Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro, strumenti per docenti

C’era un gran castello …

tutti i cavalieri della tavola rotonda giurano eterna, solenne fedeltà a Sua Maestà… se l’avete cantata sapete a cosa mi riferisco, altrimenti vi lascio la meravigliosa sigla del cartone animato che mi ha fatto sognare…salvo scoprire che i libri originali sono di una noia mortale.

Nel mio karma sembra esserci una parola d’ordine: sfida! Tutta la mia vita è una continua sfida con me stessa. Oltre a matematica, scienze e inglese, in questo anno scolastico mi è stato assegnato Italiano su una quarta. Sulle prime ero preoccupata dati alcuni impegni extra che mi ero presa, convinta che non avrei cambiato classe né materie, ma a quanto pare è nel mio destino affrontare nuove sfide. Mi sono riproposta, vista l’impresa titanica in cui mi sono imbarcata oramai da febbraio, di limitarmi a seguire il libro, memore dell’esperienza con le millemila guide di cui ho utilizzato si e no due schede o forse tre, e lo sto seguendo, ma sembra non essere nel mio DNA procedere con una determinata sequenza, specialmente sui generi letterari.

Mi son ricordata del mio passato da giocatrice di ruolo e mi è tornato alla mente un gioco che mi avevano regalato amici di vecchia data, comprato a Lucca, che si chiama “One upon a time”, ossia “c’era una volta”. Nome del gioco inglese ma carte in italiano, per intenderci. Insomma mi fu regalato anni fa e l’ho rispolverato ricordando le risate con 5 carte, ogni giocatore con un finale diverso e la fatica di far girare la storia per arrivare al proprio finale.

Il gioco: ogni giocatore ha 5 carte e una carta “finale”, che contiene il finale cui deve arrivare con la sua narrazione. La narrazione deve comprendere gli elementi contenuti nelle cinque carte e, man mano che li nomina, scarta la carta di quell’elemento citato. Il problema è che altri giocatori possono interromperlo se hanno la carta interruzione o la carta che ha quell’elemento, prendendo la parola e continuando la narrazione con i propri elementi e verso il proprio finale. Delirio assicurato!

Ma come giocarci con 20 alunni?

Mentre i bimbi, tutti entusiasti mi chiedevano di giocarci ed io, in tutta onestà, ero restia a farlo sia per motivi organizzativi, sia perché voglio conservare il gioco integro, mi è venuta un’idea.

Ho preso il racconto fantastico dal libro di testo di “scrittura”, analizzato assieme la mappa concettuale del racconto fantastico, fatti due esempi e letto un racconto fantastico. Una volta fatto questo, ho fatto estrarre sei carte dal mazzo con gli elementi delle favole e una carta dal mazzo dei finali. Come compito ho dato loro di inventare un racconto fantastico (per iniziare in modo semplice), di almeno una pagina, che contiene tutti i sei elementi estratti e si conclude col finale estratto.

Ho fatto scrivere sul quaderno

Elementi estratti:

Finale:

I bambini non vedevano l’ora, al punto che hanno cominciato a tirar fuori idee, ed è stata dura trattenerli e dire loro “non ditemi nulla che voglio leggerli Lunedì”, volevano farlo per domani stesso.

Si sono divertiti ad estrarre le carte ed a fantasticare sulle mille storie possibili e questo entusiasmo mi ha fatto un immenso piacere, non nego che è stato contagioso. Spero solo di mantenerlo e di farlo mantenere. Scrivere fa bene per esercitarsi anche con la grammatica ed un compito dove devono creare di sicuro è più coinvolgente!

Se volete cimentarvi pure voi, gli elementi estratti sono: chiave, lupo, cucina, barca, scala e rubato.

Il Finale estratto è il seguente: Così le disse che era il principe ed essi vissero per sempre felici e contenti.

In tutta onestà se loro son ansiosi e desiderosi di fare questo compito, io sono ancora più curiosa di leggere cosa mi tirano fuori con questi elementi.

Potrebbero stupirmi come no, a volte i bambini hanno mostrato meno fantasia di quello che si pensa, altre volte invece mi hanno saputo creare cose meravigliose. Vi saprò dire, ma se pensate di proporlo anche voi in classe, ditemi come é andata e condividete le storie per voi più belle.

Al prossimo articolo

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Cellulare si o cellulare no?

In questi giorni concitati mi è arrivata alle orecchie qualche affermazione, utilizzata quale vanteria, che mi ha suscitato non poche perplessità. Una collega della scuola, che chiamerò fantasiosamente Sempronia (Caia o Tizia non mi garbava), sistematicamente afferma che, in quanto maestra inclusiva, accogliente e vicina alle famiglie, passa il proprio numero a tutte le mamme…proprio tutte…nessuna esclusa.

