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Il ruolo del feedback nell’insegnamento

Tre mesi di vacanze. Diciotto ore settimanali per le secondarie e 24 per le primarie. Il lavoro più comodo del mondo.

Lo sappiamo. L’abbiamo sentito tante volte che ormai ci scivola addosso come l’acqua sul Gore-Tex. Non vale neanche più la pena rispondere.

Ma c’è una cosa che nessuno nomina mai. Non perché sia un segreto: semplicemente non ci pensa nessuno. Nemmeno noi, a volte, finché non ci troviamo dentro fino al collo.

L’incertezza.

Non quella di non sapere se ti confermano il posto, non quella del contratto a settembre. Quella più silenziosa, che si accumula giorno dopo giorno per anni: non sapere se stai facendo bene il tuo lavoro.

Li prendi a sei anni. Non sanno allacciarsi le scarpe. Non sanno soffiarsi il naso — e non lo impareranno mai, lo decidi presto, rassegnandoti al concerto quotidiano di nasi che tirano su in sincrono come un’orchestra senza direttore. Li guardi crescere, li accompagni attraverso le prime divisioni con il resto, i primi temi — ma in quarta i temi? Sono piccoli — le prime volte che qualcosa si rompe e va rimesso insieme, più o meno storto, più o meno bene.

In cinque anni accumuli: lotte per i compiti, battutine dei genitori, discussioni con la Dirigente sulla differenza tra severità eccessiva e coerenza necessaria, articoli del Regolamento citati a memoria come autodifesa. Accumuli dubbi. Forse sto esagerando. Forse non basto. Forse sto sbagliando tutto. Forse far studiare la grammatica inglese a memoria era sbagliato. Forse insistere sulla comprensione del testo invece di fermarmi sull’analisi era la scelta sbagliata. Forse stavo costruendo qualcosa, forse stavo solo perdendo tempo su cose che non contano.

E nessuno te lo dice. Nessuno ti ferma a metà corsa per dirti come stai andando. Il feedback nel nostro lavoro arriva in ritardo, quando arriva. Di solito non arriva.

Arrivano con le verifiche. Quella in cui metà classe ha sbagliato la stessa cosa, e ti siedi la sera a fissare i fogli chiedendoti se il problema è loro o se sei tu che hai spiegato male. Di solito conclusione provvisoria: hai spiegato male. Rispieghi. Rispiegano di non aver capito. Rispieghi ancora, con altre parole, altri esempi, altro entusiasmo performativo. Non capisco. E a quel punto cominci a dubitare non solo del tuo metodo ma proprio della tua capacità di usare la lingua italiana in modo comprensibile a esseri umani.

Poi però succede qualcosa. Uno alza la mano e fa una domanda. Una di quelle domande che non ti aspetti, disarticolata, con una sintassi tutta sua e un lessico inventato a metà strada, ma dentro c’è un pensiero vero — qualcosa che non gli hai insegnato tu, o almeno non direttamente, qualcosa che ha elaborato da solo mettendo insieme pezzi. E capisci che qualcosa sta girando, lì dentro, anche se non riesci a vedere come.

Ma non basta. Non basta per stare tranquilli. Perché il giorno dopo ci sono altre verifiche, altri non capisco, altri dubbi.

Poi un giorno — quasi un anno dopo che li hai lasciati andare, quando ormai hai già cominciato a seminare da capo con un’altra classe — li incontri. Corrono ad abbracciarti. Ti dicono grazie maestra, ho preso dieci meno in inglese, e tu ridi perché la formulazione è perfetta, onesta, né trionfale né tragica. E le loro professoresse ti guardano e ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro.

In quel momento ti passa davanti tutto. Le discussioni, le spiegazioni, la fatica. I temi di quarta.

Non è orgoglio, o non è solo quello. È qualcosa di più strano: è sollievo. Il sollievo di chi ha camminato al buio per cinque anni e scopre, quasi per caso, che la strada c’era davvero.

Si semina senza sapere. E ogni tanto, con un po’ di fortuna, qualcuno torna indietro a dirtelo.

Ma la classe dopo è già lì. E si ricomincia da capo, al buio, come sempre.

Alla prossima riflessione, la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

L’ora di potenziamento (ovvero: il tappabuchi)

Nella mia scuola ci sono le ore di potenziamento usate come tappabuchi.

