Pubblicato in: opinionibus

Tutto fa velo

Vietato il burqa e il niqab nelle scuole. Ed è subito indignazione, polemiche, trincee, tifoseria da stadio: da una parte chi è d’accordo, dall’altra chi urla alla violazione dei diritti umani, dell’integrazione e dell’identità culturale (salvo poi liquidare come razzismo qualsiasi critica all’uso impositivo di quegli stessi veli). Vero è che non tutte le famiglie musulmane sono così, e le tragedie di cronaca restano eccezioni, ma proprio per questo la critica va tenuta accesa.

Io, a pelle, sono d’accordo. Vi indigna? Beh, prima seguite il mio percorso, perché non è detto che io sia così d’accordo come pensate, ma nemmeno in disaccordo completo e acritico.

Di fronte a certe notizie sulle quali posso basarmi solo sull’aneddotica («non era necessario: burqa mai visti e niqab uno solo in 9 anni di (dis)onorata carriera») faccio come al solito: mi appello alla statistica. Secondo le stime riportate da ANSA e Tecnica della Scuola, le alunne straniere che in Italia indossano il velo integrale sarebbero circa 500-600, cioè una ogni 660 classi circa. Poche centinaia di ragazze su un sistema scolastico di milioni di alunni, e per loro si mobilita un decreto del Consiglio dei ministri. «Statisticamente marginale» sarebbe la formula onesta. Ma da persona, donna e docente penso che siano pur sempre 500-600 ragazze, e la mia convinzione, aneddotica e indimostrabile, è che troppe non abbiano mai avuto voce.

E qui veniamo alla nota dolente: sono stime, non censimenti. Nessuno ha contato le alunne col velo integrale classe per classe. I numeri derivano da proiezioni sugli studenti stranieri e le fonti stesse parlano di alunne che «molto probabilmente» lo indossano.

Nello stesso decreto c’è anche il tetto del 30% di alunni non italofoni per classe. Secondo Rai News le scuole che superano già quella soglia sono 4.223 (il 7,9%), e quasi due alunni stranieri su tre sono nati in Italia. Se il tetto conta davvero i non italofoni — e non semplicemente i non cittadini — due alunni su tre nati in Italia nemmeno rientrano nella platea: la lingua la imparano comunque in classe. Il pacchetto, insomma, non è tutto simbolico: il capitolo velo è quasi vuoto, il capitolo tetto è pieno di situazioni reali.

Fatta questa lunga premessa (se non vi siete addormentati), passo alla riflessione.

Sulle prime ho pensato: «va beh, il burqa ci sta vietarlo, il niqab mi sembra eccessivo». Eccola, l’ignoranza. Senza essere esperta di cultura mediorientale stavo facendo l’erroraccio di molti: far di tutta l’erba un fascio. Quando si parla di velo facciamo poche distinzioni: così come “tutto fa brodo” possiamo dire “tutto fa velo”.

Dopo aver visto il niqab ho rivisto la mia posizione anche su quello, e mi sono chiesta: perché? Cos’è che mi urta, esattamente?

1. Quello che si perde nella comunicazione

Con una persona in burqa non riesco a guardarla negli occhi, e questo mi disturba molto. Col niqab mi disturba perché mi perdo le espressioni del volto (no, gli occhi da soli non dicono tutto, e sì, a volte le espressioni ingannano). Durante il Covid la mascherina non mi dava lo stesso fastidio: era temporanea e serviva a proteggere la salute propria e della collettività, non la percepivo come una misura umiliante di controllo e censura della persona.

Poi ci sono due questioni che mi smontano un po’ il ragionamento: al telefono la comunicazione visiva manca comunque, e gli occhiali da sole nascondono gli occhi, quindi le espressioni, eppure non mi infastidiscono allo stesso modo.

Pensa che ti ripensa, sono arrivata a questa conclusione: se è scelto liberamente, in un’età in cui teoricamente non dovresti essere condizionato, non ho nulla in contrario, quindi niente divieto. Non devo interagire per forza e, quando interagisco comunque, l’incognita comunicativa resta, velo o non velo, ma io la penso così: «io sono gentile, poi se gli altri non lo sono è un problema loro».

2. Chi sceglie

Se è scelto liberamente, lo Stato non impedisce; se è imposto (dalla famiglia, dalla comunità), lo Stato protegge chi non può dire no. Sembrerà un criterio ovvio, per me è un principio sacro: l’inviolabilità della volontà individuale. Mi urta già quando una collega insiste sui grembiulini: per me i bambini possono venire anche in costume e infradito, basta che stiano attenti, abbiano un comportamento rispettoso e facciano i compiti (sono una maestra semplice). Il dress code solo entro certi ragionevoli limiti, per cortesia (forse di polizia, etc.). Non impongo l’uniformità e non vieto l’identità. L’unica cosa che non tollero è che la scelta non ci sia.

Qualche anno fa una bambina di 8 anni mi è arrivata a scuola con l’hijab. Dubbiosa, ho chiesto con le colleghe, educatamente, alla madre se fosse una scelta genitoriale. La madre ci ha detto di essere perplessa quanto noi: la bambina aveva insistito talmente tanto che l’aveva accontentata, ma se non riusciva a tenerlo non era un problema. È durato due giorni, continuava a sciogliersi. A un certo punto le ho detto, sorridendo: «Gioia mia, gli uomini fanno così tante cose decisamente peggiori che Dio non si arrabbierà certo per un velo che si scioglie».

3. Barriera o identità

Il velo come barriera simbolica in un luogo nato per abbatterle. Io non lo percepisco come barriera ma come identità culturale; però torniamo al punto 1: se lo fanno mettere a delle bambine, sì, mi dà fastidio. Poi però penso che noi facciamo battezzare, comunicare e cresimare bambini che non sono ancora in grado di capire cosa stanno facendo. Dov’è la differenza? Ci ho pensato a lungo e credo stia qui: per noi è una questione di festa, regali, pranzo tutti insieme e fine lì, e la libertà individuale resta, che ci sia la convinzione o meno. I nostri figli un domani possono sempre sbattezzarsi o restare credenti più o meno zeloti (spero meno, visto che ogni estremismo porta conseguenze tragiche per la comunità).

