Ci sono situazioni nella scuola italiana che molti non conoscono e non capiscono e, come certe persone dicono “tu non hai figli, non puoi capire”, a me a volte verrebbe da dire “tu non sei docente, non puoi capire”.
Basta un attimo, un collaboratore scolastico che non ha voglia di far qualcosa parandosi dietro “eh non è di mia competenza”, un collega che scansa il problema grosso preferendo quello gestibile con un “ah ma io ho questo da seguire” e la collega di sostegno che magari, giustamente, deve andare in bagno e la copri, ed ecco che il danno è fatto. Spesso non è questione di “se” ma di “quando” e così una docente si ritrova col braccio al collo, un’altra si ritrova a casa con il fondoschiena rotto e altri docenti con un piede, un dito schiacciato, gli occhiali rotti o zoppicante. Non vogliatemene ma oggi parlo di incidenti sul lavoro!
Quando si pensa agli incidenti sul lavoro vengono in mente cose ben più tragiche, dagli esiti spesso fatali purtroppo, che prevedono l’uso di sostanze tossiche o macchinari industriali, ma non è sempre così. Lontani anni luce dal fare una classifica dell’importanza e della gravità, sarebbe discutibile ed indecorosa oltre che irrispettosa, io posso parlare di quello che è accaduto e accade a scuola. Gli incidenti a scuola avvengono eccome, pochi per fortuna finiscono nelle cronache nere, così pochi che si pensa non succeda mai nulla tra quelle mura da caserma, eppure…avvengono!
Quello che sto per dire di certo potrà essere soggetto a critiche ma è un dato di fatto purtroppo e non un’accusa. Molti di questi incidenti in cui ci vanno di mezzo i docenti sono dovuti a bambini con quadri psichiatrici complessi spesso non coadiuvati da un supporto e intervento della famiglia. Brutto vero? Eppure è così! In nome di un’inclusione, sacrosanta per carità, spesso un docente si ritrova pieno di lividi, con qualche osso rotto o con un bel bernoccolo nel più lieve dei casi, altrimenti con il calco dei denti del pargolo su qualche arto. Qui il mondo scolastico, ed anche il mio piccolo universo interno, si divide tra chi continua a sostenere l’inclusione ma colpevolizza le famiglie e chi invece condanna l’inclusione e non ne può più. Questa scissione genera inevitabilmente conflitti e arroccamenti ideologici che chiudono le porte a qualsiasi ragionamento mirato alla ricerca di un compromesso.
Ammetto che è difficile trattare un argomento così complesso senza rischiare di ferire l’una o l’altra parte quindi provo a chiarire un primo punto. Io mi metto nei panni di queste famiglie con bambini così complessi e non oso immaginare cosa significa vivere con queste difficoltà. Tempo addietro mi fu raccontato da una madre che un neuropsichiatra disse “Signora, il linguaggio è importante, non dica che suo figlio ha un problema, suo figlio ha una difficoltà e noi la aiutiamo a superarla”. Ci sono bambini con difficoltà psichiatriche gestibili con un poco di aiuto farmacologico e la collaborazione con la scuola, sempre ricordando che un docente ha anche altri bambini e quindi sarà sempre nei limiti del fattibile.
Farmaci: i farmaci in casi gravi, su un bambino, presumo richiedano tempo per la calibratura. Per quanto tu possa rivolgerti a luminari, specialisti pediatrici etc, si devono sempre fare i conti con la reazione del corpo, la crescita continua che richiede una continua revisione del dosaggio e via dicendo. Non è facile.
Difficoltà: la difficoltà speficica ed il quadro in cui questa si inserisce. Ci sono bambini con difficoltà che comunque riescono ad avere una vita perfettamente normale, altri le cui difficoltà si inseriscono in un quadro più complesso in cui sono presenti disabilità e/o patologie che rendono difficile anche la somministrazione stessa del farmaco. Non sempre la famiglia viene aiutata, a volte perché rifiuta di vedere l’elefante nella stanza, altre volte perché viene abbandonata dal sistema. A volte perché non sa che iter deve fare e nessuno lo sa dire, altre perché l’iter è così lungo e non ci sono soldi per rivolgersi a privati (e comunque il certificato non viene dato da privati). Ricordiamoci che quando c’è una difficoltà in un bambino, tale difficoltà è di tutta la famiglia.
Famiglia: all’università, tempo addietro oramai, sostenni l’esame di “psicologia dell’handicap” (si chiamava ancora così) e ricordo ancora quelle poche righe in cui vi era scritto che quando in una famiglia nasce un bambino con una qualche disabilità, la famiglia vive questo evento come un lutto con tutte le conseguenze psicologiche di una vera e propria dipartita. Quella frase mi ha colpita così tanto che, oltre ad avermi fatto guadagnare un bel voto sul libretto, mi ha accompagnata per decenni, e ancora adesso non la dimentico. Questo lutto può verificarsi in realtà a fronte di qualsiasi problematica, risolvibile o meno. Le reazioni possono essere molteplici, dal rifiuto all’egoismo del dolore, dove la famiglia sembra quasi pretendere che tutti i lavoratori nelle istituzioni abbiano attenzioni unicamente sul proprio figlio.
Sistema: si parla del sistema, io mi riferisco all’interpretazione del termine inclusione, alle norme, alle posizioni ideologiche che prendono taluni dirigenti a riguardo scaricando, più o meno consapevolmente, tutto il grosso del difficilissimo lavoro quotidiano su docenti e alunni.
Alunni: per alunni intendo tutti i compagni di classe del bambino “difficile” in questione. Non mi piace usare il termine normale perché di normale oramai non vedo proprio nulla, ma dirò che mi riferisco ai bambini privi di difficoltà di questo genere, quindi si, includo negli “altri” alunni anche DSA e BES. Ho avuto spesso e volentieri la sensazione sgradevole che anche il dirigente più motivato e sinceramente positivista riguardo l’inclusione, perda di vista questi altri e le difficoltà richieste nell’apprendere in un ambiente dove un compagno può scattare all’improvviso malmenare uno di loro, piantargli una matita nella mano o tirargli un banco (si, è successo) senza capire perché o cosa lo abbia scatenato. Ho ascoltato tanti discorsi e persino alcuni docenti vanno predicando l’importanza dell’ambiente sereno per apprendere senza considerare la difficoltà che un alunno può riscontrare nel concentrarsi sul calcolo con un compagno con spettro autistico grave che vocalizza tutto il tempo, gira e sottrae astucci e quaderni.
Il mio pensiero a questo punto è che forse va rimodulata l’inclusione. Non ho detto cancellata, abolita o cavolate del genere, anzi…ho detto che va ripensata e rimodulata per far si che la scuola diventi un ambiente veramente inclusivo. Occorre, a mio opinabile parere, riorganizzare la scuola anche a livello normativo intervenendo più chirurgicamente possibile, ossia andando a valutare la possibilità di ripensare i tempi per garantire l’inclusività senza sacrificare quegli “altri” che meritano altrettante attenzioni e cure. Più centri POLO RES (Risorse Educative Speciali), come a Genova, nelle scuole, uno per scuola almeno, che possano seguire in un rapporto uno a uno i casi più gravi con momenti strutturati di inclusione e socializzazione nelle classi di pari non sarebbe a mio parere così sbagliato. Questi centri non sono classi “speciali”, o meglio lo sarebbero solo formalmente, ma ho vissuto personalmente i benefici di questi inserimenti in determinate ore, non tutte, della giornata scolastica e ne sono rimasta colpita al punto che mi domando perché, per queste cose veramente buone, non ci sono mai soldi e dipende sempre dalle capacità miracolistiche del Dirigente Scolastico di fare la moltiplicazione dei fondi come Cristo faceva quella dei pani e dei pesci.
Galimberti si è espresso male, su questo non posso certo negarlo, definendo le “scuole che sembrano cliniche psichiatriche”, ma, tagliando e stavolta decontestualizzando volontariamente il discorso che ha fatto, prendo questa definizione e la uso per questo articolo e questa riflessione. Ultimamente, ascoltando le colleghe di varie regioni con cui sono in contatto, posso affermare che si, le scuole stanno assumendo sempre di più le sembianze di cliniche psichiatriche ma con personale totalmente impreparato per affrontare questi problemi. E qui la colpa non è imputabile al personale, preparato per ben altra tipologia di lavoro, ma di tutta una serie di microproblemi che, unendosi come pezzi di un puzzle, vanno a comporre un’immagine decisamente avvilente di un’istituzione che è stata per secoli una delle migliori, che lo si voglia ammettere o no, e sulla carta lo potrebbe ancora essere. A modo mio sono ancora positiva nonostante tutto.
A presto la vostra
Maestra Imperfetta