Pubblicato in: diario di una maestra, strumenti per docenti

Registro elettronico: la legge che tutti conoscono e nessuno rispetta

ora posso dirlo ,seppure mi fa sentire vecchia, in anni di lavoro nella scuola ho visto molte cose strane, amicizie tra nemici, inimicizia tra amici, genitori pronti a denunciarti all’USR perché gli stai antipatico e pensano che tu ce l’abbia con il loro figlio per una nota data per essersi comportato male, madri che accusano di far body shaming sul figlio solo perché non hai accettato di giustificarlo per non aver fatto tre esercizi in 7 giorni e così via, ma la cosa per me più strana è la resistenza al registro elettronico.

Non che non lo si usi, anzi…oramai è diffuso, spesso lo si compila a fine giornata, a volte ci si dimentica e lo si compila nel weekend, c’è chi addirittura dà la password ad un alunno (solitamente medie o superiori) per farlo compilare a lui (si, è successo davvero).

E qui mi viene in mente il Gattopardo, va’ a capire perché. Tancredi lo diceva a suo zio, mica a un collegio docenti: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” Ecco, il registro elettronico è la rivoluzione dei Salina della scuola italiana: cambiamo la forma, digitalizziamo, mettiamo un’app con tanto di notifica push per i genitori, e poi passiamo mesi a inventarci strategie per continuare a fare esattamente quello che facevamo prima. Solo con più passaggi.

Perché diciamocelo: il registro cartaceo lo compilavi male anche prima. La differenza è che prima nessuno se ne accorgeva, il quaderno restava chiuso in un cassetto e il genitore scopriva l’esistenza di una nota solo al colloquio, quando ormai era acqua passata e la si poteva anche un po’ addolcire in diretta. Ora no. Ora c’è un timestamp. Ora la nota delle 14:47 di martedì diventa un messaggio push delle 14:48, e alle 14:49 hai già tre genitori nella chat di classe che si consultano su come procedere, solitamente contro il docente.

E poi c’è la questione della password data all’alunno, che ogni volta che la racconto a chi non insegna genera lo stesso sguardo tra l’incredulo e il disgustato che si riserva di solito a chi confessa di aver visto tutte le stagioni di una serie senza mai fermarsi a mangiare. Eppure è successo, succede, e in fondo è la fotografia perfetta di cosa sia diventato per molti il registro: non uno strumento di comunicazione scuola-famiglia, ma un adempimento. Una cosa da “sistemare”, come le tasse. E le cose da sistemare, si sa, prima o poi le si delega. Ma il registro elettronico non è una seccatura, o meglio…lo è ma è parte del nostro lavoro e non è un vezzo delle scuole ma è legge.

E invece no, miei cari colleghi supposti, il registro elettronico non è un’App (o web app) della discordia adottata per tacito accordo tra DS e provider vari per farci impazzire. È legge. E qui la narrazione si fa antipatica, lo so. Ma se pensavate che il registro fosse un capriccio da dirigente con l’ossessione per il digitale, vi devo deludere: è la Repubblica in persona che vi ha reso pubblici ufficiali, con tanto di codice penale a corredo.

Il D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012, stabilisce che a partire dall’anno scolastico 2012-2013 le scuole adottano i registri online e inviano le comunicazioni a famiglie e alunni in formato elettronico. Quattordici anni fa, per intenderci.

Ma la parte che appassiona davvero noi giuristi della domenica è un’altra. Il registro elettronico — sia quello di classe sia quello personale del docente — ha natura giuridica di atto pubblico. Lo dice la Cassazione, e non una volta sola: sentenza 3004 del 1999 per il registro di classe, poi 12726/2000, 6138/2001 e 714/2010 per il registro personale. Il docente è pubblico ufficiale, il registro è lo strumento con cui attesta “fatti giuridicamente rilevanti” avvenuti alla sua presenza, e le sue annotazioni fanno fede finché non risulta la falsità.

Tradotto in linguaggio da pausa alle macchinette del caffè: quel clic non è un’operazione informatica, è la tua firma da pubblico ufficiale. E compilare il registro “dopo”, quando il ricordo è diventato ricostruzione comoda, non è una dimenticanza: è falso ideologico in atto pubblico, art. 476 del codice penale. Alterarlo materialmente — modificare firme, cancellare annotazioni — è falso materiale, art. 479. E visto che il registro è un documento informatico pubblico, ci pensa anche l’art. 491-bis a coprire le falsità digitali. Reati, non multe per il ritardo.

