Pubblicato in: diario di una maestra

Gentilezza costa poco…

Come docente primaria mi tocca fare due ore di programmazione didattica ogni settimana, il mercoledì pomeriggio di solito. Essendo divisa tra due classi a volte mi viene difficile, non lo nego, ma lo si fa. Oggi era una giornata tranquilla e mi stavo confrontando con una collega guardando assieme i risultati INVALSI e ragionandoci serenamente.

Non entro nel merito dei risultati o di opinioni sui test che hanno diviso la classe docente, ma la collega mi ha raccontato un episodio sgradevole che, non nego, mi ha sinceramente disgustata.

Una collega, che chiamerò Adalgisa, impegnata in un lodevole progetto di L2 per bambini immigrati di prima generazione ha aggredito verbalmente un’altra collega di Italiano, che chiamerò Eulalia, muovendo accuse piuttosto pesanti sulle capacità e competenze metodologiche e didattiche di quest’ultima. Eulalia è di quelle docenti che si informa, si tiene in costante esercizio e si mette sempre in discussione facendo della sua insicurezza un punto di forza (anche se inconsapevolmente).

Adalgisa, che ha passato il famoso concorso che di selettivo non aveva manco il nome, tronfia e fiera e con una invidiabile sicurezza e fiducia in sé stessa che le impedisce di mettersi in discussione se non quando deve farsi bella con colleghi nuovi, nel riportare i bambini in classe ha fatto la sua sfuriata/ramanzina insinuando una presunta incapacità di Eulalia nell’insegnare la materia.

Onestamente questo non è il primo né l’unico episodio di cui, se non assisto direttamente, vengo a conoscenza. Ne ho visti e vissuti in questi pochi anni di insegnamento, ma tanto mi è bastato per ricordare le parole di mia zia Teresa: “gentilezza costa poco, compra molto”.

La gentilezza è rispetto, è comprensione, è educazione. Oggi, parlando con i miei alunni, abbiamo tradotto la canzone “Imagine” di Lennon e riflettuto sulle parole…gentilezza, basterebbe un po’ di gentilezza e si creerebbe un circolo virtuoso di aiuto reciproco.

Ma analizzando il caso specifico mi sono posta il problema, non certo da poco, della resistenza allo stress. Il nostro è un lavoro sottoposto a forte stress psicologico perché ci viene chiesto tanto, le difficoltà sono sempre maggiori, dobbiamo lottare anche con la frequente mancanza di risorse di personale, materiale ed economiche della scuola. Insomma non è facile per niente e questo ci sottopone inevitabilmente a stress. Quanto reggiamo a questo stress è un fattore individuale, anche se il carattere innato aiuta e l’attività fisica anche.

Quando ho fatto il concorso mi sono trovata in 30 minuti a dover fare lezione simulata e rispondere alle domande di inglese, tecnologia e normativa. Un paio di commissari mi interrompevano con domande di tanto in tanto per ricordarmi poi che il tempo stringeva. Ebbene, non ho pensato troppo, ho fatto e basta, ma dopo l’orale mi sono confrontata col mio compagno perché non mi erano poi sembrate così terribili come avevano fama di essere pur interrompendomi.

Il mio compagno mi disse che quell’interruzione continua era voluta, sia per testare se il lavoro era effettivamente svolto da me, sia per valutare la resistenza allo stress. Quando ho messo piede in classe ho avuto prova che effettivamente era giusto così, perché i bambini ti interrompono regolarmente e devi essere pronto a riprendere le fila del discorso subito. Oltre alla questione interruzioni in classe, c’è un altro fattore che genera stress: la burocrazia (o buropazzia). Bello il sistema valutativo per livelli e obiettivi introdotto con O.M. 172/2020, bellissimo, ma si traduce in una pratica a dir poco delirante. Per ogni verifica, interrogazione etc dobbiamo mettere l’obiettivo, il tipo di situazione, l’autonomia, se è stato raggiunto o meno l’obiettivo e una valutazione (due righe) in aggiunta…moltiplicate per 40…

