Pubblicato in: diario di una maestra

INVALSI…QUESTE SCONOSCIUTE

Oggi vi parlo di INVALSI, i test nazionali che hanno scatenato più polemiche della prima minigonna degli anni ’60, su cui ancora adesso ci si divide in due principali fazioni: guelfi e ghibellini, sostenitori e detrattori del crocifisso a scuola (ma ne parlerò in altro momento).

Insomma, in questo articolo non vi starò a fare il pizzardone sull’INVALSI né in un senso né in un altro, ma vi racconto la mia personale esperienza da docente che ha provato a fare Funzione Strumentale per la Valutazione in un anno in cui tutti han fatto un grazioso passo indietro dinnanzi alla richiesta e si è ritrovata ad organizzarla sia per le primarie che…rullo doveroso di tamburi…le secondarie di primo grado (medie per gli amici).

A conclusione di una settimana in cui sono stata presente tutti e tre i giorni di somministrazioni ad insalate miste di tredicenni, la mia reazione è stata crollare sul divano per un sonno comatoso di un’ora e mandare a quel paese ogni proposito di ginnastica pur consapevole della brioche al caramello e della torta al cocco della suocera ingurgitate per darmi forza. Ne sono uscita con la consapevolezza che amo starmene alle primarie, ma apprezzo molto di più il difficile lavoro dei professori.

Il primo giorno di somministrazione ho invidiato la pazienza dei professori. Immaginavo che ce ne volesse tanta, ma non così tanta. Rispondono e non temono, negano l’evidenza se li richiami all’ordine e ti guardano come se la pazza fossi tu. Insomma, ne esci che ti domandi “ma ero così anche io?” e capisci la severità di certi prof che hai incontrato.

Il secondo giorno di somministrazione, la stima per i prof non è mutata, ma ho imparato a conoscere meglio questi ragazzetti che tutto sommato, nel loro far casotto, scherzare, rispondere, riflettono una voglia di vivere e di ridere che è contagiosa. Ho cominciato a scherzare nei limiti del ruolo e, cosa molto interessante, hanno risposto e sono stati più “obbedienti”…certo nei limiti concessi dai loro ormoni in subbuglio.

Il terzo giorno di somministrazione la stima per i prof oramai è consolidata. I tredicenni più chiassosi sono quelli che paradossalmente ho finito per apprezzare maggiormente perché nel loro rispondere non erano sciocchi, erano curiosi, facevano osservazioni intelligenti. Io ricordo i miei compagni delle medie ed erano veramente sciocchi nel loro modo di scherzare, facendo dei versi inutilmente, questi almeno andavano di battute da stand up comedy. I ritmi comici venivano scanditi dal botta e risposta, dalle risposte mie e dei prof spesso imprevedibili e spiazzanti per loro.

Mi hanno colpita molto tre ragazzini in particolare perché, oltre a mostrare un pensiero divergente ed una certa capacità informatica, hanno chiesto che cosa sarebbe successo poi con le risposte di questi test. Non gli interessava la valutazione, ma l’elaborazione e la restituzione dei dati, la privacy etc.

Fermo restando che queste informazioni gli sono state fornite cercando di essere stringata ma esaustiva e non troppo tecnica, mi ha davvero colpita l’interesse mostrato per l’analisi statistica dei dati e le prestazioni. Facevano domande e ascoltavano con attenzione e questo mi ha restituito una speranza per il futuro che temevo persa ma, al contempo, mi ha fatto riflettere.

Spesso ci fermiamo alla loro superficie e questo ce li fa apparire in effetti insopportabili, tuttavia se si guarda oltre, se si scava, se si riesce ad entrare in contatto con la loro curiosità si apre un mondo di confronto costruttivo per entrambi. Il problema rimane sempre il tempo!

In una classe dove devi guardare ai contenuti, allo sviluppo delle loro conoscenze, al superamento delle difficoltà combattendo contro la loro invettiva nel causare i peggiori problemi con l’incoscienza tipica della loro età, non si riesce facilmente a stabilire quel contatto.

Il mio plauso sincero e la mia ammirazione vanno ai professori con cui mi sono confrontata, persone umane, comprensive, sinceramente preoccupate più dei ragazzi con i rispettivi problemi che dello stipendio (senza che l’insegnamento sia necessariamente una vocazione). Ho incontrato professionisti veri, capaci di riflettere, mettersi in discussione e dialogare con altri ordini nell’idea di una comunità educante che spesso, vuoi per burn out, vuoi per resistenze individuali di altri colleghi di ogni ordine e grado, rimane utopia nonostante gli sforzi da parte anche del Dirigente.

