Pubblicato in: diario di una maestra

L’infanzia dimenticata: cambiano i problemi, non la complessità

Ora di potenziamento…ho fatto supplenza all’infanzia.

Io insegno in primaria da anni. Ho una classe, un registro, un metodo. Pensavo di avere una certa resistenza al caos, una soglia del rumore tarata su standard professionali dignitosi. Pensavo, insomma, di sapere cosa fosse lavorare con i bambini.

Ho rivalutato tutto nei primi dieci minuti.

Ventiquattro bambini tra i tre e i cinque anni. Uno solo adulto. Io.

Mi ero convinta, nel tragitto verso la scuola, che sarebbero stati carini e coccolosi, che sarebbe stato fattibile. Lo erano, ma erano anche ventiquattro, simultaneamente bisognosi di me per cose diverse e tutte ugualmente urgenti — le scarpe, il naso, il pianto, il litigio, il disegno, il bagno, la giacca, il succo, il mistero cosmico di cosa avesse fatto la tal bambina alla tal altra bambina tre giorni prima e che andava assolutamente risolto adesso. Senza competenze specifiche, senza la minima idea di come funzionasse quel mondo, ho passato un’ora a gestire una complessità per cui, onestamente, ammetto: non ero attrezzata.

E ho avuto conferma di una cosa che già percepivo.

La complessità non diminuisce con l’età. Cambia natura.

All’infanzia è fisica, corporea, pre-verbale. I bambini non ti dicono cosa hanno bisogno — te lo chiedono con il corpo, con il pianto, con la presenza costante e totalizzante. Non puoi strutturare un’attività e aspettarti che la seguano come alle primarie (a volte nemmeno alle primarie lo fanno). Non puoi spiegare le regole e aspettarti che le abbiano interiorizzate (si, nemmeno alle primarie in cinque anni in taluni casi). Sei tu il contenitore — di emozioni, di bisogni, di energia — e devi esserlo per tutti contemporaneamente.

In primaria la complessità cambia registro — e qui, lo ammetto, mi muovo su un terreno che conosco meglio. I bambini stanno imparando ad essere alunni, il che significa che stai lavorando su due livelli insieme: i contenuti e il metodo. Stai insegnando a leggere e contemporaneamente stai insegnando cosa significa stare in una classe, ascoltare, aspettare il proprio turno, gestire la frustrazione di non capire subito. Le attività sono strutturate, i bisogni sono più verbali, la negoziazione emotiva è continua — ma almeno so come si fa.

Alle secondarie cambia ancora. La complessità diventa identitaria, a tratti negoziale. Hai davanti persone che stanno costruendo se stesse e che spesso lo fanno in opposizione — all’adulto, alla regola, all’istituzione. Richiede un altro tipo di pazienza, un altro tipo di competenza.

Tre ordini. Tre tipi di complessità incomparabili tra loro. Nessuna “meno” delle altre.

Eppure.

C’è un’idea dura a morire — nella società, nel sistema, a volte persino tra noi insegnanti — che con i bambini piccoli basti volergli bene. Che l’infanzia sia il gradino più basso della scala, quello dove si mettono i meno attrezzati in attesa di una collocazione migliore, quello che si copre con una supplenza dell’ultimo minuto perché in fondo chiunque può farcela.

Io ieri non ce la facevo.

E non perché fossi incapace in assoluto, ma perché non avevo le competenze specifiche che quella classe richiedeva. Competenze che le mie colleghe dell’infanzia hanno costruito in anni di formazione e pratica, e che il sistema scolastico italiano tratta come intercambiabili con qualsiasi altra cosa — mandando in supplenza chiunque capiti, come se insegnare a un bambino di quattro anni e insegnare a uno di otto fossero la stessa cosa con qualche anno di differenza.

Non è ingenuità. È una scelta. Costa più riconoscere le differenze in termini di formazione, di risorse, di considerazione professionale, che ignorarle.

Sono tornata nella mia classe di primaria con qualcosa di diverso. Non un rispetto nuovo — quello c’era già. Ma una comprensione più concreta, più incarnata, di cosa significhi davvero fare quel lavoro. Perché sentirsi dire che è difficile è una cosa. Trovarsi lì, da sola, con ventiquattro bambini di tre anni che ti guardano come se fossi l’unico punto fermo dell’universo, è un’altra.

Le competenze richieste all’infanzia non sono una versione semplificata di quelle della primaria. Sono competenze diverse, specifiche, costruite su una pedagogia e una pratica che non si improvvisano. E finché il sistema continuerà a trattarle come intercambiabili, continuerà a non capire — e a non voler capire — cosa sta chiedendo a quelle persone ogni giorno.

Vale la pena cominciare a rifletterci, tutti, dalle primarie in su. Perché se non iniziamo noi docenti a rivalutare e dare il giusto peso alle colleghe dell’infanzia, non possiamo nemmeno sperare che la società cambi percezione — e il governo di riflesso.

La vostra Maestra Imperfetta

Pubblicato in: Fai da te del maestro

SELFIE…for teachers

Studiando per un master cui mi sono iscritta a febbraio, mi sono imbattuta in qualche strumento per l’autoriflessione, totalmente gratuito, messo a disposizione dall’UE. Si tratta di Selfie for teachers, un questionario di domande suddivise per aree che aiuta a riflettere sulle proprie competenze, ma anche sulle proprie pratiche. Non appena fatto l’accesso mi sono trovata una schermata in cui, nella spiegazione dello strumento, mi informava che avrei dovuto rispondere ad una serie di domande per riflettere sulle tue competenze digitali nelle seguenti aree:

– Coinvolgimento professionale
– Risorse digitali
– Insegnamento e apprendimento
– Valutazione
– Valorizzazione delle potenzialità degli studenti
– Favorire lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti.

Tutte le risposte sono anonime, si può scaricare anche la relazione e questo Selfie serve a riflettere su se stessi per individuare i propri punti critici su cui lavorare (ma anche i punti forza). Il tempo previsto calcolato è di 25 minuti, ma io al solito tendo a mettercene qualcuno di più per eccesso di riflessione…o di calma…o di lentezza, a scelta.

Dopo aver compilato tutti i campi e risposto alle domande, in italiano, vi appare una relazione esaustiva basata sulle risposte date e presentata sia in forma grafica che scritta.

In primis ti presenta la risposta alla prima domanda, quella posta prima di iniziare con le altre, che riguarda la tua percezione personale delle tue competenze (con una guida che spiega ovviamente cosa contengono i livelli), nel mio caso sulla sinistra. Sulla destra invece c’è il risultato dell’analisi complessiva delle differenti risposte date.

In basso ci sono altri due grafici, uno di questi mostra le percentuali per area con relativo livello di competenze ottenuto per singola area. Funziona come i livelli EQF delle competenze linguistiche, partendo da A1 fino a C2, il più alto.

Unica pecca è che, pur chiedendo inizialmente la fascia di età per cui si lavora, alcune risposte sono molto vincolate da quello che si può e non si può fare con i bambini in classe più che dalla volontà e competenze personali, ma anche questo aiuta molto la riflessione: non possiamo o non vogliamo?

Quello che risulta interessante ed arricchente è la parte relativa ai suggerimenti per attività che si possono svolgere, dati nelle aree in cui risultiamo più “deboli”.

La restituzione del questionario è immediata, completa e sempre disponibile sia on line, sia scaricabile in pdf. Inoltre si possono creare gruppi dove vengono restituiti i risultati raccolti in dati aggregati, pertanto anonimi, il che consente una riflessione collegiale sulle criticità e iniziative formative da proporre per risolverle.

Non ho ancora provato lo strumento gruppo pertanto posso limitarmi in tal senso a quel che ho letto quale presentazione di questa possibilità sul sito stesso dell’UE.

Perché farlo?

Perché noi insegnanti dobbiamo tenerci aggiornati anche su questi strumenti dato che, con la pandemia, l’introduzione delle tecnologie nella didattica ha subito un’accelerata notevole cui non siamo riusciti a star tutti dietro (non biasimo nessuno). L’autoriflessione in tal senso non deve essere svalutante o punitiva, ma propositiva. Ho una difficoltà? Provvedo a superarla aggiornandomi.

La buona notizia è che per coloro che non masticano o non digeriscono proprio l’inglese è anche in italiano (ma anche in altre lingue se preferite).

Che dire? Vi auguro un 2023-24 pieno di bellissime esperienze con gli alunni di qualsiasi età e con i figli (per i genitori che mi leggono), sognando e costruendo assieme non tanto delle scuole, ma delle comunità educanti.

Al prossimo articolo la vostra

Maestra Imperfetta