In teoria, servono a potenziare. Qualcosa. I bambini, presumibilmente. In pratica, grazie a un comma dell’art. 1 della Legge 107/2015 — la cosiddetta Buona Scuola, che di buono ha avuto soprattutto il nome — quelle ore diventano un sistema elegante per coprire le assenze senza disturbare il supplente. Sei un’insegnante in più? Ottimo. Sei un tappabuchi con la laurea.

Così un venerdì pomeriggio mi ritrovo in una quinta.

Non una quinta qualunque. Una quinta dalla fama consolidata, tramandata nei corridoi con quel misto di terrore e rassegnazione con cui si parla di certi fenomeni naturali — la mareggiata, il maestrale, quella classe lì. C’è chi li ha definiti animali — cosa che trovo biologicamente imprecisa, visto che tecnicamente lo siamo tutti, ma capisco il senso. C’è chi li descrive come mai evoluti, creature regredite allo stadio primordiale con organismi monocellulari al posto del cervello. C’è chi li guarda con terrore. C’è chi li vive ogni giorno e mi dice “è come parlare a un muro di gomma” — e non lo dice con affetto.

Io, di solito, il venerdì pomeriggio non ci sono. Vedo questi bambini di sfuggita, come si vede un temporale dal finestrino del treno: sai che esiste, sai che è brutto, ma non ti riguarda direttamente.

Le mie classi sono le seconde.

Con le seconde il massimo del dramma è Giorgino che ha detto una parolaccia — parolaccia che naturalmente nessuno ha sentito ma tutti si sono voltati a segnalare — e Mohamed che è offeso perché tocca mangiare le polpette di carne invece della pizza. Mohamed, hai tutta la mia comprensione. Anch’io preferisco la pizza.

Ho anche un misterioso terrore collettivo di non essere serviti per primi, di origine ignota, su cui prima o poi aprirò un’indagine antropologica.

Ma venerdì c’era la quinta.

Sono entrata con la rassegnazione di chi sa che andrà male ma spera nel miracolo. Per due ore e mezza è andata. Non benissimo, ma è andata. Hanno fatto i compiti. Qualcuno li ha anche fatti bene. Ho tenuto duro. Ho sorriso. Ho risposto alle domande fuori tema con la pazienza di chi ha già consumato le riserve ma non lo dà a vedere.

Poi è arrivata l’uscita.

Già mi vedevo fuori, libera, a riconsegnare ognuno al rispettivo genitore con un sorriso che significava affari vostri adesso. Stavamo scendendo le scale quando sento un rumore — quel tipo di rumore che si riconosce istintivamente, anche se non lo si è mai sentito prima — e l’insegnante di sostegno, un omone ben piantato con il doppio lavoro di psicoterapeuta (e si capisce il perché), dice ad alta voce:

“William, no.”

Mi volto.

Willy — lo chiamo così, di fantasia, per ovvie ragioni — è un bambinone più alto di me, ben piantato, con qualche problemino cognitivo e, evidentemente, con una soglia di tolleranza che quel pomeriggio era già stata ampiamente superata. Stava mettendo le mani addosso ad Abdul. Abdul, altrettanto alto, altrettanto ben piantato, e — bisogna dirlo — oggettivamente più stronzo, visto che era lui ad averlo stuzzicato.

Mi sono tuffata.

Non in senso figurato. Proprio fisicamente, con la borsa ancora a tracolla e la lucidità di chi ha già visto i titoli dei giornali del giorno dopo: “Maestra assente durante rissa tra alunni”, “Bambino ferito a scuola: dov’era la docente?”. I media non perdonano. La gente non capisce. E quindi: si ferma Willy.

Cosa non semplice.

L’adrenalina aumenta la forza — questo lo sapevo in teoria, adesso lo so in pratica con tutto il corpo. Lo zaino sulle spalle del bambino rende qualsiasi tentativo di contenimento un esercizio di geometria impossibile. E io, nel frattempo, ero su una scala, con la prospettiva nel migliore dei casi di una morte rapida, nel peggiore della tetraplegia.

Capivo Willy. Lo capivo profondamente. Abdul aveva passato due ore e mezza a testare sistematicamente ogni limite disponibile, e l’istinto darwiniano — lasciar fare, vedere cosa succede, fidarsi della selezione naturale — era lì, presente, comprensibile. Ma non era un’opzione.

Quindi: contenere, non cadere, non morire.

