Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La Sindrome di Davigo: Quando l’Antipatia Diventa Prova

Ovvero: come trasformare il pregiudizio in metodologia educativa

Nel podcast “Sentenze” di Giovanni Zagni e Giovanni Gasperini – che consiglio caldamente per la competenza giuridica e la capacità divulgativa – ho ancora una volta appurato quanto la realtà spesso superi la letteratura nel dipingere l’animo umano. È il caso del rigidissimo ex giudice Davigo.

Ah, che sollievo sentire qualcuno che finalmente ha il coraggio di ammettere quello che tutti sappiamo ma fingiamo di ignorare: che il nostro senso di giustizia è calibrato sulla simpatia e l’antipatia quanto un orologio rotto sul tempo esatto.

Il buon Davigo – che evidentemente ha confuso il codice penale con il Malleus Maleficarum – ci ha regalato una perla di saggezza degna di essere incisa sui muri delle aule di tribunale: “Gli innocenti sono colpevoli che l’hanno fatta franca”.

Tradotto dal giuridichese: “Se non ti ho ancora beccato, è solo questione di tempo, furfante!”. Una filosofia che farebbe impallidire Kafka per la sua logica cristallina e renderebbe Torquemada un garantista liberal.

L’Ipocrisia del Nostro Sdegno

La nostra prima reazione è di orrore. Rifuggiamo questa frase come un pensiero intrusivo che ci spaventa proprio perché, avendolo avuto, temiamo di condividerlo. Quindi ci indigniamo. No, noi non la pensiamo così, quindi non agiamo così!

Ma siamo davvero sicuri?

Riflettiamo attentamente sui nostri comportamenti quotidiani. Quando la soglia dell’attenzione si abbassa, quando la stanchezza e i problemi si fanno sentire, possiamo onestamente affermare con certezza di non scivolare su questa logica?

Forse agiamo in modo non troppo diverso, solo che invece di mandare in galera innocenti, rischiamo di minare l’autostima dei bambini – molto più raffinato, molto più socialmente accettabile perché sfumato e quasi invisibile.

Kevin vs Brunetto: La Giustizia in Aula…non di tribunale

Certo, non dico che lo si faccia intenzionalmente – almeno non tutti – ma se ci pensiamo bene, almeno una volta abbiamo tutti giudicato quel bambino che ci guardava storto, quello che aveva “la faccia da l’ho fatto io” anche quando dormiva. Quello che, appena succedeva qualcosa, tutti gli occhi si voltavano verso di lui come girasoli verso il sole del sospetto.

E che dire di quella sottile, impercettibile differenza di trattamento tra Brunetto Bravo-in-Tutto e Kevin Combina-Guai? Quando manca la matita, il primo “forse l’ha dimenticata a casa”, il secondo “sicuramente l’ha nascosta per non fare il compito”. Stessa situazione, due pesi e due misure, perché la faccia da innocente è un privilegio che si guadagna sul campo della simpatia.

L’Effetto Aureola: L’Altra Faccia della Medaglia

Il problema funziona anche al contrario: ammettiamolo, almeno a noi stessi – quante volte abbiamo fatto finta di non vedere quando il nostro piccolo angioletto combinava disastri, perché “impossibile, lui è così bravo”? L’effetto aureola è potente quanto il pregiudizio.

La Confessione di un’Educatrice Imperfetta

Quindi, cari colleghi, compagni inconsapevoli in questa generale ipocrisia pedagogica, la prossima volta che Kevin viene accusato di aver fatto sparire la merenda di Brunetto, chiediamoci se forse – dico forse – anche i nostri neuroni sono stati contaminati dalla Sindrome di Davigo.

La vera domanda non è se siamo tutti un po’ giustizialisti da strapazzo, ma se avremo mai il coraggio di ammettere che il nostro “intuito pedagogico” è spesso solo un pregiudizio ben vestito.

So che a volte il nostro intuito fa centro, ma dobbiamo imparare a riconoscere quando rischia di farci sbagliare. Come? Non ho risposte, ma non smetterò mai di cercarle. Se qualcuno di voi ha trovato strategie efficaci, le condivida pure nei commenti.

Alla prossima sindrome

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. – Kevin, se stai leggendo questo da adulto, mi dispiace per quella volta che ti ho dato la colpa solo perché eri l’unico sveglio durante la lezione. Probabilmente eri davvero innocente…forse.