Pubblicato in: diario di una maestra

L’arte silenziosa di imparare

Capitano quei giorni in cui ci sono i classici eventi di paese chiamati pomposamente EXPO per far conoscere (giustamente direi) produttori locali. Ammetto che lo scorso anno, proprio grazie a questa fiera ho comprato un miele mescolato con nocciola che mi sono centellinata per arrivare all’evento di questo anno (dove però non lo aveva con la mia solita fortuna).

Questi eventi per me sono la manna dal cielo perché mi permettono di accumulare esperienze e, soprattutto, disegnare dal vivo (cosa non facile e non frequente). Girin girellando tra gli stand, sfidando il meteo che dava pioggia, scopro uno stand pieno di profumatissimi funghi di varietà diversa dove, il classico gruppo di nonnetti con la faccia da raccoglitori di funghi professionisti (da temere vi assicuro) erano desiderosi di dare lezione.

Io, che onestamente preferisco mangiarli che raccoglierli e che, dovessi mai raccoglierli, finirei in prigione per strage e in ospedale per gravissima intossicazione, mi limito a disegnarli. Tra una chiacchiera e l’altra (non so perché la gente sembra sentirsi quasi intimidita…sarà l’aura magistrale tipo alone della vecchia pubblicità dell’HIV?) si avvicina una famigliola e lì ho provato qualcosa che non si può descrivere a parole…ma me ne frego e provo a descriverlo lo stesso.

Una bambina, con la famiglia, guardava annoiata quando ha gettato un occhio a quello che stavo facendo. Non mi ha detto nulla, non ha chiesto nulla, non mi ha disturbata (non lo avrebbe fatto comunque anche se mi avesse rivolto la parola…ma forse davvero ho l’alone) ma ha preso il suo diarietto e la matita ed ha cominciato a disegnare i funghi come stavo facendo io.

Non ci siamo rivolte la parola, solo uno sguardo, le ho sorriso certo, ma lei serissima ha continuato e, quando ha alzato lo sguardo le ho detto “concentrati su quello che stai disegnando perché basta poco che lo spostano”.

E lì, in quel momento, ho assistito alla magia più pura dell’apprendimento: quello spontaneo, quello che nasce dall’imitazione non richiesta, dalla curiosità silenziosa. Quella bambina non aveva bisogno di spiegazioni, di incoraggiamenti, di “brava!” urlati ai quattro venti. Aveva semplicemente visto qualcosa che la interessava e aveva deciso di provarci.

In quel momento ho capito anche un’altra cosa…il disegno è un linguaggio che mi permette di comunicare senza ridondanze, senza sovrastrutture, arrivando al cuore. Non c’è bisogno di presentazioni, di spiegare perché lo fai o cosa significa. È lì, diretto, onesto. E lei lo aveva capito subito.

Mi sono ritrovata a riflettere su quante volte a scuola ci affanniamo a motivare, a coinvolgere, a “catturare l’attenzione” (come se fosse una preda da cacciare), quando forse basterebbe semplicemente… essere. Essere lì, fare quello che amiamo fare, e lasciare che la curiosità naturale dei bambini faccia il resto.

Quella bambina mi ha insegnato che l’apprendimento più autentico è quello che avviene per contagio positivo, non per imposizione. È quello sguardo attento che osserva, studia, decide di provare senza chiedere permesso. È la concentrazione silenziosa di chi ha trovato qualcosa che vale la pena fare.

I genitori, a dire il vero, erano troppo presi a informarsi dai vecchietti su come si cucinano i funghi per calcolare quello che stava facendo la figlia. E forse è stato meglio così – nessuno ha detto “che bello che disegni!”, nessuno ha chiesto di vedere, nessuno ha rovinato la magia con commenti inutili. La bambina aveva quello spazio prezioso di cui tutti i bambini hanno bisogno: essere ignorati al momento giusto.

A volte penso che dovremmo imparare anche noi adulti a stare zitti di più. A lasciare che i bambini scoprano da soli, che sperimentino senza il nostro costante giudizio (positivo o negativo che sia). Quella bambina non aveva bisogno delle mie lodi per sapere che quello che stava facendo andava bene – lo sentiva nelle sue mani, nei suoi occhi, nella sua concentrazione.

E io? Io ho continuato a disegnare i miei funghi, con accanto una piccola compagna silenziosa che mi ha ricordato perché ho scelto questo mestiere. Non per essere la protagonista, non per essere indispensabile, ma per essere presente quando qualcuno decide di imparare.

Quando se ne sono andati, la bambina mi ha guardato un’ultima volta e ha fatto un piccolo cenno con la testa. Un saluto tra artiste, tra persone che condividono la passione per catturare il mondo su un foglio di carta.

Il mio bloc-notes quella sera aveva due pagine di funghi in più del solito. Ma il cuore… il cuore aveva una lezione in più su cosa significhi davvero insegnare.

A presto la vostra
Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

Quando non distinguo la mia noia dalla loro

Confessioni di un’insegnante alle prese con l’accoglienza

Ho poche granitiche certezze nella vita, ma una cosa la so per certa: mi annoio a morte durante le attività di accoglienza. Mongolfiere da colorare, cartoon, quattro ore e mezza in cui sembro più un’animatrice da villaggio turistico che un’insegnante. Manca solo la baby dance e avrei completato la mia trasformazione da docente a intrattenitrice per famiglie.

Il problema è che quando mi annoio io – e parliamo di noia existenziale, quella che ti fa guardare l’orologio ogni trenta secondi – non riesco più a capire un tubo di cosa succede a loro.

Li guardo mentre colorano le mongolfiere e mi sembrano persi, confusi, quasi catatonici quanto me. Ma poi mi fermo e mi faccio una domanda da un milione di dollari: lo sono davvero, o sto semplicemente proiettando la mia voglia di scappare via sui loro poveri visetti innocenti? Quando il tuo cervello è in modalità “screensaver”, come fai a distinguere tra quello che vedi e quello che la tua psiche torturata vuole vedere?

È una delle confessioni più imbarazzanti da fare per un’insegnante: a volte non so leggerli. Punto.

Dovremmo essere le Sherlock Holmes dell’interpretazione emotiva, quelle che capiscono al volo se un bambino è coinvolto o se sta recitando la parte del “bravo scolaro”. È il nostro “superpotere” professionale, quello che ci distingue da un qualsiasi adulto munito di pazienza e pennarelli. Eppure eccomi qui, totalmente in panne, incapace di distinguere la mia noia cosmica dalla loro presunta confusione.

Tornano a scuola dopo mesi di dolce far niente, freschi, curiosi, pronti a imparare. E io cosa faccio? Li accolgo con attività che annoiano prima di tutto me. Come posso pretendere di essere autentica nell’accoglienza se sono la prima a non crederci?

Forse la vera accoglienza sarebbe semplicemente ascoltarli. Farli raccontare delle vacanze, correggere insieme i compiti dell’estate, riportarli gradualmente nella dimensione scolastica senza questo teatrino forzato del “facciamo festa”. Ma no, devo seguire il copione dell’accoglienza standard: colorare, ritagliare, incollare, sorridere.

E mentre li guardo colorare, mi viene un dubbio atroce: se io mi sto annoiando, come faccio a capire se si stanno divertendo davvero o se stanno solo eseguendo, come me, un compito che qualcun altro ha deciso fosse “accogliente”?

Non riesco a distinguere dove finisce la mia proiezione e dove inizia la loro esperienza reale. È un limite professionale che non dovrei avere, ma che ho. E forse ammetterlo è il primo passo per fare davvero accoglienza – quella vera, non quella da copione.

Perché forse accogliere non significa intrattenere, ma riconoscere. Riconoscere che tornano con delle esperienze da condividere, con voglia di imparare, con bisogno di ritrovare gradualmente il ritmo. Non con bisogno di mongolfiere.

Ma questo lo penso io, annoiata e disillusa. Loro cosa pensano davvero?

Non lo so. E forse è proprio questo il problema.


La vostra collega Maestra Imperfetta rimane la stessa che dà voce, dita e forse anche mente (dipende dall’esaurimento post attività di accoglienza) dietro qualcosa che mi (ma mi piace pensare ad un “ci”) rappresenta.

Scuola (in) Supposta

Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

SETTEMBRE: QUANDO LA REALTÀ INCONTRA (O SI SCONTRA?) CON I BUONI PROPOSITI

E siamo qui. Di nuovo al primo giorno di lezioni di settembre. Per alcune regioni il 15, per altre prima o dopo e per le scuole private…boh, ma per tutti i docenti è il giorno in cui tutti i bei piani estivi incontrano la dura realtà della prima campanella.

Durante l’estate, seduti comodamente su quella sdraio (vera o immaginaria che fosse), avevamo tutto pianificato perfettamente. Eravamo diventati la versione premium (pagamento in gelati e souvenir) di noi stessi: zen, organizzati, pieni di energie rinnovabili e idee innovative (o rinnovate). Quest’anno sarebbe stato DIVERSO.

“Quest’anno sarò più paziente”, ci siamo detti mentre guardavamo il tramonto con un cocktail in mano.

“Quest’anno organizzerò tutto nei minimi dettagli”, abbiamo sussurrato accarezzando quell’agenda nuova di zecca comprata con entusiasmo ad agosto (ma quanto è bella la copertina…non vedo l’ora di usarla e ci sono pure attività didattiche).

“Quest’anno rivoluzionerò la mia didattica!”, abbiamo dichiarato mentre pinnavamo su Pinterest attività creative che richiederebbero un team di 47 assistenti e un budget della NASA.

È un po’ come quando a Capodanno decidiamo che andremo in palestra tutti i giorni, mangeremo solo verdure bio, cibi integrali o ricchi di fibre e tante proteine e mediteremo per 30 minuti ogni mattina. Poi il 2 gennaio realizziamo che la palestra è chiusa, le verdure bio costano come un mutuo e gli unici 30 minuti di meditazione li passiamo a fissare il soffitto chiedendoci dove abbiamo messo le chiavi di casa.

La differenza è che a scuola non puoi rimandare al prossimo anno. Lunedì suona la campanella, che tu sia pronto o no. Che tu abbia completato tutti quei meravigliosi progetti estivi o che ti sia accorto solo domenica sera che forse, FORSE, avresti dovuto iniziare prima a preparare qualcosa.

BUON PROPOSITO: “Arriverò sempre a scuola 30 minuti prima per prepararmi con calma” REALTÀ: Arrivi trafelato 2 minuti dopo la campanella perché hai passato 20 minuti a cercare quella maglietta che “doveva essere nell’armadio” e altri 15 a convincere la macchina che sì, deve partire anche se è lunedì mattina (lo fai tu, perché non deve farlo lei?).

BUON PROPOSITO: “Terrò un registro perfetto, aggiornato quotidianamente” REALTÀ: Giovedì ti accorgi che hai ancora il registro chiuso dalla settimana prima e cominci a ricostruire quello che hai fatto durante la settimana, sperando che nessuno vada veramente a guardare.

BUON PROPOSITO: “Preparerò attività coinvolgenti e innovative per tutti” REALTÀ: “Ragazzi, oggi facciamo un bellissimo… ehm… ripasso creativo di quello che abbiamo fatto l’anno scorso!” (traduzione: non ho avuto tempo di inventarmi niente di nuovo e sto improvvisando malamente).

Verso mercoledì della prima settimana arriva quella sensazione che conosco bene: è come quando ti accorgi che hai dimenticato di comprare il regalo per il compleanno di tua nipote e la festa è tra un’ora. Il panico ti assale, ma stranamente ti rende anche più efficiente di quanto tu sia mai stato in vita tua.

È il momento in cui realizzi che:

  • No, non riuscirai a trasformare la tua classe nella versione italiana di una classe giapponese perfettamente rispettosa delle regole e coordinata
  • Sì, probabilmente anche quest’anno userai quelle fotocopie dell’anno scorso (ma con orgoglio, perché funzionavano! Ma alla fine usi l’eserciziario che almeno non ti tocca conservare materiale)
  • La tua programmazione perfetta si trasformerà in un documento “work in progress” che aggiornerai man mano che capisci cosa funziona davvero…ma sapendo che il documento che verrà aggiornato è solo nella tua fantasia e andrai a memoria sperando che Santa Caffeina ti aiuti nel ricordare.

E qui succede la magia. Perché noi maestri siamo come MacGyver, ma con meno capelli perfetti e più macchie di pennarello sui vestiti. Sappiamo trasformare una situazione di emergenza in un’opportunità didattica.

Non hai preparato la lezione di scienze? “Oggi faremo un esperimento di osservazione spontanea!” (ovvero guardiamo fuori dalla finestra e descriviamo quello che vediamo).

Ti sei dimenticato di stampare le schede? “Attività collaborativa! Lavoriamo a gruppi per risolvere un problema!”

Il monitor touch non funziona? “Torniamo alle origini, ragazzi! Oggi facciamo tutto con carta e penna come i nostri nonni!” (che poi è anche vero e funziona benissimo).

Alla fine, dopo 9 anni di settembri (che mi sembrano 18), ho capito una cosa: i buoni propositi non sono il nemico. Il problema è quando diventano una gabbia dorata che ci fa sentire inadeguati.

La verità è che la scuola funziona proprio grazie alla nostra capacità di adattarci, di improvvisare, di trovare soluzioni creative ai problemi quotidiani. Non è un difetto, è una competenza professionale da medaglia d’oro olimpica.

Quegli alunni che entrano in classe lunedì mattina non hanno bisogno della versione “perfetta” di noi. Hanno bisogno di noi, con tutte le nostre imperfezioni umane, la nostra capacità di ridere delle difficoltà e di trasformare anche il più grande imprevisto in un’occasione di crescita.

Quindi, cari colleghi alle prese con lo scontro tra sogni estivi e realtà settembrine, ricordate:

Non è importante avere tutto sotto controllo. È importante saper navigare il caos con un sorriso.

Non è importante aver pianificato tutto. È importante saper cogliere le opportunità che nascono dall’imprevisto.

E se qualcuno vi chiederà “Come va quest’anno?”, potete rispondere con orgoglio: “Stiamo improvvisando brillantemente, come sempre!”

Perché alla fine, cari colleghi imperfetti, noi non siamo solo insegnanti. Siamo equilibristi, psicologi, animatori, mediatori, inventori di soluzioni e, soprattutto, campioni mondiali della categoria “fare miracoli con quello che si ha a disposizione”.

E questo, nessun buon proposito estivo (e nessun pedagogista o altra figura professionale) potrà mai insegnarcelo meglio della realtà di ogni singolo lunedì mattina.

Buon anno scolastico (vero) a tutti!

La vostra solidale (e sempre così in ritardo sui buoni propositi che alla fine li abbandona)

Maestra Imperfetta

P.S. Se qualcuno ha davvero mantenuto tutti i buoni propositi estivi, per favore non scrivetelo nei commenti. Abbiamo già abbastanza sensi di colpa per questa settimana, grazie.