4. Simbolo contro efficacia

La misura colpisce un fenomeno statisticamente marginale nelle scuole italiane, mentre i problemi reali (la non italofonia, le risorse…) restano irrisolti. Questo non dice se il velo si possa vietare: dice che il decreto fa politica con la scuola.

Quando anni fa sono riuscita a far venire Samantha Cristoforetti nella mia scuola (sì, proprio lei, e ho fatto una figura di quelle di cui mi vergogno ancora) me ne sono uscita con «troppa politica nella scuola», e lei ha ribattuto: «ma la scuola è politica». A ripensarci aveva ragione, nel senso più letterale: la scuola è il primo posto dove ci si occupa della polis, dei cittadini del domani, delle basi della cittadinanza futura. Ma una cosa è la scuola che fa politica, un’altra è la politica che si fa la scuola. Il decreto che vieta un fenomeno così rado da risultare statisticamente marginale è uno striscione con la forza di legge.

Quello che resta

Se tolgo il velo dal discorso, quello che resta è la scelta: imposta o libera, e a che età. Il velo è solo il caso contingente.

Insomma, persino l’hijab, che alla fine copre giusto i capelli e su un’adulta mi sembra tutto sommato accettabile, su una bambina o una ragazzina che non l’ha chiesto mi dà lo stesso fastidio del niqab e del burqa. Ma so che vietare non è la misura migliore.

So che qualcosa non va, e so anche che vietare non risolve nulla. Penso che la scuola serva a imparare a pensare, non a decidere come ci si veste. Se il problema è una bambina che indossa qualcosa che non ha scelto, toglierla dalle mani dei genitori non mi sembra la risposta: mi sembra più sensato aiutare lei a scegliere, quando sarà il momento, e lavorare con la famiglia sul rispetto della libertà individuale. Che poi, ammettiamolo, vale anche per gli italiani.

Io il mio percorso l’ho fatto e sono arrivata più o meno al punto di partenza, con qualche dubbio in più. Il vostro dov’è finito? Ditemelo nei commenti — sempre che non mi abbiate mollata alla premessa sui numeri.

La Vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Obbligatorio riservare uno spazio di libertà

(e altri miracoli lessicali della legislazione scolastica)

Esiste una categoria di notizie che io chiamo “beccacenti”: notizie che ti becchi scorrendo Facebook tra un docente-da-valutare e uno stipendio-insufficiente, identiche come gemelle per sette mesi l’anno. Normalmente ci scivolo sopra col distacco di un capibara alle terme (con tanto di mandarino in testa). Ma ogni tanto l’algoritmo, che evidentemente mi ha studiata, mi serve la prelibatezza.

Ho lasciato il link a fermentare per qualche ora, come si fa col lievito. Poi l’ho aperto. Ed era meglio di quanto sperassi.

La proposta —presentata al Parlamento dal Consiglio regionale toscano, all’unanimità— prevede 15-20 minuti quotidiani di lettura individuale, silenziosa, libro estratto dal proprio zaino, preferibilmente su carta. Senza aumento di organico e senza ore aggiuntive: tutto dentro il monte orario vigente, quindi dentro la stessa ora di lezione che qualcun altro sta tenendo. Matematica, quasi certamente. La matematica è la materia tappeto su cui tutti camminano.

Ma il vertice si tocca con la dichiarazione della prima firmataria, che merita di essere incorniciata:

Rendere obbligatorio riservare uno spazio di libertà. Nella stessa frase, separate solo da una manciata di parole. La contraddizione è così compiuta che ho dovuto rileggerla due volte per verificare che non fosse autoironia: no, era serietà istituzionale. Quando un paradosso è sufficientemente elegante, in questo Paese viene scambiato per profondità e votato all’unanimità.

Per completezza: l’ispirazione viene dalla Norvegia di Haugaland (Istituto professionale Haugaland), 2014. Come tutte le cose nordeuropee importate in Italia, si presume arrivi con le istruzioni per il montaggio, viti e brugole e una garanzia di dieci anni. Mi riservo la sorpresa.

Qui dovrei fare l’avvocato del diavolo, quindi lo faccio: la scuola obbliga già tutto. La presenza, la ginnastica, l’ora di religione. Nessuno sostiene che l’ora di ginnastica generi odio per il movimento. La legge imporrebbe il contenitore —il tempo— non l’animo del bambino. Argomento pulito, quasi rispettabile.

Nel mio piccolo il contenitore l’ho già collaudato.

I 15 minuti scanditi, belli, santificati dal calendario: durati l’intervallo esatto di un entusiasmo. Prima sessione, tutti presi. Quarta sessione, venti bambini che facevano girare penne, si scambiavano figurine e convertivano il piacere della lettura in ricreazione abusiva. Del resto era previsto: la lettura-orologio ai bambini arriva come la verdura obbligata — la mandi giù, ma non ti diverti.

Così ho fatto la cosa che una legge non può fare: ho cambiato ricetta. Trenta minuti —il doppio, si noti, al contrario esattamente— di lettura ad alta voce. Mia. Di libri scelti da me, che ho letto prima io, che mi sono piaciuti. Niente riassunti. Niente “cosa avrà voluto dirci l’autore”. Zero verifiche: il patto è solo ascoltare.

Ora mi chiedono il titolo, quando devo fermarmi per mancanza di tempo. Me lo chiedono per farsi comprare il libro, di loro iniziativa. Non è la formula che vale per tutti, è solo la mia esperienza frutto di tentativi ed errori.

