Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La bellezza imperfetta della scuola pubblica

In un precedente articolo (link all’articolo in questione) ho raccontato di un episodio avvenuto in una scuola privata piuttosto elitaria dove la maleducazione, a giudicare da quanto mi era stato riferito, regnava sovrana a dispetto della retta considerevole. Ripensandoci – perché la testa continua a tornarci su e le rotelle girano a volte fino a fumare – e tornando alla quotidianità fatta di scomposizione di numeri, operazioni, simmetrie e bambini con sindrome dello spettro autistico e difficoltà varie, ho provato una strana, piacevole sensazione.

Non so quanti insegnanti la provino e non ho la presunzione di pensarmi rappresentativa della categoria, ma voglio descrivervi cosa ho sentito.

Ci sono momenti in cui, proprio mentre aiuti un bambino senza dargli la soluzione ma prendendolo per mano per accompagnarlo a riflettere e vedere da solo il proprio errore, quando lo vedi sorridere mentre non sbaglia, oppure quando riconosce lo sbaglio e, sorridendo, si batte il palmo sulla fronte dicendoti “maestra, ho scritto male un numero e l’ho scambiato per una decina invece era un centinaio” – capisci che sei esattamente dove vuoi e devi essere, dove servi, dove sei utile.

Non dico “fare la differenza”, quello no, ma hai aiutato un bambino ad arrivarci da solo, a posare un mattoncino Lego nella costruzione del suo io futuro. Lo stai indirizzando verso l’autonomia, ma anche a credere in se stesso, affrontando l’errore come intoppo, come occasione per conoscersi e imparare.

In questa sensazione, tornata a casa, ho ripensato a quell’articolo di cui ho accennato all’inizio, a quel disagio espresso con parole violente e aggressive verso il docente in quella scuola, e ho pensato alla scuola pubblica.

Non voglio fare un banale “scuola privata vs scuola pubblica”. Voglio invece riflettere sulla scuola pubblica.

Spesso è denigrata, maltrattata, descritta come un generale sfacelo dell’istruzione e sistematica distruzione della cultura italiana – a dispetto di ogni ministro che si batte per dire e fare il contrario. Spesso viene evocato il famosissimo libro “Io speriamo che me la cavo”, su cui ridevamo come matti in spiaggia quando gli amici dei miei genitori lo leggevano e noi tutti, grandi e piccini, ascoltavamo senza capire davvero.

Certo, fa ridere, non lo nego. La scuola pubblica fa ridere come fa ridere la vita, quando le situazioni sono talmente difficili e assurde da creare quei paradossi che generano ilarità. Ma c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che si perde tra le risate e gli stereotipi.

La scuola pubblica è il luogo dove non si seleziona all’ingresso. È il luogo dove arriva Marco con la sua sindrome dello spettro autistico, Sofia con la sua discalculia, Ahmed che non parla ancora bene l’italiano, Giulia i cui genitori non possono permettersi ripetizioni private, e Tommaso che viene da una famiglia dove i libri non esistono.

È il luogo dove non esiste la bacchetta magica della retta pagata per risolvere i problemi, dove le risorse sono sempre poche e la creatività pedagogica deve essere sempre tanta. È il luogo dove l’insegnante non può dire “questo bambino non è adatto alla nostra scuola” perché ogni bambino è adatto alla scuola pubblica, per definizione.

Ed è proprio in questa apparente fragilità che si nasconde la sua forza straordinaria.

Quando lavoro con un bambino che fa fatica, quando mi siedo accanto a lui e lo accompagno passo dopo passo verso quella piccola conquista quotidiana, non sto facendo beneficenza. Sto facendo scuola. Quella vera.

Perché la scuola non è il luogo dove si celebrano solo i talenti già formati, dove si lucidano le eccellenze che brillano di luce propria. La scuola – quella pubblica, democratica, costituzionale – è il luogo dove si costruiscono le possibilità, dove si aprono le porte, dove si accendono le luci anche nelle stanze più buie.

E sì, è faticoso. È frustrante. Le classi sono troppo numerose, i supporti insufficienti, le difficoltà sovrastanti. Ci sono momenti in cui vorresti avere più tempo, più risorse, più aiuto. Ma poi c’è quel sorriso, quella fronte che si schiaffeggia con la manina, quel “maestra, ho capito!” che vale più di mille rette pagate.

Forse la scuola pubblica fa ridere perché è imperfetta. Perché è umana. Perché non può nascondere le sue crepe dietro facciate patinate e promesse di eccellenza garantita.

Ma è proprio in quelle crepe che passa la luce.

È lì che un bambino impara che l’errore non è una condanna ma un’opportunità. È lì che scopre che il suo valore non dipende dal portafoglio dei suoi genitori. È lì che capisce che la diversità non è un problema da nascondere ma una ricchezza da celebrare.

In questi anni ho letto tutto e il contrario di tutto. Compiti sì, compiti no. Penna rossa sì, penna rossa no perché traumatizza. E poi la mia preferita: “la scuola non prepara alla vita”.

Ah, questa. La mia risposta è: sì e no.

Sì, è vero, non ti insegna come si paga una bolletta o come si legge un cedolino (quello lo impari comunque, anche se nessuno te lo spiega). Ma dire che non ti insegna nulla sulla vita? Questo proprio no.

Ragionandoci, ho pensato a tutte le situazioni complesse in cui ci troviamo a operare quotidianamente e, ancor più, a quelle situazioni che i bambini stessi vivono. Classi numerose, dove non sempre il docente da solo riesce a seguire tutti – a volte qualcuno lo perdi e la volta dopo no. Bambini con disabilità molto gravi, cognitive e non, che vengono inseriti in classe, a volte creando disagio durante le lezioni.