E poi — e questo è il momento in cui non sai bene da dove arriva — qualcosa si attiva. L’istinto da maestra, forse. O qualcosa di più vecchio, più mio. O anni di film e serie con ambientazione psichiatrica, studi di psicologia, cose lette e cose vissute che non sapevi di aver immagazzinato fino al momento in cui servono. Ho iniziato a farlo respirare. Prima con la forza — spalle al muro, lo so, è brutto, è bruttissimo, e mentre lo fai lo sai già che è brutto — poi con la voce, piano, con una calma che non avevo ma che dovevo sembrare di avere.

Perché i bambini ti guardano.

Tutti. Anche quelli che fino a tre minuti prima sembravano incapaci di prestare attenzione a qualsiasi cosa. Ti guardano e aspettano di capire se l’adulto regge o no. Se il mondo è ancora gestibile o no. E tu, adulto, devi essere quello che mantiene il controllo — anche quando vorresti solo posare la borsa, sederti sul gradino e aspettare che arrivi qualcun altro a gestire la situazione.

Non arriva mai qualcun altro.

Willy si è calmato.

Ha pianto. E poi mi ha dato la sua manona — grande, pesante, quella stessa mano di prima — e si è fatto condurre fino all’atrio. Io cercavo di non tremare mentre gli chiedevo come stava. Lui rispondeva. Eravamo tutti e due, credo, abbastanza stupiti di essere ancora interi.

Abdul era offesissimo. Si sentiva parte lesa — in parte lo era, in parte aveva seminato quello che stava per raccogliere — e io, lo ammetto, non gli ho nemmeno chiesto come stava. Ora che ci ripenso, avrei dovuto. Sul momento avevo ancora troppo presente come aveva trascorso le due ore precedenti.

Nel mezzo c’era anche una bambina che mi ha abbracciata sulle scale dicendo che si era spaventata tantissimo. L’ho consolata. Ho detto le cose giuste. Non so come.

Poi sono tornata a casa tremando come una foglia.

E mentre tornavo verso qualcosa di normale mi è venuta una domanda sola: le persone sanno che facciamo anche questo?

Non è da contratto. Non c’è una voce, da nessuna parte, che preveda di tenere fermo un bambino in crisi su una scala cercando di non cadere e di sembrare calmi mentre non lo si è per niente. Non c’è un’ora di potenziamento che copra questa cosa. Non c’è un comma.

Lo si fa perché i bambini guardano. E quando guardano, hanno bisogno di vedere un adulto che agisce quando c’è da agire, e che mantiene la calma quando la calma non c’è.

Anche quando quell’adulto, appena voltato l’angolo, trema come una foglia.

Ci sono giorni in cui torniamo a casa zoppicando. Con uno strappo muscolare. Con un tremore che non passa subito. Senza che nessuno lo sappia, senza che nessuno lo veda.

Poi leggi certi titoli. “E la scuola dov’è?”

La scuola c’è.

Solo che nessuno lo vede. E nessuno lo sa.

Pubblicato in: diario di una maestra

L’infanzia dimenticata: cambiano i problemi, non la complessità

Ora di potenziamento…ho fatto supplenza all’infanzia.

Io insegno in primaria da anni. Ho una classe, un registro, un metodo. Pensavo di avere una certa resistenza al caos, una soglia del rumore tarata su standard professionali dignitosi. Pensavo, insomma, di sapere cosa fosse lavorare con i bambini.

Ho rivalutato tutto nei primi dieci minuti.

Ventiquattro bambini tra i tre e i cinque anni. Uno solo adulto. Io.

Mi ero convinta, nel tragitto verso la scuola, che sarebbero stati carini e coccolosi, che sarebbe stato fattibile. Lo erano, ma erano anche ventiquattro, simultaneamente bisognosi di me per cose diverse e tutte ugualmente urgenti — le scarpe, il naso, il pianto, il litigio, il disegno, il bagno, la giacca, il succo, il mistero cosmico di cosa avesse fatto la tal bambina alla tal altra bambina tre giorni prima e che andava assolutamente risolto adesso. Senza competenze specifiche, senza la minima idea di come funzionasse quel mondo, ho passato un’ora a gestire una complessità per cui, onestamente, ammetto: non ero attrezzata.

E ho avuto conferma di una cosa che già percepivo.

La complessità non diminuisce con l’età. Cambia natura.

