Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Squid game…spiegato dai bambini

Provocazione? No, non lo è! Ma partiamo dal principio.

Da giorni oramai mi ritrovo dappertutto Squid game, citato spesso e volentieri dai bimbi, dai pedagogisti, dall’intera comunità educante perché i bambini lo emulano dandosi calci e schiaffi per una partita di un due tre stella persa. L’allarme oramai è lanciato e la serie è diventata evento, moda, criticata per lo più e definita come “merda” da alcuni (che forse nemmeno l’hanno vista). Ne avevo sentito parlare ammetto, ma essendo uscite nuove stagioni di serie che stavo vedendo ed essendo in vena di polizieschi, l’ho accantonata…o almeno era l’intenzione fino a quando…

Un paio di settimane fa, circa, una bella bimbina di 9 anni, seduta con me a mensa, mi dice “maestra conosci squid game”?

Nella confusione della mensa, con 31 bambini di quarta e una quarantina e passa di prima, ho capito “speed game” e no, non lo conoscevo. Ho pensato fosse una sorta di nuovo GTA o Fast&Furious e cose così, insomma qualcosa che non mi interessava. Ho chiesto di descrivermelo perché proprio non capivo. La bimbina tutta contenta ha esordito con “è un gioco dove se perdi muori”.

Io l’ho guardata perplessa ed ho chiesto “ma davvero? Muori davvero?”

La bimba sospira e annuisce “si maestra, è coreano”

A quel punto mi si è visualizzato quel programma di decenni fa commentato dalla Gialappa’s band “Mai dire Banzai”, solo più drastico.

Un’immagine dal programma “Mai dire banzai”, se perdevi eri solo umiliato

Ho detto solo che mi sembrava esagerato morire per un gioco, basta essere eliminati come si fa da noi in classe quando si gioca, niente di più.

L’altro ieri a ricreazione altra bimba altro regalo “Maestra conosci squid game?”

Erano tutti lì, alla cattedra, merende finite e occhi puntati su di me ad attendere la risposta. Non mi sono arrabbiata ed ho accantonato la bacchettonaggine e la pedanteria per chiedere “ma di cosa parla?”

Bimba “questi fanno un gioco tipo un due tre stella, se vinci il gioco allora ti danno tantissimi soldi e diventi ricco” tutta entusiasta.

Io annuisco già sapendo la contropartita, ma domando ingenuamente “e se perdi?”

La bambina fa spallucce “muori, ma va beh maestra, non è mica vero”

Mi veniva quasi da ridere all’ultima affermazione, non lo nego, tuttavia ho voluto indagare ulteriormente ed ho chiesto “ma come inizia? Insomma come si arriva a questo gioco?”

Nessuno dei presenti sapeva spiegarmelo. A questo punto ho detto loro come funzionava molto in soldoni, e con un poco di disonestà visto che non lo avevo visto (ne avevo solo letto qualche recensione seria), ma sono intervenuta “funziona che propongono a gente povera, senza soldi e disperata un gioco, se vincono diventano ricchi è vero, ma dipende come li usi poi quei soldi, ma se perdi, perdi la vita, soldi in cambio della vita? vi sembra giusto?”

I bambini si guardano un poco tra loro e poi mi dicono “ma puoi vincere taaanti soldi” e poi sospirano “no maestra, ma è finzione”

Io a quel punto non mi accontento certo, lieta che abbiano capito che è finzione ma vorrei ragionassero su ciò che vedono quindi gli dico “si lo so, e meno male, ma pensateci bene, è giusto che si sfrutti la disperazione in questo modo? Vi sembra giusto che perdere ad un gioco significhi dover essere eliminato?”

Ci hanno pensato, devo riconoscere che sono molto attenti.

Oggi, costringendomi a fare un poco di cardio sull’ellittica, mi è venuta la curiosità di vedere questa serie. Perché no? Almeno se me ne parlano di nuovo son preparata! Non è un prodotto per bambini, e fin qui è lapalissiano, ma l’ho trovato molto interessante.

