Pubblicato in: diario di una maestra

Miti e Realtà del Sostegno Scolastico con la 104


Mi è capitato in questi anni di sentire genitori preoccupati all’idea di richiedere la certificazione 104 per i propri figli. “Ma poi lo etichettano”, “diventa diverso dagli altri”, poi arriva l’ultima news, il macigno nello stagno della mia tranquillità professionale che, nonostante si possa sempre migliorare, comunque l’inclusione funziona: “i neuropsichiatri dicono che li rovina”… Ebbene si, recentemente ho anche sentito quest’ultima affermazione in forma categorica: la 104 rovinerebbe i bambini. Sul momento riconosco che mi è passata davanti, come se stessi morendo, tutta la mia vita professionale di questi 9 anni (e mi avvio al decimo) di esperienza con bambini di tutti i tipi, normotipici, neurodivergenti vari etc., con patologie unicamente fisiche ed in nessuno di questi ho visto la “rovina”. Ma ora voglio fare un discorso serio, per quanto mi riesce almeno.


Dopo anni di scuola, dopo aver visto centinaia di situazioni diverse, sento il bisogno di fare chiarezza. Non da esperta di neuropsichiatria (non lo sono), ma da chi la scuola la vive ogni giorno, dalla prima campanella all’ultima.


Purtroppo vedo anche bambini con difficoltà simili che non hanno sostegno. E vedo:
– La frustrazione crescente quando non riescono a stare al passo
– L’isolamento sociale perché i compagni li vedono “strani” e nessuno fa da ponte
– Le crisi esplosive perché nessuno è riuscito a intercettare i segnali prima
– I genitori chiamati continuamente perché “non sappiamo più cosa fare” ma che invece di riflettere i genitori che, comprensibilmente spaventati, cercano risposte ma a volte nelle direzioni sbagliate.
– Bambini che iniziano a odiare la scuola già in prima elementare


Secondo equivoco: l’etichetta. La 104 non è un’etichetta – è un diritto (e questo mettiamocelo bene in testa). È come dire che gli occhiali “etichettano” chi ha problemi di vista. No, gli occhiali permettono di vedere meglio la lavagna. Il sostegno permette di accedere meglio alla didattica.


Nella pratica quotidiana, un buon insegnante di sostegno:
– Non sostituisce il bambino nei compiti, ma gli dà strumenti per farli in autonomia
– Non isola il bambino, ma facilita la sua inclusione nel gruppo classe
– Non lo rende dipendente, ma lavora costantemente sull’autonomia
– Non lo etichetta, ma fa in modo che tutti i compagni capiscano che ognuno impara in modo diverso
– È un facilitatore, un mediatore, un traduttore tra il bambino e il mondo della scuola. Quando funziona bene (e può funzionare molto bene), è invisibile agli occhi dei bambini – è semplicemente “la maestra che aiuta tutti”.

Gli specialisti che dicono che la 104 “rovina” i bambini (ammesso lo abbiano mai detto, come mi hanno riportato) non passano sei ore al giorno in classe. Non vedono:
– Il bambino ADHD che disturba continuamente perché non riesce a regolarsi, e che tutti i compagni iniziano a evitare
– La bambina autistica (anche se ad altissimo funzionamento) che ha un meltdown perché nessuno ha capito che era sovraccarica sensorialmente
– Il bambino con DSA che si convince di essere “stupido” perché non riesce a leggere come gli altri
– I genitori esausti che non sanno più come aiutare i figli
E soprattutto non vedono la differenza che fa avere qualcuno che conosce il bambino, che sa interpretare i segnali, che può intervenire PRIMA che la situazione degeneri.

Durante anni di collaborazioni con neuropsichiatri e servizi territoriali, ho sentito ripetutamente sottolineare l’importanza dell’intervento precoce.
Questo è il punto. Gli interventi precoci fanno la differenza. Aspettare, sperare che “ce la faccia da solo”, negare il supporto quando è disponibile non protegge il bambino. Lo espone a una fatica maggiore e perde tempo prezioso.
La 104 non è una condanna – è un’opportunità. Un diritto. Uno strumento che, quando usato bene, permette ai bambini di avere la scuola che meritano.