All’infanzia è fisica, corporea, pre-verbale. I bambini non ti dicono cosa hanno bisogno — te lo chiedono con il corpo, con il pianto, con la presenza costante e totalizzante. Non puoi strutturare un’attività e aspettarti che la seguano come alle primarie (a volte nemmeno alle primarie lo fanno). Non puoi spiegare le regole e aspettarti che le abbiano interiorizzate (si, nemmeno alle primarie in cinque anni in taluni casi). Sei tu il contenitore — di emozioni, di bisogni, di energia — e devi esserlo per tutti contemporaneamente.

In primaria la complessità cambia registro — e qui, lo ammetto, mi muovo su un terreno che conosco meglio. I bambini stanno imparando ad essere alunni, il che significa che stai lavorando su due livelli insieme: i contenuti e il metodo. Stai insegnando a leggere e contemporaneamente stai insegnando cosa significa stare in una classe, ascoltare, aspettare il proprio turno, gestire la frustrazione di non capire subito. Le attività sono strutturate, i bisogni sono più verbali, la negoziazione emotiva è continua — ma almeno so come si fa.

Alle secondarie cambia ancora. La complessità diventa identitaria, a tratti negoziale. Hai davanti persone che stanno costruendo se stesse e che spesso lo fanno in opposizione — all’adulto, alla regola, all’istituzione. Richiede un altro tipo di pazienza, un altro tipo di competenza.

Tre ordini. Tre tipi di complessità incomparabili tra loro. Nessuna “meno” delle altre.

Eppure.

C’è un’idea dura a morire — nella società, nel sistema, a volte persino tra noi insegnanti — che con i bambini piccoli basti volergli bene. Che l’infanzia sia il gradino più basso della scala, quello dove si mettono i meno attrezzati in attesa di una collocazione migliore, quello che si copre con una supplenza dell’ultimo minuto perché in fondo chiunque può farcela.

Io ieri non ce la facevo.

E non perché fossi incapace in assoluto, ma perché non avevo le competenze specifiche che quella classe richiedeva. Competenze che le mie colleghe dell’infanzia hanno costruito in anni di formazione e pratica, e che il sistema scolastico italiano tratta come intercambiabili con qualsiasi altra cosa — mandando in supplenza chiunque capiti, come se insegnare a un bambino di quattro anni e insegnare a uno di otto fossero la stessa cosa con qualche anno di differenza.

Non è ingenuità. È una scelta. Costa più riconoscere le differenze in termini di formazione, di risorse, di considerazione professionale, che ignorarle.

Sono tornata nella mia classe di primaria con qualcosa di diverso. Non un rispetto nuovo — quello c’era già. Ma una comprensione più concreta, più incarnata, di cosa significhi davvero fare quel lavoro. Perché sentirsi dire che è difficile è una cosa. Trovarsi lì, da sola, con ventiquattro bambini di tre anni che ti guardano come se fossi l’unico punto fermo dell’universo, è un’altra.

Le competenze richieste all’infanzia non sono una versione semplificata di quelle della primaria. Sono competenze diverse, specifiche, costruite su una pedagogia e una pratica che non si improvvisano. E finché il sistema continuerà a trattarle come intercambiabili, continuerà a non capire — e a non voler capire — cosa sta chiedendo a quelle persone ogni giorno.

Vale la pena cominciare a rifletterci, tutti, dalle primarie in su. Perché se non iniziamo noi docenti a rivalutare e dare il giusto peso alle colleghe dell’infanzia, non possiamo nemmeno sperare che la società cambi percezione — e il governo di riflesso.

La vostra Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Pedainstagramagogia: quando i reel sulla scuola diventano l’effetto CSI dell’educazione

A gennaio Instagram si è riempito di consigli per il rientro e, tra video di un lamantino da nutrire e capibara che ballano danze tradizionali folk (ognuno ha le sue perversioni), sono incappata in un video dove una donnina dall’aspetto gentile e dolce mostrava fogli con su scritto “maestre siate gentili, al rientro dalle vacanze raccontate loro una storia, sorprendeteli, ispirateli…”. Ho provato fastidio! Sì, lo ammetto, fastidio, ed è per questo che non ho scritto subito, prima volevo capire cosa mi infastidisse: orgoglio professionale ferito (dubito, perché so che ho sempre da imparare), storytelling tossico scolastico, oppure preoccupazione per un fenomeno già osservato in altro ambito, mia guilty pleasure, che è il true crime.

Ecco, il true crime. Ma cosa c’entra il true crime con i consigli per maestre su Instagram? C’entra eccome, e il collegamento si chiama “effetto CSI”.

