Pubblicato in: diario di una maestra

Anno zero (ma con batteria piena)

Quest’anno ho iniziato con voglia zero ed energia mille. Non è una contraddizione: è la versione adulta e consapevole di quei bambini che alle otto e mezza dicono «non ho voglia» e alle otto e trentacinque hanno già ricostruito il sistema solare con la carta stagnola.

Poi, un mattino di settembre, guardandomi intorno, ho capito da dove viene l’energia. E perché la voglia non c’entra niente. Perché certe scuole non le attraversi: le sostieni. Ecco come.

Una scuola che sta in piedi per buona volontà

La mia scuola — e parlo di quella che conosco io, ma temo di non essere l’unica — si regge da anni su un meccanismo che nei manuali di organizzazione non esiste: la buona volontà. Non quella da manifesto motivazionale, quella vera, quotidiana, di chi resta venti minuti in più non perché deve ma perché altrimenti non si apre nemmeno la porta.

Ci sono un paio di persone brave in segreteria. Ci sono ATA volenterosi che vedono tutto e sistemano tutto. E poi ci sono i reggenti: dirigenti temporanei, di passaggio, ciascuno con la propria idea di come si tiene in mano una scuola — un’idea che dura in media una stagione e mezza, il tempo di imparare i nomi dei collaboratori e poi ripartire. Alcuni hanno lasciato regole rigide che sono rimaste lì, come calcare sul muro di un affitto scaduto. E forse non è nemmeno colpa loro: chi arriva sapendo di stare poco, con un carico di responsabilità che cresce ogni anno e un organico di segreteria che si assottiglia come una fotocopia alla decima ristampa, si attacca a ciò che può controllare. Non la scuola. Una circolare. Una firma. Un orario.

Mi ricorda un po’ Io speriamo che me la cavo. Non il napoletano, non il sud pittoresco da copertina — siamo a nord, o centro, o dove vi pare: le situazioni estreme ci sono, ma sono altre. Silenziose. Amministrative. Fatte di circolari. Estreme sì, ma di un estremismo che non fa ridere.

Il collegio docenti: dove il divario si vede

E poi c’è il collegio docenti. Ah, il collegio.

Chi frequenta gli istituti comprensivi sa di cosa parlo, quindi mi permetto di parlarne, visto che per esperienze vissute posso farlo. Infanzia, primaria, secondaria: tre mondi che condividono lo stesso cortile e tre impostazioni mentali che nemmeno un traduttore simultaneo riuscirebbe a far dialogare.

Da una parte i colleghi dell’infanzia, che parlano di campi d’esperienza come se fosse ovvio, perché per loro lo è. Al centro noi primarie, con i nostri quaderni a quadretti e la sindrome da timetable. Dall’altra la secondaria, che arriva, mette un verbale sul tavolo e un orario di ricevimento davanti a tutto. E nessuno ha torto. È questo il punto: nessuno ha torto.

Perché sono differenze di mestiere, non di carattere. Ognuno ragiona secondo il proprio ordine di scuola e secondo le esigenze che negli anni ha visto emergere — ed è perfettamente umano e comprensibile. Chi lavora con bambini di tre anni ha ragione a ragionare così. Chi ha davanti ragazzi di tredici ha ragione a ragionare cosà.

Ed è qui che il Dirigente Scolastico fa la differenza. Quando c’è qualcuno capace di unire — non con l’autorevolezza del comando, ma con quella più rara della vicinanza — il collegio funziona anche nel disaccordo. Le tre scuole diventano un istituto.

Peccato che fare il dirigente oggi sia sempre più difficile. La normativa cambia ogni anno, le responsabilità crescono, i fondi arrivano (quando e se) a pioggia di circolari da spendere entro scadenze improbabili, e chi fa quel mestiere si trova a condurre un’azienda pubblica senza i mezzi di un’azienda. E poi c’è la fame endemica di dirigenti: pochi effettivi, tanti incarichi a tempo, rotazioni continue. Come si fa a fare da collante quando il mandato dura quanto una stagione?

E l’aula, chi la regge?

E se la buona volontà tiene insieme il collegio, cosa tiene insieme l’aula? Ventisette bambini, un sostegno centellinato secondo criteri che sembrano scritti da chi in una classe non ci ha mai messo piede, un PEI che sulla carta garantisce ore che poi, nei fatti, non arrivano mai per intero. Il docente si ritrova a fare lezione, supplenza e sostegno mancante nello stesso momento — tre mestieri in un corpo solo, con lo stesso stipendio del primo.

Perché di questo non parla mai nessuno: della buona volontà si dice che “tiene in piedi la scuola”, come fosse un dato di fatto neutro, quasi un complimento. Nessuno dice a quale prezzo. Il riposo dell’estate dura il tempo dell’approvazione del primo verbale, il primo “quest’anno le coperture per il sostegno non bastano” pronunciato con lo stesso tono con cui si annuncia il meteo. E a dicembre siamo già lì, a strisciare come lombrichi — non perché l’anno sia stato eccezionale, ma perché è iniziato già in debito.

Così il divario tra le scuole si apre come una crepa sul muro. E lo sappiamo: la crepa non l’ha fatta nessun muro da solo, e nemmeno un singolo muratore.

E allora restiamo noi, con la nostra umanissima imperfezione, a tapparla. Di nuovo con la carta stagnola. Ma la carta stagnola, prima o poi, si lacera anche lei.

Se anche la tua scuola sta in piedi con lo scotch, la carta stagnola e la buona volontà di due o tre persone che non si sono ancora arrese, raccontamelo nei commenti. Non serve la scuola perfetta, serve solo dire ad alta voce quanto costa tenerla in piedi — perché finché lo diciamo solo in sala insegnanti, a bassa voce, tra un caffè alle macchinette e un consiglio di classe (o un’interclasse), resta un problema di ciascuno. Detto qui, magari, comincia a essere un problema di tutti.

Alla prossima riflessione, la vostra Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Ricomincio da settembre: io, il tablet e la Cattedrale di Bourges

Bentornati colleghi supposti (o genitori, nonni, zii e chiunque mi legga).

Dopo una bella vacanza di tre mesi (scherzo, tranquilli) e un viaggetto per immergermi nell’arte e nella cultura di un altro paese che ormai ho adottato come seconda patria, rieccomi come voi alle prese con l’inizio del nuovo anno scolastico, il 2026/27.

Ormai il ciclo di vita, da che sono insegnante, è scandito così: inizio dell’anno scolastico, fine dell’anno scolastico, agognate e sempre troppo brevi pause didattiche (non tanto per il tempo quanto perché la burocrazia ci perseguita anche durante le pause), e quelle vacanze caratterizzate dalle ormai noiose polemiche sui tre mesi e dalle relative risposte, sempre le stesse anche quelle.

Ora si inizia con la nostra brava agenda del docente, di maestra qui, maestra lì, maestra sticazzi. Avevo pensato anch’io di fare un’agenda di Maestra Imperfetta, ma poi ho temuto seriamente di confondermi con le maestre-tutte-progettini, quelle robe da fotocopiare e costruire che si rivelano tanto carine quanto impossibili persino per gli adulti. Ho lasciato perdere, accantonandola tra i progetti del “forse un domani chissà” — destinata a finire dritta nel “mai più”, perché ho altri progettini in mente che nulla hanno a che vedere con la scuola.

Ebbene sì. Durante il viaggio non ho pensato un solo istante alla scuola, agli alunni, alla burocrazia. Niente di niente. Mi sono pure stupita di me stessa quando il mio partner mi ha mostrato un libro per imparare a fare le miniature medievali (o simil tali) e non ho pensato “oooh potrei insegnarlo ai miei alunni”, ma casomai “oooh potrei insegnarlo alle mie nipotine”.

Ma ora è settembre, e torna tutto. Il collegio docenti con colleghe urlanti (non stiamocela a raccontare: noi maestre ormai urliamo anche quando pensiamo di star solo parlando). Le agende online delle varie Maestre — vi ammiro, colleghe, vi invidio e vi ammiro. E io con il mio tablet su cui prendere appunti che tanto non riguardo mai, perché scrivere mi fa memorizzare, almeno credo — se mi ricordo di aver scritto, lo fa.

Il 14 inizia la scuola. Sempre prima. E finisce sempre dopo. Com’è sta cosa?

Ordini del giorno che paiono infiniti. Viaggi della speranza fino allo spaccio dell’editore, per guide che tanto non ci fileremo di striscio durante l’anno — per mancanza di tempo, di soldi, di fotocopie. E i lavoretti, che torneranno a essere la mia croce.

E so già che al primo giorno di scuola, tra le attività di intrattenimento chiamate “accoglienza” (metti mai che si traumatizzino a fare due calcoli appena tornati), mentre mi sentirò più animatore turistico che insegnante, sognerò la Cattedrale di Bourges, l’arazzo dell’Apocalisse di Angers e i paesaggi meravigliosi della Bretagna.

Pubblicato in: diario di una maestra

Liberté, Egalité, Fraternité. Ne ho comprate due.

Tutto è cominciato la scorsa vacanza, con i gettoni turistici. Quei dischetti di metallo che le macchinette sputano fuori ovunque, a due euro, e che non avevo mai considerato degni di attenzione. Mi sbagliavo. C’è qualcosa di ipnotico in un oggetto piccolo, quasi privo di valore di mercato, che invece vale moltissimo — perché non parla al portafoglio ma a qualcosa che hai già dentro. Da allora ne raccolgo. Sono una persona seria (specie su queste cavolate).

A Nizza, mentre mi dirigevo al Musée Masséna con la migliore delle intenzioni culturali, ho infilato la testa in uno dei tanti negozietti di filatelia che popolano il centro. Per caso, naturalmente. Come sempre.

Lì, tra monete e francobolli, ho trovato le monete della serie Asterix della Monnaie de Paris. C’erano anche quelle del Piccolo Principe — belle, curate, indiscutibilmente poetiche. Ma Asterix aveva qualcosa in più: quell’ironia feroce travestita da avventura per bambini, quella capacità di prendere a randellate il potere facendo finta di fare comicità. Roba con cui sono cresciuta, che mia zia mi traduceva dal francese prima ancora che imparassi a leggerla da sola. Un debito affettivo che non si salda con una moneta, ma ci si prova.

Ho comprato Liberté. Ho comprato Egalité. Ho lasciato Fraternité nel negozio.

Non perché le monete non fossero belle — lo erano. Una raffigurava una fanciulla che baciava la guancia di Asterix, lui tutto rosso dall’imbarazzo. L’altra aveva Assurancetourix — il bardo, quello che nessuno vuole mai sentire — con un cartello in mano che diceva seguitemi. Deliziose, entrambe. Eppure la mano non si è mossa.

Perché Liberté e Egalité le sento mie — non solo come motto repubblicano francese stampato sulle facciate, ma come credo personale, come bussola. La Fraternité, invece, da quando faccio la maestra, non l’ho più vista in giro. Non nelle forme che contano. E comprare una parola in cui non credi, anche quando è incisa su metallo con grazia, mi sembrava una piccola disonestà che non potevo permettermi. Ho già abbastanza contraddizioni da gestire.

La fraternità tra insegnanti alle primarie è rara come i panda, e in via di estinzione per ragioni analoghe: habitat distrutto, riproduzione difficile, e una certa tendenza dell’ambiente circostante a non accorgersene finché non è troppo tardi.

Non parlo di cordialità — quella c’è, abbonda, a volte tracima. Si sorride nei corridoi, ci si scambiano le fotocopie, ci si augura buon weekend con un entusiasmo che farebbe invidia a un conduttore televisivo (per non parlare degli auguri per le feste comandate, feste della mamma, del papà, dei nonni, della nonna de stic…). La cordialità è il lubrificante sociale che tiene in piedi i collegi docenti senza che degenerino in risse. Necessaria. Non sufficiente.

Parlo di fraternità vera — quella che implica stare dalla stessa parte, coprirsi davvero, dire hai ragione anche quando costa, non lasciare un collega a gestire da solo il genitore che urla, la dirigenza che scarica, il bambino impossibile che per qualche ragione misteriosa è finito sempre e solo nella tua classe. Quella roba lì.

Quella è rara. Quella si trova a spizzichi e bocconi, in corridoi affrettati, in messaggi su WhatsApp alle undici di sera, in colleghe che diventano amiche non grazie alla scuola ma nonostante essa.

Il problema non è che gli insegnanti siano persone cattive — la maggior parte non lo è. Il problema è strutturale: un sistema che premia la sopravvivenza individuale, che mette in competizione silenziosa per le classi, per i progetti, per le poche risorse disponibili, non produce fraternità. Produce un’educata guerra di trincea con le piante grasse sulla scrivania e il registro elettronico aperto.

Una delle monete della Fraternité raffigurava una scena che avrei dovuto comprare solo per appenderla in sala docenti: un anziano con un cartello enorme — Tous avec moi — e Obelix che lo segue controvoglia. La fraternità come corteo male assortito: davanti chi ha più anni di servizio che idee, dietro il più forte del villaggio che partecipa per inerzia, probabilmente perché qualcuno glielo ha chiesto. L’ho lasciata nel negozio perché era troppo vera per essere decorativa. Alle primarie ne ho visti, di cortei così. Quasi sempre guidati da un referente di qualcosa, una funzione strumentale, un coordinatore di plesso — scelto per anzianità, per disponibilità, o per quel meccanismo collaudatissimo che si chiama meglio lui che io. Guidano. Nessuno li segue con convinzione. Ma il cartello resta lì, perché toglierlo richiederebbe una conversazione che nessuno vuole avere.

Asterix, però, una fraternità ce l’ha. Quella del villaggio contro l’impero — piccola, scalcinata, litigiosa, con un pescatore e un fabbro che se le danno ogni tre vignette. Non è la fraternità dei discorsi ufficiali. È quella che si regge sull’abitudine di stare insieme, sul nemico comune, su Panoramix che prepara la pozione e Obelix che sfonda i menhir senza capire bene perché, ma lo fa comunque.

Forse è quella l’unica versione credibile: non l’ideale inciso sulla moneta, ma la cosa grezza e imperfetta che si costruisce nonostante tutto, tra persone che non si sono scelte, in un villaggio che il mondo intero vorrebbe normalizzare.

Io quella versione la cerco ancora, a scuola. Nel frattempo, ho Liberté e Egalité sul comodino.

Fraternité, per ora, l’ho lasciata a Nizza. In buone mani.

Alle prossime monete…forse

Maestra Imperfetta