Pubblicato in: opinionibus, vita privata di una maestra

Dal Colonnello Kurtz ai banchi di scuola -L’orrore ha un volto

Addestriamo dei ragazzi a sganciare Napalm sulla gente, ma i loro comandanti non vogliono che scrivano “cazzo” sugli aerei perché è una parola oscena. (Apocalypse Now – Col. Kurtz)

Ho sentito questa frase oramai più di venti anni fa, quando ancora mi dovevo laureare e stavo studiando. Un pomeriggio, avendo finito il libro ed essendo pronta per l’esame, mi sono concessa il film “Apocalypse Now” in biblioteca (c’era l’area apposta con schermo grande, cuffie e poltrone comode). Il monologo del colonnello Kurtz, un magistrale Marlon Brando, è da brividi, ma questa frase mi è rimasta impressa, marchiata a fuoco nella memoria.

Da anni mi guardo intorno e spesso mi sento come spettatrice del mondo in cui vivo, spettatrice nella mia stessa vita, perché il ritmo della vita stessa è più veloce dei miei pensieri ed io, purtroppo, ho bisogno di rallentare per pensare. Citando i Negrita…”il mondo va più veloce di me”.

Da quando sono nella scuola come docente, dall’altra parte della barricata insomma, questa frase mi è tornata alla mente più bruciante che mai.

Sganciare Napalm…ovviamente nella società “civilizzata” in cui sono inserita il Napalm è altro, ma c’è e fa male, distrugge, brucia quanto quello vero, forse di più. Il Napalm di oggi è fatto di parole su cui prima non si riflette, atteggiamenti che non tengono conto dei sentimenti altrui, odio indiscriminato per tutto ciò che è diverso. A volte non serve nemmeno sia odio, basta che sia disprezzo, non è certo migliore.

Cosa stiamo insegnando alle future generazioni? Che basta il progettino carino e la competenza è servita? Che la conoscenza è fatta di quattro nozioni e due attività didattiche? Che l’importante è non scrivere nè dire “cazzo” ma poi chissenefrega se ci scappa un commento velatamente sessista, discriminatorio, razzista o non inclusivo? Siamo umani, può capitare, ci si ride su, si chiede scusa e amici come prima, intanto il Napalm è gettato e brucia lentamente ma inesorabilmente.

Quanta ipocrisia ancora dobbiamo affrontare e abbattere nel sistema (e non intendo solo quello scolastico), fatto di “dovete andare d’accordo”, “siamo tutti amici”, “vi ascoltiamo, dovete dirlo alle maestre”, ma non si parla di certi argomenti “che fa brutto” se un bambino ti chiede se ad un cadavere crescono le unghie e i capelli, se chiede scusa perché sa che il liquido seminale si chiama sperma, se fanno i balletti che vedono su tik tok a ricreazione per imitare i grandi o se esprimono liberamente un malessere che nemmeno loro sanno spiegare. Li vogliamo sorridenti e devono sorridere, li vogliamo puliti e non devono fare certe domande, li vogliamo in un modo e loro devono adeguarsi. Non è anche questo Napalm che gettiamo su di loro? E ci hanno insegnato a farlo e lo abbiamo interiorizzato al punto che lo facciamo senza accorgercene.Quanta ipocrisia c’è?

Quindi quando entro in classe, sorridendo e preparandomi a rispondere alle loro domande che nulla c’entrano con le mie materie, mi torna alla mente questa frase ed è durissima, ma il mio dovere non è far si che si comportino come io voglio, ma è rispondere alle loro curiosità insegnando con l’esempio che non c’è nulla di male nel fare domande scomode.

Non devono scrivere “cazzo” sull’aereo non perché la parola è oscena, ma perché non è rispettoso di un bene pubblico, non è il loro aereo.

Non devono sganciare Napalm perché fa male, perché distrugge, ma devono sapere che cosa fa il napalm e quali sono gli effetti. Devono scegliere di non sganciarlo, ed essere in grado di resistere se l’autorità gli dice di farlo se non lo ritengono giusto, consapevoli sempre delle proprie scelte e delle rispettive conseguenze.

La Vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: Impara a disegnare con me., insegnarte

IMPARIAMO A DISEGNARE CON I DOODLEs

Primo anno di insegnamento, una prima, una bimba di sei anni uno dei primi giorni di scuola mi disse “no maestra non voglio disegnare” 

Io sospiro e domando “perché non hai voglia?” 

Lei ci pensa un poco su e poi mi guarda con aria da cane bastonato “perché io non so disegnare” 

Puoi dirgli tutte le belle parole e frasi ad effetto che vuoi, ma non servirà. Occorre pratica! L’ho chiamata alla lavagna, le ho dato un gessetto in mano e le ho dato piano piano le istruzioni per disegnare alcune forme geometriche…risultato: un pulcino! La meraviglia nei suoi occhi era commovente e da allora non ha più avuto paura di provare ciò che non sapeva. 

oggi sono in vena di parlare di uno stile di disegno chiamato “doodle”. Il Doodle è un tipo di disegno molto semplice, simile ad uno scarabocchio, fatto mentre la testa è occupata in altro, ed è principalmente composto da linee a casaccio che formano disegnini molto semplici. Qualcuno deve essersi reso conto che il prodotto finale è accattivante ed è diventato uno stile vero e proprio.

