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Fine Maggio: la luce in fondo al tunnel

A fine maggio il docente medio è stremato, così alla frutta che salterebbe il dessert e laverebbe i piatti pur di non tornare a compilare moduli da inviare entro un paio di ore (nel migliore dei casi).

Dopo una mattinata con una quinta tra animali impagliati a metà 800 e una giornata di scarpinata con le terze passando in rassegna mentalmente professioni creative alternative a questa professione, eccomi a scrivervi nonostante la stanchezza mi faccia chiudere gli occhi.

Ormai manca una settimana, poi ci saranno gli scrutini dove dovremo scegliere da menù a tendina l’opzione che più si avvicina a quella descrivente il pargolo.

E intanto mi domando: perché lo faccio? Perché continuo a scrivere su questo blog? Perché qualcuno deve testimoniare. Perché anche la stanchezza merita il suo momento di gloria, prima che venga archiviata sotto la voce “vacanze estive” come se davvero bastassero tre gelati e un paio di ciabatte per disintossicare il cervello.

A questo punto dell’anno scolastico, il docente medio ha perso:

  • la pazienza,
  • l’uso completo della memoria a breve termine,
  • ogni residua capacità di sorridere senza sembrare sotto effetto di ansiolitici.

In compenso ha guadagnato:

  • un’abilità inedita nel distinguere i suoni di un’aula infestata da 26 esseri umani (potenzialmente) in fase pre-esplosiva,
  • una certa familiarità con il linguaggio passivo-aggressivo dei gruppi WhatsApp (“Scusate, ma non era già stato detto che…?”),
  • e una tolleranza ormai patologica al nonsense burocratico: “Entro domani, compilare il modulo C/34bis per la rendicontazione delle attività integrative sul benessere emotivo del criceto scolastico.”

Nel frattempo, i colleghi si dividono in due categorie:

  1. quelli che hanno già organizzato tutto per il prossimo anno, con planning a colori e codici QR per ogni attività (li guardi come si guarda un unicorno albino),
  2. e quelli che, come me, vivono alla giornata, inseguendo le scadenze come se fossero mosche impazzite e chiedendo ogni 45 minuti: “Ma oggi è martedì o venerdì travestito da lunedì?”

E poi ci sono loro: gli studenti. Che, animati da un’energia inspiegabile e fuori da ogni legge della termodinamica, continuano a domandarti se “faremo qualcosa di divertente” fino al 10 giugno. Come se il solo fatto che io sia ancora in piedi non fosse già intrattenimento estremo.

Ma tranquilli. Resisteremo. Con le occhiaie come medaglie al valore, le scarpe impolverate dalle uscite didattiche e l’anima che sogna una stanza insonorizzata dove nessuno dica mai più “progettazione interdisciplinare”.

Siamo docenti imperfetti, ma con una resistenza degna di una maratona su sabbie mobili, e scusate se è poco.

A Giugno (ormai vicino, forza) la vostra

Maestra Imperfetta

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GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA PER MAESTRI: LE ULTIME DUE SETTIMANE DI SCUOLA PRIMARIA

E siamo al 23 maggio…si comincia a vedere un pochino di pace all’orizzonte…si ok, ci sono ancora scrutini, collegio, riunioni varie e altre amenità ma in sostanza tutto sommato non ci saranno i bambini e questo permetterà di fare tutto con relativa calma.

Attenzione però, questo sarà tra due settimane, non prima, quindi tocca stringere i denti e resistere questi ultimi giorni in cui l’elettroencefalogramma dei bambini (e dei docenti) è più piatto del mare calmo di agosto e non ti seguono nemmeno più (ma in fondo nemmeno tu ne hai così voglia). Non so se vi capita ma a me succede come quando mi scappa terribilmente ed entro in casa…non sono ancora in bagno ma è proprio al varcare della soglia che sembra non farcela più, anche se prima di aprire la porta te la tenevi egregiamente mostrando un allenamento della vescica da campione olimpico.

A me capita nell’ordine: spettacolino di fine anno delle terze e pizzata di classe con la rumorosissima quinta cui voglio bene certo, ma quanto chiasso generano!

