Come tutti in questo periodo sono divisa tra tempo libero (al solito sempre meno) e pranzi in famiglia (che si moltiplicano nonostante la famiglia riduca i suoi elementi per natura) e, durante questi ultimi, le domande sulla mia professione emergono e sbucano come la gramigna nei campi elisi di una tranquillità festiva. Ci sta, sia chiaro, non me ne lamento e tutto sommato rispondo con quella serenità capibaresca di chi ha accettato anche questo come parte dell’esistenza.
Parlando dei compagni delle mie nipotine, ne è emersa una realtà che mi ha lasciata perplessa. Scuola privata, badate bene a tenerlo in seria considerazione perché è fondamentale: in una classe di seconda primaria i bambini usano come linguaggio privilegiato delle comunicazioni tra pari la violenza. No, non quella verbale. Quella fisica. Mia nipote, saggiamente, si è fatta amica quella che picchia più duro, rassicurandomi sulla sua capacità di sopravvivenza tutto sommato. (No, non mi sconvolgo: leggetevi Il signore delle mosche e non vi sconvolgerete nemmeno voi.)
La maggiore, secondaria di primo grado, pare abbia una classe terribile, ingestibile, allucinante. Scuola privata, ricordo bene: siamo su un bell’ammontare di migliaia di euro l’anno, quindi famiglie che, potendoselo permettere, dovrebbero sulla carta e per stereotipo radicato in secoli di letteratura dare un’ottima educazione, impeccabile. Praticamente dei principini George ma senza corona pendente.
La domanda innocente
Mio cognato prima mi chiede: “Ma tu non urli in classe?”
Io candidamente rispondo che all’inizio lo facevo, ma poi ho imparato che fanno più la mimica e lo sguardo assieme alla coerenza che mille urla. Fin lì tutto ok, domanda che mi sembrava innocente e che mi ha fatto ripercorrere i primi anni in cui urlavo tanto facendomi venire tracheiti. Aaah amarcord… nemmeno troppo.
È seguito il commento: “Ah complimenti, ma la classe della grande è impossibile, tu non hai idea.”
Ok, lavoro nella scuola da nove anni, quasi dieci, e mi sembrano venti perché ho lavorato in due scuole in zone ad alto rischio di dispersione e con situazioni veramente difficili e complesse. La quotidianità per me è fatta di cercare di far apprendere e interiorizzare le basilari procedure matematiche, la grammatica inglese, nozioni di tecnologia e ragionamento mentre un bambino con gravi problemi prende a calci, pugni, schiaffi e testate come un ariete qualsiasi docente di sostegno e non (non sempre riesco a schivare) e vocalizza tutto il tempo. Ma non ho idea di cosa sia una classe impossibile.
Lo posso accettare, in fondo i bambini che ho avuto, benché fossero al 70% figli di immigrati di prima o seconda generazione, qualche non italofono infilato a metà anno e senza supporto del mediatore linguistico e almeno una decina tra BES e DSA, erano e sono educati, verissimo (e non sono ironica su questo). Qualcuno un pochino peculiare c’è, sia chiaro, ma fa folklore e diventa barzelletta da ore di programmazione col team o da cena di fine anno tra colleghi.
La domanda che spacca
Insomma arriva la domanda che mi si pianta nel cervello: “Ma tu come reagiresti se un alunno che hai richiamato ti rispondesse ‘che cazzo vuoi da me’?”
Già… come reagirei? Me lo sto domandando. Non mi è mai capitato.
Mi sono capitati alunni che davano le rispostine a mezza bocca, ma in quel caso mi bastava guardarli e dire “abbi il coraggio di dirmelo in faccia”. Spoiler: non avevano il coraggio. Altri che mi parlavano dietro e il solito delatore che veniva a riferirmelo, ma in quel caso fingevo di nulla e dicevo al delatore che se Tizio aveva qualcosa da dirmi poteva benissimo dirmelo di persona se lo pensava davvero e ne avremmo parlato.