Un’altra cosa che la normativa manca di affrontare — e nemmeno potrebbe — è cosa si mette in mano ai bambini. La proposta prevede il libro dallo zaino, scelto dall’alunno; l’articolo che la sponsorizza suggerisce la collana, scelta dall’editore. Ci sono terze strade, e io ne ho battuta una che definire illeggibile è un complimento.

Non ho fatto scegliere i libri ai bambini: li ho imposti. E non li ho pescati da alcun circuito pedagogico: li ho scovati sfogliando i Premi Andersen, spulciando Libraccio, Feltrinelli e la libreria di quartiere, e — dettaglio che amo — ascoltando un podcast di lettura per adulti, che di pedagogia si occupa quanto me di arrangiamenti jazz: si chiama Gli scimmioni non leggono Nietzsche. In una puntata la speaker raccontava i libri che leggeva alla figlia quand’era piccola. Tra questi ho segnato La gallina che non mollava mai della Tomlinson, e l’ho comprata. Così, su fiducia: una voce sconosciuta in cuffia, che per giunta mi stava simpatica, una libreria usata, zero programmazione.

Risultato, documentato sul campo dalla seconda elementare a oggi, che sono in quinta: i bambini mi dicono ancora “maestra, dobbiamo fare come la gallina Hilda, non dobbiamo arrenderci”. Tre anni che una gallina di nome Hilda funge da coach motivazionale della classe, gratuitamente, senza essere prevista da alcun curricolo. Se esiste un indicatore di qualità della lettura, mi sembra più solido di tanti indicatori ministeriali.

La verità scomoda, che nessuna legge vuole sentirsi dire, è questa: la differenza tra una lettura che attecchisce e una che muore la fa l’adulto che sceglie, la sua fame personale di storie, i suoi percorsi sconclusionati tra librerie dell’usato e podcast per adulti trovati per caso. Roba assolutamente, rigorosamente non normativa. Il libero arbitrio del docente, altro ossimoro che un giorno qualcuno vorrà regolare con qualche proposta di legge che obblighi alla libertà.

Il problema non è l’idea: 15 minuti di lettura quotidiana è un bel proposito che firmerei anche domani. Il problema è la pretesa di fabbricare lettori per via normativa. Le leggi sanno imporre presenze, non passioni; sanno controllare orologi, non amori. L’esperienza dice una cosa semplice e scomoda: il piacere di leggere cresce quando spariscono la scaletta dei minuti e la verifica in agguato — quando, insomma, sparisce l’obbligo, non quando viene ribattezzato “spazio di libertà”.

Nel frattempo il docente di matematica può pure ringraziare: da settembre gli toglieranno 15 minuti al giorno, obbligatoriamente, per creare lettori liberi. Sarà senz’altro una lettura…della realtà.

La legge non fa ancora testo, tra parentesi. E il piacere, come sempre, non fa testo legislativo.

Un dettaglio che chiude il quadro: l’articolo che presenta la proposta — quello con l’aurea dicitura spazio di libertà — convive nella stessa pagina con la pubblicità di una collana editoriale per la lettura in classe e con l’iscrizione a un webinar gratuito. Promuovere la lettura per piacere e non per obbligo o compito, recita il testo, a due paragrafi di distanza dal manifesto del prodotto. Libertà di lettura, packaging commerciale incluso.

Niente di scandaloso, sia chiaro: le riviste di settore campano così, e la collana sarà pure valida. È la sovrapposizione dei registri che divertirebbe qualunque osservatore disincantato — la lettura come valore assoluto in cima alla pagina, la lettura come catalogo in fondo alla pagina. Stessa pagina, stesso comodato d’uso dell’entusiasmo infantile per due scopi diversi.

E già che ci siamo l’esperienza riportata a sostegno della proposta non è quella della proposta. Niente silenzio individuale, niente quindici minuti scanditi: è lettura ad alta voce, condivisa, di libri scelti dagli alunni, senza schede né comprensione. La testimonianza funziona, i bambini si appassionano. Solo che è il metodo opposto a quello che la legge impone. Forse chi propone certe leggi dovrebbe prima ascoltare i docenti e farsi un giro in classe.

E voi leggete ai vostri alunni? Cosa gli leggete?

La vostra

Maestra Imperfetta

Comunicato con Citazione testuale di Cristina Giachi

Articolo di riferimento del blog altuofianco che ringrazio per avermi ispirata

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Rituali Scolastici: l’Accoglienza!

io guardo dalla hall

In queste due settimane dal rientro a scuola ho avuto modo di pensare all’accoglienza, quell’attività che le colleghe si affannano ad organizzare e che finisce quasi sempre in bimbi che guardano perplessi delle maestre entusiaste di qualcosa che capiscono solo loro con quasi certezza.

Non ho un’attività dell’accoglienza da presentarvi come L’ATTIVITÀ perfetta. Non perché sia troppo umile per farlo — sono imperfetta per natura, quindi l’umiltà qui non c’entra — ma perché, diciamola tutta: io l’accoglienza non la faccio. Non nel senso che faccio una versione ridotta, più asciutta, più “me”. Nel senso letterale: non organizzo nulla. Niente cartelloni, niente giochi di conoscenza, niente cerchio sul tappeto. Quel rituale collettivo che dalla classe terza in poi mi sembra solo la brutta copia di un villaggio turistico a basso costo, io non lo metto in scena nemmeno in versione ridotta: lo guardo succedere nelle classi accanto (a volte anche in quella dove lavoro dato che non sono maestra unica).

Mentre le colleghe organizzano il welcome drink

Il cerchio, la canzoncina, il “che bello rivederci” detto con lo stesso entusiasmo di chi consegna il braccialetto all inclusive – io son quella che guarda e pensa di non appartenere a questo mondo. Non è disprezzo per chi lo fa: anzi, ammiro la costanza di chi ogni anno rimette in scena lo stesso copione con la stessa convinzione (almeno recitata). È che io, semplicemente, non riesco a starci dentro. Mi sembra sempre di recitare una parte che non mi appartiene, e recitare male è peggio che non recitare affatto.