Mi sono sempre detta che non è giusto. E sì, continuo a pensarlo in parte. Ma mi sono fermata a riflettere: e se cambiassi prospettiva?

Proviamo a rovesciare l’immagine. Quel bambino che urla, che va in crisi, sta disturbando un momento di apprendimento, questo è innegabile. Ma nel lungo periodo, cosa stanno davvero imparando i suoi compagni?

Stanno imparando che tutti hanno diritto a stare al mondo. Che ognuno ha le sue esigenze. Che spesso la vita ti chiede compromessi tra le tue necessità e quelle altrui. Stanno imparando che la perfezione non esiste, che il mondo non gira intorno a te, che l’altro – anche quando è difficile, anche quando è scomodo – ha la stessa dignità che hai tu.

E se la scuola pubblica ti insegnasse, in realtà, proprio questo? A vivere?

Non ti insegna a compilare un modulo, certo. Ma ti insegna qualcosa di infinitamente più prezioso: ti insegna l’umanità. Ti insegna che la società non è fatta solo di persone che ti assomigliano, che la pensano come te, che hanno le tue stesse capacità. Ti insegna la pazienza. Ti insegna l’empatia. Ti insegna ad aspettare, a condividere lo spazio, a fare un passo indietro quando serve.

Ti insegna che il tuo compagno in carrozzina ha gli stessi diritti tuoi di stare in quella classe, anche se rallenta l’uscita dall’aula durante l’evacuazione. Ti insegna che la tua compagna con la sindrome da spettro autistico che a volte emette suoni strani non è un disturbo ma una persona, con i suoi tempi e le sue modalità. Ti insegna che il mondo non è un luogo asettico dove tutto fila liscio, ma un posto complicato, meraviglioso e difficile dove devi imparare a stare insieme agli altri.

Questa è vita vera. Non quella dei manuali o delle bollette. Questa.

Quando sono tornata a casa dopo quella giornata di decine, centinaia e simmetrie, ho pensato che forse non insegno nella scuola più prestigiosa, quella con le aule luminose e le lavagne interattive all’ultimo grido. Ma insegno nella scuola più importante. Quella che non lascia indietro nessuno, o almeno ci prova con tutte le sue forze anche se non ci riesce sempre.

E in quella scuola caotica, imperfetta, a volte frustrante, i bambini stanno imparando la lezione più importante di tutte: come si sta al mondo. Con tutti. Nessuno escluso.

In quel momento, in quella strana piacevole sensazione che mi accompagnava, ho capito che non cambierei il mio posto con nessun altro al mondo.

Perché qui, in questa scuola pubblica imperfetta e bellissima, sto aiutando dei bambini a costruire il loro futuro. Un mattoncino alla volta. E quella sensazione di pienezza, di essere nel posto giusto, non c’è retta al mondo che possa comprarla.

Ringrazio ancora i miei genitori di avermi sempre mandata nella scuola pubblica.

E ora voglio sapere il vostro parere, se vi va, avete mai provato questa sensazione? Avete mai pensato che tutto sommato, pur con i suoi difetti, la scuola pubblica offre di quanto la vulgata pensi?

Nel mentre vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, vita privata di una maestra

Insegnare attraverso l’Esempio: La Storia di Alan Silva

Ci sono giorni in cui non pensi alla scuola (incredibile vero? Si, faccio fatica a crederci pure io) e sono giorni in cui riprendi i riti festivi, no non solo le mangiate, quali il festival del circo di Montecarlo. Ora, io e il circo abbiamo sempre avuto un rapporto complicato. I clown? Non mi hanno mai fatto ridere, la maggior parte mi annoia a morte con le stesse gag stantie. I trapezisti? Sempre gli stessi tre numeri in loop da cent’anni con tanto di finto salto della morte mal riuscito per riuscire al secondo o terzo tentativo. Ma ogni tanto ti capita di vedere qualcosa che ti inchioda allo schermo. Qualcosa di diverso. Qualcosa che ti fa pensare: “Ok, questo vale la pena guardarlo” (e non parlo di orientali con ombrellini e giocolieri).

Ed è così che ho conosciuto Alan Silva.

Alan arriva da una di quelle famiglie dove il circo non è un lavoro, è il DNA. Sesta generazione di artisti circensi, per intenderci. Ha iniziato a esibirsi a sei anni – età in cui io ancora confondevo destra e sinistra e a malapena mi allacciavo le scarpe, per dare un’idea del livello. Ha provato un po’ tutto: trapezio, tumbling, barra russa. Ma è stato a sedici anni che ha trovato la sua chiamata: i tessuti aerei.

E qui viene il bello. Alan è alto 1 metro e 17. Si, avete capito bene.

Ora, fermiamoci un attimo. Non sto per scrivere l’ennesimo articolo strappalacrime sulla “disabilità superata” o sul “coraggio di fronte alle avversità”. Non è questo il punto. Il punto è un altro, molto più semplice e molto più profondo.

Guardate, potrei raccontarvi che Alan ha vinto il Pagliaccio di Bronzo a Monte-Carlo (vero), che ha lavorato per diciassette anni con il Cirque du Soleil (mica pizza e fichi) nello show “Zumanity” a Las Vegas (voero), che è arrivato quinto ad America’s Got Talent stagione 15 (anche questo vero), che è stato il primo uomo brasiliano a esibirsi con i tessuti aerei nel suo paese (pure questo vero).

Ma non è questo che mi ha colpita.

Quello che mi ha fatto riflettere è che, sì, lo vedi che è nano. Certo che lo vedi, sarebbe ipocrita dire il contrario. E all’inizio fa un certo effetto, insomma ti ricorda il “freak” dei circhi dei secoli passati (per fortuna ampiamente superati) e diciamoci la verità, quando lo vedi assieme agli altri artisti pensi sia sicuramente uno dei clown. Però poi inizia a muoversi e…che grazia!