Come sopravvivere a queste ultime due settimane?

C’è chi stoicamente avanza fino a scrollare stremato al termine del 10 giugno (ammirevole ma non riesco) e chi invece trova un modo per barcamenarsi tra la stanchezza propria e degli alunni unita a barili di liquirizia per contrastare l’abbassamento di pressione dovuto al caldo afoso delle aule (e volete farci stare anche Luglio? Installate condizionatori grazie).

A questo punto dell’anno, la programmazione didattica è un ricordo lontano quanto la vostra ultima notte di sonno tranquillo. È il momento perfetto per tirare fuori dal cilindro quelle attività che avete tenuto in serbo per questi momenti di disperazione:

Film “educativi”: “Oggi analizzeremo le emozioni guardando Inside Out” (mentre voi completate freneticamente le valutazioni finali).

Laboratori artistici: Niente calma dei bambini come farli disegnare. “Creiamo un ricordo dell’anno scolastico!” (traduzione: 45 minuti per finire di correggere gli ultimi test mentre loro pasticciano con colori e colla).

La lezione all’aperto (valido solo se la scuola ha un giardino): In giardino a “osservare la natura” (leggasi: far correre i bambini finché non esauriscono un po’ di quella infinita energia).

Nelle ultime due settimane, i genitori si risvegliano improvvisamente dal loro letargo annuale:

  • Il genitore con la richiesta impossibile: “So che domani è l’ultimo giorno, ma potrebbe preparare un piano di recupero personalizzato di 50 pagine per l’estate?”
  • Il genitore preoccupato per il futuro: “Pensa che mio figlio sia pronto per diventare neurochirurgo? Ha solo 7 anni ma vorrei iniziare a prepararlo.”
  • Il genitore portatore di regali: L’unico che merita il paradiso. Accettate quel vassoio di biscotti fatti in casa con la gratitudine di chi non ha avuto tempo di pranzare negli ultimi tre giorni e divoratelo come se non mangiaste da mesi.
  • Il sorriso congelato: Mantenete un’espressione cordiale mentre dentro ripetete il mantra “mancano solo X giorni”.
  • La risposta programmata: “Che idea interessante! Cercherò qualcosa al caso suo e le farò sapere (un ghosting educato).
  • La tecnica della delega educativa: “Questo sarebbe un ottimo progetto da fare insieme durante l’estate! Perché non ne approfittate per fare attività in famiglia?”

Nessun maestro/a dovrebbe affrontare le ultime due settimane senza:

  • Scorta segreta di cioccolato: Nascosta in un posto che nemmeno il più abile dei vostri piccoli investigatori saprebbe trovare.
  • Salviette disinfettanti: Per quando un bambino vi informa candidamente che “non si sente tanto bene” dopo aver starnutito direttamente sul vostro pranzo.
  • Piano B, C, D ed E: Per quando la lezione pianificata dura 10 minuti invece dei 60 previsti perché i bambini hanno l’attenzione di un cucciolo alla vista di uno scoiattolo. Non preoccupatevi, alla peggio cartone animato su you tube kids in inglese che tanto siamo all’ultimo.
  • Una scusa pronta per le colleghe: “Mi dispiace, devo proprio andare a… controllare una cosa urgente in… biblioteca” (mentre vi dirigete rapidamente verso l’unico bagno dove nessuno vi troverà per 5 minuti di pace).

L’apocalisse dei quaderni, libri e lavoretti da restituire:

  • L’approccio “archeologia scolastica”: “Oggi esploreremo cosa c’è nei nostri banchi!” (traduzione: per favore, svuotate quei banchi prima che dobbiamo chiamare la protezione civile).
  • La tecnica “è un regalo”: Qualsiasi cosa non identificabile prodotta durante l’anno diventa improvvisamente “un progetto artistico da portare a casa”. Quei 12 fogli accartocciati? Un’innovativa “scultura di carta”. Quella cosa appiccicosa in fondo al banco? “Arte concettuale contemporanea”.
  • La borsa misteriosa: Preparate grandi sacchetti con il nome di ciascun bambino. Tutto ciò che trovate finisce nel sacchetto corrispondente senza fare domande. I genitori se ne occuperanno (o più probabilmente butteranno tutto appena voltato l’angolo).