Non è la prima né sarà l’ultima a dare il numero di cellulare privato ai genitori, ma mi sono domandata se c’è qualche regola, qualche norma o cavillo legislativo che obbliga o vieta di farlo. Al momento non ho trovato nulla che lo vieti, ma neanche che lo caldeggi o lo imponga. L’unica legge che riguarda il numero di cellulare privato risiede nella cosiddetta “Privacy”, dal momento che questo numero è un dato sensibile perché riconducibile all’identità di chi lo possiede.

Ciò detto, non c’è nulla che obblighi il docente, anche se di sostegno, a dare il numero di cellulare. Il problema che ora si ponte è puramente deontologico. Ci sono due correnti di pensiero, una è quella sopra citata che ha scatenato questa mia riflessione ed ha causato la realizzazione di questo articolo mentre l’altra, caldeggiata da molti, risiede nella convinzione che non c’è alcun ragionevole motivo perché i genitori debbano avere il cellulare del docente dal momento che ci sono canali istituzionali finalizzati alla comunicazione scuola-famiglia.

Quest’ultima posizione è avvalorata più dalla consuetudine che dalla normativa, almeno stando alle mie conoscenze attuali, fondata sul buon senso. Nelle scuole di infanzia e primaria ci troviamo a gestire le ansie genitoriali quotidianamente, e francamente non è sempre facile; dipende molto dal carattere del docente. Dare il numero privato alla rappresentante di classe di solito è un buon compromesso, specialmente per quelle questioni organizzative riguardanti materiale di scuola, materiale da portare per la gita o aggiornamenti durante le gite scolastiche. Di norma sono abbastanza incline a cedere alla diplomazia in questo, specialmente se ci sono bambini con problematiche gravi nella classe.

Il vero problema è che non c’è un vero e proprio codice deontologico a livello ministeriale, ma solo il Codice di comportamento nel Pubblico Impiego (DPR 81/23) che comunque risulta molto generico per una professione come la nostra. Il problema dell’esistenza o meno di un codice deontologico per il docente, che all’estero mi risulta esista da tempo, mi si è presentato solo quando io e una mia amica, nonché collega, ci siamo proprio interrogate su queste pratiche molto naif di elargire il proprio numero privato a tutti i genitori. La nostra visione di “professionalità” è stata chiaramente, ed implicitamente, messa in discussione da questi usi arbitrari, e la domanda è sorta quindi spontanea: chi sbaglia?

Sono andata, come di consueto in questi casi, a spulciare vari siti e in alcune scuole ho trovato il “codice deontologico del docente”. Insinuandomi tra le pieghe nascoste del web, sono approdata ad ANP (Associazione Nazionale Presidi) che ha pubblicato un vero e proprio “Manifesto della Scuola” …e codice deontologico, in cui recita

Un codice deontologico in effetti c’è…ma non parla del tema di questo articolo, anche se ne consiglio caldamente la lettura per riflettere (Sarà sufficiente cliccare sulla scritta Manifesto della Scuola).

Purtroppo, nel mio girovagare, spulciare, leggere ed analizzare vari codici deontologici pubblicati dai vari siti di diverse scuole, non ho trovato nulla che facesse riferimento alla questione. Nel complesso non sbaglia nessuno, ma il buon senso suggerisce di essere più cauti e rispettosi verso se stessi e limitare la pratica di dare il proprio numero nello stretto necessario e non oltre, tenendo presente che è diritto del docente la disconnessione, pertanto è diritto esigere rispetto da parte dei genitori che hanno il nostro numero.

Personalmente non mi sono mai trovata dinnanzi a genitori che hanno approfittato del mio numero di telefono, sarà perché lo avevano solo ed esclusivamente i rappresentanti di classe e solo dal famoso periodo di lock down per organizzarsi con orari e attività della DAD, sarà perché comunque ho sempre incontrato genitori dotati di buon senso, educazione e rispetto. Devo riconoscere tuttavia che sono contraria alla pratica di dare il numero di telefono con tanta disinvoltura essendo un numero privato.

Ritengo che l’ingerenza crescente dei genitori nella vita scolastica, se da un lato può essere comprensibile nell’ottica di un servizio al cittadino che la scuola in effetti offre, e su cui il cittadino ha diritto ad esprimersi, dall’altro lato deve essere ridimensionata per proteggere la privacy e la libertà di insegnamento del docente. Si può essere accoglienti e inclusivi senza doversi immolare alle ansie genitoriali. Sarò forse algida? Fredda? Distante? Chissà, ma di certo questo mio tracciare confini netti finora mi ha portato solo a svolgere liberamente e serenamente il mio lavoro, senza mancare di rispetto a nessuno, e mi ha permesso di essere comunque disponibile, chiara ed esaustiva circa il mio agire didattico e disciplinare nelle classi con i genitori stessi.

Ricordiamoci sempre che siamo docenti e professionalità implica anche mettere paletti. Se non tracciamo confini chiari e netti tra il nostro agire professionale e le famiglie non possiamo poi piangere se queste ultime prendono troppo campo.

E voi siete dell’idea che bisogna dare il proprio numero a tutti i genitori della classe oppure meglio giusto alla rappresentante di classe e basta?

A presto, la vostra

Maestra Imperfetta