Non è quella grazia “nonostante”, come se dovessimo sorprenderci che anche lui possa essere elegante (però sorprende, non lo nego). È grazia e basta. Anzi, è di più: è intelligenza fisica. Alan sa esattamente come usare il suo corpo, conosce ogni centimetro di tessuto, ogni movimento è calibrato, pensato, sfruttato al massimo. La sua fisicità – quella che molti vedrebbero come un limite – diventa il suo punto di forza. I movimenti più stretti, le rotazioni più veloci, quella compattezza che altri non potrebbero mai avere.

È questo che mi ha folgorata: non sta “superando” niente. Sta usando tutto quello che ha, tutto quello che è, per creare qualcosa di bellissimo. E funziona. Funziona da dio.

Ecco, questo è il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo. Non per fare la predica sull’inclusione (che va benissimo, sia chiaro, ma oggi sarebbe troppo facile). Non per sbandierare messaggi motivazionali da guru di instagram.

Lo scrivo perché Alan Silva mi ha ricordato una cosa che a scuola dimentichiamo troppo spesso: la passione non ha bisogno di conformarsi.

Quando ami qualcosa davvero – che sia danzare nell’aria, scrivere storie, costruire robot, cucinare, disegnare, programmare – quella cosa diventa tua in un modo che trascende tutto il resto. Il corpo che hai, la vita che hai, i limiti che ti hanno detto di avere: tutto passa in secondo piano quando sei nel flusso di ciò che ami fare.

Gli dissero: “Fai il pagliaccio, è più adatto a uno come te.”

Lui si arrampicò sui tessuti e volò. Letteralmente.

Ecco, dai tessuti aerei alle aule, complice il fatto che il 7 gennaio lo vedevo avvicinarsi, ho pensato che come insegnanti, abbiamo una responsabilità enorme: quella di non incasellare. Di non decidere per gli altri cosa sia “realistico” o “appropriato” in base a quello che vediamo in superficie.

Ma poi, diciamolo chiaramente: chi siamo noi per dire cosa può o non può fare un bambino, un ragazzino, un giovane? Chi ci ha dato questa autorità?

La vita è cambiamento. La crescita È cambiamento. Non puoi mai davvero sapere cosa diventerà una persona. Alcune passioni si manifestano presto, altre arrivano durante l’adolescenza, altre ancora esplodono a vent’anni, a trenta, a cinquanta. Alan Silva ha trovato i tessuti aerei a sedici anni – se qualcuno a dieci anni gli avesse detto “tu farai il pagliaccio” e avesse chiuso lì la questione, oggi non avremmo questo artista straordinario.

Ogni bambino che abbiamo davanti ha dentro di sé qualcosa che potrebbe farlo volare – metaforicamente o letteralmente. E noi dobbiamo essere quelli che tengono aperte le porte, non quelli che decidono quali porte chiudere prima ancora che ci provino.

Il nostro compito non è prevedere il futuro. Il nostro compito è non ostacolarlo con le nostre maledette certezze (spesso errate) di adulto su come dovrebbe essere.

Alan Silva

Alan Silva non ha “superato un handicap”. Ha fatto quello che facciamo tutti quando troviamo la nostra strada: ha smesso di ascoltare chi gli diceva cosa non poteva fare e ha iniziato a concentrarsi su cosa voleva fare.

E sapete cosa? Funziona.

Se volete vedere cosa intendo, cercate le sue performance su YouTube. Ve ne consiglio due in particolare:

  • La sua audizione ad America’s Got Talent 2020, sulle note di “Alive” di Sia (link qui)
  • Le sue esibizioni a Monte-Carlo (disponibile su Raiplay)

Guardatele. Poi magari fatele vedere ai vostri studenti, ai vostri figli, nipoti, a voi stessi quando vi sembra che qualcosa sia “troppo difficile” o “non adatto”.

Alan Silva mi ha ricordato che la bellezza sta nella passione che metti in quello che fai, non nella forma che hai mentre lo fai. Il corpo è solo un involucro, una macchina, siamo noi a decidere alla fine se sfruttarla o farcene limitare.

E questa, se ci pensate bene, è una lezione che vale per tutti. A qualsiasi altezza.

Che dirvi? Il circo si mostra ancora una volta più efficace di mille spiegoni.

La vostra

Maestra Imperfetta

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P.S. No, continuo a non trovare divertenti i clown. E i trapezisti continuano a fare sempre le stesse cose. Ma Alan Silva? Lui è un’altra storia.

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

“Che cazzo vuoi da me?” Riflessioni su educazione, classe sociale e rispetto

Come tutti in questo periodo sono divisa tra tempo libero (al solito sempre meno) e pranzi in famiglia (che si moltiplicano nonostante la famiglia riduca i suoi elementi per natura) e, durante questi ultimi, le domande sulla mia professione emergono e sbucano come la gramigna nei campi elisi di una tranquillità festiva. Ci sta, sia chiaro, non me ne lamento e tutto sommato rispondo con quella serenità capibaresca di chi ha accettato anche questo come parte dell’esistenza.

Parlando dei compagni delle mie nipotine, ne è emersa una realtà che mi ha lasciata perplessa. Scuola privata, badate bene a tenerlo in seria considerazione perché è fondamentale: in una classe di seconda primaria i bambini usano come linguaggio privilegiato delle comunicazioni tra pari la violenza. No, non quella verbale. Quella fisica. Mia nipote, saggiamente, si è fatta amica quella che picchia più duro, rassicurandomi sulla sua capacità di sopravvivenza tutto sommato. (No, non mi sconvolgo: leggetevi Il signore delle mosche e non vi sconvolgerete nemmeno voi.)

