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Einstein non avrebbe passato il tirocinio

C’è una cosa che mi ha sempre fatto riflettere, e me la sono tenuta dentro per anni perché suonava quasi come una bestemmia: Albert Einstein, il genio dei geni, probabilmente sarebbe stato bocciato a un corso di metodologia didattica.
Non lo dico io. Lo dice la storia, con quella sua elegante crudeltà.


Einstein era un genio assoluto. Un uomo che ha riscritto la nostra comprensione dello spazio e del tempo mentre lavorava in un ufficio brevetti. Eppure i suoi studenti — anche i più brillanti — annaspavano. Le sue lezioni erano una selva oscura dove il dantesco nel mezzo del cammin era sostituito da un’equazione incomprensibile scritta sulla lavagna senza preamboli né pietà.
Poi c’è Richard Feynman. Meno mainstream — non ha fatto la foto con la linguaccia, non è diventato un meme — eppure le sue lezioni erano eventi. La gente si sedeva per terra, si appendeva agli stipiti delle porte. Einstein stesso, si racconta, andò ad ascoltarlo e capì, probabilmente per la prima volta, cosa significasse davvero insegnare.


Feynman avrebbe saputo spiegare la meccanica quantistica a un sasso. Non è un’iperbole: è una vocazione.
E allora eccola, la domanda scomoda che mi faccio ogni volta che entro in classe: le competenze bastano?


La risposta, dopo anni di parallelogrammi disegnati a mano libera e bambini convinti che il righello sia uno strumento di tortura medievale, è no. Non bastano. Non bastano nemmeno lontanamente.
Puoi essere il più brillante esperto del tuo campo — fisica teorica, letteratura comparata, o anche solo le tabelline — ma se non riesci a coinvolgere, se non crei un clima in cui sbagliare non è una catastrofe e capire è un piacere, tutte quelle conoscenze restano lì, chiuse in un cassetto di cui nessuno ha la chiave.
Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, e con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni se la cavano con molto meno.


Io lo so perché un giorno, parlando del passaggio da frazione a numero decimale, ho tirato fuori la verve da bardo. Ho spiegato ai miei bambini che la divisione è una diva del cinema: capricciosa, esigente, con un guardaroba di tre rappresentazioni — colonna, frazione, decimale — mentre le altre operazioni, nella loro ingenuità, le vedevano solo in colonna. E in colonna, tutto sommato, non succede molto: la sottrazione almeno ha il dramma del prestito, quei numeretti piccoli sopra che testimoniano un debito. L’addizione invece va liscia, senza intoppi, senza prestiti, senza storia. Pezzente, ha sentenziato qualcuno in seconda fila, con la serietà di chi ha appena detto una cosa profonda.

E da lì è venuto tutto da solo: la botola che si apre sotto il numeretto nelle moltiplicazioni con due cifre al moltiplicatore (il numero cade, mica può volare), l’ascensore che porta giù il numero nella divisione (non volevamo si facesse male), la virgola che saltella a seconda degli zeri al denominatore come se stesse ballando una tarantella.
Stavano facendo matematica. Ridendo. Costruendo connessioni. Ricordando

Ne ho parlato con il mio compagno, ricercatore di fisica. Lui ascolta i miei racconti con quella curiosità un po’ straniata di chi ha dedicato la vita alla stessa materia e la riconosce a malapena. Mi dice che creo engagement — parola sua, non mia — attraverso la narrazione, che trova genuinamente divertente questa matematica con una sua personalità: i numeri che si prestano, le operazioni che saltano, le figure geometriche che fanno famiglia. Una volta mi ha detto: “Per questo mi piace sentire come altri insegnano la mia stessa materia. È sempre interessante.”


Quella frase mi ha colpita. Non perché venga dal mio compagno — che è affettuoso quanto basta e critico quanto serve, forse anche di più — ma perché viene da uno specialista. Da qualcuno che della matematica conosce gli strati più profondi e che tuttavia si ferma, incuriosito, davanti a un approccio che deve fare i conti con lo stadio di sviluppo cognitivo di un bambino di sette anni e con la priorità assoluta di non far venire paura. Due vincoli che la ricerca pura non si pone mai.


Ecco il punto: la narrazione non è un orpello pedagogico da esibire ai colloqui con i genitori. È il meccanismo con cui il cervello umano — di qualsiasi età — fissa le cose. Lo sapevano i Greci con i miti, lo sapeva Esopo con le favole, lo sapeva Feynman con i suoi esempi assurdi e meravigliosi.
Einstein era un genio. Ma Feynman sapeva insegnare.

Io non sono né l’uno né l’altro. Sono una maestra che ci prova. Con una cassetta degli attrezzi composta da una narrativa rattoppata, un repertorio di metafore discutibili e la vaga sensazione, alla fine di ogni lezione, di aver imparato molto più di quanto abbia insegnato.