Aggiungiamo un altro fattore di stress: colleghi e famiglie. Quando va bene e ti trovi colleghi con cui sei in perfetta sintonia (e a me è capitato), ti ritrovi comunque alcune famiglie che fanno resistenza. Che si possano mettere in discussione i metodi del docente può anche starci,se i metodi corteggiano l’abuso di mezzi di correzione (art 571 codice penale), ma non ci sta se la famiglia ha pretese irrealistiche o attribuisce alla scuola comportamenti dell’alunno derivanti dalla responsabilità genitorialità.

Ora shakeriamo il tutto con normative e leggi che impediscono la bocciatura (so che molti di voi sono contrari). Il Dlgs 62/2017, attuativo della L.107/2015,all’art 3 stabilisce che gli alunni della scuola primaria debbano essere ammessi all’anno successivo anche in presenza di livelli “in via di prima acquisizione”. La non ammissione avviene solo in casi eccezionali e deliberata all’unanimità dai docenti contitolari con valida motivazione. Questo, che sulla carta e come ratio è sin condivisibile, si traduce nella pratica di far passare anche coloro che, evidentemente, accumulano solo gap perché le famiglie magari rifiutano di chiedere la 104 o di farne diagnosi per cui non si può chiedere potenziamento o sostegno, o perché vengono da famiglie che se ne fregano “tanto non bocciano mai” e quindi perché sbattersi? Però poi gli Invalsi parlano e signori…non facciamo miracoli. I bambini passano alle secondarie di primo grado ed i professori giustamente si domandano che hanno fatto le maestre, senza sapere che ci siamo anche sbattute, ma tanto dobbiamo promuovere lo stesso…

In questo marasma di aspetti reali che dobbiamo affrontare ogni anno quotidianamente, accumuliamo frustrazione e tale frustrazione in alcuni/e colleghi/e si traduce in aggressività. Non siamo tutti uguali, c’è chi rimane calmo, chi trova le sue valvole di sfogo e vive con pacifica rassegnazione tutti questi ostacoli superandoli uno alla volta, man mano che si presentano, assieme alle colleghe (aiutami che ti aiuto e viceversa) e chi invece ha bisogno di rivalersi sugli altri. Ognuno ha il suo carattere e siamo esseri umani, ma su una cosa onestamente non transigo: il rispetto.

Ma costa davvero così tanto essere gentili? Non devi prendere un caffè con quella persona se non provi simpatia, ma l’educazione e la gentilezza aiuterebbero a rendere l’ambiente lavorativo decisamente migliore.

A presto

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Isolamento pedagogico

Mensa, caos generale, io seduta con altre sue maestre medito sul futuro tra pensioni, pensioni integrative e spese funerarie che, si va beh capisco che ci devono campare, ma sembrano pure un insulto in un momento difficile. Sto meditando di cambiare molte cose della mia vita, come mi capita quando mi stufo di una partita ad un videogioco e ne comincio un’altra da zero, anche se si tratta sempre di gestionali.

Si parlava con le colleghe di decisioni e dubbi e siamo approdate là dove sappiamo tutte di essere, ma nessuno lo dice.

Anni fa mi colpì tanto la frase di una dirigente rivolta ad una collega: “ l’isolamento pedagogico non è stare alla macchinetta del caffè mentre nessuno ti rivolge la parola”. Mi colpì questa frase perché mi domandai seriamente, per la prima volta, cos’è l’isolamento pedagogico. Allora non mi sentivo affatto isolata, ma ora capisco che lo ero comunque, lo ero come lo sono tutti i docenti.

Torniamo a oggi. Mensa, caos, bambini che non parlano ma urlano, noi tre che esprimiamo liberamente dubbi e perplessità, ed alla fine ci guardiamo negli occhi prendendo atto che siamo sole.