Capisco la paura. Capisco il desiderio di proteggere i propri figli dallo stigma, dall’essere “diversi”. Ma vi chiedo: diversi da chi? E a quale costo?
Se vostro figlio fa fatica, se ha una diagnosi, se i professionisti e/o i docenti vi suggeriscono il sostegno… consideratelo davvero. Non come ultima spiaggia quando tutto il resto è fallito, ma come strumento da usare quando serve.
Parlate con insegnanti che lavorano sul campo, parlate col Dirigente Scolastico per tutti gli aspetti normativi relativi al sostegno. Informatevi sulla realtà concreta, non solo sulla teoria.
E soprattutto, chiedetevi: cosa è meglio per mio figlio? Che affronti da solo un percorso che potrebbe essere alleggerito, sprecando risorse cognitive che possono invece essere investite in materie che lo entusiasmano, o che abbia gli strumenti per farcela nel modo più sereno possibile?
La 104 non rovina i bambini. Li sostiene. E questo, dopo anni di scuola, posso dirlo con certezza.

So che il sistema scolastico italiano ha i suoi problemi – e io stessa l’ho criticato in passato, anche duramente, e continuerò a criticarlo, ma per ben altri motivi. Tuttavia nelle scuole pubbliche italiane viene posta molta attenzione al benessere degli alunni con diversi tipi di difficoltà (non solo 104 insomma).

Un bambino con certificazione 104 non viene semplicemente “affidato al sostegno”. Ha diritto a un Piano Educativo Individualizzato (PEI), costruito su misura per lui, e durante l’anno si tengono riunioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo).

Il GLO è composto da:

  • Dirigente Scolastico
  • Docenti curricolari
  • Docente di sostegno
  • Genitori
  • Specialisti che seguono il bambino

Durante questi incontri, ognuno porta il proprio contributo: gli specialisti condividono l’esperienza con il bambino nell’ambiente protetto della terapia, i genitori restituiscono il comportamento a casa, i docenti quello a scuola. Tre contesti diversi che, messi insieme, permettono di avere un quadro completo e di definire insieme strategie, obiettivi e modalità di intervento.

I genitori non sono spettatori passivi – sono parte attiva delle decisioni che riguardano il percorso scolastico del loro figlio, guidati e consigliati ma, soprattutto, supportati sia da specialisti che da docenti che vedono il loro bambino quasi tutto il giorno tutti i giorni lontano dal contesto famigliare.

La 104 non è qualcosa che “viene fatto” a vostro figlio. È uno strumento che costruite insieme alla scuola, monitorandolo e adattandolo nel tempo secondo i suoi bisogni reali.

Se siete genitori e state affrontando questa decisione, prendetevi il tempo di informarvi, di parlare con chi vive la scuola ogni giorno, di ascoltare anche le vostre paure – ma poi chiedetevi cosa serve davvero a vostro figlio per stare bene a scuola. Spero che queste righe vi aiutino a vedere la 104 per quello che è davvero: non una condanna, ma una possibilità.

Se siete colleghi, scrivete le vostre testimonianze sul sostegno, a volte una testimonianza dal campo vale più di mille rassicurazioni teoriche. Le testimonianze che arriveranno le pubblicherò in una pagina del sito apposita.

Scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com o commentate.

I nostri bambini meritano di avere tutti gli strumenti possibili per fiorire.

La 104 non è un nemico da temere. È un alleato da conoscere.

La vostra

Francesca (si, questa volta mi firmo col nome pur rimanendo la maestra imperfetta)

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Partenogenesi Professionale: Il Miracolo dell’Appropriazione

C’è un fenomeno curioso che accade nelle scuole, negli uffici, nei luoghi dove le persone dovrebbero collaborare. Lo chiamo “partenogenesi professionale“: la riproduzione di idee senza bisogno dell’originale genitore.


Funziona così: proponi un progetto. Qualcuno dice “non funzionerà” / “non è opportuno” / “ci sono criticità”. Tu e chi ci crede ci lavorate comunque durante le programmazioni e studiando bene i compromessi del caso. Il progetto prende forma. Funziona. È fattibile.
E poi, miracolo: davanti a chi conta, l’idea si è riprodotta. Ha trovato un nuovo genitore. Che curiosamente è proprio chi prima la osteggiava.
Benvenuti nel club di chi ha assistito al Miracolo.

Ma attenzione! L’appropriazione intellettuale ha una sua eleganza perversa. Richiede:


Tempismo sopraffino. Non puoi dire “era mia idea!” troppo presto – quando tutti dicevano che non avrebbe funzionato, non ci guadagni nulla. Devi aspettare il momento giusto: quando qualcuno più in alto dice “interessante, fattibile”. Quello è il momento. Lì scatta il miracolo della memoria selettiva.

Memoria a geometria variabile. Improvvisamente non ricordi più di aver detto “non è inclusivo” / “ci sono problemi” / “non sono convinta”. Ricordi solo che “avevi pensato a questa soluzione”. Il cervello umano è meraviglioso.