Chi segue serie tv poliziesche lo sa: in 42 minuti (pause pubblicità incluse) si risolve qualsiasi caso. Il DNA viene analizzato in tempo reale mentre sorseggi un caffè, le impronte digitali trovano corrispondenza istantanea in database infiniti, da un’immagine sgranata di una telecamera al semaforo si ricostruisce in 3D il volto dell’assassino. È spettacolare, è affascinante, ed è completamente distante dalla realtà.

Questo fenomeno ha un nome preciso in criminologia: “effetto CSI”. Gli investigatori e i magistrati lo conoscono bene, perché si trovano a gestirne le conseguenze. Giurati che si aspettano prove forensi decisive in ogni processo. Famiglie di vittime che chiedono perché non si usa “quella tecnologia che ho visto in tv”. Opinione pubblica che si scandalizza per indagini che durano mesi invece che un episodio televisivo.

Il problema non è CSI in sé. Il problema è che quella narrazione crea aspettative irrealistiche su come funzionano davvero le indagini, i tempi della giustizia, i limiti tecnici e umani del lavoro investigativo. E quando la realtà non corrisponde alla fiction, la colpa ricade su chi lavora sul campo: sei incompetente, non ti impegni abbastanza, la giustizia non funziona.

Ora torniamo a quella donnina gentile con i suoi fogli su Instagram.

La pedainstagramagogia (sì, l’ho appena inventato e no, non mi pento) funziona esattamente come CSI. Crea una narrazione distorta di cosa significhi insegnare, con quali tempi, con quali strumenti, con quali risultati.

In questi reel tutto funziona perfettamente. L’insegnante arriva in classe, racconta una storia coinvolgente, i bambini pendono dalle sue labbra estasiati, la scintilla della curiosità si accende istantaneamente. Nessuno ha bisogno di andare in bagno nel momento meno opportuno. Nessuno è ancora mezzo addormentato dopo le vacanze. Nessuno sta pensando ai regali di Natale o al fatto che la mamma stamattina ha litigato col papà. La classe è un’entità omogenea perfettamente ricettiva, l’insegnante è un performer instancabile sempre ispirato, ogni momento è significativo e trasformativo.

È tutto molto aesthetic. Molto goals. Molto inspirational.

E molto, molto lontano dalla realtà materiale di un’aula.

Secondo Instagram: arrivi con una storia meravigliosa, crei aspettativa, accendi la magia, ispiri giovani menti.

Secondo la realtà: arrivi e devi ristabilire le routine, ricordare dove si appendono le giacche, gestire chi ha dimenticato l’astuccio, accogliere chi è felice di tornare e chi decisamente no, rinegoziare gli spazi di convivenza, riabituare i corpi a stare seduti, le menti a concentrarsi, il gruppo a funzionare come gruppo.

E sì, magari racconti anche una storia. O magari no, perché valuti che in quella specifica classe, con quei specifici bambini, in quel specifico momento, serve altro. Serve tempo, serve gradualità, serve normalità rassicurante. Serve professionalità nel leggere il contesto, non performance da intrattenitore.

Ma questo non è instagrammabile. Non fa engagement. Non diventa virale.

Come per l’effetto CSI, il problema non è il singolo reel. Il problema è che questa narrazione crea aspettative distorte in chi guarda da fuori: genitori, opinione pubblica, decisori politici. E queste aspettative poi ricadono sugli insegnanti come pressioni concrete.

“Perché non fai come quella che ho visto su Instagram?”

“Mio figlio si annoia, evidentemente non lo stai coinvolgendo abbastanza.”

“Basterebbe un po’ di creatività e passione per risolvere i problemi della scuola.”

Esattamente come con CSI: se le cose non vanno come nei reel, la colpa è di chi lavora sul campo. Non ti impegni abbastanza. Non sei abbastanza creativo. Non sei abbastanza ispirato. La scuola è rimasta indietro.

Si dimentica – o meglio, non viene mai mostrato – tutto il lavoro invisibile che costituisce la vera professionalità docente. La capacità di leggere il gruppo classe. Di adattare la programmazione alla realtà contingente. Di gestire contemporaneamente apprendimenti, relazioni, emozioni, corpi, tempi, spazi. Di fare scelte pedagogiche basate su competenza e non su effetto scenico. Di costruire percorsi nel lungo periodo invece che momenti wow istantanei.