La maggiore, secondaria di primo grado, pare abbia una classe terribile, ingestibile, allucinante. Scuola privata, ricordo bene: siamo su un bell’ammontare di migliaia di euro l’anno, quindi famiglie che, potendoselo permettere, dovrebbero sulla carta e per stereotipo radicato in secoli di letteratura dare un’ottima educazione, impeccabile. Praticamente dei principini George ma senza corona pendente.

La domanda innocente

Mio cognato prima mi chiede: “Ma tu non urli in classe?”

Io candidamente rispondo che all’inizio lo facevo, ma poi ho imparato che fanno più la mimica e lo sguardo assieme alla coerenza che mille urla. Fin lì tutto ok, domanda che mi sembrava innocente e che mi ha fatto ripercorrere i primi anni in cui urlavo tanto facendomi venire tracheiti. Aaah amarcord… nemmeno troppo.

È seguito il commento: “Ah complimenti, ma la classe della grande è impossibile, tu non hai idea.”

Ok, lavoro nella scuola da nove anni, quasi dieci, e mi sembrano venti perché ho lavorato in due scuole in zone ad alto rischio di dispersione e con situazioni veramente difficili e complesse. La quotidianità per me è fatta di cercare di far apprendere e interiorizzare le basilari procedure matematiche, la grammatica inglese, nozioni di tecnologia e ragionamento mentre un bambino con gravi problemi  prende a calci, pugni, schiaffi e testate come un ariete qualsiasi docente di sostegno e non (non sempre riesco a schivare) e vocalizza tutto il tempo. Ma non ho idea di cosa sia una classe impossibile.

Lo posso accettare, in fondo i bambini che ho avuto, benché fossero al 70% figli di immigrati di prima o seconda generazione, qualche non italofono infilato a metà anno e senza supporto del mediatore linguistico e almeno una decina tra BES e DSA, erano e sono educati, verissimo (e non sono ironica su questo). Qualcuno un pochino peculiare c’è, sia chiaro, ma fa folklore e diventa barzelletta da ore di programmazione col team o da cena di fine anno tra colleghi.

La domanda che spacca

Insomma arriva la domanda che mi si pianta nel cervello: “Ma tu come reagiresti se un alunno che hai richiamato ti rispondesse ‘che cazzo vuoi da me’?”

Già… come reagirei? Me lo sto domandando. Non mi è mai capitato.

Mi sono capitati alunni che davano le rispostine a mezza bocca, ma in quel caso mi bastava guardarli e dire “abbi il coraggio di dirmelo in faccia”. Spoiler: non avevano il coraggio. Altri che mi parlavano dietro e il solito delatore che veniva a riferirmelo, ma in quel caso fingevo di nulla e dicevo al delatore che se Tizio aveva qualcosa da dirmi poteva benissimo dirmelo di persona se lo pensava davvero e ne avremmo parlato.

Nonostante le situazioni drammatiche, difficili in cui mi son trovata, nessuno dei bambini mi ha detto con questa strafottenza “che cazzo vuoi da me”. Che lo abbiano pensato non lo nego e non mi illudo che non lo abbiano fatto, ma detto mai.

Lo stereotipo infranto

Se la letteratura insegna più di mille libri di psicologia, è vero che di famiglie ce ne sono di tutti i tipi e l’educazione non viene solo dallo status sociale ed economico. Curioso però è come la percentuale alta di maleducazione, per alcuni, sia presente in una scuola privata con famiglie diciamo… abbienti.

Sia chiaro, non faccio di un caso la regola e non vanno fatte generalizzazioni, ma mi ha portata comunque a riflettere. Il comportamento del bambino altro non è che “briciole che cadono dal tavolo”, come disse una mia collega. Il bambino porta a scuola ciò che respira a casa, nel bene e nel male. E forse, in alcuni casi, il denaro compra tutto tranne il tempo, la presenza, i limiti educativi.

La mia (non) risposta

Ma la risposta alla domanda? Non lo so. Non voglio sfuggire alla mia stessa provocazione ma non so come risponderei in situazioni in cui non mi sono trovata.

Posso ipotizzare, per come sono fatta almeno, che forse lo guarderei, starei zitta un poco e poi direi: “Voglio che tu non rompa le scatole agli altri”. Come ho sempre detto ai bambini, e quelli mi son capitati, disturbatori della quiete: “A me non interessa che vogliate imparare o no, quella è una vostra scelta, non fate un dispetto a me, ma non avete diritto di impedire agli altri di imparare”.

Posso ipotizzare, quale alternativa, che potrei rispondere semplicemente: “Perché?”. Sì, proprio così. Perché. Magari lo spiazzerei abbastanza da farlo ragionare, lì, davanti ai compagni. Fargli vedere che la sua provocazione non mi scalfisce, che non entro nel suo gioco della rabbia urlata, ma che lo prendo sul serio abbastanza da voler capire. Perché vuoi sapere cosa voglio da te? Cosa ti fa così arrabbiare? Cosa ti aspetti che io faccia ora?

Forse chiamerei i genitori. Probabilmente sentirei il bisogno di capire cosa c’è dietro tanta rabbia in un corpo così piccolo. Sicuramente non urlerei, perché ormai ho imparato che l’urlo è l’ammissione di una sconfitta, la dichiarazione che hai perso il controllo prima ancora che lo perdesse l’alunno.

Ma onestamente? Non lo so. E forse questa incertezza è l’unica risposta onesta che posso dare. Perché ogni bambino è un mondo, ogni “che cazzo vuoi da me” ha dietro una storia diversa, e la risposta giusta non sta nei manuali ma nell’essere presenti, nell’ascoltare, nel non smettere mai di cercare la persona dietro la provocazione.