Ma la parola “doodle” ha origine nel secolo XVII ed indicava un folle o uno con molta poca intelligenza (ritardo mentale probabilmente). Nel secolo XVIII la parola assume il significato di “far impazzire per qualcosa”. Nel 1930 assume il suo significato attuale derivante dal verbo “dawdle” che significa “trastullarsi”, “gingillarsi”, “ciondolare”.

EFFETTI SULLA MEMORIA
Secondo studi pubblicati sul Applied Cognitive Psychology, questo tipo di disegno aiuta la memoria purché non si spenda energia nel farli. Se si vuole fare “doodling” non bisogna prestare attenzione a ciò che si disegna, o, per meglio dire, l’attenzione prestata deve essere marginale. Scarabocchiare aiuta a mantenere l’attenzione sul presente.Lo studio è stato condotto dalla professoressa Jackie Andrade, della School of Psychology dell’Università di Plymouth. Coloro che disegnavano doodles hanno richiamato 7,5 informazioni (su 16 in totale) in media, il 29% in più rispetto alla media di 5,8  del gruppo di controllo composto da chi non disegnava doodles.

COME SI FA?  Non serve essere grandi artisti nè avere doti di disegno per fare dei doodles. Probabilmente con un poco di pratica ti ci appassioni pure e ti viene naturale farli. Su Pinterest si trovano tantissimi esempi per doodles, basta cercare “Doodle” e ti compare un mondo di disegnini facili da fare e far fare ai nostri bambini di qualsiasi età.

HALL OF FAME – FAMOSI SCARABOCCHIATORI
Nella storia ci sono “doodlers” illustri…l’ho scoperto documentandomi un poco per questo post.  Alexander Pushkin ne faceva uso e abuso di doodles a margine riguardando amici, piedi e mani…

Anche Samuel Beckett pare fosse un doodler 

John Keats pare che facesse i suoi doodles a margine degli appunti medici… Sylvia Plath Il nobel per la letteratura Rabindranath Tagore pare facesse doodles sui suoi manoscritti.  Anche tre presidenti americani sono dei doodlers: Jefferson, Reagan e Clinton, sembra avessero l’abitudine di fare doodles durante le riunioni, convegni e congressi, ed erano conosciuti per questo. 

Ok tutto bello, ma come faccio io che non so tenere nemmeno una matita in mano?

Non ti preoccupare, è facilissimo!

Premesso che su Pinterest si trovano tantissimi esempi di doodles, facilissimi e divertenti, ricordo che gli unici strumenti di cui abbiamo bisogno è la nostra mano, una penna (si si penna, non matita o cancellate troppo) e un foglio e poi dobbiamo solo osservare e copiare, copiare copiare e copiare ancora.

I doodles altro non sono che semplificazione di oggetti che abbiamo attorno alle loro forme. Un limone sarà un’ellisse, una fetta di lime o di anguria sarà un semicerchio, un vaso altro non è che un tronco di cono e così via.

nell’immagine sopra, presa da Pinterest, potete vedere un esempio utile del procedimento per disegnare qualche doodle (e spiegarlo anche ai bimbi).

Possiamo esercitarci riempiendo una pagina di disegnini di oggetti per tema, e di temi ce ne son tanti, dalle piante grasse, agli oggetti della cucina, gli oggetti di scuola e così via. Io mi son divertita a fare una cosa del genere con l’argomento cucina.

Come vedete non è difficile. Ho fatto questa attività con i bambini, ma con i cappelli! Sul quaderno ho fatto scrivere il titolo e la data e poi via di suggerimento sui cappelli da disegnare tra quelli che conoscevano.

Hanno avuto ragionevoli e comprensibili difficoltà col cappello da Capitan Uncino, ma sono stati bravissimi. Regolette per i doodles?

  1. Non devono essere precisi nè dettagliati
  2. Vanno fatti divertendosi
  3. Niente paura, come viene viene, l’obiettivo è rilassarsi. Paradossalmente è proprio così che vengono bene le cose.

E voi insegnanti? Pronti a disegnare doodles? Ebbene andate su Pinterest, digitate “doodles” e sbizzarritevi a riempire quaderni, agende, diari con disegnini semplici ed accattivanti.

Alla prossima

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: opinionibus

La consapevolezza della valutazione…

Durante gli studi per il concorso da docente mi sono imbattuta numerose volte nella “rubrica di autovalutazione” o “rubrica di valutazione” e così via…la valutazione! Valutare è un atto che tutti noi docenti siamo chiamati, e pagati, a fare, eppure mi sono sempre trovata a disagio con la valutazione, con l’esprimere un giudizio su un lavoro svolto.

Col tempo questo disagio si è attenuato, forse per escamotage di varia natura che trovavo, forse per una dose di improvvisazione e incoscienza della sottoscritta, o forse per esperienza che andavo acquisendo, tuttavia non è scomparso del tutto. Tale disagio è aumentato esponenzialmente direi quando mi hanno cambiato il sistema!

