Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Miti e Realtà del Sostegno Scolastico con la 104


Mi è capitato in questi anni di sentire genitori preoccupati all’idea di richiedere la certificazione 104 per i propri figli. “Ma poi lo etichettano”, “diventa diverso dagli altri”, poi arriva l’ultima news, il macigno nello stagno della mia tranquillità professionale che, nonostante si possa sempre migliorare, comunque l’inclusione funziona: “i neuropsichiatri dicono che li rovina”… Ebbene si, recentemente ho anche sentito quest’ultima affermazione in forma categorica: la 104 rovinerebbe i bambini. Sul momento riconosco che mi è passata davanti, come se stessi morendo, tutta la mia vita professionale di questi 9 anni (e mi avvio al decimo) di esperienza con bambini di tutti i tipi, normotipici, neurodivergenti vari etc., con patologie unicamente fisiche ed in nessuno di questi ho visto la “rovina”. Ma ora voglio fare un discorso serio, per quanto mi riesce almeno.


Dopo anni di scuola, dopo aver visto centinaia di situazioni diverse, sento il bisogno di fare chiarezza. Non da esperta di neuropsichiatria (non lo sono), ma da chi la scuola la vive ogni giorno, dalla prima campanella all’ultima.


Purtroppo vedo anche bambini con difficoltà simili che non hanno sostegno. E vedo:
– La frustrazione crescente quando non riescono a stare al passo
– L’isolamento sociale perché i compagni li vedono “strani” e nessuno fa da ponte
– Le crisi esplosive perché nessuno è riuscito a intercettare i segnali prima
– I genitori chiamati continuamente perché “non sappiamo più cosa fare” ma che invece di riflettere i genitori che, comprensibilmente spaventati, cercano risposte ma a volte nelle direzioni sbagliate.
– Bambini che iniziano a odiare la scuola già in prima elementare


Secondo equivoco: l’etichetta. La 104 non è un’etichetta – è un diritto (e questo mettiamocelo bene in testa). È come dire che gli occhiali “etichettano” chi ha problemi di vista. No, gli occhiali permettono di vedere meglio la lavagna. Il sostegno permette di accedere meglio alla didattica.


Nella pratica quotidiana, un buon insegnante di sostegno:
– Non sostituisce il bambino nei compiti, ma gli dà strumenti per farli in autonomia
– Non isola il bambino, ma facilita la sua inclusione nel gruppo classe
– Non lo rende dipendente, ma lavora costantemente sull’autonomia
– Non lo etichetta, ma fa in modo che tutti i compagni capiscano che ognuno impara in modo diverso
– È un facilitatore, un mediatore, un traduttore tra il bambino e il mondo della scuola. Quando funziona bene (e può funzionare molto bene), è invisibile agli occhi dei bambini – è semplicemente “la maestra che aiuta tutti”.

Gli specialisti che dicono che la 104 “rovina” i bambini (ammesso lo abbiano mai detto, come mi hanno riportato) non passano sei ore al giorno in classe. Non vedono:
– Il bambino ADHD che disturba continuamente perché non riesce a regolarsi, e che tutti i compagni iniziano a evitare
– La bambina autistica (anche se ad altissimo funzionamento) che ha un meltdown perché nessuno ha capito che era sovraccarica sensorialmente
– Il bambino con DSA che si convince di essere “stupido” perché non riesce a leggere come gli altri
– I genitori esausti che non sanno più come aiutare i figli
E soprattutto non vedono la differenza che fa avere qualcuno che conosce il bambino, che sa interpretare i segnali, che può intervenire PRIMA che la situazione degeneri.

Durante anni di collaborazioni con neuropsichiatri e servizi territoriali, ho sentito ripetutamente sottolineare l’importanza dell’intervento precoce.
Questo è il punto. Gli interventi precoci fanno la differenza. Aspettare, sperare che “ce la faccia da solo”, negare il supporto quando è disponibile non protegge il bambino. Lo espone a una fatica maggiore e perde tempo prezioso.
La 104 non è una condanna – è un’opportunità. Un diritto. Uno strumento che, quando usato bene, permette ai bambini di avere la scuola che meritano.

Capisco la paura. Capisco il desiderio di proteggere i propri figli dallo stigma, dall’essere “diversi”. Ma vi chiedo: diversi da chi? E a quale costo?
Se vostro figlio fa fatica, se ha una diagnosi, se i professionisti e/o i docenti vi suggeriscono il sostegno… consideratelo davvero. Non come ultima spiaggia quando tutto il resto è fallito, ma come strumento da usare quando serve.
Parlate con insegnanti che lavorano sul campo, parlate col Dirigente Scolastico per tutti gli aspetti normativi relativi al sostegno. Informatevi sulla realtà concreta, non solo sulla teoria.
E soprattutto, chiedetevi: cosa è meglio per mio figlio? Che affronti da solo un percorso che potrebbe essere alleggerito, sprecando risorse cognitive che possono invece essere investite in materie che lo entusiasmano, o che abbia gli strumenti per farcela nel modo più sereno possibile?
La 104 non rovina i bambini. Li sostiene. E questo, dopo anni di scuola, posso dirlo con certezza.

So che il sistema scolastico italiano ha i suoi problemi – e io stessa l’ho criticato in passato, anche duramente, e continuerò a criticarlo, ma per ben altri motivi. Tuttavia nelle scuole pubbliche italiane viene posta molta attenzione al benessere degli alunni con diversi tipi di difficoltà (non solo 104 insomma).

Un bambino con certificazione 104 non viene semplicemente “affidato al sostegno”. Ha diritto a un Piano Educativo Individualizzato (PEI), costruito su misura per lui, e durante l’anno si tengono riunioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo).

Il GLO è composto da:

  • Dirigente Scolastico
  • Docenti curricolari
  • Docente di sostegno
  • Genitori
  • Specialisti che seguono il bambino

Durante questi incontri, ognuno porta il proprio contributo: gli specialisti condividono l’esperienza con il bambino nell’ambiente protetto della terapia, i genitori restituiscono il comportamento a casa, i docenti quello a scuola. Tre contesti diversi che, messi insieme, permettono di avere un quadro completo e di definire insieme strategie, obiettivi e modalità di intervento.

I genitori non sono spettatori passivi – sono parte attiva delle decisioni che riguardano il percorso scolastico del loro figlio, guidati e consigliati ma, soprattutto, supportati sia da specialisti che da docenti che vedono il loro bambino quasi tutto il giorno tutti i giorni lontano dal contesto famigliare.

La 104 non è qualcosa che “viene fatto” a vostro figlio. È uno strumento che costruite insieme alla scuola, monitorandolo e adattandolo nel tempo secondo i suoi bisogni reali.

Se siete genitori e state affrontando questa decisione, prendetevi il tempo di informarvi, di parlare con chi vive la scuola ogni giorno, di ascoltare anche le vostre paure – ma poi chiedetevi cosa serve davvero a vostro figlio per stare bene a scuola. Spero che queste righe vi aiutino a vedere la 104 per quello che è davvero: non una condanna, ma una possibilità.

Se siete colleghi, scrivete le vostre testimonianze sul sostegno, a volte una testimonianza dal campo vale più di mille rassicurazioni teoriche. Le testimonianze che arriveranno le pubblicherò in una pagina del sito apposita.

Scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com o commentate.

I nostri bambini meritano di avere tutti gli strumenti possibili per fiorire.

La 104 non è un nemico da temere. È un alleato da conoscere.

La vostra

Francesca (si, questa volta mi firmo col nome pur rimanendo la maestra imperfetta)

Pubblicato in: diario di una maestra

Scuole come cliniche psichiatriche

Ci sono situazioni nella scuola italiana che molti non conoscono e non capiscono e, come certe persone dicono “tu non hai figli, non puoi capire”, a me a volte verrebbe da dire “tu non sei docente, non puoi capire”.

Basta un attimo, un collaboratore scolastico che non ha voglia di far qualcosa parandosi dietro “eh non è di mia competenza”, un collega che scansa il problema grosso preferendo quello gestibile con un “ah ma io ho questo da seguire” e la collega di sostegno che magari, giustamente, deve andare in bagno e la copri, ed ecco che il danno è fatto. Spesso non è questione di “se” ma di “quando” e così una docente si ritrova col braccio al collo, un’altra si ritrova a casa con il fondoschiena rotto e altri docenti con un piede, un dito schiacciato, gli occhiali rotti o zoppicante. Non vogliatemene ma oggi parlo di incidenti sul lavoro!

Quando si pensa agli incidenti sul lavoro vengono in mente cose ben più tragiche, dagli esiti spesso fatali purtroppo, che prevedono l’uso di sostanze tossiche o macchinari industriali, ma non è sempre così. Lontani anni luce dal fare una classifica dell’importanza e della gravità, sarebbe discutibile ed indecorosa oltre che irrispettosa, io posso parlare di quello che è accaduto e accade a scuola. Gli incidenti a scuola avvengono eccome, pochi per fortuna finiscono nelle cronache nere, così pochi che si pensa non succeda mai nulla tra quelle mura da caserma, eppure…avvengono!

Quello che sto per dire di certo potrà essere soggetto a critiche ma è un dato di fatto purtroppo e non un’accusa. Molti di questi incidenti in cui ci vanno di mezzo i docenti sono dovuti a bambini con quadri psichiatrici complessi spesso non coadiuvati da un supporto e intervento della famiglia. Brutto vero? Eppure è così! In nome di un’inclusione, sacrosanta per carità, spesso un docente si ritrova pieno di lividi, con qualche osso rotto o con un bel bernoccolo nel più lieve dei casi, altrimenti con il calco dei denti del pargolo su qualche arto. Qui il mondo scolastico, ed anche il mio piccolo universo interno, si divide tra chi continua a sostenere l’inclusione ma colpevolizza le famiglie e chi invece condanna l’inclusione e non ne può più. Questa scissione genera inevitabilmente conflitti e arroccamenti ideologici che chiudono le porte a qualsiasi ragionamento mirato alla ricerca di un compromesso.

Ammetto che è difficile trattare un argomento così complesso senza rischiare di ferire l’una o l’altra parte quindi provo a chiarire un primo punto. Io mi metto nei panni di queste famiglie con bambini così complessi e non oso immaginare cosa significa vivere con queste difficoltà. Tempo addietro mi fu raccontato da una madre che un neuropsichiatra disse “Signora, il linguaggio è importante, non dica che suo figlio ha un problema, suo figlio ha una difficoltà e noi la aiutiamo a superarla”. Ci sono bambini con difficoltà psichiatriche gestibili con un poco di aiuto farmacologico e la collaborazione con la scuola, sempre ricordando che un docente ha anche altri bambini e quindi sarà sempre nei limiti del fattibile.

Farmaci: i farmaci in casi gravi, su un bambino, presumo richiedano tempo per la calibratura. Per quanto tu possa rivolgerti a luminari, specialisti pediatrici etc, si devono sempre fare i conti con la reazione del corpo, la crescita continua che richiede una continua revisione del dosaggio e via dicendo. Non è facile.

Difficoltà: la difficoltà speficica ed il quadro in cui questa si inserisce. Ci sono bambini con difficoltà che comunque riescono ad avere una vita perfettamente normale, altri le cui difficoltà si inseriscono in un quadro più complesso in cui sono presenti disabilità e/o patologie che rendono difficile anche la somministrazione stessa del farmaco. Non sempre la famiglia viene aiutata, a volte perché rifiuta di vedere l’elefante nella stanza, altre volte perché viene abbandonata dal sistema. A volte perché non sa che iter deve fare e nessuno lo sa dire, altre perché l’iter è così lungo e non ci sono soldi per rivolgersi a privati (e comunque il certificato non viene dato da privati). Ricordiamoci che quando c’è una difficoltà in un bambino, tale difficoltà è di tutta la famiglia.

Famiglia: all’università, tempo addietro oramai, sostenni l’esame di “psicologia dell’handicap” (si chiamava ancora così) e ricordo ancora quelle poche righe in cui vi era scritto che quando in una famiglia nasce un bambino con una qualche disabilità, la famiglia vive questo evento come un lutto con tutte le conseguenze psicologiche di una vera e propria dipartita. Quella frase mi ha colpita così tanto che, oltre ad avermi fatto guadagnare un bel voto sul libretto, mi ha accompagnata per decenni, e ancora adesso non la dimentico. Questo lutto può verificarsi in realtà a fronte di qualsiasi problematica, risolvibile o meno. Le reazioni possono essere molteplici, dal rifiuto all’egoismo del dolore, dove la famiglia sembra quasi pretendere che tutti i lavoratori nelle istituzioni abbiano attenzioni unicamente sul proprio figlio.

Sistema: si parla del sistema, io mi riferisco all’interpretazione del termine inclusione, alle norme, alle posizioni ideologiche che prendono taluni dirigenti a riguardo scaricando, più o meno consapevolmente, tutto il grosso del difficilissimo lavoro quotidiano su docenti e alunni.

Alunni: per alunni intendo tutti i compagni di classe del bambino “difficile” in questione. Non mi piace usare il termine normale perché di normale oramai non vedo proprio nulla, ma dirò che mi riferisco ai bambini privi di difficoltà di questo genere, quindi si, includo negli “altri” alunni anche DSA e BES. Ho avuto spesso e volentieri la sensazione sgradevole che anche il dirigente più motivato e sinceramente positivista riguardo l’inclusione, perda di vista questi altri e le difficoltà richieste nell’apprendere in un ambiente dove un compagno può scattare all’improvviso malmenare uno di loro, piantargli una matita nella mano o tirargli un banco (si, è successo) senza capire perché o cosa lo abbia scatenato. Ho ascoltato tanti discorsi e persino alcuni docenti vanno predicando l’importanza dell’ambiente sereno per apprendere senza considerare la difficoltà che un alunno può riscontrare nel concentrarsi sul calcolo con un compagno con spettro autistico grave che vocalizza tutto il tempo, gira e sottrae astucci e quaderni.

Il mio pensiero a questo punto è che forse va rimodulata l’inclusione. Non ho detto cancellata, abolita o cavolate del genere, anzi…ho detto che va ripensata e rimodulata per far si che la scuola diventi un ambiente veramente inclusivo. Occorre, a mio opinabile parere, riorganizzare la scuola anche a livello normativo intervenendo più chirurgicamente possibile, ossia andando a valutare la possibilità di ripensare i tempi per garantire l’inclusività senza sacrificare quegli “altri” che meritano altrettante attenzioni e cure. Più centri POLO RES (Risorse Educative Speciali), come a Genova, nelle scuole, uno per scuola almeno, che possano seguire in un rapporto uno a uno i casi più gravi con momenti strutturati di inclusione e socializzazione nelle classi di pari non sarebbe a mio parere così sbagliato. Questi centri non sono classi “speciali”, o meglio lo sarebbero solo formalmente, ma ho vissuto personalmente i benefici di questi inserimenti in determinate ore, non tutte, della giornata scolastica e ne sono rimasta colpita al punto che mi domando perché, per queste cose veramente buone, non ci sono mai soldi e dipende sempre dalle capacità miracolistiche del Dirigente Scolastico di fare la moltiplicazione dei fondi come Cristo faceva quella dei pani e dei pesci.

Galimberti si è espresso male, su questo non posso certo negarlo, definendo le “scuole che sembrano cliniche psichiatriche”, ma, tagliando e stavolta decontestualizzando volontariamente il discorso che ha fatto, prendo questa definizione e la uso per questo articolo e questa riflessione. Ultimamente, ascoltando le colleghe di varie regioni con cui sono in contatto, posso affermare che si, le scuole stanno assumendo sempre di più le sembianze di cliniche psichiatriche ma con personale totalmente impreparato per affrontare questi problemi. E qui la colpa non è imputabile al personale, preparato per ben altra tipologia di lavoro, ma di tutta una serie di microproblemi che, unendosi come pezzi di un puzzle, vanno a comporre un’immagine decisamente avvilente di un’istituzione che è stata per secoli una delle migliori, che lo si voglia ammettere o no, e sulla carta lo potrebbe ancora essere. A modo mio sono ancora positiva nonostante tutto.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Film educanti, educativi, didattici…per maestre

PROLOGO

Corso di formazione che rientra nella formazione obbligatoria sul sostegno decretata dal MIUR…

Dalle 8 del mattino che ero a lezione con uno stacco di un’ora e mezza praticamente inesistente, perché ne approfitti sempre “già che ci sei” per portarti avanti con modulistica varia. Consegno i bimbi alle 15:05..beh qualche mamma si presenta dopo dieci minuti, ordinaria amministrazione, tanto si sa che non facciamo nulla.

Colloqui con un paio di genitori, perché altri non si presentano nemmeno, e poi subito corso in presenza alle 17:45…ora della fine prevista per le 19:30 (no buono).

CAPITOLO 1

Tutti ammassati nello stesso ambiente ci guardiamo e poi guardiamo il professorone venuto da una prestigiosa università per noi a dispensare, generosamente, normative, elogi al sistema inclusivo scolastico, presentarci modelli più efficienti di inclusione…ma che non sono belli quanto il nostro, che sbatte bimbi in classe senza curarsi della patologia o del tipo di disabilità e nemmeno aiuta i docenti, perché taluni bambini avrebbero bisogno di sostegno per tutte le ore, non per 18 al massimo.