Io forse vivo nel mio mondo di teneri orsetti e candidi pulcini, forse vedo sempre il lato positivo, sicuramente devo imparare ancora molto ma questi tre giorni di prove invalsi CBT mi hanno restituito un’esperienza che porterò nel cuore e qualche idea di collaborazione con i professori che porterò avanti con la caparbietà da castoro che mi contraddistingue.

In tutto questo stavo dimenticando di dire una cosa: i test computer based sono comodi…fin quando non ti si pianta un pc o qualche docente decide di usare la rete della scuola rallentando tutto!

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Lo sforzo adattativo

Qualche giorno fa Facebook mi ha riproposto la foto del mio, buonanima, cane delle praterie: Bis. Era una creatura per me appartenente, come tutti gli animali, ad un altro mondo: era talmente umano che sembrava gli mancasse solo la parola.

Bis era un cane delle praterie, scoiattolo di terra, cynomio etc etc. Prima che qualche animalaro insorga…no, non era libero e poi catturato ma è nato e cresciuto in cattività ed era così abituato all’uomo da non volerne sapere di stare su un prato se non c’eravamo anche noi. Bis era affettuoso, socievole e desiderava il contatto umano ma, cosa molto interessante, aveva imparato a farsi capire.

Non è facile da spiegare, se non hai mai avuto animali credo sia impossibile, ma quando prendi un qualsiasi animale domestico, sia esotico che non, impari a capirne il linguaggio (niente battute per cortesia, non si parla di capire cosa abbaia o miagola). Arrivi a comprendere che lo squittio in un certo modo indica dolore, un altro modo indica “voglio attenzioni, prendetemi”, e un altro modo ancora ti dice “si ok ti ho sentito, ora sono tranquillo”. Impari che quando fa caos in un modo vuole essere preso in braccio e starti addosso, se lo fa in un altro magari richiama la tua attenzione sulla mancanza di cibo. Ma sei tu che impari o è l’animale che si adatta in qualche modo per farti comprendere le sue esigenze? Pavlov fece l’esperimento sul cane, ma ricordo un meme simpatico in cui il cane spiegava al gatto che aveva addestrato l’umano a dargli da mangiare ogni volta che premeva un pulsante.

Insomma lo sforzo adattativo è il tema della mia riflessione di questi giorni. E se fossimo convinti di adattarci ai nostri alunni…ma in realtà chiediamo o, peggio ancora, diamo per scontato che lo sforzo sia unilaterale? E se, sommersi nel quotidiano fatto di lezioni, compiti da correggere, esercizi da far fare, aggiornamenti professionali e altro, perdessimo di vista ciò che realmente conta?

La domanda forse potrebbe essere: ma noi sappiamo farci davvero capire?

Me lo sono chiesta quando, dopo aver tentato di spiegare 10 volte la medesima cosa vedo sempre gli stessi errori! E se fossi convinta di aver spiegato in dieci maniere differenti ma in realtà ho solo ripetuto dieci volte la medesima cosa?

Noi docenti usiamo tantissimo le parole, se ci pensate bene le parole sono il nostro strumento più della LIM, del cartellone o altro. Noi usiamo quotidianamente questo strumento senza comprenderne davvero la potenza e l’efficacia. Sia chiaro, non voglio fare lezione a nessuno in merito.

Nell’uso della parola noi ci creiamo un canale, non una chat. In questo canale noi comunichiamo agli altri ma quanto realmente ascoltiamo? Ed ecco che i nostri alunni si adattano al nostro stile comunicativo, anche se noi spesso rifiutiamo di adattarci al loro, vuoi forse per un pregiudizio nei confronti dell’infanzia secondo il quale si pretende da loro la comprensione di cose che noi per primi abbiamo appreso sbagliando.

Perché è un bambino! Ci aspettiamo che i bambini debbano abituarsi a noi, che debbano farsi capire ma fatichiamo a cercare di capirli (e non parlo delle battute che si fanno tra maestre). L’educazione passa anche attraverso la comunicazione verbale e non verbale. Non sono contraria al rimprovero se sbaglia in un comportamento, così come non sono contraria alla punizione se tale comportamento deprecabile passa il limite della civile convivenza, ma dobbiamo ricordare, e mi ci metto pure io a doverlo fare, che i bambini non sanno sempre esprimere con chiarezza i loro sentimenti perché non sanno nemmeno individuarli, classificarli e/o comprenderli. In questo lo sforzo adattivo deve essere nostro, non loro. Cosa dirgli? Non lo so! Non ho la risposta, ho solo tante domande e in questa vita si procede per tentativi ed errori, ma quello che dico loro di solito è che sono stata bambina anche io e so che a volte è difficile capire o dire perché si è arrabbiati o tristi o altro, lo è anche per noi adulti, quindi quando e se vogliono sanno che ci sono.