Non ero concorde con i numeri, sia chiaro, non lo ero allora e non lo sono adesso. I numeri possono andar bene alle superiori (secondaria di secondo grado) ma non certo per i bambini. Ma quest’anno siamo passati dai numeri al “sufficiente” , “discreto”, “distinto” etc ai livelli di apprendimento per obiettivo!

Si ecco è l’espressione media fatta da molte mie colleghe della scuola in cui lavoro. In tutto questo nessuno pare essersi chiesto, o se lo ha fatto di certo non se ne è curato granchè, come l’han presa i bambini. Non dico le famiglie, i genitori sono adulti e come tali hanno sufficiente capacità di ragionamento da adattarsi col minimo dello sforzo di ragionamento, ma i bambini come vivono questo cambiamento?

Ho due classi, due terze, siamo all’inizio del vero lavoro di studio, e già per me questo è inconcepibile ma sono vecchio stampo per alcune cose, quindi ora più che prima sentono il peso della valutazione del loro lavoro e impegno. Una delle due classi sembra avere una tale fiducia nei docenti da manifestare una passiva accettazione di quel che viene. Così è e non si discute! Chiedono timidamente solo “ma che significa in numero?” (riflettiamo gente, riflettiamo).

La classe che mi ha incuriosita di più invece è l’altra, quella che proprio ieri mi ha chiesto “ma maestra, è vero che cambiano di nuovo i voti e non ci sono più nemmeno sufficiente, buono..?”. Cosa gli rispondiamo? Io in questi casi, come altri, opto sempre per la verità! Si! E’ così, non l’ho deciso io, ma non è facile nemmeno per me.

Mi sono spinta oltre, a mio rischio forse, ed ho fatto vedere loro una schermata della loro classe (in fondo voti e giudizi ancora non eran stati messi) ed ho fatto vedere un esempio di come avrei dovuto inserire le valutazioni stando a quanto mi hanno detto. Lo hanno capito? Non lo so, di certo mi hanno detto “certo che è difficile ora fare la maestra”. Non ho potuto fare a meno di sorridere loro e rispondere “non è mai stato facile”.

E voi? Come vi siete trovati? Cosa ne pensate?

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: opinionibus

Un poco di pausa…causa pagelle

Chiedo sinceramente scusa a tutti coloro che seguono ma, per i maestri, arriva quel momento da incubo che si chiama “pagella”.

Ebbene si, non posso parlare per tutti ovviamente, ma io ,come altri colleghi, non reggo questo periodo. Non è tanto lo stress di riunioni su riunioni, tutte rigorosamente extra, che non lasciano nemmeno il tempo per prendere un caffè o disegnare (nel mio caso), quanto il dover riassumere tutto ciò che sai, che hai visto, che ha fatto e può fare ogni singolo bambino della tua classe.

Un conto è valutare 20 bambini…un altro è quando ne devi valutare il doppio. Li conosciamo tutti, ne conosciamo le famiglie, la storia, i pregi, i difetti, i punti forza, i punti deboli, i talenti e i problemi…ma come fai a riassumerli in un giudizio?

La verità è tutta in quella famosissima frase del Maestro Manzi che tutti noi vorremmo scrivere nella pagella

Fa quel che può, quel che non può non fa

Ci hanno cambiato in pieno anno il sistema di valutazione (anticipazione a Settembre, ma istruzioni a Gennaio) e giusto all’ultimo, così dobbiamo correre per aggiornare i genitori che, poveretti, si trovano a cercare di capire il nuovo sistema.

Non che ci sia molto da capire in verità, mi dicono “ah ma ottimo è come il dieci” e tu maestro devi dire no, anche se sai che in fondo non ha torto, ma per una serie di supercazzole come se fosse antani devi dire che non è la stessa cosa (perché semplificare la vita quando puoi complicarla?)

Hanno introdotto oltre ai vecchi dal “sufficiente” all’ “ottimo”, i livelli raggiunti negli obiettivi per le varie materie, così il genitore oltre a non capire perché ottimo non è come dieci ed interrogarsi sul come mai, deve pure leggersi magari che il figlio nella medesima materia ha un livello base o intermedio (che magari il base pensa sia pure una cosa orrenda come l’insufficienza) in un obiettivo ma avanzato in un altro…e si chiede perché ha solo buono visto che l’avanzato ce l’ha in uno degli obiettivi.

Con questo non voglio dire che il sistema sia sbagliato a priori, onestamente preferisco mille volte valutare il singolo obiettivo per livelli che non dare un “voto” o un “giudizio” riassunto in una parola, ma ritengo che i tempi, al solito, siano sbagliati.

Ritengo che si sarebbe potuti arrivare a questo in un lasso di tempo più lungo, abituando gradualmente i genitori a questo cambio, perché non puoi rivoluzionare tutto in pochi giorni e pretendere che la gente vi si adegui facilmente ed immediatamente.