Poi c’è la questione della password data all’alunno, ricordate? Quella che ha suscitato in alcuni di voi disgusto o sconcerto e smarrimento o tutte le cose insieme. Non è solo “brutta prassi”: la compilazione spetta esclusivamente al docente presente in aula, le deleghe non sono ammesse. Consegnare le proprie credenziali a un minorenne significa lasciare che un’altra persona compili al posto tuo un atto pubblico. Sull’eventuale responsabilità penale vi lascio immaginare chi se la prende e spoiler: non è l’alunno.

Infine, il catalogo delle scuse ricorrenti,

“Lo compilo a fine giornata” — no: la compilazione va fatta in tempo reale, durante l’ora, perché la firma è atto amministrativo in itinere. Sia chiaro, lo faccio anche io alle volte perché dovendo saltare da una classe all’altra e non potendomi distrarre un istante finisco per dimenticare, però ho torto.

“Lo fa la collega se mi dimentico” — no: delega vietata, e sposti su di lei la tua responsabilità, oltre a crearne una sua. Abbiamo già tanti casini, non stiamo a crearne ulteriori a chi naviga sulla tua stessa barca e nello stesso mare in tempesta.

“La scuola non mi dà i mezzi” — unica obiezione seria: la scuola deve garantire PC, tablet e connessione. Ma la soluzione è contestare la dotazione, non il registro. La scuola non può chiederti né obbligarti ad usare dispositivi di proprietà personale. Fermo restando questo, niente ci vieta di installare l’app del registro sullo smartphone così anche nelle uscite si compila in tempo reale ma è scelta, non obbligo.

E allora mi chiedo, alla fine di questo giro tra Cassazione e codice penale: perché resistiamo così tanto a una cosa che è legge da quattordici anni, che ci rende pubblici ufficiali, e lo ricordiamo ogni sacrosanta volta che un genitore ci manca di rispetto o genitore/studente alza le mani, che — se ignorata — non è un ritardo ma un reato? Non credo sia ignoranza perché presumo lo sappiano quasi tutti. Non è nemmeno pigrizia, o non solo: ci sono docenti che passano più tempo a inventarsi strategie per aggirare il registro che a compilarlo in tempo reale.


Forse la vera resistenza non è al registro in sé, ma a quello che rappresenta. Da un lato, l’obbligo di ammettere un analfabetismo digitale selettivo: sui social ci stiamo comodi e disinvolti, ma un programma da compilare in tempo reale diventa improvvisamente un ostacolo insormontabile. Dall’altro, la fine di una zona grigia in cui la scuola poteva ancora permettersi di essere un po’ umana, un po’ approssimativa, un po’ “ci mettiamo d’accordo dopo”. Il registro cartaceo chiuso nel cassetto era anche questo, umanità e protezione silente di alcuni alunni fragili. Il timestamp no. E su questo, miei cari colleghi supposti, il Gattopardo non ci aiuta più. Perché stavolta non è cambiato tutto perché nulla cambiasse. È cambiato tutto, e forse è proprio questo, in fondo, il problema.

A questo punto la domanda vera non è più se il registro sia una scocciatura, ma quanti di voi, leggendo l’articolo 476 codice penale, hanno pensato “vabbè ma io lo faccio con affetto”.

Alla prossima

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Anno zero (ma con batteria piena)

Quest’anno ho iniziato con voglia zero ed energia mille. Non è una contraddizione: è la versione adulta e consapevole di quei bambini che alle otto e mezza dicono «non ho voglia» e alle otto e trentacinque hanno già ricostruito il sistema solare con la carta stagnola.

Poi, un mattino di settembre, guardandomi intorno, ho capito da dove viene l’energia. E perché la voglia non c’entra niente. Perché certe scuole non le attraversi: le sostieni. Ecco come.

Una scuola che sta in piedi per buona volontà

La mia scuola — e parlo di quella che conosco io, ma temo di non essere l’unica — si regge da anni su un meccanismo che nei manuali di organizzazione non esiste: la buona volontà. Non quella da manifesto motivazionale, quella vera, quotidiana, di chi resta venti minuti in più non perché deve ma perché altrimenti non si apre nemmeno la porta.

