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Primavera, blocco creativo e quella collega che capisco

Ci sono periodi dell’anno in cui scrivere diventa una fatica immane. L’inverno almeno ha la decenza di essere grigio e cupamente ispirato. La primavera invece ti tradisce: è bella, tira vento, fa venire voglia di stare fuori — e tu sei lì, davanti allo schermo, a fissare un cursore che lampeggia con la stessa ironia di un alunno che ti guarda aspettando che passi l’ora.

Quindi no, ultimamente non ho scritto molto. Gli spunti latitavano, la voglia pure, e il tempo è quella risorsa che gli insegnanti hanno in teoria (tre mesi d’estate, no?) e nella pratica non hanno mai.

Poi però succede qualcosa. Qualcuno ti racconta una storia e tu non riesci a non pensarci.

Una collega. Un bigliettino. Un insulto scritto a matita su un foglio a quadretti — probabilmente con quella grafia incerta e rotonda che hanno i bambini delle primarie, il che rende la cosa insieme tenera e agghiacciante.

La collega ha dato un’insufficienza nella materia di interrogazione di quel giorno.

Fermati. Sospendi il giudizio. Lo so cosa stai pensando, lo penso anch’io: i voti valutano le conoscenze, non il comportamento. Lo so che esiste la nota disciplinare. Lo so che probabilmente qualcuno ha già citato la normativa e si è sentito molto soddisfatto di sé.

Ma io capisco quella collega.

Non avrei fatto lo stesso, probabilmente. Ma “probabilmente” è la parola chiave — perché dopo anni di note scritte sul diario e restituite con una firma appiccicata in fretta tra la merenda e l’ora di matematica, cominci a chiederti se lo strumento disciplinare esista davvero o sia solo un gesto liturgico senza effetti pratici. La nota sul diario nelle primarie ha spesso lo stesso peso specifico di un promemoria che scrivi a te stesso e poi perdi in fondo alla borsa.

Il voto invece parla. Parla ai bambini, che capiscono il linguaggio della valutazione molto prima di capire quello delle conseguenze. Parla ai genitori, che magari per una volta alzano gli occhi dal registro elettronico invece di limitarsi a visionarlo.

È uno strumento sbagliato usato per un fine legittimo. Un cacciavite usato per piantare un chiodo — tecnicamente non funziona, però a volte il chiodo entra lo stesso.

C’è un’ultima cosa, e la dico sottovoce perché fa ridere ma fa anche piangere: per il D.Lgs. 62/2017 — il decreto attuativo della Buona Scuola che disciplina la valutazione in primaria — bocciare è tecnicamente possibile, ma deve essere un atto eccezionale, motivato, collegiale, nell’interesse del bambino. In pratica: puoi farlo, ma devi avere l’unanimità del team, una motivazione solida e probabilmente un notaio.

Il risultato è che si è creata nella percezione comune l’idea della “promozione obbligatoria” — che non è un obbligo di legge, ma è diventata una norma sociale talmente interiorizzata da fare lo stesso effetto. Il sistema non vieta le conseguenze, le rende semplicemente così faticose e rituali da scoraggiare chiunque. E poi si stupisce se qualcuno perde la testa e ricorre ai voti come ultima forma di comunicazione con la realtà.

Io non sto dicendo che la collega ha fatto bene. Sto dicendo che la capisco. E che c’è una differenza enorme tra le due cose — una differenza che a scuola si chiama comprensione del contesto, e che dovremmo insegnare ai bambini, ammesso che qualcuno ci lasci farlo ma, soprattutto, dovremmo impararla noi per primi.

E tu? Hai mai fatto una cosa “sbagliata” per le ragioni giuste? Raccontamelo nei commenti — prometto che non ti giudico. O almeno, ci provo.

Alla prossima (chissà quando)

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Fine Maggio: la luce in fondo al tunnel

A fine maggio il docente medio è stremato, così alla frutta che salterebbe il dessert e laverebbe i piatti pur di non tornare a compilare moduli da inviare entro un paio di ore (nel migliore dei casi).

Dopo una mattinata con una quinta tra animali impagliati a metà 800 e una giornata di scarpinata con le terze passando in rassegna mentalmente professioni creative alternative a questa professione, eccomi a scrivervi nonostante la stanchezza mi faccia chiudere gli occhi.

Ormai manca una settimana, poi ci saranno gli scrutini dove dovremo scegliere da menù a tendina l’opzione che più si avvicina a quella descrivente il pargolo.

E intanto mi domando: perché lo faccio? Perché continuo a scrivere su questo blog? Perché qualcuno deve testimoniare. Perché anche la stanchezza merita il suo momento di gloria, prima che venga archiviata sotto la voce “vacanze estive” come se davvero bastassero tre gelati e un paio di ciabatte per disintossicare il cervello.

A questo punto dell’anno scolastico, il docente medio ha perso:

  • la pazienza,
  • l’uso completo della memoria a breve termine,
  • ogni residua capacità di sorridere senza sembrare sotto effetto di ansiolitici.

In compenso ha guadagnato:

  • un’abilità inedita nel distinguere i suoni di un’aula infestata da 26 esseri umani (potenzialmente) in fase pre-esplosiva,
  • una certa familiarità con il linguaggio passivo-aggressivo dei gruppi WhatsApp (“Scusate, ma non era già stato detto che…?”),
  • e una tolleranza ormai patologica al nonsense burocratico: “Entro domani, compilare il modulo C/34bis per la rendicontazione delle attività integrative sul benessere emotivo del criceto scolastico.”

Nel frattempo, i colleghi si dividono in due categorie:

  1. quelli che hanno già organizzato tutto per il prossimo anno, con planning a colori e codici QR per ogni attività (li guardi come si guarda un unicorno albino),
  2. e quelli che, come me, vivono alla giornata, inseguendo le scadenze come se fossero mosche impazzite e chiedendo ogni 45 minuti: “Ma oggi è martedì o venerdì travestito da lunedì?”

E poi ci sono loro: gli studenti. Che, animati da un’energia inspiegabile e fuori da ogni legge della termodinamica, continuano a domandarti se “faremo qualcosa di divertente” fino al 10 giugno. Come se il solo fatto che io sia ancora in piedi non fosse già intrattenimento estremo.

Ma tranquilli. Resisteremo. Con le occhiaie come medaglie al valore, le scarpe impolverate dalle uscite didattiche e l’anima che sogna una stanza insonorizzata dove nessuno dica mai più “progettazione interdisciplinare”.

Siamo docenti imperfetti, ma con una resistenza degna di una maratona su sabbie mobili, e scusate se è poco.

A Giugno (ormai vicino, forza) la vostra

Maestra Imperfetta