Al prossimo articolo

la vostra

Maestra Imperfetta

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I bambini non ti temono, maestra

Capita talvolta di chiacchierare allegramente con una mamma, specialmente quando, come me, le si percepisce con la sincera solidarietà femminile di chi comprende bene le difficoltà altrui. Parlando e scherzando sulla coda di paglia dei bambini, e di quello che dicono o non dicono a casa riguardo ciò che accade a scuola, è venuto fuori il fatidico

“no maestra, te non ti temono, o almeno nessuno ha mai raccontato che li hai sgridati”

Ammetto che è stato un fulmine a ciel sereno, non credevo proprio, e non sapevo se la cosa dovesse mettere in discussione la mia autorevolezza oppure no. Non mi è passato per l’anticamera del cervello di offendermi, anzi, mi sono sentita invece rassicurata da questa affermazione, ma la domanda che mi sono posta è

i genitori fanno l’equazione insegnante temuto=insegnante bravo?

Anche se la risposta dovesse essere affermativa, e questo non cambierebbe di una virgola la mia granitica convinzione che non devono temermi, questo spinge ad una riflessione approfondita su quella che è la figura dell’insegnante nella percezione comune (togliamo polemiche come tre mesi di ferie e cose così, concentriamoci sull’immagine del docente in classe).

Siamo partiti dall’istitutore/istitutrice severa, docenti che davano bacchettate sulle mani, punizioni corporali e non sorridevano manco a pagarli, passando per il maestro del romanzo Cuore, insegnante tutto sommato comprensivo nella sua severità, che mi ricordava un poco il mio maestro. Siamo passati dalla Montessori, i cui principi sono degenerati in eccessi discutibili, passando per l’educazione danese e via dicendo, ma tant’è nella mente dei genitori di oggi, se pure giustamente contrari alle pene corporali ed alle umiliazioni, l’insegnante temuto è quello rispettabile, bravo, capace. Insomma, nella schizofrenica incapacità di decidere cosa si vuole dalla scuola, non si capisce nemmeno cosa si vuol chiedere al docente.

La domanda che mi pongo dunque è “come ci vedono i genitori?”

Molti colleghi non danno peso forse a questa domanda, e probabilmente fanno anche bene, ma nella mia visione della scuola noi non istruiamo semplicemente, non educhiamo solamente, noi offriamo un servizio e, come tale, abbiamo bisogno di feedback a riguardo per comprendere cosa e come migliorare tale servizio.

Come ci vedono i genitori è interessante per comprendere quale messaggio passa, come cambia la società attorno a noi, come cambia il sentire comune e la percezione della scuola stessa come Istituzione e, cosa non da poco, come cambia la concezione dell’istruzione. Ovviamente van fatti i dovuti distinguo, contestualizzare, comprendere cosa c’è dietro questa o quella lamentela, ma va fatta anche autoanalisi. Nessuno è perfetto, non lo sono loro e non lo siamo noi.

Parlando con mia sorella, utilissima quando si parla di scuola e maestre data la differenza tra la scuola dove lavoro io e quella dove vanno le nipotine, è venuto fuori che il “temere” la maestra non è sempre percepito come positivo, anzi. Ma mia sorella ha un altro carattere e un altro background.

“Ma i bambini se non mi temono mi mettono i piedi in testa”

Colleghi e genitori potrebbero effettivamente contestarmi questo, e qui non so onestamente come rispondere se non con la breve esperienza personale. Ogni insegnante, da che ho visto, ha un suo stile comunicativo personale. C’è chi urla, ma tanto i bambini capiscono che non fa sul serio, c’è chi parla piano e i bimbi son terrorizzati perché se si perdono una parola son cavoli amari. Funzionano entrambi i modi da che ho visto. Alla fine l’essere temuti o meno dipende solo da noi, se lo vogliamo o no. Con alcuni bambini funziona, con altri no.

Insomma non c’è una regola che valga per tutti. Forse alcuni bambini hanno bisogno di temere la maestra per rigar dritto, ad altri invece serve amarla, o anche solo simpatizzare. Io rimango nella sacrosanta convinzione che preferisco qualche rimprovero in più ma che non mi temano, perché desidero che si fidino di me al punto da raccontarmi tutto apertamente, senza paura, solo così posso aiutarli a crescere.

Il mio modello è stato mia Zia, e lei non è mai stata temuta da me, ma la amavo così tanto che pendevo dalle sue labbra e facevo tutto ciò che mi diceva senza batter ciglio.

E voi? che insegnanti/genitori/educatori siete? Volete essere temuti o no?

Alla prossima, spero con un tutorial, la vostra

Maestra Imperfetta