Pubblicato in: diario di una maestra

Priviet, mandarini e dinosauri armati (cronache di una maestra aperta…almeno credevo)

La mia nuova alunna, chiamiamola Karenina (il nome è di fantasia, e sì, l’ironia è bonaria), è arrivata in classe senza una parola di italiano né di inglese. Come tanti bambini in tante scuole, è arrivata senza sapere una sola parola nella nostra lingua, catapultata in una cultura radicalmente differente, leggi sociali, abitudini e quanto altro completamente diversi. Il primo giorno mi ha salutata in russo. Io, convinta di sapere tutto per due parole tradotte con google translate e qualche libro di Dostojevsky e Tolstoj, ho sorriso pensando al classico “Priviet!”. Invece ha usato un saluto molto più formale. Mi è bastato per capire che non era solo una bambina educata: era una bambina che si portava dietro un mondo intero.

Poi, a ricreazione, ha offerto uno spicchio di mandarino a tutte le docenti. Io, da brava italiana, ho allargato le braccia per l’abbraccio. Lei ha sorriso, scosso la testa e mostrato il palmo della mano. Gentile, ferma, rispettosa.

E io, lo ammetto, mi sentivo pure molto brava.

Il dinosauro

Alla seconda ricreazione insieme, Karenina mi ha mostrato un disegno: un dinosauro con un fucile in mano.

Prima ancora di maestra, io sono una che disegna e che di arte si nutre, quindi la prima cosa che ho notato è stata il tratto. Non era disegnato male per i suoi anni, anzi: proporzioni, espressione, persino la mira. Il fucile, lo ammetto, è venuto dopo. Mi sa che l’occhio da disegnatrice ha fatto il suo lavoro, e il resto del cervello, quello pedagogico no.

Sul tema si potrebbero aprire simpatiche disquisizioni tra il filosofico e il satirico, passando per il pedagogico e infine scivolando in qualche stereotipo che male non fa. Ma la cosa interessante è un’altra.

Il riflesso condizionato

Io, di puro istinto, ho sorriso, alzato i pollici e detto: «Bravissima, molto bello.»

Prima ancora di pensare. Karenina non capisce una parola di italiano, ma la mimica sì: mi ha risposto con un sorrisone grosso così. Fin qui, accoglienza da manuale. Spero solo che il dinosauro non fosse una caricatura di me e il fucile d’assalto il mio vocione da cantante operistica mancata.

La collega e il fucile d’assalto

La mia collega di sostegno, abituata al mondo dei teneri orsetti, dei candidi pulcini e dei bambini che disegnano solo mamma, papà e casette, ha guardato il foglio e poi me.

«Scusa, un dinosauro con la pistola?»
«No, con un fucile d’assalto.»
«Ma un fucile? A questa età?»

E io, con la leggerezza che mi contraddistingue e tutta la mia italianità, me ne sono uscita con: «Cosa vuoi? Son russi.»

Ed è subito Educazione siberiana, ossia la versione russa di “italiani = mafia, spaghetti e mandolino”. Ecco. Io, quella aperta, quella ironica, quella che accoglie, quella che legge. Leggi un libro e sei rovinata per sempre: bastano un dinosauro e un fucile perché mi parta in testa una Siberia intera, con tanto di mafia, coltelli ed esperienze discutibili ai confini della realtà. Si perché la Russia dei grandi compositori e scrittori, di Caterina la grande (personaggio per giunta che apprezzo molto) e il magnifico Ermitage visitato solo durante la pandemia grazie alle visite virtuali mica viene in mente, esattamente come accade agli altri quando pensano all’Italia…mica pensano alla Cappella Sistina, al Bernini, al Canova o al Botticelli.

I randelli

Poi mi sono ricordata dei randelli.

Perché quando chiedo ai miei bambini di disegnare una scena da una favola, il randello (di Pinocchio, di Pollicino, di chi volete voi) non esce mai randello. Esce sempre qualcos’altro, e sappiamo tutti cosa. Da Milano a Palermo, dai sei agli otto anni, senza distinzione di passaporto.

Il dinosauro di Karenina, quindi, è semplicemente il fratello russo dei miei randelli. Ognuno disegna cose dubbie: lei con più mira (ammirevole, non c’è che dire), i miei con più anatomia.

E la morale?

Non ho una morale da elargire. Il pregiudizio, come il dinosauro, non ha chiesto permesso: è entrato armato, e per fortuna questa volta si è fermato alla battuta.

