Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.