Non ne avete voglia? Nessun problema, nessuno ve ne fa una colpa, alla peggio si gioca a pulire la classe e così li si sfrutta per dare loro una bella lezione e al contempo rispariarvi mal di schiena (e scusate se è poco).

Cari maestri esausti, ricordate: mancano solo 14 giorni, 336 ore, 20.160 minuti… ma chi sta contando?

E quando tutto sembra perduto, quando l’ennesimo bambino vi chiederà “Maestra, ma domani dobbiamo venire a scuola?”, chiudete gli occhi e visualizzate: voi, una spiaggia, un libro che non sia un sussidiario, e la dolce consapevolezza che per due meravigliosi mesi non dovrete sentire la frase “Maestra, Luca mi ha tirato i capelli!” o, se non vi piace il mare potete immaginare la montagna o una città d’arte…io di solito visualizzo un capibara sotto una fontanella.

Resistete. L’estate è alle porte, e insieme ad essa, la vostra sanità mentale.


Questo articolo è stato scritto da una maestra sopravvissuta. Qualsiasi somiglianza con situazioni reali non è casuale, è statisticamente inevitabile. Letto e approvato dal club segreto “Maestri al limite della sopportazione di fine maggio”.

A presto, la vostra solidale

Maestra Imperfetta

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SINDROME DA METÀ MAGGIO: QUANDO L’INVALSI INVALIDA IL DOCENTE

Care colleghe disperate e cari colleghi allo stremo, bentornati sul blog di chi, come voi, sta cercando di arrivare a fine anno con un briciolo di sanità mentale. Oggi parliamo di quel fenomeno tanto diffuso quanto ignorato dalla medicina ufficiale: la “Sindrome da metà maggio post-Invalsi”.

I sintomi, rigorosamente certificati

Iniziamo con un’autodiagnosi. Se vi riconoscete in almeno tre dei seguenti sintomi, congratulazioni! Siete ufficialmente affetti da SMPI (Sindrome da Metà maggio Post-Invalsi):

  • Occhiaie da panda in lutto: non quelle da tentativo maldestro di un trucco sfumato chiamato smokey eye (mi pare si chiami così) da diva, ma quelle profonde che fanno chiedere ai genitori durante i colloqui se state attraversando una crisi esistenziale. Risposta: sì, si chiama “terzo trimestre”.
  • Dipendenza da caffè di grado avanzato: quando la macchinetta della sala docenti/professori vi riconosce e inizia a preparare il caffè ancora prima che inseriate la monetina. O peggio, quando il barista sotto scuola ha già pronto il vostro “solito” e vi chiede: “Sempre doppio, vero?”
  • Vocabolario ridotto a due espressioni: “Silenzio!” e “Abbiamo già spiegato questo a settembre”. Ogni tentativo di elaborare frasi più complesse produce suoni incomprensibili o sospiri prolungati.
  • Sogni ricorrenti a tema Invalsi: vi svegliate di soprassalto cercando di ricordare se avete compilato correttamente il modulo con i codici studente, o peggio, sognate di correggere all’infinito i dati anagrafici sbagliati mentre una voce fuori campo urla: “Il tempo sta per scadere!”

La preparazione all’Invalsi: un viaggio nell’assurdo

Chi ha inventato le prove Invalsi evidentemente non ha mai messo piede in una classe reale. O forse sì, ma era sotto effetto di sostanze psichedeliche molto potenti.

Per settimane ci siamo trasformati in addestratori di circo: “Ragazzi, dovete annerire COMPLETAMENTE il pallino, non fare una X, non colorarlo a metà, non disegnare faccine sorridenti attorno.

“No, Carletto, non puoi usare il bianchetto se sbagli. No, Ahmed, non puoi cambiare risposta. No, Chen, non puoi scegliere due risposte per essere sicuro. No, non posso aiutarti anche se sussurri la domanda così piano che solo i cani del quartiere ti sentono”.

E poi ci sono le simulazioni. Settimane di allenamento per far capire che “scegli la risposta corretta” non significa “scegli quella che ti piace di più” o “quella con il numero fortunato” o “la C perché la C è sempre la risposta giusta”.

Il giorno X: cronaca di una giornata surreale

E finalmente arriva il grande giorno. Vi presentate a scuola con un’ora di anticipo, con occhiaie da record mondiale e l’espressione di chi sta per affrontare un plotone di esecuzione.

La prima mezz’ora se ne va solo per spiegare le regole, che sono esattamente le stesse che avete ripetuto come un mantra per settimane. Poi inizia la distribuzione dei fascicoli, momento in cui il vostro sistema nervoso raggiunge livelli di stress paragonabili solo a quelli di un artificiere che deve disinnescare una bomba.

“No, non girate la pagina. No, non iniziate. NO, HO DETTO DI NON GIRARE LA PAGINA! Ecco, bravi, ora potete iniziare… No, Luigi, non puoi andare in bagno adesso, abbiamo appena iniziato. Sì, Sofia, devi rispondere a tutte le domande. No, Francesco, non c’è un premio per chi finisce prima”.

E poi ci sono loro, gli osservatori esterni. Quelle figure mitologiche che entrano nella vostra classe e vi guardano come se foste il soggetto di un documentario su National Geographic (e diciamo pure che ne hanno ben donde): “Osserviamo il docente nel suo habitat naturale mentre cerca disperatamente di mantenere l’ordine durante l’Invalsi. Notate come il suo occhio sinistro abbia sviluppato un tic nervoso”.

Il post-Invalsi: trauma e devastazione

Ed eccoci qui, a metà maggio, con le prove ormai alle spalle ma con i postumi che si fanno sentire. Come reduci di guerra, ci aggiriamo per i corridoi con lo sguardo vuoto, trascinando le nostre membra come zombies si, ma quelli che strisciano.

I nostri alunni, dopo essere stati costretti a una concentrazione sovrumana per le prove, ma solo perché la loro concentrazione non dura più di quella di uno scoiattolo, ora rimbalzano sui muri come palline di gomma impazzite. L’adrenalina accumulata durante le settimane di preparazione e i giorni di silenzio forzato esplode in un’energia cinetica che neanche gli acceleratori di particelle del CERN saprebbero contenere.

E voi? Voi siete lì, con lo sguardo fisso nel vuoto, mentre cercate di ricordare cosa diavolo stavate spiegando prima che l’uragano Invalsi si abbattesse sulla vostra programmazione. Sfogliate il libro di testo come se fosse scritto in geroglifici, cercando disperatamente di ricordare dove eravate rimasti.

Ma soprattutto, non so voi ma io mi ritrovo a fare i conti con quella domanda esistenziale che ogni anno, a metà maggio, torna a tormentarmi: “Ma perché non sono rimasta segretaria che in fondo mi rilassavo pure?”

Strategie di sopravvivenza per le ultime settimane

Come ogni anno, a questo punto ci troviamo di fronte all’ultima, estenuante maratona prima della fine. Ecco quindi alcune strategie di sopravvivenza testate sul campo da chi, come me, è passata attraverso il deserto post-Invalsi e ne è uscita viva (anche se con qualche neurone in meno):

  1. Abbraccia il caos: ormai è troppo tardi per imporre disciplina. Rinomina le tue lezioni “attività ludico-didattiche semi-strutturate” e lascia che il destino faccia il suo corso.
  2. Riscopri l’arte del cinema educativo: “Oggi, ragazzi, guarderemo un documentario estremamente formativo sulla vita degli antichi romani/sulle cellule/sulla poesia romantica” (inserire a piacere mentre cercate disperatamente su YouTube qualcosa di vagamente attinente al programma che vi permetta di rilassare la mente perché lo conoscete già, consiglio di tenere sempre qualcosina già salvata nel vostro account).
  3. Rivaluta la tua relazione con il registro: quel voto che dovevi mettere tre settimane fa? Ora è il momento perfetto. Quella programmazione che dovevi aggiornare a marzo? Nessuno la leggerà comunque.
  4. Impara l’arte di rispondere “lo faremo a settembre”: qualsiasi richiesta, dall’ultimo capitolo del libro alla gita al museo, può essere elegantemente rimandata al misterioso e lontano “nuovo anno scolastico”. Sono in quinta? E va beh vedrete che alle secondarie lo farete.