Anche quando quella persona ha solo dieci, undici o dodici anni e un vocabolario che i suoi genitori, da qualche parte, gli hanno lasciato imparare.

E voi, come reagireste? Vi è mai capitato di trovarvi davanti a una provocazione del genere? Avete una vostra strategia, un vostro “perché?” che funziona? O magari avete scoperto che le certezze che avevate prima di entrare in classe si sono sgretolate alla prima vera sfida? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com. Sono davvero curiosa di sapere se le vostre classi “impossibili” assomigliano alle mie, se anche voi avete notato che l’educazione non segue le linee dello stereotipo economico, o se invece avete storie completamente diverse da condividere. Perché alla fine, colleghi o genitori che siate, siamo tutti sulla stessa barca: quella di chi cerca ogni giorno di capire questi piccoli esseri umani che ci mettono di fronte a domande scomode durante i pranzi di Natale. E che, a quanto pare, alcune famiglie riescono a rovinare democraticamente a prescindere dal conto in banca.

Buon riposo

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

L’arte silenziosa di imparare

Capitano quei giorni in cui ci sono i classici eventi di paese chiamati pomposamente EXPO per far conoscere (giustamente direi) produttori locali. Ammetto che lo scorso anno, proprio grazie a questa fiera ho comprato un miele mescolato con nocciola che mi sono centellinata per arrivare all’evento di questo anno (dove però non lo aveva con la mia solita fortuna).

Questi eventi per me sono la manna dal cielo perché mi permettono di accumulare esperienze e, soprattutto, disegnare dal vivo (cosa non facile e non frequente). Girin girellando tra gli stand, sfidando il meteo che dava pioggia, scopro uno stand pieno di profumatissimi funghi di varietà diversa dove, il classico gruppo di nonnetti con la faccia da raccoglitori di funghi professionisti (da temere vi assicuro) erano desiderosi di dare lezione.

Io, che onestamente preferisco mangiarli che raccoglierli e che, dovessi mai raccoglierli, finirei in prigione per strage e in ospedale per gravissima intossicazione, mi limito a disegnarli. Tra una chiacchiera e l’altra (non so perché la gente sembra sentirsi quasi intimidita…sarà l’aura magistrale tipo alone della vecchia pubblicità dell’HIV?) si avvicina una famigliola e lì ho provato qualcosa che non si può descrivere a parole…ma me ne frego e provo a descriverlo lo stesso.

Una bambina, con la famiglia, guardava annoiata quando ha gettato un occhio a quello che stavo facendo. Non mi ha detto nulla, non ha chiesto nulla, non mi ha disturbata (non lo avrebbe fatto comunque anche se mi avesse rivolto la parola…ma forse davvero ho l’alone) ma ha preso il suo diarietto e la matita ed ha cominciato a disegnare i funghi come stavo facendo io.

Non ci siamo rivolte la parola, solo uno sguardo, le ho sorriso certo, ma lei serissima ha continuato e, quando ha alzato lo sguardo le ho detto “concentrati su quello che stai disegnando perché basta poco che lo spostano”.

E lì, in quel momento, ho assistito alla magia più pura dell’apprendimento: quello spontaneo, quello che nasce dall’imitazione non richiesta, dalla curiosità silenziosa. Quella bambina non aveva bisogno di spiegazioni, di incoraggiamenti, di “brava!” urlati ai quattro venti. Aveva semplicemente visto qualcosa che la interessava e aveva deciso di provarci.

In quel momento ho capito anche un’altra cosa…il disegno è un linguaggio che mi permette di comunicare senza ridondanze, senza sovrastrutture, arrivando al cuore. Non c’è bisogno di presentazioni, di spiegare perché lo fai o cosa significa. È lì, diretto, onesto. E lei lo aveva capito subito.

Mi sono ritrovata a riflettere su quante volte a scuola ci affanniamo a motivare, a coinvolgere, a “catturare l’attenzione” (come se fosse una preda da cacciare), quando forse basterebbe semplicemente… essere. Essere lì, fare quello che amiamo fare, e lasciare che la curiosità naturale dei bambini faccia il resto.

Quella bambina mi ha insegnato che l’apprendimento più autentico è quello che avviene per contagio positivo, non per imposizione. È quello sguardo attento che osserva, studia, decide di provare senza chiedere permesso. È la concentrazione silenziosa di chi ha trovato qualcosa che vale la pena fare.

I genitori, a dire il vero, erano troppo presi a informarsi dai vecchietti su come si cucinano i funghi per calcolare quello che stava facendo la figlia. E forse è stato meglio così – nessuno ha detto “che bello che disegni!”, nessuno ha chiesto di vedere, nessuno ha rovinato la magia con commenti inutili. La bambina aveva quello spazio prezioso di cui tutti i bambini hanno bisogno: essere ignorati al momento giusto.

A volte penso che dovremmo imparare anche noi adulti a stare zitti di più. A lasciare che i bambini scoprano da soli, che sperimentino senza il nostro costante giudizio (positivo o negativo che sia). Quella bambina non aveva bisogno delle mie lodi per sapere che quello che stava facendo andava bene – lo sentiva nelle sue mani, nei suoi occhi, nella sua concentrazione.

E io? Io ho continuato a disegnare i miei funghi, con accanto una piccola compagna silenziosa che mi ha ricordato perché ho scelto questo mestiere. Non per essere la protagonista, non per essere indispensabile, ma per essere presente quando qualcuno decide di imparare.

Quando se ne sono andati, la bambina mi ha guardato un’ultima volta e ha fatto un piccolo cenno con la testa. Un saluto tra artiste, tra persone che condividono la passione per catturare il mondo su un foglio di carta.

Il mio bloc-notes quella sera aveva due pagine di funghi in più del solito. Ma il cuore… il cuore aveva una lezione in più su cosa significhi davvero insegnare.

