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Il ruolo del feedback nell’insegnamento

Tre mesi di vacanze. Diciotto ore settimanali per le secondarie e 24 per le primarie. Il lavoro più comodo del mondo.

Lo sappiamo. L’abbiamo sentito tante volte che ormai ci scivola addosso come l’acqua sul Gore-Tex. Non vale neanche più la pena rispondere.

Ma c’è una cosa che nessuno nomina mai. Non perché sia un segreto: semplicemente non ci pensa nessuno. Nemmeno noi, a volte, finché non ci troviamo dentro fino al collo.

L’incertezza.

Non quella di non sapere se ti confermano il posto, non quella del contratto a settembre. Quella più silenziosa, che si accumula giorno dopo giorno per anni: non sapere se stai facendo bene il tuo lavoro.

Li prendi a sei anni. Non sanno allacciarsi le scarpe. Non sanno soffiarsi il naso — e non lo impareranno mai, lo decidi presto, rassegnandoti al concerto quotidiano di nasi che tirano su in sincrono come un’orchestra senza direttore. Li guardi crescere, li accompagni attraverso le prime divisioni con il resto, i primi temi — ma in quarta i temi? Sono piccoli — le prime volte che qualcosa si rompe e va rimesso insieme, più o meno storto, più o meno bene.

In cinque anni accumuli: lotte per i compiti, battutine dei genitori, discussioni con la Dirigente sulla differenza tra severità eccessiva e coerenza necessaria, articoli del Regolamento citati a memoria come autodifesa. Accumuli dubbi. Forse sto esagerando. Forse non basto. Forse sto sbagliando tutto. Forse far studiare la grammatica inglese a memoria era sbagliato. Forse insistere sulla comprensione del testo invece di fermarmi sull’analisi era la scelta sbagliata. Forse stavo costruendo qualcosa, forse stavo solo perdendo tempo su cose che non contano.

E nessuno te lo dice. Nessuno ti ferma a metà corsa per dirti come stai andando. Il feedback nel nostro lavoro arriva in ritardo, quando arriva. Di solito non arriva.

Arrivano con le verifiche. Quella in cui metà classe ha sbagliato la stessa cosa, e ti siedi la sera a fissare i fogli chiedendoti se il problema è loro o se sei tu che hai spiegato male. Di solito conclusione provvisoria: hai spiegato male. Rispieghi. Rispiegano di non aver capito. Rispieghi ancora, con altre parole, altri esempi, altro entusiasmo performativo. Non capisco. E a quel punto cominci a dubitare non solo del tuo metodo ma proprio della tua capacità di usare la lingua italiana in modo comprensibile a esseri umani.

Poi però succede qualcosa. Uno alza la mano e fa una domanda. Una di quelle domande che non ti aspetti, disarticolata, con una sintassi tutta sua e un lessico inventato a metà strada, ma dentro c’è un pensiero vero — qualcosa che non gli hai insegnato tu, o almeno non direttamente, qualcosa che ha elaborato da solo mettendo insieme pezzi. E capisci che qualcosa sta girando, lì dentro, anche se non riesci a vedere come.

Ma non basta. Non basta per stare tranquilli. Perché il giorno dopo ci sono altre verifiche, altri non capisco, altri dubbi.

Poi un giorno — quasi un anno dopo che li hai lasciati andare, quando ormai hai già cominciato a seminare da capo con un’altra classe — li incontri. Corrono ad abbracciarti. Ti dicono grazie maestra, ho preso dieci meno in inglese, e tu ridi perché la formulazione è perfetta, onesta, né trionfale né tragica. E le loro professoresse ti guardano e ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro.

In quel momento ti passa davanti tutto. Le discussioni, le spiegazioni, la fatica. I temi di quarta.

Non è orgoglio, o non è solo quello. È qualcosa di più strano: è sollievo. Il sollievo di chi ha camminato al buio per cinque anni e scopre, quasi per caso, che la strada c’era davvero.

Si semina senza sapere. E ogni tanto, con un po’ di fortuna, qualcuno torna indietro a dirtelo.

Ma la classe dopo è già lì. E si ricomincia da capo, al buio, come sempre.