Conclusione: non sei sola/o

In questo momento, migliaia di docenti in tutta Italia stanno vivendo esattamente la tua stessa condizione. Siamo un esercito silenzioso di zombie educativi che trascina i propri corpi esausti verso il traguardo di giugno.

Ma ce la faremo, come ogni anno. Sopravvivremo in qualche modo agli scrutini, alle riunioni dell’ultimo minuto, ai progetti che dovevano essere conclusi ad aprile ma di cui nessuno si è ricordato fino ad ora. E poi, finalmente, arriverà quell’ultimo campanello, quel momento magico in cui potremo finalmente lasciare che il nostro cervello si liquefaccia in pace su una sdraio in riva al mare o in montagna o dove piace a voi.

Fino ad allora, care colleghe e cari colleghi, tenete duro. Ricordate che non è necessario essere perfetti. A volte, essere semplicemente presenti, con il corpo se non con la mente, è già una vittoria.

Con affetto e solidarietà, La vostra maestra imperfetta (e al momento anche semi-cosciente)

P.S. Se avete trovato errori di battitura in questo articolo, sappiate che sono voluti. Li ho inseriti appositamente come forma di espressione artistica della mia stanchezza mentale. Assolutamente non sono dovuti al fatto che ho scritto queste righe dopo una giornata di otto ore con due classi diverse e una riunione di programmazione. Assolutamente no, che andate a pensare menti maliziose…

alla prossima sindrome la vostra affezionata

Maestra Imperfetta

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Indicazioni Nazionali 2025

In questi giorni di marasma nella mia scuola, tra INVALSI, verifiche, cambiamenti di valutazione e casini col registro elettronico che non si adegua alla nuova valutazione nonché genitori che giustamente pretendono un registro che funzioni, noi Malaussene della scuola ci ritroviamo ogni tanto a chiacchierare sulle Nuove Indicazioni Nazionali 2025.

Il tema è complesso perché c’è tanta carne al fuoco e poco tempo per affrontare tutto con dovizia e, soprattutto, in un mondo che sembra soffrire sempre di più di incontinenza verbale, io amo schemi e riassunti.

Fatta questa doverosa premessa arriviamo alle Indicazioni Nazionali. Dopo aver ascoltato e letto diversi pareri da parte di sindacati e colleghi, mi ritrovo a confrontare le tre indicazioni nazionali: 2012, 2018 e 2025.

Perché questo confronto? Perché leggendole ho notato che spesso si ripeteva ciò che già si fa nelle scuole, insomma, nulla mi pare cambiato se non giusto sulla carta (qualche supercazzola in più come se fosse Antani). Son partita dal principio e ne è venuto fuori questo schema riassuntivo dei documenti confrontati.

Le prime Indicazioni Nazionali, quelle del 2012, sono state formalizzate nel D.M. 254 del 2012, elaborate da consulenti esperti sotto supervisione del Sottosegretario di Stato Marco Rossi-Doria e accompagnate da tre anni di sperimentazione assistita. Le Indicazioni Nazionali 2018 sono state elaborate dal Comitato Scientifico Nazionale e riflettono sui cambiamenti prefigurati nel 2012 invitando ad una riflessione sul testo precedente alla luce dei nuovi scenari. Le Nuove Indicazioni del 2025 sono state elaborate da una commissione di esperti di didattica, curricolo e discipline nominata con decreti ministeriali. Sulla carta pare ci sia uno studio preliminare sui cambiamenti socio-economici ed educativi e nodi cruciali della ricerca pedagogica accompagnato da numerose audizioni.

