterne);
- Nessun test individuale di italiano: conta il percorso scolastico, non un esame di lingua.
E quando il limite non si può rispettare — perché, come sappiamo bene in certi quartieri, non si può? — la norma prevede strumenti di sostegno linguistico e una possibile ridistribuzione degli alunni tra scuole vicine. In concreto: in una classe da venti, il limite è sei bambini; in una da trenta, nove.
Infine, ci sono altri due pilastri del decreto che meritano di essere ricordati: percorsi gratuiti di italiano e sostegno alla genitorialità per i genitori stranieri con gravi difficoltà linguistiche; e l’obbligo di mantenere il volto riconoscibile durante le attività scolastiche (potrà non piacere).
Dalla teoria alla realtà delle aule
Ma c’è un nodo che Pagella Politica non tocca e che invece io incontro ogni settimana: il problema dell’inserimento tardivo. In questi anni, ho visto alunni arrivare in terza, quarta o quinta primaria senza basi di italiano. Una solitudine linguistica che si riflette inevitabilmente sull’integrazione. Ti siedi al banco accanto a un bambino che non capisce una parola, non può chiedere aiuto, non partecipa ai giochi della ricreazione, non segue le spiegazioni perché non capisce la lingua e quindi non può apprendere (ed il diritto fondamentale all’istruzione gli viene negato dalla realtà). E la sua classe diventa un’isola dove lui nuota da solo.
Il decreto parla di evitare questo scenario — almeno nella sua intenzione dichiarata — con l’obiettivo di non concentrare troppi nuovi inserimenti nelle stesse classi. La logica di fondo ha un senso pratico: meglio distribuire i fabbisogni linguistici tra più docenti e più spazi, perché la classe non diventi un luogo dove la barriera della lingua isola completamente.
Questo non significa che la soluzione sia semplice. Né tantomeno che il metodo scelto dal governo sia l’unico — né il migliore — per affrontarlo.
Cosa cambia davvero, allora?
Se la norma c’era già, se le deroghe restano, se non tutti gli alunni con background migratorio vengono conteggiati… la domanda che un’insegnante si pone è un’altra: quale problema vuole risolvere esattamente questo decreto? Presumo, da quanto letto, l’isolamento linguistico e l’impossibilità di apprendere, insomma vuole garantire il diritto costituzionale di apprendere e istruirsi.
Perché la classe ghetto, quando esiste, non nasce da una circolare mancata: nasce dalla geografia residenziale delle nostre città, dalle differenze tra quartieri, dal mercato immobiliare. Lo sapeva già la circolare Gelmini, che proprio per questo prevedeva le deroghe. Uno dei principi (che condivido) più citati in questi giorni è quello ricordato dal Presidente della Repubblica: “La scuola è aperta a tutti”.
Il fatto che circa due terzi di questi bambini siano nati in Italia dice qualcosa di importante: per molti di loro non si tratta di “integrazione”, si tratta semplicemente di casa. Sono i compagni di banco di sempre, quelli che hanno imparato l’italiano cantando le filastrocche all’asilo, esattamente come i loro coetanei.
Conclusione
Giusto o sbagliato, il gesto dei due agenti davanti alla scuola Daneo? Ognuno valuti per sé. Io, dopo aver letto, sono tornata alla frase di Musumeci: tutti abbiamo diritto a un’opinione, ma abbiamo il dovere di averla informata. E un’opinione informata, su questa storia, richiede almeno tre cose: sapere che il tetto c’era già dal 2010 con relative deroghe, sapere che la maggior parte degli “stranieri” nelle nostre classi è nata in Italia, e sapere che il vero tema non è mai stato un lenzuolo appeso a una cancellata.
Personalmente non condivido l’azione della scuola e non condivido l’azione della polizia.
Non condivido l’azione della scuola perché ritengo eticamente discutibile far fare ai bambini uno striscione che ha un messaggio politico. Si chiama strumentalizzazione, manipolazione, far fare loro qualcosa di cui non possono capire la portata e non hanno piena coscienza ma, con certezza matematica, prendono come un compito.
Non condivido l’azione della polizia perché due agenti in borghese, arrivati per una segnalazione su un presunto assembramento, decidono “di propria iniziativa” di rimuovere il lavoro manuale dei bambini e dei loro genitori da una cancellata scolastica. Solo dopo le proteste scoprono che era legittimo e lo restituiscono. La sequenza racconta di un intervento improvvisato, di errori che si correggono quando è tardi. Nessuna delle due parti — istituzione scolastica e forze dell’ordine — ha dato in quel momento l’esempio migliore.
E nel mezzo? I bambini. Quelli che avrebbero dovuto imparare a dialogare, non a tifare.
Avete mai avuto in classe un alunno arrivato in quarta/quinta senza basi di italiano? Come è andato l’inserimento?
La vostra
Maestra Imperfetta