Ci sentiamo sole anche se attorno abbiamo colleghi amabili e collaborativi, ci sentiamo sole in classe, quando il sostegno non c’è perché quei genitori non chiedono la 104, ci sentiamo sole quando vorremmo fare didattica differenziata ma il tempo è sempre poco, il materiale scarseggia, le finanze pure…ma hey, abbiamo i nuovi monitor…

Ci sentiamo sole perché i dati INVALSI risvegliano sempre quel sentimento di insicurezza, quel dubbio sempiterno su un abbastanza non fatto, quando nemmeno abbiamo idea di cosa potrebbe essere abbastanza.

Ci sentiamo sole quando ci dicono dei tre mesi di ferie e solo 22 ore di lezione, seguiti dai “eh va beh però anche tu stacca”. Vorremmo farlo, ma c’è quel senso di responsabilità che ci porta a pensare “oh che bello, potrei proporlo” o cercare nel tempo libero attività e creare materiale per i bambini in difficoltà. Quando parenti e amici sbuffano perché esprimiamo la frustrazione di fronte a famiglie che remano contro i nostri metodi, la didattica e i progetti o ci entusiasmiamo di fronte ai piccoli e grandi successi dei nostri alunni, ci sentiamo sole.

Certo, abbozziamo, sorridiamo, diamo ragione e ci promettiamo di non parlarne più, e magari ci riusciamo anche…ma ci sentiamo sole.

Io mi sono anche ripromessa negli anni di fare giusto il minimo sindacale, seguire il libro e pochi esercizi così non rompono…ma poi alla fine, davanti alla madre che rovescia sulla scuola i problemi di gestione familiare…io continuo a pensare all’interesse del bambino e con le colleghe al fianco non siamo più sole in quell’arco di tempo, ma torniamo ad esserlo subito dopo.

Il buffo è che quest’isola deserta è più affollata di quanto si pensi, eppure ci sentiamo soli.

Probabilmente quella definizione della DS non era intesa come l’ho interpretata io, ma l’idea maturata da questi anni di esperienza e dal confronto mi ha spinta a questa riflessione.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: Fai da te del maestro, strumenti per docenti

Tu chiamale se vuoi…illuminazioni

Nella vita di ogni maestro/a capita almeno una volta nella vita, nel caso dei più tecnologici, costantemente in tutti gli altri casi, di avere il problema di correggere i libri digitali da LIM (o monitor touch) per far prima. Diciamolo, correggere i compiti uno a uno diventa piuttosto lunga e perdi un’ora tra “silenzio per favore” e correzione, quindi con molta praticità, e per responsabilizzarli, si corregge collettivamente.

Il docente, spiego per i non addetti, dovrebbe condividere il libro digitale su monitor o LIM e scrivere man mano i risultati. Problema! Scrivere a mano libera con un mouse è complicato persino per chi, come me, ha imparato a disegnarci prima dell’arrivo delle tavolette grafiche, figurarci per chi è meno pratico; un altro problema è che scrivere con tastiera diventa una missione kafkiana visto che anche se clicchi nel punto esatto dove vuoi scrivere, poi ti tocca spostare, ridimensionare…con grandi mal di mare.

Le soluzioni sono due: comprarsi una tavoletta grafica della wacom, anche piccola, con la Carta del docente (le vendono anche su Amazon a poco più di una trentina di euro) o, se avete un tablet, provare a fare quel che si definisce “mirroring” (da mirror che vuol dire specchio).

I nuovi monitor digitali hanno un’app specifica per il mirroring e la indica quando tenti di farlo, va da modello a modello pertanto è bene chiedere a chi ha installato il monitor o al tecnico, o anche all’animatore digitale se non lo sa il collega. Basta installarla, attivare l’app su entrambi i dispositivi ed inserire nel tablet il codice che appare sul monitor et voilà…il mirroring eccolo qua. I bambini potranno vedere tutto ciò che vorrete muovendovi dal vostro tablet. Se siete dotati di penna per il tablet potrete scrivere sulla versione digitale del libro senza alcun problema e con la vostra splendida grafia.