Inizia con un uomo povero che vive con la mamma, una nonnetta che ancora lavora perché soldi ce ne son pochi, e centellina i soldi a lui. Lei gli lascia qualche soldo per comprare qualcosa da mangiare di buono per la figlioletta, lui però dice che non basta, così lei gli lascia qualche altro soldo. Costui, appena la nonnetta esce, cerca il bancomat della madre, ritira dei soldi e li usa tutti per scommettere sulle corse ai cavalli. Perde prima e vince dopo, ma ha dei debiti con gli strozzini. Si ritrova praticamente solo alla stazione della metro senza soldi e senza dignità. A quel punto gli si avvicina un bell’uomo, incravattato, che gli propone un gioco da bambini. Se vince il protagonista, questi gli darà 100.000 won. Il nostro pover’uomo accetta dopo qualche titubanza e perde subito. Insomma sembra destinato ad essere un perdente…ma non mi è sfuggito un dettaglio non da poco: non gli è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di considerare che avrebbe potuto perdere, e non ha chiesto nemmeno cosa sarebbe accaduto.

Accade che perde e l’uomo elegante gli sorride e gli dice che può pagare col suo corpo, come? Basta accettare di ricevere schiaffi. La visione si sposta dal punto di vista dei passeggeri della metro ma diventa così grottesca che per un istante sorridi. Finalmente il nostro pover’uomo vince e sta per dare uno schiaffo in risposta all’avversario ma viene bloccato da questi che, afferrandogli il polso, gli sorride e gli porge i 100.000 won…la storia continua ma non dirò altro. In mezza puntata ha già posto interrogativi mostrando dei lati della natura umana che tentiamo disperatamente di ignorare.

  1. L’illusione delle soluzioni facili e senza sforzo (le scommesse)
  2. Il tutto e subito (le scommesse e l’incapacità di programmazione del futuro alla ricerca di una soluzione immediata che non c’è)
  3. La bestialità umana.

Quello che mi ha colpita più di tutti è la perfetta naturalezza di quella semplice risposta ad uno stimolo. Ho ricevuto tanti schiaffi perché ho perso e quindi, quando vinco, voglio solo restituirti la sberla…dimenticando il vero motivo, dimenticando la disperazione. Insomma è entrato in gioco l’istinto.

La puntata continua (anche se non l’ho ancora finita guardandola a spizzichi e mozzichi per esigenze lavorative) e il nostro eroe negativo accetta di partecipare allo squid game per poter guadagnare tanti soldi e diventare ricco. Ma attenzione, vuole diventare ricco per potersi riprendere la figlia dimostrando di poterla mantenere. C’è un motivo molto forte che lo spinge ad accettare questo estremo.

FINE SPOILER

Guardando la puntata, anche se non tutta, mi sono ricordata dei film di un regista coreano kim ki duk, il quale nei suoi film, che sfiorano la pura poesia, introduce elementi grotteschi che sottolineano come un evidenziatore certi aspetti morali. Ecco che la violenza non è il fine, ma il mezzo per evidenziare un aspetto umano su cui egli vuole puntare il dito e lo sguardo dello spettatore. Non sono film adatti a bambini, alcuni perché troppo lunghi e silenziosi, altri perché hanno più piani di lettura. Come Squid Game non si può valutare la scena cruenta decontestualizzandola dal resto o si perde tutta la narrazione.

I BAMBINI

Il problema della società oggigiorno è che ci sono genitori che demandano il loro ruolo di educatori alla società stessa, alla scuola, all’esterno. Ecco che i bimbi, abbandonati davanti a piattaforme private come Netflix, Prime e compagnia bella, si guardano i prodotti col profilo genitori (tanto chi li controlla?).

Squid Game ha solo fatto evento, ma ci sono tantissimi prodotti non adatti alla loro età che passano in sordina, quindi non è questo in particolare il problema, ma l’incapacità e la pigrizia di taluni sufficiente a demandare e limitarsi a dire si per non sentire capricci. Inutile e sciocco chiedere la censura se tu genitore, per primo, nemmeno vai a vedere i limiti di età segnati per quel prodotto (libro, videogioco, serie o film).

Gli strumenti per evitare che i bambini guardino o utilizzino prodotti non adeguati alla loro età ci sono, ma se l’adulto non va nemmeno a guardare non può certo accusare la società e chiedere il ritiro del prodotto stesso.

Per questa volta è tutto, ma sono certa, conoscendo i miei polletti, che avrò altri aneddoti in materia da raccontare.

Al prossimo squid gioco (scherzo)

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: Fai da te del maestro, opinionibus

Videogiochi e limitazioni di età

Un giorno come tanti, spulciando facebook in un momento di ozio, sono approdata ad un’invocazione dell’intervento dello Stato contro i pericolosissimi videogiochi che traviano le menti dei bambini! Ovviamente era dovuto ad uno dei tanti articoli di pedagogisti in merito al suicidio di un bambino di 11 anni a causa di un “pericoloso gioco sui social” (non videogiochi, ma tant’è ci si scaglia pure su quelli).