Basta questo? Non lo so! Fino ad ora questo atteggiamento mi ha sempre mostrato risultati positivi sul lungo periodo, ma in fondo anche loro devono imparare a fidarsi, così come gli animali, devi conquistare la fiducia e non devi mai darla per scontata.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro

IO SONO BELLAQ

No, non sono impazzita e non ho mentito sul mio nome, e nemmeno sono convertita o altro. Oggi vi parlo di un libro, sempre per bambini, che affronta due temi molto delicati ma sempre attualissimi (praticamente dei sempreverdi): il terrorismo e i pregiudizi.

Il libro si intitola appunto “Io sono BellaQ”

Un bambino di 9 anni, musulmano, viene prelevato a scuola da una squadra in mimetica arrivata in elicottero per portarlo ad essere interrogato quale responsabile di un attacco terroristico…di cui stava parlando in classe con la maestra.

Il libro affronta tutta la procedura di interrogatori con delicata ironia, un linguaggio che arriva ai bambini ed un’innocenza tale che mi ha fatto vergognare di essere adulta. Tra poliziotti buoni e poliziotti cattivi (ma perché qualcuno rimane troppo rigidamente ancorato alla procedura), il bambino vive una giornata in cui in effetti capisce ben poco, ma alla fine potrà riabbracciare i genitori e si scoprirà il motivo di tutta questa confusione.

Pregio principale del libro è un linguaggio molto vicino ai bambini, dialoghi che ho anche sentito da loro, vita scolastica assolutamente normale e un imprevisto affrontato in maniera ironica ma che lascia comunque il segno e non minimizza l’argomento.

Utile secondo me nelle nostre scuole dove purtroppo non siamo ancora completamente tolleranti e perfettamente integrati e, di tanto in tanto, purtroppo si percepisce e si sente uno strisciante e subdolo adeguamento, che nulla ha a che vedere con la reale integrazione.

Sono molto critica, ne sono consapevole, ma purtroppo ho sentito qualche uscita “infelice” da parte di adulti. Dai bambini posso anche aspettarmelo lo scivolone, sono frutto dell’ambiente in cui crescono e stanno imparando, ma dagli adulti no!

A presto

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: strumenti per docenti

L’ultima pecora

In questi giorni sto leggendo libri per bambini! Alcuni diranno “Che rottura”, altri “Ma dai che carino” e forse altri ancora “Ma fai prima a guardare tra le recensioni”. Hanno ragione tutti e tre!

Il “Che rottura” posso anche comprenderlo dal momento che da adulto speri sempre in emozioni più mature, diverse, magari libri che ti coinvolgono maggiormente o va a capire (va a gusti alla fine), ma non è da sottovalutare un libro per bambini anche in età adulta…non la solita gabbianella col felino o cipì sia chiaro (senza nulla togliere ai libri ma ci si fossilizza sugli stessi quando c’è un mondo), ma rovistare, curiosare, leggiucchiare può farci scoprire nuove storie anche divertenti, persino per noi che crediamo di averle lette tutte.

Questo è il caso di “L’ultima pecora” di Ulrich Hub

Un gregge di pecore si perde i pastori e si mette alla ricerca di questi in un viaggio in cui ogni pecora dovrà fare i conti con i caratteri diversi delle altre, con le raccomandazioni da sempre impartite dai pastori e con situazioni nuove in cui non sempre le raccomandazioni vanno seguite.

A fare da sfondo è la nascita di Gesù, ma non è un libro religioso e nemmeno dissacrante o blasfemo, è solo un libro che racconta una storia allegra, divertente, che a tratti ti strappa la risatina, ma alla fine ti insegna più di quanto la leggerezza della narrazione lascia intuire.

Vi lascio giusto quanto scritto nell’introduzione…o incipit se vogliamo (non è specificato)

Nemmeno a dirlo è finito subito nella lista dei libri tra cui scegliere per questa estate. Forse sbaglio in questa mia convinzione, ma penso che se un libro è piaciuto a noi adulti, può piacere anche a loro.

Nei prossimi giorni vi scriverò di altri libri comprati e letti, sperando di poter essere entusiasta come questo.

Alla prossima

la vostra

Maestra Imperfetta