Il 28 Ottobre ho messo su Facebook il seguente post:

Non ho abbandonato e non intendo abbandonare la pagina facebook, nella quale ho continuato a scrivere di tanto in tanto, né il blog. Ero alle prese con l’insegnamento di materie piuttosto corpose e impegnative e con studio e tirocinio per un master che avevo deciso di prendermi già l’anno scorso. A Gennaio 2023 ho scoperto che mi avevano accettata, salvo poi capire che ne prendevano solo 100…ma si sono presumo presentati in meno perché eravamo una trentina circa su Moodle…inclusi i docenti.

Da Febbraio è cominciato il delirio di Unità di Studio pubblicate ogni quindici giorni, da studiare e con tanto di domande cui rispondere sul forum della piattaforma e nei quesiti per l’autovalutazione. C’è stato, sempre nel master, il tirocinio diviso in due fasi: fase A che richiedeva lo studio dei documenti della propria scuola, con restituzione in 10 minuti, corredata di presentazione power point riassuntiva dell’esperienza, a Luglio, durante il primo seminario che richiedeva obbligo di frequenza.
A Settembre è iniziata la Fase B del tirocinio, con collegi docenti, riunioni in una scuola di un ordine diverso da quello in cui lavoro, incontri col Dirigente Scolastico che mi faceva da tutor e restituzione in 7 minuti (forse 10 erano troppi?), sempre corredata di presentazione power point, sullo studio di caso e sulla scuola in cui è stato svolto. Ovviamente anche in questa fase c’era lo studio dei documenti della scuola dove si faceva tirocinio.
A Dicembre si è conclusa l’avventura con seminario con ospiti dalla Spagna e dalla Romania e studenti della magistrale di Scienze Pedagogiche che hanno dovuto farci domande sulle esperienze di tirocinio presentate. Fuoco d’artificio: la prova finale. Tre ore per rispondere alle dieci domande più complicate della mia esistenza: roba da far apparire innocue e sciocche le domande “chi siamo?”, “da dove veniamo?” e “perché siamo qui?”.
Dopo la prova finale, tre ore di concentrazione messa a dura prova da un bimbo, figlio di forse otto o nove anni di una delle professoresse, che correva ridendo e parlando tra le sale, ecco il risultato: idonea. Niente voti, solo “idoneo” o “non idoneo”. Ero già bella felice del risultato quando mi sento fare la fatidica domanda: “va beh ma tanto son passati tutti, no?”.
Non ricordo onestamente chi mi ha posto la domanda, o forse non voglio educatamente ricordarlo, ma ricordo perfettamente il fastidio prodotto…pari a quello di un disco di vinile che si riga per un malfunzionamento della testina (sono boomer…dentro). Posto che se una persona si prende un master la cosa più elegante da dire è “congratulazioni” o “complimenti” e fine lì, al massimo farsi raccontar qualcosa, ma niente di più, di certo andare ad affermare che tanto son passati tutti risulta offensivo sia per chi ha superato la prova finale che per gli altri corsisti che nemmeno conosci. E se avessero passato tutti perché si sono impegnati tutti? Mi è capitato in classe che un’interrogazione andasse bene a tutti perché effettivamente 20 bambini si sono impegnati al massimo…una frase del genere insinuerebbe una mancanza di impegno o una scarsa serietà dell’insegnante.
“Ma tanto passano tutti” implica insomma che non c’è stata una selezione e questo fa pensare a chiunque ad un percorso privo di impegno e pertanto di scarso valore.
Si, lo so, qualcuno starà pensando “ma fregatene, parlano per invidia”, e quasi sicuramente è così ma non è su questo che rifletto, bensì su una delle tante contraddizioni che stiamo vivendo in questi tempi nell’ambito scolastico: se c’è selezione si attribuisce un valore proporzionale alla severità di tale selezione, ma nella scuola si condanna la selezione e la competizione. Come speriamo che crescano i bambini se gli arrivano messaggi così contraddittori?
Vogliamo la docente selezionata dal concorso, com’è giusto che sia ed è sacrosanto, ma non vogliamo che si faccia una sana selezione nel percorso di studio e guai a far competere, mi raccomando…però i bambini devono imparare giocando, e nel gioco un po’ di competizione c’è, è inevitabile.
La natura, la vita stessa è competizione, selezione, strategie che apportano vantaggi. Abbiamo una morale che ci spinge verso l’aiuto, il supporto di chi è in difficoltà, cosa che in natura non c’è in media, però questo non deve trasformarsi in un “mandiamoli avanti tutti che altrimenti si traumatizzano”.
La competizione deve esserci, ma occorre insegnare agli alunni a gestirla! Non è evitando la selezione e la competizione che li si protegge, ma insegnando loro a gestire la frustrazione, a imparare dalle sconfitte, a riflettere sugli errori ed a rialzarsi e riprendere a camminare a testa alta, affrontando ogni selezione con il giusto spirito competitivo, senza dimenticare che se sei più avanti, puoi aiutare chi è rimasto indietro senza perdere il vantaggio. Queste, a mio parere sono le vere lezioni da impartire.
Per quanto riguarda quella frase…beh ho abbozzato un sorriso e mi son limitata a dire “lo pensavo anche io, ma poi ho scoperto che non è così”. Ci sarebbero state forse risposte migliori ma, alla fine, l’invidia altrui non è un mio problema.
Alla prossima (spero non altro master)
la vostra
Maestra Imperfetta
P.S. Ringrazio di cuore tutti i professori del master perché mi hanno insegnato molto, sia con le Unità di Studio che con le azioni.