Alla prossima riflessione, la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

I bambini non ti temono, maestra

Capita talvolta di chiacchierare allegramente con una mamma, specialmente quando, come me, le si percepisce con la sincera solidarietà femminile di chi comprende bene le difficoltà altrui. Parlando e scherzando sulla coda di paglia dei bambini, e di quello che dicono o non dicono a casa riguardo ciò che accade a scuola, è venuto fuori il fatidico

“no maestra, te non ti temono, o almeno nessuno ha mai raccontato che li hai sgridati”

Ammetto che è stato un fulmine a ciel sereno, non credevo proprio, e non sapevo se la cosa dovesse mettere in discussione la mia autorevolezza oppure no. Non mi è passato per l’anticamera del cervello di offendermi, anzi, mi sono sentita invece rassicurata da questa affermazione, ma la domanda che mi sono posta è

i genitori fanno l’equazione insegnante temuto=insegnante bravo?

Anche se la risposta dovesse essere affermativa, e questo non cambierebbe di una virgola la mia granitica convinzione che non devono temermi, questo spinge ad una riflessione approfondita su quella che è la figura dell’insegnante nella percezione comune (togliamo polemiche come tre mesi di ferie e cose così, concentriamoci sull’immagine del docente in classe).

Siamo partiti dall’istitutore/istitutrice severa, docenti che davano bacchettate sulle mani, punizioni corporali e non sorridevano manco a pagarli, passando per il maestro del romanzo Cuore, insegnante tutto sommato comprensivo nella sua severità, che mi ricordava un poco il mio maestro. Siamo passati dalla Montessori, i cui principi sono degenerati in eccessi discutibili, passando per l’educazione danese e via dicendo, ma tant’è nella mente dei genitori di oggi, se pure giustamente contrari alle pene corporali ed alle umiliazioni, l’insegnante temuto è quello rispettabile, bravo, capace. Insomma, nella schizofrenica incapacità di decidere cosa si vuole dalla scuola, non si capisce nemmeno cosa si vuol chiedere al docente.

La domanda che mi pongo dunque è “come ci vedono i genitori?”

Molti colleghi non danno peso forse a questa domanda, e probabilmente fanno anche bene, ma nella mia visione della scuola noi non istruiamo semplicemente, non educhiamo solamente, noi offriamo un servizio e, come tale, abbiamo bisogno di feedback a riguardo per comprendere cosa e come migliorare tale servizio.

Come ci vedono i genitori è interessante per comprendere quale messaggio passa, come cambia la società attorno a noi, come cambia il sentire comune e la percezione della scuola stessa come Istituzione e, cosa non da poco, come cambia la concezione dell’istruzione. Ovviamente van fatti i dovuti distinguo, contestualizzare, comprendere cosa c’è dietro questa o quella lamentela, ma va fatta anche autoanalisi. Nessuno è perfetto, non lo sono loro e non lo siamo noi.

Parlando con mia sorella, utilissima quando si parla di scuola e maestre data la differenza tra la scuola dove lavoro io e quella dove vanno le nipotine, è venuto fuori che il “temere” la maestra non è sempre percepito come positivo, anzi. Ma mia sorella ha un altro carattere e un altro background.

“Ma i bambini se non mi temono mi mettono i piedi in testa”

Colleghi e genitori potrebbero effettivamente contestarmi questo, e qui non so onestamente come rispondere se non con la breve esperienza personale. Ogni insegnante, da che ho visto, ha un suo stile comunicativo personale. C’è chi urla, ma tanto i bambini capiscono che non fa sul serio, c’è chi parla piano e i bimbi son terrorizzati perché se si perdono una parola son cavoli amari. Funzionano entrambi i modi da che ho visto. Alla fine l’essere temuti o meno dipende solo da noi, se lo vogliamo o no. Con alcuni bambini funziona, con altri no.

Insomma non c’è una regola che valga per tutti. Forse alcuni bambini hanno bisogno di temere la maestra per rigar dritto, ad altri invece serve amarla, o anche solo simpatizzare. Io rimango nella sacrosanta convinzione che preferisco qualche rimprovero in più ma che non mi temano, perché desidero che si fidino di me al punto da raccontarmi tutto apertamente, senza paura, solo così posso aiutarli a crescere.

Il mio modello è stato mia Zia, e lei non è mai stata temuta da me, ma la amavo così tanto che pendevo dalle sue labbra e facevo tutto ciò che mi diceva senza batter ciglio.

E voi? che insegnanti/genitori/educatori siete? Volete essere temuti o no?