Nella classe c’è una vecchia LIM e non riuscite a fare ciò? Niente paura! C’è chrome che ci aiuta. Sul tablet si installa l’app “Screen Mirroring Mac,PC,Desk”, la riconoscete perché ha la seguente icona

Una volta installata aprite chrome su PC e andate al link indicato nell’app.

Controllate che il codice sia quello segnato nell’app e avviate il mirroring ed ecco che sullo schermo del vostro pc apparirà lo schermo del vostro tablet. Io ho unsato un ipad2018, ma ho letto che si può usare la medesima procedura con android, pertanto presumo vada bene qualsiasi tablet.

Insomma con questo sistema, ed una penna per scrivere a mano su tablet, potete comodamente correggere a mano libera senza il problema di scriver bene o male, e con una notevole velocità.

Spero di esservi stata utile

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: Senza categoria

Ritorno al futuro…

Oggi è il giorno dell’epifania e, in via del tutto eccezionale, ho deciso di scrivere qualcosa. Il motivo? Forse semplicemente sto procrastinando la correzione delle verifiche (e dai che qualche volta lo avete fatto anche voi), forse perché sto invece procrastinando lo studio per un concorso…insomma ogni scusa è buona per fare quello che dico sempre agli studenti di non fare: rimandare.

Tralasciando i banali “buona befana”, “allora avete portato i dolcetti stanotte?” e battute oramai talmente trite o ritrite che farebbero venire l’orchite anche a chi non ha l’attrezzatura idonea, devo confessare che io non amo questa “festa”. Non la amo perché, come dice il vecchio detto, si porta via tutte le feste…in realtà non la amo perché stavo benissimo come stavo, a casa e nel silenzio.

Se non vedete l’ora di rivedere i vostri alunni, sappiate che vi invidio. Non che non voglia loro bene, tutt’altro, ma so che come torno mi aspetta un periodo ancora più impegnativo, tra verifiche ulteriori, compiti da correggere, caos da sopportare e altre problematiche appartenenti alla mia sfera privata che non sto ad elencarvi. So che poi si inizia e si va avanti in qualche modo, e in men che non si dica è già giugno (magari), ma intanto son qui che guardo la montagna da scalare con lieve scoramento conscia che delle mille guide per l’insegnante e progetti per materiali autoprodotti…non userò nemmeno un esercizio.

Signori forse dovremmo rallentare! Il problema che io percepisco è quel piede premuto sull’acceleratore che percepisco nella vita scolastica, forse un’impressione data dalla mole di burocrazia e nessun aiuto. Forse è pesante non poter andare avanti perché hai cinque alunni che sono troppo indietro, perché si son passati due mesi nel paese d’origine e figurati se recuperano, sei la maestra, devi farglielo fare te.

Vorresti dire “ma me ne frego, che si sveglino sti genitori”, ma poi guardi quel bambino e pensi che non ha mica colpa se la famiglia non capisce, quindi ti ci metti…ma siamo umani, non facciamo miracoli. Inutili quei post melensi su quanto è bello essere maestri/e, non ti raccontano tutta la verità, cercano solo di indorare la pillola, ma un fondo di verità tutto sommato c’è e ci salva: quando arrivano risultati positivi, anche minimi, le soddisfazioni sono immense e ti guardi indietro a fine anno con un sospirone soddisfatto: ce l’hai fatta anche questa volta, e credevi di non riuscirci.

Buon ritorno cari colleghi e care colleghe, e non abbiate mai paura né timore di ammettere che ci sono momenti in cui vorresti fare un altro lavoro, sono momenti che capitano a tutti, qualsiasi lavoro facciano.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta