Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Rituali Scolastici: l’Accoglienza!

io guardo dalla hall

In queste due settimane dal rientro a scuola ho avuto modo di pensare all’accoglienza, quell’attività che le colleghe si affannano ad organizzare e che finisce quasi sempre in bimbi che guardano perplessi delle maestre entusiaste di qualcosa che capiscono solo loro con quasi certezza.

Non ho un’attività dell’accoglienza da presentarvi come L’ATTIVITÀ perfetta. Non perché sia troppo umile per farlo — sono imperfetta per natura, quindi l’umiltà qui non c’entra — ma perché, diciamola tutta: io l’accoglienza non la faccio. Non nel senso che faccio una versione ridotta, più asciutta, più “me”. Nel senso letterale: non organizzo nulla. Niente cartelloni, niente giochi di conoscenza, niente cerchio sul tappeto. Quel rituale collettivo che dalla classe terza in poi mi sembra solo la brutta copia di un villaggio turistico a basso costo, io non lo metto in scena nemmeno in versione ridotta: lo guardo succedere nelle classi accanto (a volte anche in quella dove lavoro dato che non sono maestra unica).

Mentre le colleghe organizzano il welcome drink

Il cerchio, la canzoncina, il “che bello rivederci” detto con lo stesso entusiasmo di chi consegna il braccialetto all inclusive – io son quella che guarda e pensa di non appartenere a questo mondo. Non è disprezzo per chi lo fa: anzi, ammiro la costanza di chi ogni anno rimette in scena lo stesso copione con la stessa convinzione (almeno recitata). È che io, semplicemente, non riesco a starci dentro. Mi sembra sempre di recitare una parte che non mi appartiene, e recitare male è peggio che non recitare affatto.

Il check-in che non faccio

Niente palla che rimbalza, niente “qual è il tuo animale preferito e perché ti rappresenta”, niente nemmeno il “bentornati” solenne detto in cerchio. Il mio primo giorno comincia con il registro e il primo argomento in programma, esattamente come qualunque altro giorno dell’anno (perché in effetti lo è). Ai miei alunni di terza-quarta-quinta interessa sapere cosa faremo, non attraversare una cerimonia di passaggio dalle vacanze alla scuola: quella, mi sono convinta, la fanno già da soli, nel weekend prima, guardando lo zaino nuovo appoggiato sulla sedia e la mamma che lancia giustificati e giustificabili improperi litigando con le fascette trasparenti per i libri come hanno chiesto le maestre.

Il senso di colpa (breve, ma c’è)

Sia chiaro: un fondo di senso di colpa lo provo. Ogni tanto mi affaccio mentalmente al dubbio se non stia togliendo ai bambini un momento di transizione dolce tra le vacanze e i quaderni. Poi però ricordo quegli sguardi perplessi di cui parlavo all’inizio — bimbi che fissano maestre entusiaste di qualcosa che capiscono solo loro — e il senso di colpa si ridimensiona parecchio. Forse la transizione dolce, per certi bambini, è proprio non dover far finta di divertirsi con un gioco di conoscenza il quarto anno di fila con gli stessi compagni di classe che conoscono a memoria, altri non hanno voglia di sentire le vacanze altrui (d’altronde questo capita pure a noi adulti).

Il vantaggio insospettabile

C’è un lato pratico, in tutto questo, che scopro solo scrivendone: mentre le classi accanto sono ancora al terzo giorno di attività sui sentimenti dell’estate, io sono già a buon punto di un argomento vero. Non so se questo mi renda una maestra migliore o solo una maestra con meno pazienza per i rituali — probabilmente la seconda, spacciata per la prima nei momenti di autostima più generosa.

E allora?

Non ho una morale da elargire, non ho un’attività alternativa da consigliarvi al posto dell’accoglienza, e non sto nemmeno suggerendo che sia la scelta giusta — è solo la mia, con tutte le imperfezioni e i sensi di colpa intermittenti che porta con sé.

Ogni settembre il villaggio vacanze riapre nelle aule accanto alla mia, con le animatrici più o meno convinte del mestiere. Io, dalla mia, resto quella alla reception che timbra il cartellino e dice col sorriso (talvolta recitato): “buongiorno, si comincia.”

A questo punto non mi resta che darvi appuntamento al prossimo articolo.

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Quando non distinguo la mia noia dalla loro

Confessioni di un’insegnante alle prese con l’accoglienza

Ho poche granitiche certezze nella vita, ma una cosa la so per certa: mi annoio a morte durante le attività di accoglienza. Mongolfiere da colorare, cartoon, quattro ore e mezza in cui sembro più un’animatrice da villaggio turistico che un’insegnante. Manca solo la baby dance e avrei completato la mia trasformazione da docente a intrattenitrice per famiglie.

Il problema è che quando mi annoio io – e parliamo di noia existenziale, quella che ti fa guardare l’orologio ogni trenta secondi – non riesco più a capire un tubo di cosa succede a loro.

Li guardo mentre colorano le mongolfiere e mi sembrano persi, confusi, quasi catatonici quanto me. Ma poi mi fermo e mi faccio una domanda da un milione di dollari: lo sono davvero, o sto semplicemente proiettando la mia voglia di scappare via sui loro poveri visetti innocenti? Quando il tuo cervello è in modalità “screensaver”, come fai a distinguere tra quello che vedi e quello che la tua psiche torturata vuole vedere?

È una delle confessioni più imbarazzanti da fare per un’insegnante: a volte non so leggerli. Punto.

Dovremmo essere le Sherlock Holmes dell’interpretazione emotiva, quelle che capiscono al volo se un bambino è coinvolto o se sta recitando la parte del “bravo scolaro”. È il nostro “superpotere” professionale, quello che ci distingue da un qualsiasi adulto munito di pazienza e pennarelli. Eppure eccomi qui, totalmente in panne, incapace di distinguere la mia noia cosmica dalla loro presunta confusione.

Tornano a scuola dopo mesi di dolce far niente, freschi, curiosi, pronti a imparare. E io cosa faccio? Li accolgo con attività che annoiano prima di tutto me. Come posso pretendere di essere autentica nell’accoglienza se sono la prima a non crederci?

Forse la vera accoglienza sarebbe semplicemente ascoltarli. Farli raccontare delle vacanze, correggere insieme i compiti dell’estate, riportarli gradualmente nella dimensione scolastica senza questo teatrino forzato del “facciamo festa”. Ma no, devo seguire il copione dell’accoglienza standard: colorare, ritagliare, incollare, sorridere.

E mentre li guardo colorare, mi viene un dubbio atroce: se io mi sto annoiando, come faccio a capire se si stanno divertendo davvero o se stanno solo eseguendo, come me, un compito che qualcun altro ha deciso fosse “accogliente”?

Non riesco a distinguere dove finisce la mia proiezione e dove inizia la loro esperienza reale. È un limite professionale che non dovrei avere, ma che ho. E forse ammetterlo è il primo passo per fare davvero accoglienza – quella vera, non quella da copione.

Perché forse accogliere non significa intrattenere, ma riconoscere. Riconoscere che tornano con delle esperienze da condividere, con voglia di imparare, con bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo. Non con bisogno di mongolfiere.

Ma questo lo penso io, annoiata e disillusa. Loro cosa pensano davvero?

Non lo so. E forse è proprio questo il problema.


La vostra collega Maestra Imperfetta rimane la stessa che dà voce, dita e forse anche mente (dipende dall’esaurimento post attività di accoglienza) dietro qualcosa che mi (ma mi piace pensare ad un “ci”) rappresenta.

Scuola (in) Supposta