Ed ecco il paradosso più stridente. Questa retorica del “maestro ispiratore”, del “momento magico”, della “scintilla che si accende” finisce per svalutare proprio il lavoro educativo vero. Perché il messaggio implicito è: basta un’idea carina, un po’ di entusiasmo, la storia giusta al momento giusto.

Come se insegnare fosse questione di performance individuale e non di competenza professionale costruita nel tempo. Come se bastasse la buona volontà e non servissero formazione, esperienza, capacità di analisi, strumenti metodologici. Come se ogni bambino rispondesse agli stessi stimoli, come se ogni classe funzionasse allo stesso modo, come se ogni contesto fosse neutro.

È la stessa logica per cui “chiunque potrebbe fare l’insegnante” – basta voler bene ai bambini, no? Esattamente come chiunque potrebbe fare l’investigatore: basta guardare le prove, no?

Ed ecco che ci ritroviamo, puntuale come la morte o le tasse (a seconda del vostro tasso di ottimismo Leopardiano) a sentire in giro, a cene o pranzi o altre situazioni sociali un genitore che, dopo aver visto il reel, chiede perché la maestra dei suoi figli non fa “quella cosa delle storie” ignorando che la maestra sta lavorando su un progetto di lungo periodo meno scenografico ma più sostanzioso.

Torniamo per un attimo a quel primo giorno di rientro. Tu hai preparato la tua storia coinvolgente, hai creato aspettativa, stai per ispirare giovani menti e… “maestra posso andare in bagno?”

Secondo la narrazione Instagram, questo è il momento del fallimento. La magia si spezza. Non hai coinvolto abbastanza. Hai perso il controllo della situazione.

Secondo la realtà professionale, questo è semplicemente… scuola. Un bambino che chiede di andare in bagno ha un bisogno reale e legittimo o semplicemente non gli frega niente della tua storia. Gestire quella richiesta – valutare se è urgente o può aspettare, se è il decimo bambino in dieci minuti e quindi forse c’è dell’altro in gioco, se è un modo per gestire l’ansia del rientro – è pedagogia tanto quanto la storia più ispirata del mondo.

È ascolto dei bisogni. È gestione dello spazio condiviso. È educazione alla convivenza. È capacità di tenere insieme la programmazione e l’imprevisto, il gruppo e l’individuo, l’ideale e il materiale e non prenderla sul personale (eddai che lo abbiamo fatto tutti almeno una volta).

Ma questo richiede di accettare che il lavoro dell’insegnante non si svolge in uno spazio asettico fatto solo di menti da ispirare. Si svolge in uno spazio fatto di corpi, emozioni, bisogni fisici, relazioni complesse, contesti sociali, fatiche, gioie, routine e, sì, anche bagni.

No, ovviamente. Non sto dicendo che i consigli didattici siano inutili o che non si debba mai cercare di coinvolgere gli studenti in modo creativo. Sto dicendo che serve distinzione tra la narrazione e la realtà, tra l’ispirazione e l’aspettativa irrealistica, tra il momento esemplare e la pratica quotidiana.

Un conto è vedere un reel e pensare “interessante, potrei provare a riadattare questa idea al mio contesto”. Un altro conto è credere che quella sia la norma a cui tutti dobbiamo tendere sempre, e che se non ci arriviamo siamo professionalmente inadeguati.

Un conto è condividere pratiche didattiche. Un altro è creare una narrazione tossica che alimenta aspettative distorte e finisce per svalutare il lavoro vero.

La differenza sta nella consapevolezza del mezzo e del messaggio. Instagram non è neutro. Richiede una certa estetica, un certo ritmo, una certa semplificazione. E questo va benissimo per i lamantini da nutrire e i capibara folk (che comunque hanno la loro importanza nella salute mentale). Ma quando si applica alla rappresentazione di una professione complessa, crea distorsioni.

Forse è il momento di rivendicare la complessità e l’ordinaria straordinarietà del lavoro educativo. Quella che non entra in 30 secondi di reel. Quella che non ha un prima-e-dopo spettacolare. Quella che si costruisce giorno per giorno, con pazienza, competenza, presenza.

Quella dove “maestra posso andare in bagno?” non è il fallimento della lezione perfetta, ma parte integrante di un processo educativo che si prende cura di persone intere – non solo di menti da ispirare, ma di bambini e ragazzi con corpi, bisogni, emozioni, storie (e anche voglia di essere altrove in quel momento, esattamente come noi).