A presto la vostra
Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La Sindrome di Davigo: Quando l’Antipatia Diventa Prova

Ovvero: come trasformare il pregiudizio in metodologia educativa

Nel podcast “Sentenze” di Giovanni Zagni e Giovanni Gasperini – che consiglio caldamente per la competenza giuridica e la capacità divulgativa – ho ancora una volta appurato quanto la realtà spesso superi la letteratura nel dipingere l’animo umano. È il caso del rigidissimo ex giudice Davigo.

Ah, che sollievo sentire qualcuno che finalmente ha il coraggio di ammettere quello che tutti sappiamo ma fingiamo di ignorare: che il nostro senso di giustizia è calibrato sulla simpatia e l’antipatia quanto un orologio rotto sul tempo esatto.

Il buon Davigo – che evidentemente ha confuso il codice penale con il Malleus Maleficarum – ci ha regalato una perla di saggezza degna di essere incisa sui muri delle aule di tribunale: “Gli innocenti sono colpevoli che l’hanno fatta franca”.

Tradotto dal giuridichese: “Se non ti ho ancora beccato, è solo questione di tempo, furfante!”. Una filosofia che farebbe impallidire Kafka per la sua logica cristallina e renderebbe Torquemada un garantista liberal.

L’Ipocrisia del Nostro Sdegno

La nostra prima reazione è di orrore. Rifuggiamo questa frase come un pensiero intrusivo che ci spaventa proprio perché, avendolo avuto, temiamo di condividerlo. Quindi ci indigniamo. No, noi non la pensiamo così, quindi non agiamo così!

Ma siamo davvero sicuri?

Riflettiamo attentamente sui nostri comportamenti quotidiani. Quando la soglia dell’attenzione si abbassa, quando la stanchezza e i problemi si fanno sentire, possiamo onestamente affermare con certezza di non scivolare su questa logica?

Forse agiamo in modo non troppo diverso, solo che invece di mandare in galera innocenti, rischiamo di minare l’autostima dei bambini – molto più raffinato, molto più socialmente accettabile perché sfumato e quasi invisibile.

Kevin vs Brunetto: La Giustizia in Aula…non di tribunale

Certo, non dico che lo si faccia intenzionalmente – almeno non tutti – ma se ci pensiamo bene, almeno una volta abbiamo tutti giudicato quel bambino che ci guardava storto, quello che aveva “la faccia da l’ho fatto io” anche quando dormiva. Quello che, appena succedeva qualcosa, tutti gli occhi si voltavano verso di lui come girasoli verso il sole del sospetto.

E che dire di quella sottile, impercettibile differenza di trattamento tra Brunetto Bravo-in-Tutto e Kevin Combina-Guai? Quando manca la matita, il primo “forse l’ha dimenticata a casa”, il secondo “sicuramente l’ha nascosta per non fare il compito”. Stessa situazione, due pesi e due misure, perché la faccia da innocente è un privilegio che si guadagna sul campo della simpatia.

L’Effetto Aureola: L’Altra Faccia della Medaglia

Il problema funziona anche al contrario: ammettiamolo, almeno a noi stessi – quante volte abbiamo fatto finta di non vedere quando il nostro piccolo angioletto combinava disastri, perché “impossibile, lui è così bravo”? L’effetto aureola è potente quanto il pregiudizio.

La Confessione di un’Educatrice Imperfetta

Quindi, cari colleghi, compagni inconsapevoli in questa generale ipocrisia pedagogica, la prossima volta che Kevin viene accusato di aver fatto sparire la merenda di Brunetto, chiediamoci se forse – dico forse – anche i nostri neuroni sono stati contaminati dalla Sindrome di Davigo.

La vera domanda non è se siamo tutti un po’ giustizialisti da strapazzo, ma se avremo mai il coraggio di ammettere che il nostro “intuito pedagogico” è spesso solo un pregiudizio ben vestito.

So che a volte il nostro intuito fa centro, ma dobbiamo imparare a riconoscere quando rischia di farci sbagliare. Come? Non ho risposte, ma non smetterò mai di cercarle. Se qualcuno di voi ha trovato strategie efficaci, le condivida pure nei commenti.

Alla prossima sindrome

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. – Kevin, se stai leggendo questo da adulto, mi dispiace per quella volta che ti ho dato la colpa solo perché eri l’unico sveglio durante la lezione. Probabilmente eri davvero innocente…forse.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus, Sopravvivenza Docenti

Mamma, c’è un senzatetto in salotto! (Spoiler: non c’è)

L’orrore ha un volto, e stavolta si chiama “AI Homeless Man Prank”

Oggi parliamo di una di quelle cose che, quando le senti, pensi “no dai, non è possibile”. E invece sì, è possibilissimo. Anzi, è già successo… parecchie volte.

Scenario: sei al lavoro (o a far la spesa, etc), tuo figlio adolescente è a casa e ti arriva un messaggio: “Mamma, c’è uno in casa. Non lo conosco. È vestito strano. Dice che ti conosce. Che faccio?”

Allegata: una foto. Il vostro salotto. Il divano beige comprato l’anno scorso da IKEA dopo tre ore di litigio sulla tonalità…lì, seduto come fosse a casa sua, un uomo con abiti laceri, barba incolta, sguardo perso.

Cosa fai? Chiami la polizia. Corri verso casa. Il cuore a mille. Le mani che tremano sul volante.

Arrivi. La polizia è già lì. Tuo figlio apre la porta ridendo: “Era uno scherzo! Che figata l’intelligenza artificiale!”

Benvenuti nel nuovo trend virale (per ora solo negli USA) su TikTok: l’AI Homeless Man Prank.

E io, da maestra imperfetta che vive nella trincea ogni santo giorno, vi dico: abbiamo toccato il fondo e abbiamo iniziato a scavare.