Se qualcuno deve consegnare il fucile, per ora, sono io.

Voi quale Siberia vi portate in classe? Raccontatemelo nei commenti.

La vostra

Maestra Imperfetta

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Il ruolo del feedback nell’insegnamento

Tre mesi di vacanze. Diciotto ore settimanali per le secondarie e 24 per le primarie. Il lavoro più comodo del mondo.

Lo sappiamo. L’abbiamo sentito tante volte che ormai ci scivola addosso come l’acqua sul Gore-Tex. Non vale neanche più la pena rispondere.

Ma c’è una cosa che nessuno nomina mai. Non perché sia un segreto: semplicemente non ci pensa nessuno. Nemmeno noi, a volte, finché non ci troviamo dentro fino al collo.

L’incertezza.

Non quella di non sapere se ti confermano il posto, non quella del contratto a settembre. Quella più silenziosa, che si accumula giorno dopo giorno per anni: non sapere se stai facendo bene il tuo lavoro.

Li prendi a sei anni. Non sanno allacciarsi le scarpe. Non sanno soffiarsi il naso — e non lo impareranno mai, lo decidi presto, rassegnandoti al concerto quotidiano di nasi che tirano su in sincrono come un’orchestra senza direttore. Li guardi crescere, li accompagni attraverso le prime divisioni con il resto, i primi temi — ma in quarta i temi? Sono piccoli — le prime volte che qualcosa si rompe e va rimesso insieme, più o meno storto, più o meno bene.

In cinque anni accumuli: lotte per i compiti, battutine dei genitori, discussioni con la Dirigente sulla differenza tra severità eccessiva e coerenza necessaria, articoli del Regolamento citati a memoria come autodifesa. Accumuli dubbi. Forse sto esagerando. Forse non basto. Forse sto sbagliando tutto. Forse far studiare la grammatica inglese a memoria era sbagliato. Forse insistere sulla comprensione del testo invece di fermarmi sull’analisi era la scelta sbagliata. Forse stavo costruendo qualcosa, forse stavo solo perdendo tempo su cose che non contano.

E nessuno te lo dice. Nessuno ti ferma a metà corsa per dirti come stai andando. Il feedback nel nostro lavoro arriva in ritardo, quando arriva. Di solito non arriva.

Arrivano con le verifiche. Quella in cui metà classe ha sbagliato la stessa cosa, e ti siedi la sera a fissare i fogli chiedendoti se il problema è loro o se sei tu che hai spiegato male. Di solito conclusione provvisoria: hai spiegato male. Rispieghi. Rispiegano di non aver capito. Rispieghi ancora, con altre parole, altri esempi, altro entusiasmo performativo. Non capisco. E a quel punto cominci a dubitare non solo del tuo metodo ma proprio della tua capacità di usare la lingua italiana in modo comprensibile a esseri umani.

Poi però succede qualcosa. Uno alza la mano e fa una domanda. Una di quelle domande che non ti aspetti, disarticolata, con una sintassi tutta sua e un lessico inventato a metà strada, ma dentro c’è un pensiero vero — qualcosa che non gli hai insegnato tu, o almeno non direttamente, qualcosa che ha elaborato da solo mettendo insieme pezzi. E capisci che qualcosa sta girando, lì dentro, anche se non riesci a vedere come.

Ma non basta. Non basta per stare tranquilli. Perché il giorno dopo ci sono altre verifiche, altri non capisco, altri dubbi.

Poi un giorno — quasi un anno dopo che li hai lasciati andare, quando ormai hai già cominciato a seminare da capo con un’altra classe — li incontri. Corrono ad abbracciarti. Ti dicono grazie maestra, ho preso dieci meno in inglese, e tu ridi perché la formulazione è perfetta, onesta, né trionfale né tragica. E le loro professoresse ti guardano e ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro.

In quel momento ti passa davanti tutto. Le discussioni, le spiegazioni, la fatica. I temi di quarta.

Non è orgoglio, o non è solo quello. È qualcosa di più strano: è sollievo. Il sollievo di chi ha camminato al buio per cinque anni e scopre, quasi per caso, che la strada c’era davvero.

Si semina senza sapere. E ogni tanto, con un po’ di fortuna, qualcuno torna indietro a dirtelo.

Ma la classe dopo è già lì. E si ricomincia da capo, al buio, come sempre.

Alla prossima riflessione, la vostra

Maestra Imperfetta