Il check-in che non faccio

Niente palla che rimbalza, niente “qual è il tuo animale preferito e perché ti rappresenta”, niente nemmeno il “bentornati” solenne detto in cerchio. Il mio primo giorno comincia con il registro e il primo argomento in programma, esattamente come qualunque altro giorno dell’anno (perché in effetti lo è). Ai miei alunni di terza-quarta-quinta interessa sapere cosa faremo, non attraversare una cerimonia di passaggio dalle vacanze alla scuola: quella, mi sono convinta, la fanno già da soli, nel weekend prima, guardando lo zaino nuovo appoggiato sulla sedia e la mamma che lancia giustificati e giustificabili improperi litigando con le fascette trasparenti per i libri come hanno chiesto le maestre.

Il senso di colpa (breve, ma c’è)

Sia chiaro: un fondo di senso di colpa lo provo. Ogni tanto mi affaccio mentalmente al dubbio se non stia togliendo ai bambini un momento di transizione dolce tra le vacanze e i quaderni. Poi però ricordo quegli sguardi perplessi di cui parlavo all’inizio — bimbi che fissano maestre entusiaste di qualcosa che capiscono solo loro — e il senso di colpa si ridimensiona parecchio. Forse la transizione dolce, per certi bambini, è proprio non dover far finta di divertirsi con un gioco di conoscenza il quarto anno di fila con gli stessi compagni di classe che conoscono a memoria, altri non hanno voglia di sentire le vacanze altrui (d’altronde questo capita pure a noi adulti).

Il vantaggio insospettabile

C’è un lato pratico, in tutto questo, che scopro solo scrivendone: mentre le classi accanto sono ancora al terzo giorno di attività sui sentimenti dell’estate, io sono già a buon punto di un argomento vero. Non so se questo mi renda una maestra migliore o solo una maestra con meno pazienza per i rituali — probabilmente la seconda, spacciata per la prima nei momenti di autostima più generosa.

E allora?

Non ho una morale da elargire, non ho un’attività alternativa da consigliarvi al posto dell’accoglienza, e non sto nemmeno suggerendo che sia la scelta giusta — è solo la mia, con tutte le imperfezioni e i sensi di colpa intermittenti che porta con sé.

Ogni settembre il villaggio vacanze riapre nelle aule accanto alla mia, con le animatrici più o meno convinte del mestiere. Io, dalla mia, resto quella alla reception che timbra il cartellino e dice col sorriso (talvolta recitato): “buongiorno, si comincia.”

A questo punto non mi resta che darvi appuntamento al prossimo articolo.

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

L’ora di potenziamento (ovvero: il tappabuchi)

Nella mia scuola ci sono le ore di potenziamento usate come tappabuchi.

In teoria, servono a potenziare. Qualcosa. I bambini, presumibilmente. In pratica, grazie a un comma dell’art. 1 della Legge 107/2015 — la cosiddetta Buona Scuola, che di buono ha avuto soprattutto il nome — quelle ore diventano un sistema elegante per coprire le assenze senza disturbare il supplente. Sei un’insegnante in più? Ottimo. Sei un tappabuchi con la laurea.

Così un venerdì pomeriggio mi ritrovo in una quinta.

Non una quinta qualunque. Una quinta dalla fama consolidata, tramandata nei corridoi con quel misto di terrore e rassegnazione con cui si parla di certi fenomeni naturali — la mareggiata, il maestrale, quella classe lì. C’è chi li ha definiti animali — cosa che trovo biologicamente imprecisa, visto che tecnicamente lo siamo tutti, ma capisco il senso. C’è chi li descrive come mai evoluti, creature regredite allo stadio primordiale con organismi monocellulari al posto del cervello. C’è chi li guarda con terrore. C’è chi li vive ogni giorno e mi dice “è come parlare a un muro di gomma” — e non lo dice con affetto.

Io, di solito, il venerdì pomeriggio non ci sono. Vedo questi bambini di sfuggita, come si vede un temporale dal finestrino del treno: sai che esiste, sai che è brutto, ma non ti riguarda direttamente.

Le mie classi sono le seconde.

Con le seconde il massimo del dramma è Giorgino che ha detto una parolaccia — parolaccia che naturalmente nessuno ha sentito ma tutti si sono voltati a segnalare — e Mohamed che è offeso perché tocca mangiare le polpette di carne invece della pizza. Mohamed, hai tutta la mia comprensione. Anch’io preferisco la pizza.

Ho anche un misterioso terrore collettivo di non essere serviti per primi, di origine ignota, su cui prima o poi aprirò un’indagine antropologica.

Ma venerdì c’era la quinta.

Sono entrata con la rassegnazione di chi sa che andrà male ma spera nel miracolo. Per due ore e mezza è andata. Non benissimo, ma è andata. Hanno fatto i compiti. Qualcuno li ha anche fatti bene. Ho tenuto duro. Ho sorriso. Ho risposto alle domande fuori tema con la pazienza di chi ha già consumato le riserve ma non lo dà a vedere.

Poi è arrivata l’uscita.

Già mi vedevo fuori, libera, a riconsegnare ognuno al rispettivo genitore con un sorriso che significava affari vostri adesso. Stavamo scendendo le scale quando sento un rumore — quel tipo di rumore che si riconosce istintivamente, anche se non lo si è mai sentito prima — e l’insegnante di sostegno, un omone ben piantato con il doppio lavoro di psicoterapeuta (e si capisce il perché), dice ad alta voce:

“William, no.”

Mi volto.