E magari, la prossima volta che incappiamo in un reel di consigli per insegnanti tra un lamantino e un capibara, possiamo permetterci di sentire quel fastidio, ascoltarlo, e chiederci: cosa sta davvero comunicando questo contenuto? A chi serve questa narrazione? Quali aspettative sta creando?

Perché se CSI ci ha insegnato qualcosa, è che quando la fiction prende il posto della realtà, a pagarne il prezzo sono sempre quelli che lavorano sul campo.

Ma ora veniamo a te, si, proprio te che mi stai leggendo! Se sei arrivato fino a qui raccontami: cosa ha fatto la maestra di tuo/a figlio/a al rientro? Se sei un docente, cosa hai fatto tu? Ma, soprattutto, cosa ne pensi della Pedainstragramogia?

Rispondimi nei commenti o seguimi su facebook, instagram (tanta ironia ma senza pedagogia) e youtube.

A presto, la tua

Maestra Imperfetta non Instagrammabile.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La Sindrome di Davigo: Quando l’Antipatia Diventa Prova

Ovvero: come trasformare il pregiudizio in metodologia educativa

Nel podcast “Sentenze” di Giovanni Zagni e Giovanni Gasperini – che consiglio caldamente per la competenza giuridica e la capacità divulgativa – ho ancora una volta appurato quanto la realtà spesso superi la letteratura nel dipingere l’animo umano. È il caso del rigidissimo ex giudice Davigo.

Ah, che sollievo sentire qualcuno che finalmente ha il coraggio di ammettere quello che tutti sappiamo ma fingiamo di ignorare: che il nostro senso di giustizia è calibrato sulla simpatia e l’antipatia quanto un orologio rotto sul tempo esatto.

Il buon Davigo – che evidentemente ha confuso il codice penale con il Malleus Maleficarum – ci ha regalato una perla di saggezza degna di essere incisa sui muri delle aule di tribunale: “Gli innocenti sono colpevoli che l’hanno fatta franca”.

Tradotto dal giuridichese: “Se non ti ho ancora beccato, è solo questione di tempo, furfante!”. Una filosofia che farebbe impallidire Kafka per la sua logica cristallina e renderebbe Torquemada un garantista liberal.

L’Ipocrisia del Nostro Sdegno

La nostra prima reazione è di orrore. Rifuggiamo questa frase come un pensiero intrusivo che ci spaventa proprio perché, avendolo avuto, temiamo di condividerlo. Quindi ci indigniamo. No, noi non la pensiamo così, quindi non agiamo così!

Ma siamo davvero sicuri?

Riflettiamo attentamente sui nostri comportamenti quotidiani. Quando la soglia dell’attenzione si abbassa, quando la stanchezza e i problemi si fanno sentire, possiamo onestamente affermare con certezza di non scivolare su questa logica?

Forse agiamo in modo non troppo diverso, solo che invece di mandare in galera innocenti, rischiamo di minare l’autostima dei bambini – molto più raffinato, molto più socialmente accettabile perché sfumato e quasi invisibile.

Kevin vs Brunetto: La Giustizia in Aula…non di tribunale

Certo, non dico che lo si faccia intenzionalmente – almeno non tutti – ma se ci pensiamo bene, almeno una volta abbiamo tutti giudicato quel bambino che ci guardava storto, quello che aveva “la faccia da l’ho fatto io” anche quando dormiva. Quello che, appena succedeva qualcosa, tutti gli occhi si voltavano verso di lui come girasoli verso il sole del sospetto.

E che dire di quella sottile, impercettibile differenza di trattamento tra Brunetto Bravo-in-Tutto e Kevin Combina-Guai? Quando manca la matita, il primo “forse l’ha dimenticata a casa”, il secondo “sicuramente l’ha nascosta per non fare il compito”. Stessa situazione, due pesi e due misure, perché la faccia da innocente è un privilegio che si guadagna sul campo della simpatia.

L’Effetto Aureola: L’Altra Faccia della Medaglia

Il problema funziona anche al contrario: ammettiamolo, almeno a noi stessi – quante volte abbiamo fatto finta di non vedere quando il nostro piccolo angioletto combinava disastri, perché “impossibile, lui è così bravo”? L’effetto aureola è potente quanto il pregiudizio.