Ci sono un paio di persone brave in segreteria. Ci sono ATA volenterosi che vedono tutto e sistemano tutto. E poi ci sono i reggenti: dirigenti temporanei, di passaggio, ciascuno con la propria idea di come si tiene in mano una scuola — un’idea che dura in media una stagione e mezza, il tempo di imparare i nomi dei collaboratori e poi ripartire. Alcuni hanno lasciato regole rigide che sono rimaste lì, come calcare sul muro di un affitto scaduto. E forse non è nemmeno colpa loro: chi arriva sapendo di stare poco, con un carico di responsabilità che cresce ogni anno e un organico di segreteria che si assottiglia come una fotocopia alla decima ristampa, si attacca a ciò che può controllare. Non la scuola. Una circolare. Una firma. Un orario.

Mi ricorda un po’ Io speriamo che me la cavo. Non il napoletano, non il sud pittoresco da copertina — siamo a nord, o centro, o dove vi pare: le situazioni estreme ci sono, ma sono altre. Silenziose. Amministrative. Fatte di circolari. Estreme sì, ma di un estremismo che non fa ridere.

Il collegio docenti: dove il divario si vede

E poi c’è il collegio docenti. Ah, il collegio.

Chi frequenta gli istituti comprensivi sa di cosa parlo, quindi mi permetto di parlarne, visto che per esperienze vissute posso farlo. Infanzia, primaria, secondaria: tre mondi che condividono lo stesso cortile e tre impostazioni mentali che nemmeno un traduttore simultaneo riuscirebbe a far dialogare.

Da una parte i colleghi dell’infanzia, che parlano di campi d’esperienza come se fosse ovvio, perché per loro lo è. Al centro noi primarie, con i nostri quaderni a quadretti e la sindrome da timetable. Dall’altra la secondaria, che arriva, mette un verbale sul tavolo e un orario di ricevimento davanti a tutto. E nessuno ha torto. È questo il punto: nessuno ha torto.

Perché sono differenze di mestiere, non di carattere. Ognuno ragiona secondo il proprio ordine di scuola e secondo le esigenze che negli anni ha visto emergere — ed è perfettamente umano e comprensibile. Chi lavora con bambini di tre anni ha ragione a ragionare così. Chi ha davanti ragazzi di tredici ha ragione a ragionare cosà.

Ed è qui che il Dirigente Scolastico fa la differenza. Quando c’è qualcuno capace di unire — non con l’autorevolezza del comando, ma con quella più rara della vicinanza — il collegio funziona anche nel disaccordo. Le tre scuole diventano un istituto.

Peccato che fare il dirigente oggi sia sempre più difficile. La normativa cambia ogni anno, le responsabilità crescono, i fondi arrivano (quando e se) a pioggia di circolari da spendere entro scadenze improbabili, e chi fa quel mestiere si trova a condurre un’azienda pubblica senza i mezzi di un’azienda. E poi c’è la fame endemica di dirigenti: pochi effettivi, tanti incarichi a tempo, rotazioni continue. Come si fa a fare da collante quando il mandato dura quanto una stagione?

E l’aula, chi la regge?

E se la buona volontà tiene insieme il collegio, cosa tiene insieme l’aula? Ventisette bambini, un sostegno centellinato secondo criteri che sembrano scritti da chi in una classe non ci ha mai messo piede, un PEI che sulla carta garantisce ore che poi, nei fatti, non arrivano mai per intero. Il docente si ritrova a fare lezione, supplenza e sostegno mancante nello stesso momento — tre mestieri in un corpo solo, con lo stesso stipendio del primo.

Perché di questo non parla mai nessuno: della buona volontà si dice che “tiene in piedi la scuola”, come fosse un dato di fatto neutro, quasi un complimento. Nessuno dice a quale prezzo. Il riposo dell’estate dura il tempo dell’approvazione del primo verbale, il primo “quest’anno le coperture per il sostegno non bastano” pronunciato con lo stesso tono con cui si annuncia il meteo. E a dicembre siamo già lì, a strisciare come lombrichi — non perché l’anno sia stato eccezionale, ma perché è iniziato già in debito.

Così il divario tra le scuole si apre come una crepa sul muro. E lo sappiamo: la crepa non l’ha fatta nessun muro da solo, e nemmeno un singolo muratore.

E allora restiamo noi, con la nostra umanissima imperfezione, a tapparla. Di nuovo con la carta stagnola. Ma la carta stagnola, prima o poi, si lacera anche lei.

Se anche la tua scuola sta in piedi con lo scotch, la carta stagnola e la buona volontà di due o tre persone che non si sono ancora arrese, raccontamelo nei commenti. Non serve la scuola perfetta, serve solo dire ad alta voce quanto costa tenerla in piedi — perché finché lo diciamo solo in sala insegnanti, a bassa voce, tra un caffè alle macchinette e un consiglio di classe (o un’interclasse), resta un problema di ciascuno. Detto qui, magari, comincia a essere un problema di tutti.

Alla prossima riflessione, la vostra Maestra Imperfetta

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Primavera, blocco creativo e quella collega che capisco

Ci sono periodi dell’anno in cui scrivere diventa una fatica immane. L’inverno almeno ha la decenza di essere grigio e cupamente ispirato. La primavera invece ti tradisce: è bella, tira vento, fa venire voglia di stare fuori — e tu sei lì, davanti allo schermo, a fissare un cursore che lampeggia con la stessa ironia di un alunno che ti guarda aspettando che passi l’ora.

Quindi no, ultimamente non ho scritto molto. Gli spunti latitavano, la voglia pure, e il tempo è quella risorsa che gli insegnanti hanno in teoria (tre mesi d’estate, no?) e nella pratica non hanno mai.

Poi però succede qualcosa. Qualcuno ti racconta una storia e tu non riesci a non pensarci.

Una collega. Un bigliettino. Un insulto scritto a matita su un foglio a quadretti — probabilmente con quella grafia incerta e rotonda che hanno i bambini delle primarie, il che rende la cosa insieme tenera e agghiacciante.

La collega ha dato un’insufficienza nella materia di interrogazione di quel giorno.

Fermati. Sospendi il giudizio. Lo so cosa stai pensando, lo penso anch’io: i voti valutano le conoscenze, non il comportamento. Lo so che esiste la nota disciplinare. Lo so che probabilmente qualcuno ha già citato la normativa e si è sentito molto soddisfatto di sé.

Ma io capisco quella collega.

Non avrei fatto lo stesso, probabilmente. Ma “probabilmente” è la parola chiave — perché dopo anni di note scritte sul diario e restituite con una firma appiccicata in fretta tra la merenda e l’ora di matematica, cominci a chiederti se lo strumento disciplinare esista davvero o sia solo un gesto liturgico senza effetti pratici. La nota sul diario nelle primarie ha spesso lo stesso peso specifico di un promemoria che scrivi a te stesso e poi perdi in fondo alla borsa.

Il voto invece parla. Parla ai bambini, che capiscono il linguaggio della valutazione molto prima di capire quello delle conseguenze. Parla ai genitori, che magari per una volta alzano gli occhi dal registro elettronico invece di limitarsi a visionarlo.

È uno strumento sbagliato usato per un fine legittimo. Un cacciavite usato per piantare un chiodo — tecnicamente non funziona, però a volte il chiodo entra lo stesso.

C’è un’ultima cosa, e la dico sottovoce perché fa ridere ma fa anche piangere: per il D.Lgs. 62/2017 — il decreto attuativo della Buona Scuola che disciplina la valutazione in primaria — bocciare è tecnicamente possibile, ma deve essere un atto eccezionale, motivato, collegiale, nell’interesse del bambino. In pratica: puoi farlo, ma devi avere l’unanimità del team, una motivazione solida e probabilmente un notaio.

Il risultato è che si è creata nella percezione comune l’idea della “promozione obbligatoria” — che non è un obbligo di legge, ma è diventata una norma sociale talmente interiorizzata da fare lo stesso effetto. Il sistema non vieta le conseguenze, le rende semplicemente così faticose e rituali da scoraggiare chiunque. E poi si stupisce se qualcuno perde la testa e ricorre ai voti come ultima forma di comunicazione con la realtà.

Io non sto dicendo che la collega ha fatto bene. Sto dicendo che la capisco. E che c’è una differenza enorme tra le due cose — una differenza che a scuola si chiama comprensione del contesto, e che dovremmo insegnare ai bambini, ammesso che qualcuno ci lasci farlo ma, soprattutto, dovremmo impararla noi per primi.

E tu? Hai mai fatto una cosa “sbagliata” per le ragioni giuste? Raccontamelo nei commenti — prometto che non ti giudico. O almeno, ci provo.

Alla prossima (chissà quando)

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta