Pubblicato in: diario di una maestra

La Farsa della Continuità Didattica: Cronache di Maggio in Affanno

Bentornati sul Diario di una maestra imperfetta, dove, dopo un aprile che ci ha regalato qualche giorno di tregua dal delirio scolastico tra Pasqua e Liberazione, oggi affronteremo quella meravigliosa pantomima che tutti conosciamo come “continuità didattica“. Sì, proprio quella cosa straordinaria che trasforma magicamente due incontri frettolosi in un mesetto in un “percorso strutturato di accompagnamento” per i nostri piccoli dell’infanzia.

Ma partiamo dall’inizio. È fine aprile, siamo tutti esausti, le maestre della primaria hanno quello sguardo vitreo di chi ha già mentalmente iniziato le vacanze ma ancora non si vedono e forse non si vedranno viste le spese impreviste, quando una Domenica la Funzione Strumentale per la continuità ti manda whatsapp ricordando che domani c’è l’incontro con i bambini dell’infanzia. Stendo veli pietosi sul messaggio la Domenica che, a essere onesti, se da un lato rompe la mia sacra regola, dall’altro però è più efficace del Calendar che ho installato ma di cui non calcolo le notifiche.

Il bello della continuità è che nessuno osa chiedere perché questa “fondamentale” attività venga organizzata solo quando mancano tre settimane alla fine della scuola. Sarebbe come chiedersi perché prepariamo i lavoretti di Natale il 23 dicembre – alcune domande è meglio non porsele, non troverebbero una risposta valida per tutti (al pari delle domande esistenziali).

Nel mio, come in altri voglio sperare, caso inizia la grande opera di improvvisazione pedagogica. Apprendo che sono stati pianificati due incontri – sì, avete capito bene, DUE incontri – che dovrebbero miracolosamente preparare i bambini di 5 anni al terrificante mondo della scuola primaria. Perché, si sa, bastano 90 minuti in totale per elaborare il trauma del distacco dalla maestra dell’infanzia e prepararsi a un nuovo ambiente fatto di penne che esplodono, scarpe che tocca allacciarsi da soli e nasi che tocca soffiarsi da soli, il tutto condito di compiti difficilissimi da ingegnere della NASA come memorizzare dei numeri o delle lettere dell’alfabeto e comporre delle parole.

Il primo incontro prevede una “lezioncina dimostrativa”. I bambini dell’infanzia vengono condotti come piccoli esploratori in una classe della primaria. Le maestre sorridono con quella tensione tipica di chi sta per essere valutato, o chi pensa a quell’interrogazione che mannaggialamiseriapropriooggichenoneraassente doveva fare, mentre i piccoli guardano con terrore quei banchi allineati dove dovranno stare seduti per ore. La maestra della primaria, con un entusiasmo che neanche la vincitrice di Miss Italia, propone un’attività “super divertente” che consiste nel colorare all’interno dei margini o guardare un video di qualche personaggio che le maestre dell’infanzia ci tengono taaanto. Rivoluzionario!

I bambini dell’infanzia, abituati a rotolarsi sul tappeto e a esprimere la loro creatività con pittura a dita su qualsiasi superficie (preferibilmente i muri appena tinteggiati), guardano quella matita come se fosse uno strumento alieno.

Il secondo incontro prevede la lettura di una storia (o di un altro video). La maestra legge con voce teatrale “Il piccolo bruco mai sazio”, come se i bambini non l’avessero già sentita 47 volte all’infanzia. La novità? Devono completare una scheda sulla storia. Ecco svelato il grande mistero della primaria: le schede! Tonnellate di schede!

Alla fine di questi due illuminanti incontri, viene compilato un dettagliato “documento di continuità”, in cui si certifica che i bambini sono pronti per il passaggio. Tradotto dal burocratese: “Li abbiamo visti per un’ora e mezza in totale, sembravano vivi, quindi dovrebbero farcela”.

E i genitori? Oh, sono entusiasti! Finalmente possono raccontare agli altri genitori che il loro piccolo prodigio ha già fatto “esperienza di primaria”. Come se questi due incontri improvvisati potessero davvero rappresentare ciò che li aspetta. È un po’ come dire che hai sperimentato la vita da adulto perché una volta hai preso un caffè in piedi al bar.

Ma la verità è che la continuità, quella vera, richiederebbe mesi di preparazione, incontri regolari, una vera conoscenza reciproca tra insegnanti dei diversi ordini di scuola. Richiederebbe progettazione condivisa, obiettivi chiari, tempo dedicato. Tutte cose che, guarda caso, mancano cronicamente nel nostro sistema scolastico e non necessariamente per volontà dei docenti.

Quindi eccoci qui, a fine anno, a mettere una spunta su un’altra voce del POF, fingendo che quei due incontri rappresentino davvero un percorso di continuità. D’altronde, se c’è una cosa che la scuola italiana insegna davvero bene, è l’arte dell’improvvisazione.

Ma tranquilli, il prossimo anno faremo meglio. Lo diciamo ogni anno, cominciando da Settembre a pensare a diversi incontri che sappiamo già si ridurranno ad un paio di ospitate in classe last minute. Perché in fondo, la vera continuità della scuola italiana è proprio questa: l’eterno rimandare a domani ciò che si sarebbe dovuto fare ieri, perché c’è quel modulo arrivato oggi che andava consegnato entro ieri.

Chiaramente il mio articolo rappresenta solo una delle tantissime esperienze diversificate riguardo la continuità e non si avvicina sicuramente a molte altre realtà. Ci tengo a precisarlo perché, lungi dal voler offendere le funzioni strumentali per la continuità ed il loro difficile lavoro, il problema principale contro il quale loro e tutti noi lottiamo rimane sempre e solo uno: il tempo. E voi? Che esperienze avete sulla continuità?

Con affetto e sarcasmo la vostra

maestra imperfetta