Willy — lo chiamo così, di fantasia, per ovvie ragioni — è un bambinone più alto di me, ben piantato, con qualche problemino cognitivo e, evidentemente, con una soglia di tolleranza che quel pomeriggio era già stata ampiamente superata. Stava mettendo le mani addosso ad Abdul. Abdul, altrettanto alto, altrettanto ben piantato, e — bisogna dirlo — oggettivamente più stronzo, visto che era lui ad averlo stuzzicato.

Mi sono tuffata.

Non in senso figurato. Proprio fisicamente, con la borsa ancora a tracolla e la lucidità di chi ha già visto i titoli dei giornali del giorno dopo: “Maestra assente durante rissa tra alunni”, “Bambino ferito a scuola: dov’era la docente?”. I media non perdonano. La gente non capisce. E quindi: si ferma Willy.

Cosa non semplice.

L’adrenalina aumenta la forza — questo lo sapevo in teoria, adesso lo so in pratica con tutto il corpo. Lo zaino sulle spalle del bambino rende qualsiasi tentativo di contenimento un esercizio di geometria impossibile. E io, nel frattempo, ero su una scala, con la prospettiva nel migliore dei casi di una morte rapida, nel peggiore della tetraplegia.

Capivo Willy. Lo capivo profondamente. Abdul aveva passato due ore e mezza a testare sistematicamente ogni limite disponibile, e l’istinto darwiniano — lasciar fare, vedere cosa succede, fidarsi della selezione naturale — era lì, presente, comprensibile. Ma non era un’opzione.

Quindi: contenere, non cadere, non morire.

E poi — e questo è il momento in cui non sai bene da dove arriva — qualcosa si attiva. L’istinto da maestra, forse. O qualcosa di più vecchio, più mio. O anni di film e serie con ambientazione psichiatrica, studi di psicologia, cose lette e cose vissute che non sapevi di aver immagazzinato fino al momento in cui servono. Ho iniziato a farlo respirare. Prima con la forza — spalle al muro, lo so, è brutto, è bruttissimo, e mentre lo fai lo sai già che è brutto — poi con la voce, piano, con una calma che non avevo ma che dovevo sembrare di avere.

Perché i bambini ti guardano.

Tutti. Anche quelli che fino a tre minuti prima sembravano incapaci di prestare attenzione a qualsiasi cosa. Ti guardano e aspettano di capire se l’adulto regge o no. Se il mondo è ancora gestibile o no. E tu, adulto, devi essere quello che mantiene il controllo — anche quando vorresti solo posare la borsa, sederti sul gradino e aspettare che arrivi qualcun altro a gestire la situazione.

Non arriva mai qualcun altro.

Willy si è calmato.

Ha pianto. E poi mi ha dato la sua manona — grande, pesante, quella stessa mano di prima — e si è fatto condurre fino all’atrio. Io cercavo di non tremare mentre gli chiedevo come stava. Lui rispondeva. Eravamo tutti e due, credo, abbastanza stupiti di essere ancora interi.

Abdul era offesissimo. Si sentiva parte lesa — in parte lo era, in parte aveva seminato quello che stava per raccogliere — e io, lo ammetto, non gli ho nemmeno chiesto come stava. Ora che ci ripenso, avrei dovuto. Sul momento avevo ancora troppo presente come aveva trascorso le due ore precedenti.

Nel mezzo c’era anche una bambina che mi ha abbracciata sulle scale dicendo che si era spaventata tantissimo. L’ho consolata. Ho detto le cose giuste. Non so come.

Poi sono tornata a casa tremando come una foglia.

E mentre tornavo verso qualcosa di normale mi è venuta una domanda sola: le persone sanno che facciamo anche questo?

Non è da contratto. Non c’è una voce, da nessuna parte, che preveda di tenere fermo un bambino in crisi su una scala cercando di non cadere e di sembrare calmi mentre non lo si è per niente. Non c’è un’ora di potenziamento che copra questa cosa. Non c’è un comma.

Lo si fa perché i bambini guardano. E quando guardano, hanno bisogno di vedere un adulto che agisce quando c’è da agire, e che mantiene la calma quando la calma non c’è.

Anche quando quell’adulto, appena voltato l’angolo, trema come una foglia.

Ci sono giorni in cui torniamo a casa zoppicando. Con uno strappo muscolare. Con un tremore che non passa subito. Senza che nessuno lo sappia, senza che nessuno lo veda.

Poi leggi certi titoli. “E la scuola dov’è?”

La scuola c’è.

Solo che nessuno lo vede. E nessuno lo sa.

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QUATTRO ARGOMENTI E UNA BIC CHE NON DIMENTICHERÒ MAI

Venerdì. Tecnologia. Avendo arte e tecnologia e un’ora a settimana per coascuna, faccio le cose seriamente: alterno due ore di arte una settimana e due ore di tecnologia l’altra, invece dell’oretta settimanale dove non combini nulla (ci vuole mezz’ora già solo per preparare materiale e bambini per dipingere qualcosa). Questa era settimana tecnologia.

Piccolo dettaglio: esco da un’assemblea sindacale dove abbiamo discusso del nulla per due ore (altra storia, altro post, altra rabbia), e mi accorgo che la lezione di coding che avevo in testa non si è trasformata magicamente in materiale e quindi, offesa, si è allontanata dalla memoria. Non preparata (non che prepari sempre le lezioni, ma questa volta avrei preferito farlo).

Vabbè, mi dico, per una volta uso il libro di testo. La flessibilità è il primo requisito di ogni docente dall’infanzia alla secondaria di secondo grado e così, piena di ottimismo apro il libro di testo di Scienze e Tecnologia, mi reco dritta alla sezione “tecnologia” e…

1- TECNOLOGIA A SCUOLA: la PENNA BIRO (e guardo la LIM)

2- TECNOLOGIA E OGGETTI: la BICICLETTA

3- TECNOLOGIA E ANIMALI: Lettiera ipertecnologica (ammetto, l’ho vista solo su The Sims 4)

4- TECNOLOGIA E PIANTE: agricoltura e tecnologia

5- TECNOLOGIA E MATERIALI: tessuti idrorepellenti

Cinque argomenti per un anno scolastico

CINQUE.