Al di là della mia opinione assolutamente contraria all’intervento dello Stato su una questione che entra comunque nel vissuto genitoriale, quindi privato, mi sono fermata a pensare a tutte le volte che a mensa o a ricreazione, a volte pure a lezione, esce il discorso videogiochi con i miei bambini. Loro, otto anni suonati, dichiarano già da un paio di anni di giocare a titoli come “Call of Duty” o “Fallout 4” oltre il famosissimo Fortnite, un bimbo addirittura mi ha citato “GTA” Grand thief auto. Se hanno fratelli o sorelle che giocano a questi videogiochi e loro guardano non posso farci nulla ovviamente, se tuttavia, come dichiarato anche da alcuni genitori, questi giochi li usano loro in primis…allora occorre un minimo di informazione in merito per far più attenzione.

Partiamo da due premesse :

  1. I cartoni animati non sono tutti per bambini, alcuni sono per adulti, e questo non implica solo i porno, pertanto sulle piattaforme di streaming andate alla sezione bambini per scegliere certi contenuti (e sono certa che lo fate o lo consigliate).
  2. Per il medesimo motivo di cui sopra, videogioco= non necessariamente per bambino! Ci sono giochi e giochi e sta a noi adulti, genitori in primis, fare una cernita.

Dal secondo punto occorre educare i genitori e anche i bambini ad individuare i giochi più adatti a loro. Ma come fare? Dalla trama? E’ una possibilità, ma in realtà le aziende produttrici per prime si sono autoregolate da tempo, basti pensare che a partire dal 2003 altre forme di classificazione sono confluite nel l’iniziativa privata europea denominata PEGI (Pan European Game Information), che aiuta i genitori ad adottare decisioni informate nell’acquisto dei videogiochi per i loro figli minorenni.

Minecraft- PEGI 7

Il PEGI è usato e riconosciuto in tutta Europa ed è sostenuto con entusiasmo dalla Commissione europea. È considerato un modello di armonizzazione europea in materia di tutela dei minori.

Il PEGI è seguito da un numero che indica l’età minima adatta per giocare al videogioco. Oltre al numero vi sono dei descrittori di contenuti, ossia delle icone che rappresentano i vari contenuti del videogioco che si desidera acquistare. Per un’occhiata alle varie etichette potete andare direttamente al link seguente:

Etichette PEGI in base all’età e descrittori di contenuto.

Ogni videogioco, prima di essere lanciato sul mercato, deve compilare un modulo che permette proprio di attribuire queste etichette. La regolamentazione in tal senso pertanto c’è già, quindi sta al singolo informarsi ma io tengo molto ad avvisare ed educare in tal senso anche i bambini (perché sanno essere responsabili se gli si spiegano i motivi).

Il Maestro Baldi è un gioco che trovi anche nel Microsoft store, me ne parlano i bimbi da che avevano 6 anni- PEGI 12

Il PEGI si trova anche nel PlayStore e nell’AppleStore e Microsoft Store, pertanto vale anche per i giochi scaricati su tablet e smartphone. In fondo per un genitore è un numeretto da guardare ed occorre tener presente che un PEGI 3 va benissimo per tutte le età, un PEGI 7 potrebbe contenere un poco di violenza ma implicita, non dettagliata e non realistica o scene che potrebbero spaventare e poi si sale al PEGI 12, 16, 18 dove aumenta la violenza ed il realismo e si aggiungono contenuti non adatti a determinate fasce di età.

Granny- la terribile nonnetta assassina di cui mi parlano molto i bimbi ha un PEGI 12

Altro discorso è il tempo trascorso di fronte ad un videogioco. Capisco che fare il genitore è stancante visto che c’è pure il lavoro, pur tuttavia sconsiglio sempre di far passare più di un’ora al giorno davanti ad un videogioco, e specialmente non di sera perché i videogiochi tendono a sovrastimolare l’attenzione e so race citare i bimbi, causando problemi nella qualità del sonno.

Quindi, riassumendo ,da 17 anni esiste un sistema semplice ed immediato che permettete con uno sguardo rapido di comprendere se quel prodotto è adatto o no ai nostri bambini (figli, nipoti, alunni).

Spero che questo articolo sia stato utile a docenti, educatori e, soprattutto, genitori.

Ah i PEGI dei videogiochi citati dai miei bimbi sono:

Fortnite – PEGI 12

GTA – PEGI 18

Fallout 4 – PEGI 18

Call of Duty- PEGI 18