Non credo pubblicherò per almeno un paio di settimane perché mi aspettano proprio riunioni finalizzate a questo scopo e non avrò il tempo di fare altro quindi chiedo scusa e prometto che provvederò a tornare attiva appena questo periodo sarà concluso.

Invito ovviamente ad esprimere a riguardo il parere in merito commentando, sia che siate insegnanti, sia che siate genitori o ex studenti.

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: insegnarte

Disegna con me- lezione 1- Ti servono solo carta e penna!

Questo articolo è dedicato a chi non sa disegnare (o meglio, pensa di non saperlo fare) e vuole avvicinarsi e provare senza troppo impegno, ma anche a chi sa disegnare ma ha il solito blocco, che ho sentito, e mi piace, nominare “la scimmia nel cervello”.

Occorrente: lo dice il titolo stesso

Carta qualsiasi, niente di costoso, lascia perdere quel bellissimo blocco da 40€ che hai visto dalla paperblank o il moleskine che usava Hemingway (ma lo usava davvero? Devo indagare) o altro, se non hai foglietti di carta volante per casa puoi prendere un quaderno da poco dalla cartoleria sotto casa.

Penna qualsiasi, va bene tutto, dalla bic da pochi centesimi alla stilografica edizione limitata del nonno. Basta che scriva! Ad ogni modo non serve una penna costosa, basta una qualsiasi penna che hai sotto mano (e che scommetto non stai trovando, si nascondono sempre quando ne hai bisogno).

Perché la penna e non la matita? Non è perché così sei migliore, ma perché così lo diventi. Il primo passo per migliorare è prendere confidenza con lo strumento ma, soprattutto, con la fallibilità, con l’errore ed accettarlo. Se cancelli non avrai più modo di vedere gli errori fatti e non potrai migliorare.

RICORDA: Non c’è maestro migliore del tuo errore!

Pronto/a? Benissimo

Regola n.1 Scordati il realismo fotografico! Non perché tu non possa imparare, ma perché blocca e anche fossi in grado…è noioso! Il vero scopo dell’arte oggi giorno non è riprodurre un’immagine come è nella realtà (per quello hai lo smartphone o il tablet, o la macchina fotografica) ma come il tuo cervello la elabora.

Ti sembrano realistici?

Vedi? Puoi farcela anche tu.

Per ora iniziamo con il disegnare 5 elementi che ti aiuteranno molto nel disegno e che ti sciolgono un poco mano e testa, aiutando a prender confidenza con carta e penna, ma soprattutto con le tue capacità.

Disegna:

  1. linee– verticali, orizzontali, diagonali, inclinate come ti pare, parallele o incrociate! Sbizzarrisciti, riempi il foglio o fanne poche. Riempi anche più fogli se ti va. Sembra inutile ma non lo è, se all’inizio le farai tremolanti, vedrai che continuando a farne verranno meno tremolanti. Prova a farle lentamente, poi veloci, corte e lunghe. Sperimenta, gioca. Falle anche mentre sei al telefono se vuoi…non sarò io a sgridarti.

2. Curve – come per le linee, corte, lunghe, continue, una curva attaccata all’altra oppure semicerchi, parallele (come l’esercizio dei pattern) o che si incrociano. Quante ne vuoi, come le vuoi. Va che magari disegni pure un mare a far curve continue…

3. Angoli – e come sopra, quanti ne vuoi, ampiezze varie, magari scopri che un angolo messo assieme ad un altro forma un rombo…ecco che hai disegnato qualcosa senza nemmeno accorgertene…e se lo unisci ad altri angoli potrebbe venir fuori un cubo…riempi tutti i fogli che vuoi, nessuno te lo impedisce.

4. Cerchi – non colorare dentro, la tentazione sarà forte eh, ti ho avvisato, ma non colorare! Grandezze varie, puoi farli inccrociati, vicini, lontani , come vuoi ma basta che riempi almeno un foglio.

5. Macchie– Qui ci si sbizzarrisce davvero, puoi farle tonde, quadrate, macchie come quelle di caffè dai contorni frastagliati, contorni arrotondati, basta che dentro li colori. Puoi partire anche da puntini che diventano cerchi e riempirli di colore o semplicemente colorarli con la penna…magari potresti fare righe dentro le macchie…chissà cosa ti dice la fantasia.

Per oggi mi fermo qui, hai già molto da disegnare per iniziare e mi raccomando, niente matita, solo penna! Se qualche risultato ti piace o ti risulta artistico sei liberissimo/a di inviarmelo, sarò ben lieta di visionarlo ed eventualmente pubblicarlo qui in questo articolo o nella gallery. Puoi far fare questi esercizi anche ai tuoi alunni o figli, sono esercizi che possono essere fatti da tutti e servono a sciogliere la mano, il cervello (va sciolto pure quello dai lacci che trattengono la fantasia) ed acquisire fiducia nelle proprie capacità. Non serve talento per disegnare, serve solo esercizio ed applicazione, se c’è il talento tanto meglio, ma senza esercizio non si diventa bravi.

Alla prossima lezione (per grandi anzitutto ma anche per piccini)

La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: opinionibus

Disegnare è per tutti!