Non vi dico cosa avrei voluto fare con quella bic agli autori del libro, perché il Ministro ha la tendenza a generalizzare e a punire tutta la categoria per la mancanza vera o presunta di un singolo.

Chiudo il libro. Apro YouTube. Cerco “produzione industriale Nutella”, un po’ Willy Wonka, un po’ bambina curiosa io per prima.

Dieci minuti di video che mostrano TUTTO: nocciole raccolte, cacao lavorato, zucchero, latte in polvere, la miscelazione, i macchinari giganti, il controllo qualità, riempimento dei vasetti prodotti con vetro riciclato, i robot che impacchettano.

Glielo faccio vedere. “Adesso scriviamo tutti i passaggi e fate un disegno della catena di produzione.”

Silenzio tombale. Occhi incollati allo schermo e la richiesta che è musica per le mie orecchie: “maestra ce lo fai rivedere ancora una volta?” che poi diventano tre o quattro. Alla fine della lezione sapevano cos’è una filiera produttiva, avevano capito la differenza tra materia prima e prodotto finito, avevano trascritto processi complessi e li avevano rappresentati graficamente.

Ma secondo il libro, dovevo spiegargli come è fatta una bic.

Sapete qual è il vero problema secondo me?

Abbassando i livelli per raggiungere anche i meno capaci, stiamo sacrificando i mediocri. Quelli bravi ce la faranno comunque.

I bravi hanno genitori che li seguono e gli comprano libri veri, nonni che gli insegnano a fare l’orto. Quelli arrivano lo stesso. Sempre.

I meno capaci… boh, forse con “come è fatta una bic” li raggiungiamo davvero. O forse abbiamo solo deciso che la sufficienza è sapere che la bic ha la punta e l’inchiostro dentro. Chiamiamola inclusione e dormiamo tutti meglio.

Ma i mediocri? Quella marea di bambini che potrebbero tranquillamente capire come funziona una catena di produzione industriale se solo qualcuno glielo spiegasse?

Quelli li stiamo ammazzando di noia e banalità.

Li stiamo crescendo con l’idea che vada bene così. Che tanto basta poco. Che è tutto facile, tutto semplificato, tutto già masticato e sputato.

E quando vedo che rispondono, spingo ancora di più, perché li ho visti durante quel video. Erano AFFASCINATI. Non annoiati, non persi, non in difficoltà: erano catturati da ogni singola spiegazione e uno di loro mi ha pure detto “maestra questo lo aveva spiegato anche Willy Wonka” riguardo il cacao forse…o le nocciole.

Con il mio solito modo un poco sornione ho risposto “finché non mi scrivi che gli scoiattoli selezionano le nocciole va tutto bene”. Risata generale.

I libri sono sempre di più, sempre più grossi. Sempre più patinati. Sempre più pieni di box colorati, alcuni con fumetti, QR code che non funzionano mai, attività “creative” dove devi incollare una figurina ma spiegati male e dove un contenuto viene diluito come un farmaco omeopatico.

E sempre più VUOTI.

Sempre più inutili.

Sempre più insulti all’intelligenza di chi li deve usare.

Quattro argomenti. Una bic.

Questa è la tecnologia che vogliamo insegnare?

Io intanto continuo con la Nutella. Almeno loro imparano qualcosa.

E il libro può continuare a prendere polvere nello scaffale, accanto agli altri centinaia di euro di carta patinata che servono solo a far felici le case editrici, ma tanto ricordiamo che sono soldi dei contribuenti visto che alle primarie c’è la cedola che ne permette l’acquisizione gratuita.

Al prossimo spreco

la vostra

Maestra Imperfetta

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Einstein non avrebbe passato il tirocinio

C’è una cosa che mi ha sempre fatto riflettere, e me la sono tenuta dentro per anni perché suonava quasi come una bestemmia: Albert Einstein, il genio dei geni, probabilmente sarebbe stato bocciato a un corso di metodologia didattica.
Non lo dico io. Lo dice la storia, con quella sua elegante crudeltà.


Einstein era un genio assoluto. Un uomo che ha riscritto la nostra comprensione dello spazio e del tempo mentre lavorava in un ufficio brevetti. Eppure i suoi studenti — anche i più brillanti — annaspavano. Le sue lezioni erano una selva oscura dove il dantesco nel mezzo del cammin era sostituito da un’equazione incomprensibile scritta sulla lavagna senza preamboli né pietà.
Poi c’è Richard Feynman. Meno mainstream — non ha fatto la foto con la linguaccia, non è diventato un meme — eppure le sue lezioni erano eventi. La gente si sedeva per terra, si appendeva agli stipiti delle porte. Einstein stesso, si racconta, andò ad ascoltarlo e capì, probabilmente per la prima volta, cosa significasse davvero insegnare.


Feynman avrebbe saputo spiegare la meccanica quantistica a un sasso. Non è un’iperbole: è una vocazione.
E allora eccola, la domanda scomoda che mi faccio ogni volta che entro in classe: le competenze bastano?


La risposta, dopo anni di parallelogrammi disegnati a mano libera e bambini convinti che il righello sia uno strumento di tortura medievale, è no. Non bastano. Non bastano nemmeno lontanamente.
Puoi essere il più brillante esperto del tuo campo — fisica teorica, letteratura comparata, o anche solo le tabelline — ma se non riesci a coinvolgere, se non crei un clima in cui sbagliare non è una catastrofe e capire è un piacere, tutte quelle conoscenze restano lì, chiuse in un cassetto di cui nessuno ha la chiave.
Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, e con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni se la cavano con molto meno.


Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni, nella loro ingenuità, le vedevano solo in colonna. E in colonna, tutto sommato, non succede molto: la sottrazione almeno ha il dramma del prestito, quei numeretti piccoli sopra che testimoniano un debito. L’addizione invece va liscia, senza intoppi, senza prestiti, senza storia. Pezzente, ha sentenziato qualcuno in seconda fila, con la serietà di chi ha appena detto una cosa profonda.

E da lì è venuto tutto da solo: la botola che si apre sotto il numeretto nelle moltiplicazioni con due cifre al moltiplicatore (il numero cade, mica può volare), l’ascensore che porta giù il numero nella divisione (non volevamo si facesse male), la virgola che saltella a seconda degli zeri al denominatore come se stesse ballando una tarantella.
Stavano facendo matematica. Ridendo. Costruendo connessioni. Ricordando

Ne ho parlato con il mio compagno, ricercatore di fisica. Lui ascolta i miei racconti con quella curiosità un po’ straniata di chi ha dedicato la vita alla stessa materia e la riconosce a malapena. Mi dice che creo engagement — parola sua, non mia — attraverso la narrazione, che trova genuinamente divertente questa matematica con una sua personalità: i numeri che si prestano, le operazioni che saltano, le figure geometriche che fanno famiglia. Una volta mi ha detto: “Per questo mi piace sentire come altri insegnano la mia stessa materia. È sempre interessante.”


Quella frase mi ha colpita. Non perché venga dal mio compagno — che è affettuoso quanto basta e critico quanto serve, forse anche di più — ma perché viene da uno specialista. Da qualcuno che della matematica conosce gli strati più profondi e che tuttavia si ferma, incuriosito, davanti a un approccio che deve fare i conti con lo stadio di sviluppo cognitivo di un bambino di sette anni e con la priorità assoluta di non far venire paura. Due vincoli che la ricerca pura non si pone mai.


Ecco il punto: la narrazione non è un orpello pedagogico da esibire ai colloqui con i genitori. È il meccanismo con cui il cervello umano — di qualsiasi età — fissa le cose. Lo sapevano i Greci con i miti, lo sapeva Esopo con le favole, lo sapeva Feynman con i suoi esempi assurdi e meravigliosi.
Einstein era un genio. Ma Feynman sapeva insegnare.

Io non sono né l’uno né l’altro. Sono una maestra che ci prova. Con una cassetta degli attrezzi composta da una narrativa rattoppata, un repertorio di metafore discutibili e la vaga sensazione, alla fine di ogni lezione, di aver imparato molto più di quanto abbia insegnato.

Al prossimo articolo

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Insegnare Matematica: La Meraviglia del Pensiero Diverso

Allora, ricapitoliamo. Io, docente di primaria convinta che “possiamo insegnare tutto, compresa la matematica” (cit. me stessa davanti alla Dirigente, con tanto di sussiego da chi ha studiato e sa come stanno le cose), mi ritrovo a spiegare le frazioni di un numero. Un lunedì qualsiasi. Frazione di un numero, roba che abbiamo fatto mille volte, già spiegato, rispiegato, esercitato.

Perché sì, sulla carta è così: un docente di primaria può insegnare tutto. Anche se poi, col tempo, ci sono colleghe che si “specializzano”, che prediligono italiano o matematica e finiscono per insegnare sempre quella. Le capisco pure: quando una materia ti piace, è normale.

Che a me potesse piacere la matematica, però? Mai lo avrei detto. Mai lo avrei pensato quando da bambina odiavo le divisioni in colonna.

Eppure.

Quello che mi piace davvero è scoprire. Meravigliarmi di me stessa attraverso loro: i bambini.

8/16 di 96.

Esercizi in classe, correggiamo insieme. Chiedo il procedimento alla bambina. “96 diviso 16, maestra.” Perfetto. Le chiedo come lo ha fatto. E parte la spiegazione della procedura che le hanno insegnato, quella che la fa sentire più tranquilla: “Prima ho fatto 16 per 5, viene 80, ma è troppo poco per arrivare a 96, allora ho fatto 16 per 6.”

Bene. Ottimo. Funziona.

Poi interviene lui.

Emozionatissimo. Concitato. Che prova a spiegarmi come ha ottenuto il risultato facendo diversamente. Si mangia le parole, piccino. Gli chiedo di ripetere. Niente, continua a mangiarsi le parole dall’emozione.

Una compagna – benedetta lei – sollecita: “Maestra ti traduco io dal bambinese.”

E traduce: “Ha fatto 16 per 5, che fa 80, e poi ha aggiunto 16 invece di fare 16 per 6.”

Ecco, fermati qui.

Perché io dico sempre ai miei bambini che quello che conta è arrivare al risultato. Poi ci sono modi veloci e modi meno veloci, a loro la scelta. Non sono contraria alla creatività, al pensiero divergente. Anzi.

Ma se mi sono meravigliata – candidamente, sinceramente meravigliata – non è perché quello che ha fatto è sbagliato o strano.

È perché non lo vedo comune.

E questa, amici miei, è la scoperta a cui non sapevo di andare incontro.

Quel bambino di 9 anni ha utilizzato la procedura per la divisione con due cifre al divisore, sì. Ma ragionando sul fatto che la moltiplicazione è solo un’addizione che si ripete. Ha connesso. Ha pensato. Ha trovato una sua strada.

In un semplice esercizietto di cinque minuti mi ha mostrato l’acquisizione di competenze che – e qui casca l’asino – non tutti hanno.

Ora, per noi adulti magari è una sciocchezza. O almeno presumo, anche se non ne sono del tutto sicura. Ma il punto non è se è banale o geniale.

Il punto è: perché così pochi bambini lo fanno?

Se io dico loro che le strade possono essere diverse, lunghe o corte non importa, se dico che possono scegliere… perché poi la stragrande maggioranza segue il procedimento standard, quello rassicurante, quello che “si fa così”?

E qui viene il bello. O il brutto, dipende da come la vogliamo vedere.