Alla prossima, spero con un tutorial, la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro, Strumenti google per docenti

LIBROGAME- i libri…da giocare

Quando ero bambina leggevo veramente di tutto, e credo di aver letto quasi tutta la letteratura classica per bimbi, o considerata tale almeno. Alle medie (ai miei tempi si chiamavano così) ho scoperto…rullo di tamburi…i librogame!!!

No, non è la mia libreria, ma rende l’idea di quanti ne sono stati pubblicati

Il Librogame, per chi non lo sapesse, è un libro da giocare. Serve solo il libro e un paio di dadi da sei facce (ne esistono anche da 4, da venti, ma per questo servono da 6). Sono organizzati in paragrafi più o meno brevi che si concludono con un paio di scelte minimo. A seconda della scelta che fai (o dei dadi che ti chiede di tirare), vai a questo o quell’altro paragrafo e la storia evolve diversamente. Ricordo con molto piacere gli enigmi e altro che ti chiedeva, e ricordo che ci passavo ore, estati intere, credo di averne ancora qualcuno.

Oggigiorno molti videogiochi hanno adottato questo sistema, con la storia che evolve a seconda della scelta che fai e il finale può cambiare in base proprio alle scelte compiute durante il gioco. Quello che rendeva speciali i libri però era che potevi rileggerli anche tre o quattro volte e non annoiavano mai. Ma qual è il segreto di tali libri? Semplicissimo, offrono un’esperienza immersiva anche a chi non riesce ad immedesimarsi nei romanzi.

titolo di un videogioco, ora anche librogame, ma decisamente non per bambini. Lo consiglio vivamente ad adulti e ragazzi delle superiori.

Un’idea ci viene proprio dal film “La Storia infinita”, dove il ragazzino, che già comunque legge molto, si trova a fare la differenza all’interno di un libro poiché il co protagonista è proprio lui. Nel librogame il protagonista è il lettore, e questo rende accattivante il prodotto.

Dopo qualche mese che ci rimuginavo sopra, mi sono posta la domanda…ma se facessimo un librogame con i bambini, per i bambini?

Si può fare anche semplicemente in word o google documents, ma diventa poi una rottura l’impaginazione, cercavo invece qualcosa che permettesse di scrivere e poi far impaginare in automatico dal programma…e l’ho trovato!

Per coloro che sono interessati pertanto segnalo, da scaricare, Librogame Creator 3.

Questo programmino non occupa tanto spazio nel pc, è velocissimo da installare e, se non lo si vuole installare, si può scaricare in versione “portable”.

Permette di creare in automatico i paragrafi cui rimandare per poi rimescolarli in automatico e ti illustra anche la “mappa” dei collegamenti per tenere sotto controllo la storia. Lo trovo decisamente molto comodo.

Un librogame calibrato su bambini di 9 anni per insegnare loro un metodo di ricerca e distinzione delle fake news dalle fonti attendibili.

Un altro modo per farli divertire leggendo sono le “avventure testuali“.

“Le avventure testuali (in inglese interactive fiction) sono programmi per computer che simulano un ambiente nel quale i giocatori usano comandi testuali per istruire il personaggio della storia a interagire con l’ambiente in cui si trova. Le avventure testuali possono essere interpretate sia come un lavoro letterario che come un videogioco. ” (cit. Wikipedia)

Erano in voga negli anni 80. Ma mentre i librogame, che altro non sono che racconti a bivi, affondano le loro radici negli anni 40, e vedono tra i vari autori che vi si sono cimentati anche Raymond Queneau le avventure testuali si affacciano nelle menti dell’uomo nel 1975.

Possiamo parlare di librogame se è cartaceo (o digitale ma per e-reader) e di avventura testuale se il suo funzionamento è improntato come videogioco e interamente fattibile su pc, tablet e smartphone.

Potete creare anche voi un’avventura testuale personalizzata e calibrata sui vostri alunni con google moduli per esempio, dove c’è la possibilità di inserire immagini e video che possano aiutare o semplicemente attirare l’attenzione.

Sia per il librogame, sia per l’avventura testuale su google moduli, occorre comunque un poco di coding, tuttavia potrebbe risultare divertente fare coding con la classe per studiare un’avventura testuale assieme.

Alla fine per fare l’avventura serve una mappa da cui si parte per poi fare diversi collegamenti a seconda delle risposte. Ne uscirà un diagramma che ben farà capire ai bambini, divertendosi, che a data risposta ci sono date conseguenze. Come fare? Ve lo spiegherò nel prossimo articolo.

Al prossimo articolo

Maestra imperfetta