Questo post è per i docenti e tutti gli adulti che pensano che non saper fare implichi il non poter imparare.

Niente domande, solo affermazioni! Non sono solita essere fermamente convinta di qualcosa, ma su questo ho un’incrollabile certezza. Alcune colleghe mi hanno detto “eh ma non so disegnare”, implicando che quindi non si possa fare, ma buona notizia…non è così! A disegnare si impara, imparano i bambini, possiamo imparare anche noi adulti. Basta seguire tre regole auree:

1- Levarsi dalla testa la convinzione che in quanto adulti non possiamo più imparare nulla. Si può imparare tutto, basta volerlo!

2- Se non vuoi il tutorial, ci sono i corsi! Abbiamo corsi di ogni cosa, tutorial di ogni cosa…iscriversi ad un corso a pagamento non è buttare via soldi, anche se ti sembra di non produrre, in realtà stai producendo benessere per te stesso/a, e scusami se è poco.

3- Applicazione! Parlo proprio io che ogni volta che mi metto alla scrivania tendo a procrastinare ogni progetto, ma in realtà è proprio questo mio atteggiamento negativissimo (che sto cercando di correggere) che mi spinge a consigliare di fare l’esatto opposto.

Seguite le tre regole basta pensare che non ci si deve assolutamente far condizionare, deprimere, scoraggiare da amici, parenti, colleghi che scherzeranno o denigreranno i vostri lavori. Non importa se belli o brutti, sono i tuoi lavori e stai imparando quindi chiedi solo ai compagni di corso o al maestro del corso, per quanto brutto possa essere il tuo primo prodotto, egli ti potrà consigliare solo come migliorare.

Sai disegnare? Dipingere o sei già bravo in qualcosa? Ebbene, ricorda che per quanto tu sabbia già fare ci saranno sempre margini di miglioramento, la conoscenza è infinita più scopriamo cose, maggiore sarà il numero di conoscenze che potremo ancora acquisire.

La vostra Maestra imperfetta (che motiva voi altri per motivare anche un poco se stessa)

Pubblicato in: insegnarte

Colori caldi, freddi e scale di grigi.

Preparate matite, righelli, pastelli o pennarelli. In realtà non ci sono video tutorial per questo ma solo istruzioni scritte.

In una mattina in cui non ho pulizie da fare, mi son messa sul divano, col marmotto (ebbene sì ho un cane delle praterie a casa) addosso, in grado solo di disegnare dal tablet. Tuttavia il tablet ha giusto un’app che simula vari strumenti, dalle matite ai pastelli, dai pennarelli agli acquarelli e tempere (che caso)…e allora…via con la fantasia.

Pastello nero e righello

Ho fatto righe verticali per disegnare i palazzi e poi riempito con righe orizzontali o verticali come per il lavoro con i pattern, ma usando il righello.

Se avete possibilità di fotocopiare, va benissimo fare due fotocopie, diversamente potete appoggiare il foglio alla finestra, metterci sopra l’altro foglio su cui disegnare e con la matita ricalcare tracciando linee leggere. Una volta ricalcato ripassate con il pastello nero e il righello per aiutarvi a fare le linee belle dritte.

Avete fatto? Avete tre disegni uguali davanti a voi? Allora state procedendo bene.

Ora prendete i colori rosso, giallo e arancione e cominciate a colorare. Una riga di un colore e quella sotto o vicina di un altro, mi raccomando alternate i colori.

Il paesaggio con i colori caldi

Ci siete? Vi piace? Se si, continuiamo con una delle due copie che avete fatto. Questa volta useremo viola, azzurro ( anche blu) e verde. Io ci ho messo anche del verde ottenuto con un poco meno di blu e più giallo. Come prima, ogni riga un colore diverso da quella vicina o sopra e sotto

Finito? Vi piace? Benissimo, ora la parte più difficile.

I grigi! Il grigio si ottiene mescolando nero e bianco.

Se avete acquarelli avrete diversi grigi a seconda di quanta acqua mettete.

Con le matite colorate dipende dalla pressione della matita era sul foglio, ma potete usare anche quella per disegnare.

Se usate le tempere invece basterà variare la quantità di bianco. Più bianco mettete più chiaro sarà il grigio e viceversa, più nero e meno bianco vi farà venire un grigio scuro.

Come prima, ogni riga un colore diverso da quella vicina o sopra e sotto.

Ora che avete tutti e tre potete appenderli assieme, vicini, in orizzontale o in verticale, nell’ordine preferito.

Ricordate, e non fate come me, mettete la vostra firma come dei veri artisti e la data in cui avete fatto il lavoro (quella magari dietro il foglio). Raccogliete questi lavori e altri che farete, magari trovati in questo blog, in una cartellina e conservateli.

Quando li riguarderete saranno un bellissimo ricordo!

Come sempre, se volete mandarmi i vostri lavori li pubblicherò ben volentieri nella gallery del blog e in calce a questo articolo, basterà scrivermi a diariodiunamaestra@gmail.com

Se volete commentare, condividere le vostre esperienze, sentitevi liberi di commentare.

La vostra

Maestra Imperfetta