Perché forse – forse – il problema non è che noi docenti soffocheremmo la creatività. Magari la incoraggiamo pure, a parole. Magari diciamo davvero “va bene qualsiasi strada, basta arrivare al risultato”.

Ma poi?

Poi correggendo venti, venticinque, trenta esercizi devi essere veloce. E quando vedi il procedimento standard riconosci subito se è giusto o sbagliato. Quando vedi una strada diversa devi fermarti, ragionare, capire il filo logico. Richiede tempo. Attenzione. Energia.

E quante volte ce l’abbiamo, davvero?

O forse – ed è ancora peggio – è che i bambini imparano presto cosa ci si aspetta da loro. Non da me, magari. Non dalle mie parole. Ma dalla scuola, dal sistema, dall’aria che si respira.

Imparano che esiste una Risposta Giusta e un Modo Giusto. Che l’importante è fare come fanno tutti. Che la creatività va bene nelle ore di arte, ma in matematica… beh, in matematica c’è il procedimento.

E così smettono di cercare strade diverse. Smettono di emozionarsi per una scoperta. Smettono di mangiarsi le parole per l’entusiasmo di aver capito qualcosa a modo loro.

Imparano a sentirsi più tranquilli quando fanno “come si deve fare”.

Ecco perché mi sono meravigliata. Non perché quel bambino abbia fatto qualcosa di eccezionale.

Ma perché quel qualcosa dovrebbe essere la norma, e invece è l’eccezione.

Pensiero divergente, lo chiamano. Competenza. Capacità di problem solving. Tutte cose bellissime che mettiamo nelle programmazioni, nelle competenze europee, negli obiettivi didattici.

E poi, quando un bambino di 9 anni lo fa davvero – usa il pensiero, connette concetti, trova una sua strada – io rimango lì, sinceramente stupita.

Come se fosse un miracolo.

Allora mi chiedo – e vi chiedo, senza darvi risposta perché non ce l’ho – ma se il pensiero divergente non è comune…

Di chi è la colpa? Nostra? Del sistema? Della società che vuole risposte rapide e procedure standardizzate? Dei programmi troppo pieni? Del fatto che siamo stanchi, sommersi, con classi troppo numerose?

O forse – e questa è la domanda che fa più male – è dei bambini stessi, che a 9 anni hanno già imparato che è meglio stare sicuri, fare come tutti, non rischiare di sbagliare provando una strada diversa?

Non lo so.

So solo che quel bambino che si mangiava le parole dall’emozione mi ha fatto capire una cosa: posso insegnare matematica, sì. Ma quello che davvero conta – il pensare, il cercare, il meravigliarsi – forse non glielo sto insegnando abbastanza.

O forse glielo sto insegnando. Ma qualcos’altro glielo sta spegnendo.

Da allora i compagni hanno deciso che quel sistema andava meglio e che la matematica è creativa, qualcosa li ha sbloccati, a volte basta solo uno che abbia il candore di dire “ma io ho fatto così e il risultato è lo stesso”.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Non sapevo a quali scoperte sarei andata incontro, quando dissi che potevo insegnare tutto, compresa la matematica. La scoperta è questa: non è difficile insegnare il procedimento. È difficilissimo far sì che qualcuno abbia ancora il coraggio – e la voglia – di cercarne uno tutto suo.

E quando succede, ci meravigliamo. Come se fosse raro.

Perché lo è.

Pubblicato in: diario di una maestra

Quando il Righello Diventa il Nemico: Cronache di una Battaglia Geometrica

C’è un momento, nella carriera di ogni insegnante di matematica, in cui ti rendi conto che il vero nemico non è la geometria. Non sono i parallelogrammi, non è il teorema di Pitagora, non è nemmeno la temibile divisione a due cifre.
Il vero nemico è un innocuo strumento di plastica lungo trenta centimetri: il righello.


Tutto procede magnificamente. La lezione sui parallelogrammi viaggia che è una meraviglia: spieghi, fai esempi, sfoderi Canva con quella sicurezza di chi sa che le funzioni pro sono gratuite per i docenti (benedetti siano). La classe è attenta, partecipe. Qualche piccolo intoppo qua e là, niente che non si risolva con i nostri ripassi in rosso e verde di lati paralleli, con schemi e diagrammi che farebbero invidia a un manuale di ingegneria.
E poi arriva lui. L’ostacolo. Il sassolino nella scarpa dell’insegnante perfettamente preparato.
Il righello.


Ecco il paradosso che mi tormenta: alcuni bambini userebbero il righello pure per fare pipì bella dritta (e scusate la crudezza, ma rende l’idea), mentre altri – gli stessi che devono disegnare figure geometriche – lo evitano come se scottasse. Anche quando è letteralmente, espressamente, categoricamente, indiscutibilmente obbligatorio.
Le ho provate davvero tutte. O almeno credo.


Tentativo 1: La Fata Madrina


Sorriso bonario, atteggiamento fata madrina, tutta uccellini cinguettanti e voce flautata: “Bambini, ricordiamoci del nostro amico righello, vero? Ci aiuta a fare righe bellissime!”


Risultato: Ignorata olimpicamente.

Tentativo 2: La Spiegazione Razionale
Approccio calibrato sulle loro capacità cognitive (di cui, a volte, ammetto di dubitare): “Ragazzi, capiamo insieme perché il righello è necessario. Si usa per tirare righe dritte e per misurare. Quindi in geometria va usato sempre. SEMPRE.”


Risultato: Annuiscono convinti. Poi prendono in mano la matita e tracciano linee che sembrano elettrocardiogrammi durante un terremoto.


Tentativo 3 L’Imperativo Categorico


Voce ferma, sguardo severo, imperativo categorico: “In geometria la precisione è TUTTO. Chi non usa il righello vedrà abbassarsi i giudizi.”


Risultato: Qualche sussulto di paura, poi tutto come prima.

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.