Non è nemmeno complicato:

  1. Fai una foto al tuo salotto
  2. Usi un’app di AI (ce ne sono milioni, gratis)
  3. L’AI ci piazza dentro un senzatetto fotorealistico
  4. Mandi la foto (o il video) ai genitori con messaggi terrorizzati
  5. Registri la loro reazione (ovviamente, che sennò dove starebbero i like?)
  6. Li guardi impazzire di paura
  7. Ridi
  8. Pubblichi su TikTok

Semplice, veloce, efficace.

E completamente, totalmente, devastantemente sbagliato.


Fermiamoci un attimo qui. Perché hanno scelto proprio i senzatetto per questo “scherzo”?

Non un vicino sorridente. Non il postino. Non uno zio. No. Un senzatetto.

Perché nella loro testolina di adolescenti iper-connessi ma socialmente anestetizzati, il senzatetto = minaccia. Paura. Pericolo. Chi gli ha dato questa percezione? Indovinate un po’…

Una persona in fragilità sociale è diventata il mostro del film horror.

E nessuno si è fermato un secondo a pensare: “Ehi, ma stiamo parlando di esseri umani, no?”

Zero empatia. Zero pensiero critico. Zero umanità.

Ecco, questo da solo basterebbe per fermare tutto. Ma continuate  vi prego…

Sapete cosa succede quando mandi quella foto a tua madre? Lei chiama il 112. Ovvio. Normale. Giustissimo.

E la polizia manda una pattuglia. Perché il loro lavoro è quello: intervenire quando c’è un’emergenza.

Solo che l’emergenza non c’è.

E mentre quella pattuglia è lì, da te, a scoprire che tuo figlio è un genio del male (o hai cresciuto un  idiota, a scelta) con lo smartphone, da qualche altra parte qualcuno che ha davvero bisogno aspetta.

Negli Stati Uniti le forze dell’ordine hanno dovuto diramare comunicati ufficiali per chiedere di smettere. Traduzione: i centralini stavano saltando per aria.

Non è più “uno scherzo innocente”. È sabotaggio di un servizio pubblico. E se qualcuno volesse fare una denuncia per procurato allarme, avrebbe tutte le ragioni di questo mondo.

“Ma dai, era solo uno scherzo!”

Sì, certo. Come quando ti dico “FUOCO!” mentre dormi e poi rido perché “scherzavo”.

Il tuo corpo ha già reagito. L’adrenalina è partita. Il sistema nervoso ha fatto il suo lavoro. Hai creduto, per quei minuti interminabili, che tuo figlio fosse in pericolo.

Quello non si cancella dicendo “tranquilla, era l’AI”.

E la fiducia tra te e tuo figlio? Quella ci metterà un bel po’ a tornare. Se torna.


Qui si apre un discorso che mi sta particolarmente a cuore.

Una volta, per fare un fake credibile servivano:

  • Ore di lavoro
  • Competenze avanzate di Photoshop
  • Foto stock (le migliori sempre drammaticamente a pagamento)
  • Capacità di gestire luci, ombre, prospettive

Ora? App gratuita. 30 secondi. Zero competenze. Risultato fotorealistico.

L’intelligenza artificiale ha democratizzato la capacità di mentire in modo perfetto.

Non è colpa dell’AI, sia chiaro. L’AI è uno strumento. Come un coltello: puoi usarlo per tagliare il pane o per accoltellare qualcuno. La scelta è tua.

Ma è come dare una Ferrari a uno che ha la patente da una settimana: tecnicamente può guidarla. Praticamente, è un disastro annunciato.

E noi cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo dato la Ferrari. A 13 anni. Senza istruzioni. Senza accompagnatore. E ci meravigliamo se poi fanno danni.


Sì. Sono adolescenti. Con un cervello in costruzione dove la corteccia prefrontale (quella che gestisce “hmm, forse questa cosa ha delle conseguenze”) non è ancora a posto.

Ma questo spiega, non giustifica.

Perché a 14-15-16 anni sai benissimo cosa significa terrorizzare tua madre. Lo sai. Semplicemente scegli di non pensarci.

Perché? Perché i like su TikTok valgono più del benessere psicologico di chi ti ha cresciuto.

E questa scala di valori completamente ribaltata è il vero, grosso, enorme problema.


Parlane PRIMA che succeda. Non aspettare di essere la vittima dello scherzo. Mostra questo articolo. Fai vedere i video. Spiega perché è grave.

E stabilisci conseguenze chiare. “Se lo fai, succede questo.” E poi mantienile. Sempre. Perché se cedi, hai appena insegnato che le tue parole non valgono nulla.

Porta questo caso in classe. È oro colato per parlare di:

  • Etica (non solo digitale);
  • Empatia (o la sua assenza totale);
  • Conseguenze delle azioni;
  • Fake news e disinformazione;
  • Disumanizzazione.

Fai esercizi di “pensiero consequenziale”: “Se fai X, cosa succede? E poi? E poi?” Alleniamo quel pezzo di cervello che ancora non funziona bene.

E soprattutto: parliamo di senzatetto come esseri umani. Non categorie. Non statistiche. Persone. Con storie. Con dignità. Con tutto il diritto di non essere usati come spaventapasseri digitali.

Fermati un secondo.

Pensa a tua madre, tuo padre, chi ti vuole bene, al personale di pubblica sicurezza che per un falso allarme potrebbe poi non essere in condizione di intervenire in tempo per un reale allarme. 

Ora immagina di ricevere quella foto. Di credere che sia vera. Di pensare che la persona che ami di più al mondo sia in pericolo.

Immagina quella corsa disperata. Quel terrore. Quella chiamata al 112 con la voce che trema.

Ora dimmi: fa ancora ridere?


Cosa stiamo crescendo?

Una generazione che ha strumenti potentissimi ma zero senso di responsabilità.

Una generazione che non comprende che non esiste confine tra reale e virtuale perché ciò che sembra virtuale di fatto ha conseguenze sul reale.  

Una generazione che misura il valore di un’azione in visualizzazioni, non in conseguenze.

E la colpa non è loro. È nostra.

Nostra, che gli abbiamo dato smartphone a 10 anni senza un minimo di educazione digitale.

Nostra, che abbiamo normalizzato i social come metro di valore personale.

Nostra, che non abbiamo insegnato l’empatia perché nemmeno noi l’abbiamo capita.

Nostra, che davanti a questi fenomeni reagiamo sempre troppo tardi. Sempre a rincorrere. Sempre a dire “ma come hanno potuto?”


Tra qualche settimana questo trend passerà. Ne arriverà un altro. Probabilmente peggiore. Perché la creatività nell’uso distorto della tecnologia non ha limiti.

E noi saremo ancora qui, a rincorrere, a mettere toppe, a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Oppure possiamo iniziare a parlarne PRIMA.

Prima che vostro figlio lo faccia. Prima che il centralino della polizia salti. Prima che qualcuno si faccia davvero male.

L’intelligenza artificiale non sparirà. Diventerà solo più potente, più accessibile, più convincente.

La domanda non è “come fermiamo la tecnologia?”

La domanda è: “Come cresciamo esseri umani che sappiano usarla senza perdere l’umanità?”

E questa risposta, ve lo garantisco, nessuna AI potrà mai darcela.

Toccherà a noi. Con tutta la nostra imperfetta, faticosa, bellissima umanità.


Questo articolo nasce dalla puntata “Mamma, un senzatetto in salotto!” di Good Morning Privacy. L’ho scritto perché credo che l’informazione sia il primo strumento di prevenzione. Condividetelo pure. Ma leggetelo tutto prima. Il pensiero critico inizia da lì.

Pubblicato in: Fai da te del maestro

SELFIE…for teachers

Studiando per un master cui mi sono iscritta a febbraio, mi sono imbattuta in qualche strumento per l’autoriflessione, totalmente gratuito, messo a disposizione dall’UE. Si tratta di Selfie for teachers, un questionario di domande suddivise per aree che aiuta a riflettere sulle proprie competenze, ma anche sulle proprie pratiche. Non appena fatto l’accesso mi sono trovata una schermata in cui, nella spiegazione dello strumento, mi informava che avrei dovuto rispondere ad una serie di domande per riflettere sulle tue competenze digitali nelle seguenti aree:

– Coinvolgimento professionale
– Risorse digitali
– Insegnamento e apprendimento
– Valutazione
– Valorizzazione delle potenzialità degli studenti
– Favorire lo sviluppo delle competenze digitali degli studenti.

Tutte le risposte sono anonime, si può scaricare anche la relazione e questo Selfie serve a riflettere su se stessi per individuare i propri punti critici su cui lavorare (ma anche i punti forza). Il tempo previsto calcolato è di 25 minuti, ma io al solito tendo a mettercene qualcuno di più per eccesso di riflessione…o di calma…o di lentezza, a scelta.

Dopo aver compilato tutti i campi e risposto alle domande, in italiano, vi appare una relazione esaustiva basata sulle risposte date e presentata sia in forma grafica che scritta.

In primis ti presenta la risposta alla prima domanda, quella posta prima di iniziare con le altre, che riguarda la tua percezione personale delle tue competenze (con una guida che spiega ovviamente cosa contengono i livelli), nel mio caso sulla sinistra. Sulla destra invece c’è il risultato dell’analisi complessiva delle differenti risposte date.

In basso ci sono altri due grafici, uno di questi mostra le percentuali per area con relativo livello di competenze ottenuto per singola area. Funziona come i livelli EQF delle competenze linguistiche, partendo da A1 fino a C2, il più alto.

Unica pecca è che, pur chiedendo inizialmente la fascia di età per cui si lavora, alcune risposte sono molto vincolate da quello che si può e non si può fare con i bambini in classe più che dalla volontà e competenze personali, ma anche questo aiuta molto la riflessione: non possiamo o non vogliamo?

Quello che risulta interessante ed arricchente è la parte relativa ai suggerimenti per attività che si possono svolgere, dati nelle aree in cui risultiamo più “deboli”.

La restituzione del questionario è immediata, completa e sempre disponibile sia on line, sia scaricabile in pdf. Inoltre si possono creare gruppi dove vengono restituiti i risultati raccolti in dati aggregati, pertanto anonimi, il che consente una riflessione collegiale sulle criticità e iniziative formative da proporre per risolverle.

Non ho ancora provato lo strumento gruppo pertanto posso limitarmi in tal senso a quel che ho letto quale presentazione di questa possibilità sul sito stesso dell’UE.

Perché farlo?

Perché noi insegnanti dobbiamo tenerci aggiornati anche su questi strumenti dato che, con la pandemia, l’introduzione delle tecnologie nella didattica ha subito un’accelerata notevole cui non siamo riusciti a star tutti dietro (non biasimo nessuno). L’autoriflessione in tal senso non deve essere svalutante o punitiva, ma propositiva. Ho una difficoltà? Provvedo a superarla aggiornandomi.

La buona notizia è che per coloro che non masticano o non digeriscono proprio l’inglese è anche in italiano (ma anche in altre lingue se preferite).

Che dire? Vi auguro un 2023-24 pieno di bellissime esperienze con gli alunni di qualsiasi età e con i figli (per i genitori che mi leggono), sognando e costruendo assieme non tanto delle scuole, ma delle comunità educanti.

Al prossimo articolo la vostra

Maestra Imperfetta