2012: importanza dei nuovi media e tema dell’inclusione

2018: sottolineatura dell’importanza delle competenze digitali, metacognitive e medotodologiche, nonché sociali

2025: evidenziazione delle sfide come la sicurezza informatica, protezione della privacy, migrazioni e conflitti, necessità di una nuova alfabetizzazione digitale che include l’Intelligenza artificiale e introduzione dell’informatica fin dalla scuola primaria.

2012: definiscono gli obiettivi di apprendimento di ciascuna disciplina e suggeriscono integrazione tra discipline e aggregazione in aree.

2018: propongono una ricalibratura degli insegnamenti esistenti invece di aggiungerne di nuovi

2025: propongono una verticalizzazione del curricolo con maggiore coerenza tra gradi scolastici (già si fa nelle scuole). Suggeriscono di individuare le conoscenze essenziali e rivedere i nuclei fondanti delle discipline, meno quantità a favore di approfondimenti, però introducono l’informatica dalle primarie e prevedono un potenziamento delle STEM.

Il salto in questo caso è dalle indicazione del 2012 a quelle del 2025. Le indicazioni del 2012 definiscono i traguardi come criteri per la valutazione delle competenze attese e prevedono una certificazione di esse al termine del primo ciclo (terza secondaria di primo grado). Le nuove indicazioni 2025 promuovono una cultura della valutazione il cui fine è sostenere l’apprendimento (ma non lo era già?) sottolineando l’importanza della documentazione e osservazione.

Le Nuove Indicazioni 2025 costituiscono un aggiornamento più sostanziale, che tiene conto di ulteriori evoluzioni e nuove sfide, introducendo principi come “non multa, sed multum” e la verticalizzazione del curricolo, con un focus specifico sull’integrazione dell’informatica e delle competenze digitali fin dalla primaria, e una rinnovata attenzione alla complessità e all’interdisciplinarità.

Non ho affrontato nel dettaglio le discipline in questo articolo ma, se siete curiosi o interessati fatemelo sapere e lo farò.

Al solito spero di esservi stata in qualche modo utile ma consiglio sempre di andare a rileggersi personalmente i documenti perché sono umana e sono fallibile e, per quanto mi sforzi di essere intellettualmente onesta ed imparziale, qualche bias probabilmente mi condiziona.

Alla prossima

La vostra

Maestra Imperfetta

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La Farsa della Continuità Didattica: Cronache di Maggio in Affanno

Bentornati sul Diario di una maestra imperfetta, dove, dopo un aprile che ci ha regalato qualche giorno di tregua dal delirio scolastico tra Pasqua e Liberazione, oggi affronteremo quella meravigliosa pantomima che tutti conosciamo come “continuità didattica“. Sì, proprio quella cosa straordinaria che trasforma magicamente due incontri frettolosi in un mesetto in un “percorso strutturato di accompagnamento” per i nostri piccoli dell’infanzia.

Ma partiamo dall’inizio. È fine aprile, siamo tutti esausti, le maestre della primaria hanno quello sguardo vitreo di chi ha già mentalmente iniziato le vacanze ma ancora non si vedono e forse non si vedranno viste le spese impreviste, quando una Domenica la Funzione Strumentale per la continuità ti manda whatsapp ricordando che domani c’è l’incontro con i bambini dell’infanzia. Stendo veli pietosi sul messaggio la Domenica che, a essere onesti, se da un lato rompe la mia sacra regola, dall’altro però è più efficace del Calendar che ho installato ma di cui non calcolo le notifiche.

Il bello della continuità è che nessuno osa chiedere perché questa “fondamentale” attività venga organizzata solo quando mancano tre settimane alla fine della scuola. Sarebbe come chiedersi perché prepariamo i lavoretti di Natale il 23 dicembre – alcune domande è meglio non porsele, non troverebbero una risposta valida per tutti (al pari delle domande esistenziali).