Ascoltiamo pazientemente il professorone e pensiamo a tutti i casi incontrati, dal più grave che solleva i banchi sulla testa a otto anni, pronto a lanciarli sui compagni, al più lieve, che ringraziamo ancora che c’è a darci un poco di tregua, e la domanda che mi si forma nella mente è “ma questo ci ha mai messo piede in un’aula?”. A voi la risposta, la mia la conosco. Unica aspettativa in quei minuti interminabili è tornare a casa, perché dopo ore di lavoro, ammettiamolo, non hai proprio testa.

CAPITOLO 2

Tra numeri delle normative ed elogi al sistema inclusivo italiano (che devo comprenderne appieno la logica nell’applicazione) ecco che il professorone se ne esce con un “compitino” per noi docenti…guardare un film! Oooooh questo mi piace! Insegna più un film ben fatto o un libro ben scritto che mille lezioni. Sono fiduciosa nel potere dell’arte, qualsiasi arte sia.

Il film è “Il ragazzo selvaggio” di  François Truffaut, 1970, bianco e nero.

Durata dichiarata 83 minuti. Durata percepita….interminabile

Sgomento tra la folla…e dove acciderbolina lo troviamo? Alcune non hanno intenzione di scaricare piratato (io tra queste), altre pensano di comprarlo, altre ancora non vogliono certo spender soldi per sta cosa. Insomma alla fine riesco in qualche modo ad averne una copia e me lo guardo.

CAPITOLO 3 – Il Film

Un ragazzino di 11 o 12 anni circa, dalla struttura fisica, viene trovato nudo e sporco che si aggira per le foreste. Lo catturano e lo affidano ad un medico interessato a capire lo sviluppo dell’intelletto in un bambino non sottoposto a stimoli culturali. Assieme alla governante, egli insegnerà gradualmente il ragazzino a parlare, comunicare ed essere più autonomo.

Nel complesso non è male, non posso negare che abbia degli aspetti interessanti, ma forse è perché in alcuni atti del ragazzino ci ho riconosciuto qualche mio alunno…chissà.

Durante il film, come accade di fronte a taluni film o eventi di formazione, ho disegnato. Senza quasi pensarci ho mosso la penna sulla tavoletta grafica sotto lo schermo prendendo “appunti visuali”.

Quando ero bambina usavo disegnare durante le lezioni e questo mi aiutava a tenermi concentrata e stare attenta, ma i miei disegni erano sempre sconnessi al tema della lezione. Qui ho voluto provare a rimanere nel tema, segnare con schizzi di pochi secondi i momenti che per me hanno avuto più impatto, che sono stati percepiti come significativi, su cui riflettere in un secondo momento.

il bambino che uccide il cane che lo aveva catturato

Il bambino che beve dalla botte, invitato dall’unico uomo che era riuscito a carpirne la fiducia con gentilezza.

Il bambino, ancora selvaggio, portato al guinzaglio come un cane.

I progressi vari e, cosa interessante, il modo di comunicare affetto e chiedere affetto. Il bambino prende la mano dell’adulto e la guida verso il proprio viso. Un gesto che riconosco, se pure con modalità differenti, nei miei roditori, nel loro spingere la testa contro la mano che li accarezza.

Sono sempre affascinata da come gli animali trovino il modo di farsi capire, e lo vedo nei miei roditori. Cani e gatti li conosciamo, ma questi roditori ho dovuto imparare a conoscerli ed ho scoperto, con piacere, che hanno un’intelligenza sociale ed empatica che li rende capaci di adattarsi a noi e trovare un canale di comunicazione.

Il bambino selvaggio, pur nella lentezza della narrazione, funzionale al tema ed ai molteplici piani di lettura, è effettivamente utile per riflettere anche su se stessi come educatori. Quello che colpisce è proprio il dubitare di se stessi dinnanzi agli insuccessi dell’alunno. Ci sono insegnanti che semplicisticamente danno colpa al bambino e finisce lì. Ma siamo sicuri che sia sempre colpa sua?

Tanti sono gli spunti e ammetto che vale la pena spenderci gli 83 minuti, perché se durante la visione sbuffi e guardi l’orologio, al termine di essa, a meno che proprio non ci si è fatti anestetizzare da anni di esperienza, le nubi della noia si diradano lasciando spazio a molte domande su se stessi, sui bambini, su tutto, anche sull’inclusione…

Al prossimo film

La vostra Maestra Imperfetta