La Confessione di un’Educatrice Imperfetta

Quindi, cari colleghi, compagni inconsapevoli in questa generale ipocrisia pedagogica, la prossima volta che Kevin viene accusato di aver fatto sparire la merenda di Brunetto, chiediamoci se forse – dico forse – anche i nostri neuroni sono stati contaminati dalla Sindrome di Davigo.

La vera domanda non è se siamo tutti un po’ giustizialisti da strapazzo, ma se avremo mai il coraggio di ammettere che il nostro “intuito pedagogico” è spesso solo un pregiudizio ben vestito.

So che a volte il nostro intuito fa centro, ma dobbiamo imparare a riconoscere quando rischia di farci sbagliare. Come? Non ho risposte, ma non smetterò mai di cercarle. Se qualcuno di voi ha trovato strategie efficaci, le condivida pure nei commenti.

Alla prossima sindrome

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. – Kevin, se stai leggendo questo da adulto, mi dispiace per quella volta che ti ho dato la colpa solo perché eri l’unico sveglio durante la lezione. Probabilmente eri davvero innocente…forse.

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Quando non distinguo la mia noia dalla loro

Confessioni di un’insegnante alle prese con l’accoglienza

Ho poche granitiche certezze nella vita, ma una cosa la so per certa: mi annoio a morte durante le attività di accoglienza. Mongolfiere da colorare, cartoon, quattro ore e mezza in cui sembro più un’animatrice da villaggio turistico che un’insegnante. Manca solo la baby dance e avrei completato la mia trasformazione da docente a intrattenitrice per famiglie.

Il problema è che quando mi annoio io – e parliamo di noia existenziale, quella che ti fa guardare l’orologio ogni trenta secondi – non riesco più a capire un tubo di cosa succede a loro.

Li guardo mentre colorano le mongolfiere e mi sembrano persi, confusi, quasi catatonici quanto me. Ma poi mi fermo e mi faccio una domanda da un milione di dollari: lo sono davvero, o sto semplicemente proiettando la mia voglia di scappare via sui loro poveri visetti innocenti? Quando il tuo cervello è in modalità “screensaver”, come fai a distinguere tra quello che vedi e quello che la tua psiche torturata vuole vedere?

È una delle confessioni più imbarazzanti da fare per un’insegnante: a volte non so leggerli. Punto.

Dovremmo essere le Sherlock Holmes dell’interpretazione emotiva, quelle che capiscono al volo se un bambino è coinvolto o se sta recitando la parte del “bravo scolaro”. È il nostro “superpotere” professionale, quello che ci distingue da un qualsiasi adulto munito di pazienza e pennarelli. Eppure eccomi qui, totalmente in panne, incapace di distinguere la mia noia cosmica dalla loro presunta confusione.

Tornano a scuola dopo mesi di dolce far niente, freschi, curiosi, pronti a imparare. E io cosa faccio? Li accolgo con attività che annoiano prima di tutto me. Come posso pretendere di essere autentica nell’accoglienza se sono la prima a non crederci?

Forse la vera accoglienza sarebbe semplicemente ascoltarli. Farli raccontare delle vacanze, correggere insieme i compiti dell’estate, riportarli gradualmente nella dimensione scolastica senza questo teatrino forzato del “facciamo festa”. Ma no, devo seguire il copione dell’accoglienza standard: colorare, ritagliare, incollare, sorridere.

E mentre li guardo colorare, mi viene un dubbio atroce: se io mi sto annoiando, come faccio a capire se si stanno divertendo davvero o se stanno solo eseguendo, come me, un compito che qualcun altro ha deciso fosse “accogliente”?

Non riesco a distinguere dove finisce la mia proiezione e dove inizia la loro esperienza reale. È un limite professionale che non dovrei avere, ma che ho. E forse ammetterlo è il primo passo per fare davvero accoglienza – quella vera, non quella da copione.

Perché forse accogliere non significa intrattenere, ma riconoscere. Riconoscere che tornano con delle esperienze da condividere, con voglia di imparare, con bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo. Non con bisogno di mongolfiere.

Ma questo lo penso io, annoiata e disillusa. Loro cosa pensano davvero?

Non lo so. E forse è proprio questo il problema.


La vostra collega Maestra Imperfetta rimane la stessa che dà voce, dita e forse anche mente (dipende dall’esaurimento post attività di accoglienza) dietro qualcosa che mi (ma mi piace pensare ad un “ci”) rappresenta.

Scuola (in) Supposta