Nel mio, come in altri voglio sperare, caso inizia la grande opera di improvvisazione pedagogica. Apprendo che sono stati pianificati due incontri – sì, avete capito bene, DUE incontri – che dovrebbero miracolosamente preparare i bambini di 5 anni al terrificante mondo della scuola primaria. Perché, si sa, bastano 90 minuti in totale per elaborare il trauma del distacco dalla maestra dell’infanzia e prepararsi a un nuovo ambiente fatto di penne che esplodono, scarpe che tocca allacciarsi da soli e nasi che tocca soffiarsi da soli, il tutto condito di compiti difficilissimi da ingegnere della NASA come memorizzare dei numeri o delle lettere dell’alfabeto e comporre delle parole.

Il primo incontro prevede una “lezioncina dimostrativa”. I bambini dell’infanzia vengono condotti come piccoli esploratori in una classe della primaria. Le maestre sorridono con quella tensione tipica di chi sta per essere valutato, o chi pensa a quell’interrogazione che mannaggialamiseriapropriooggichenoneraassente doveva fare, mentre i piccoli guardano con terrore quei banchi allineati dove dovranno stare seduti per ore. La maestra della primaria, con un entusiasmo che neanche la vincitrice di Miss Italia, propone un’attività “super divertente” che consiste nel colorare all’interno dei margini o guardare un video di qualche personaggio che le maestre dell’infanzia ci tengono taaanto. Rivoluzionario!

I bambini dell’infanzia, abituati a rotolarsi sul tappeto e a esprimere la loro creatività con pittura a dita su qualsiasi superficie (preferibilmente i muri appena tinteggiati), guardano quella matita come se fosse uno strumento alieno.

Il secondo incontro prevede la lettura di una storia (o di un altro video). La maestra legge con voce teatrale “Il piccolo bruco mai sazio”, come se i bambini non l’avessero già sentita 47 volte all’infanzia. La novità? Devono completare una scheda sulla storia. Ecco svelato il grande mistero della primaria: le schede! Tonnellate di schede!

Alla fine di questi due illuminanti incontri, viene compilato un dettagliato “documento di continuità”, in cui si certifica che i bambini sono pronti per il passaggio. Tradotto dal burocratese: “Li abbiamo visti per un’ora e mezza in totale, sembravano vivi, quindi dovrebbero farcela”.

E i genitori? Oh, sono entusiasti! Finalmente possono raccontare agli altri genitori che il loro piccolo prodigio ha già fatto “esperienza di primaria”. Come se questi due incontri improvvisati potessero davvero rappresentare ciò che li aspetta. È un po’ come dire che hai sperimentato la vita da adulto perché una volta hai preso un caffè in piedi al bar.

Ma la verità è che la continuità, quella vera, richiederebbe mesi di preparazione, incontri regolari, una vera conoscenza reciproca tra insegnanti dei diversi ordini di scuola. Richiederebbe progettazione condivisa, obiettivi chiari, tempo dedicato. Tutte cose che, guarda caso, mancano cronicamente nel nostro sistema scolastico e non necessariamente per volontà dei docenti.

Quindi eccoci qui, a fine anno, a mettere una spunta su un’altra voce del POF, fingendo che quei due incontri rappresentino davvero un percorso di continuità. D’altronde, se c’è una cosa che la scuola italiana insegna davvero bene, è l’arte dell’improvvisazione.

Ma tranquilli, il prossimo anno faremo meglio. Lo diciamo ogni anno, cominciando da Settembre a pensare a diversi incontri che sappiamo già si ridurranno ad un paio di ospitate in classe last minute. Perché in fondo, la vera continuità della scuola italiana è proprio questa: l’eterno rimandare a domani ciò che si sarebbe dovuto fare ieri, perché c’è quel modulo arrivato oggi che andava consegnato entro ieri.

Chiaramente il mio articolo rappresenta solo una delle tantissime esperienze diversificate riguardo la continuità e non si avvicina sicuramente a molte altre realtà. Ci tengo a precisarlo perché, lungi dal voler offendere le funzioni strumentali per la continuità ed il loro difficile lavoro, il problema principale contro il quale loro e tutti noi lottiamo rimane sempre e solo uno: il tempo. E voi? Che esperienze avete sulla continuità?

Con affetto e sarcasmo la vostra

maestra imperfetta