Nonostante le situazioni drammatiche, difficili in cui mi son trovata, nessuno dei bambini mi ha detto con questa strafottenza “che cazzo vuoi da me”. Che lo abbiano pensato non lo nego e non mi illudo che non lo abbiano fatto, ma detto mai.
Lo stereotipo infranto
Se la letteratura insegna più di mille libri di psicologia, è vero che di famiglie ce ne sono di tutti i tipi e l’educazione non viene solo dallo status sociale ed economico. Curioso però è come la percentuale alta di maleducazione, per alcuni, sia presente in una scuola privata con famiglie diciamo… abbienti.
Sia chiaro, non faccio di un caso la regola e non vanno fatte generalizzazioni, ma mi ha portata comunque a riflettere. Il comportamento del bambino altro non è che “briciole che cadono dal tavolo”, come disse una mia collega. Il bambino porta a scuola ciò che respira a casa, nel bene e nel male. E forse, in alcuni casi, il denaro compra tutto tranne il tempo, la presenza, i limiti educativi.
La mia (non) risposta
Ma la risposta alla domanda? Non lo so. Non voglio sfuggire alla mia stessa provocazione ma non so come risponderei in situazioni in cui non mi sono trovata.
Posso ipotizzare, per come sono fatta almeno, che forse lo guarderei, starei zitta un poco e poi direi: “Voglio che tu non rompa le scatole agli altri”. Come ho sempre detto ai bambini, e quelli mi son capitati, disturbatori della quiete: “A me non interessa che vogliate imparare o no, quella è una vostra scelta, non fate un dispetto a me, ma non avete diritto di impedire agli altri di imparare”.
Posso ipotizzare, quale alternativa, che potrei rispondere semplicemente: “Perché?”. Sì, proprio così. Perché. Magari lo spiazzerei abbastanza da farlo ragionare, lì, davanti ai compagni. Fargli vedere che la sua provocazione non mi scalfisce, che non entro nel suo gioco della rabbia urlata, ma che lo prendo sul serio abbastanza da voler capire. Perché vuoi sapere cosa voglio da te? Cosa ti fa così arrabbiare? Cosa ti aspetti che io faccia ora?
Forse chiamerei i genitori. Probabilmente sentirei il bisogno di capire cosa c’è dietro tanta rabbia in un corpo così piccolo. Sicuramente non urlerei, perché ormai ho imparato che l’urlo è l’ammissione di una sconfitta, la dichiarazione che hai perso il controllo prima ancora che lo perdesse l’alunno.
Ma onestamente? Non lo so. E forse questa incertezza è l’unica risposta onesta che posso dare. Perché ogni bambino è un mondo, ogni “che cazzo vuoi da me” ha dietro una storia diversa, e la risposta giusta non sta nei manuali ma nell’essere presenti, nell’ascoltare, nel non smettere mai di cercare la persona dietro la provocazione.
Anche quando quella persona ha solo dieci, undici o dodici anni e un vocabolario che i suoi genitori, da qualche parte, gli hanno lasciato imparare.
E voi, come reagireste? Vi è mai capitato di trovarvi davanti a una provocazione del genere? Avete una vostra strategia, un vostro “perché?” che funziona? O magari avete scoperto che le certezze che avevate prima di entrare in classe si sono sgretolate alla prima vera sfida? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com. Sono davvero curiosa di sapere se le vostre classi “impossibili” assomigliano alle mie, se anche voi avete notato che l’educazione non segue le linee dello stereotipo economico, o se invece avete storie completamente diverse da condividere. Perché alla fine, colleghi o genitori che siate, siamo tutti sulla stessa barca: quella di chi cerca ogni giorno di capire questi piccoli esseri umani che ci mettono di fronte a domande scomode durante i pranzi di Natale. E che, a quanto pare, alcune famiglie riescono a rovinare democraticamente a prescindere dal conto in banca.
Buon riposo
la vostra
Maestra Imperfetta
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