Pubblicato in: opinionibus, vita privata di una maestra

Un bel tacer non fu mai scritto

Sono stata in silenzio in questo mese principalmente perché sto studiando, poi ho vissuto diverse situazioni familiari più e meno pesanti. Oggi, tra bollino rosso, caldo atroce fuori e sonnolenza (ora capisco lo stereotipo del Messicano della pubblicità “con sto sol, mucho calor…mira el dito”), apro svogliatamente facebook e mi ritrovo la bacheca intasata di chat dai contenuti aberranti e spaventosi e collage di foto di sei ragazzi con tanto di nomi ed età.

Leggo, ovvio che leggo, anche solo per capire, per curiosità dal momento che si parla di uno stupro e, non lo negherò, è un tema cui sono sensibilissima. Leggo e scopro che si riferisce allo stupro di gruppo avvenuto di recente.

Sto per mettere un like ai commenti di chi ha fatto girare il post definendo queste persone nelle maniere più disparate, ma qualcosa mi ferma, un senso di cautela forse che nulla ha a che vedere con le emozioni forti che evocano queste notizie, ricordi, libri, film e dispense universitarie sul tema. La cautela!

Mi fermo a riflettere, come mio solito, mettendo sui piatti della bilancia il giustizialismo da una parte e la cautela dall’altra.

Il giustizialismo ne deriva da una reazione di pancia, emotiva, non necessariamente sbagliata ma comunque da monitorare perché potrebbe portarci a condannare degli innocenti, o far finire di mezzo degli innocenti per sete di vendetta (perché è vendetta, non neghiamolo).

La cautela è razionale, spinge a riflettere bene prima di agire, perché il far west appartiene ad un’epoca passata e se i tempi della giustizia sono lunghi, non sempre è per mal funzionamento, potrebbe essere perché si raccolgono prove.

In una lettera al Direttore di una testata giornalistica locale online, il presidente dell’Ordine degli Avvocati di suddetta città dove è si è commesso il reato, scrive parole che aiutano, spero a riflettere, uscendo dal ragionamento di pancia a favore di un’attenta riflessione:

Proviamo a pensare se ci fossimo noi, o dei nostri cari, e magari siamo davvero innocenti ma abbiamo scritto sulla chat alla sorella “oh io quello lo ammazzerei”…dai che lo avete fatto pure voi. Ecco, se foste indagati per omicidio e i giornali pubblicassero questa chat…tutti vi additerebbero come assassini. Al di là di questo aspetto, c’è anche la ratio su cui si fonda il sistema giudiziario: ognuno è innocente fino a prova contraria. Ma continua la lettera:

Irresistible 
Sue Williams

L’Italia non conosce né può conoscere, e spero non verrà mai a conoscenza, del nome della vittima, per lei anzitutto, perché ci sono purtroppo individui che, se dovessero risalire al suo nome in qualche modo (e qualcuno potrebbe), lo diffonderebbero e scatenerebbero una contro gogna…ed hai voglia allora a scriverle “dai ignorali”, “fatti forza”…facile scriverlo…sarebbe una violenza nella violenza. Se scrivo questo non è per difendere i ragazzi, ma per invitare a riflettere una volta di più prima di diffondere certi post, anche se con le migliori e lodevoli intenzioni. Visto che certi giornali non lo fanno, cerchiamo di usare senso critico, cautela e rispetto, lasciamo che la giustizia faccia il suo corso ed evitiamo qualsiasi nome, faccia o altro che possa ricondurre agli interessati della vicenda.

Un altro parere espresso in maniera chiara e, almeno per me, condivisibile, è di Checcaflo, nome d’arte di Francesca Florio, avvocato e divulgatore che, su Instagram, ci illustra il sistema giudiziario italiano chiarendo, sfatando miti ed informando. Proprio ieri sono andata a vedere se aveva espresso un giudizio a riguardo e non mi ha delusa.

Per chi ha Instagram, lascio il link direttamente al post su suddetto social

Per chi non ha Instagram riporto quanto da lei scritto:

Rhythm 0 
performance dell'artista Marina Abramović, avvenuta nella galleria Studio Morra di Napoli nel 1974 e durata sei ore.

Non aggiungo nulla perché ha perfettamente illustrato quello che è anche un mio pensiero.

Consiglio di lettura, per vedere la vicenda giudiziaria dal punto di vista di una vittima, anche se in America, tutta la serie di insulti e minacce che può ricevere una vittima di violenza: “Io ho un nome” di Chanel Miller.

In copertina ho messo “Susanna e i Vecchioni”, di Artemisia Gentileschi, pittrice vissuta nel ‘500 e vittima a sua volta di stupro, secondo le cronache dell’epoca. Non l’ho messo a caso!

Paradossalmente spero di tornare a scrivere di scuola

La vostra

Maestra Imperfetta