Assenza totale di vergogna. Questo è il superpotere fondamentale. Serve una disconnessione totale tra ciò che hai detto tre mesi fa e ciò che dici oggi davanti al dirigente. Una sorta di schizofrenia professionale funzionale (in tutti i sensi).

Ma ho osservato bene questo fenomeno e mi sembra di aver notato che dietro ogni appropriazione c’è sempre la stessa cosa: l’insicurezza travestita da sicurezza.
Chi si appropria del lavoro altrui lo fa perché è più facile raccogliere i frutti che coltivare l’albero. Ma c’è un problema: i frutti raccolti non insegnano nulla sulla coltivazione.
E così si crea un circolo vizioso:


Nel frattempo, chi ha davvero lavorato osserva in silenzio e prende nota. Non per vendetta, ma per lucidità: ora sa con chi può condividere e con chi deve proteggere il proprio lavoro.

Quello che chi si appropria non capisce è il costo relazionale che sta creando.
Quando ti appropri del lavoro di qualcuno:
– Uccidi la fiducia (quella vera, non quella delle riunioni di facciata)
– Insegni alle persone integre a non condividere più idee con te
– Crei un ambiente dove chi ha valori deve proteggersi invece di collaborare
– Perdi la possibilità di crescere davvero (perché crescita = vulnerabilità, ammettere di non sapere, chiedere aiuto)

Ma l’aspetto che mi inquieta maggiormente è: cosa stiamo insegnando?
Perché i bambini vedono. Vedono chi dice una cosa e ne fa un’altra. Vedono chi prende credito per il lavoro altrui. E imparano che apparentemente funziona.
Allora mi chiedo: quando poi ci lamentiamo che “i giovani non hanno più valori”, “non c’è più rispetto”, “tutto è apparenza”… da chi pensiamo lo possano avere imparato?

Ora, se permettete, vorrei dare alcuni consigli pratici per chi volesse intraprendere la carriera di Appropriatore Seriale (carriera potenzialmente proficua anche se non onesta):


1. Mai opporsi troppo violentemente all’inizio – lascia un margine di ambiguità. “Non sono convinta” funziona meglio di “È un’idea terribile”. Più facile fare retromarcia dopo.
Usa giustificazioni nobili quando ostacoli – “Ci sono criticità”, “Pensiamo ai bambini”. Poi quando ti appropri, usa le STESSE frasi. Coerenza è sopravvalutata.


2. Aspetta sempre che qualcuno più in alto approvi prima di dichiararti genitore dell’idea. I dirigenti sono come il sole: l’idea fiorisce quando loro la illuminano.

Scherzi a parte, quanto vissuto fino ad oggi mi ha fatto riflettere su cosa significa davvero integrità professionale.
L’integrità non è quando tutti ti guardano. È quando potresti appropriarti di qualcosa e nessuno se ne accorgerebbe, ma non lo fai. È dare credito anche quando non sei obbligata.
L’integrità è costosa. Costa visibilità, costa riconoscimento immediato, costa la tentazione di “vincere facile”.
Ma ha un vantaggio: ti fa dormire bene la notte meglio della melatonina o di qualsiasi farmaco. E ti fa guardare allo specchio senza dover distogliere lo sguardo.


Quando qualcun altro si è appropriato di un progetto, su cui si è lavorato in gruppo, davanti a chi conta, ho scelto di concentrarmi sui bisogni del bambino per cui tale progetto esisteva perché era l’obiettivo reale.
Ma ho anche scelto di ricordare.


In questi nove anni ho imparato che esistono due tipi di colleghi:


– Quelli con cui puoi costruire

– Quelli da cui devi proteggerti

E questa è informazione preziosa.

Cosa fare se ti succede?
Documenta. Email, verbali, messaggi. Non per guerra futura, ma per chiarezza.


– Metti confini. Con chi si è dimostrato inaffidabile, condividi meno. Non è cattiveria, è protezione.
– Continua a lavorare bene. Per i bambini, per te stesso/a, per i colleghi che meritano fiducia. Non lasciare che l’ipocrisia altrui ti tolga la gioia del tuo lavoro.
– Scegli con chi collaborare. Non tutti meritano le tue idee, il tuo tempo, la tua creatività.


E soprattutto: non trasformarti in quello che critichi. La tentazione di “giocare al loro gioco” è forte. Resisti. Perché la differenza tra te e chi si appropria non è l’intelligenza o la competenza.
È l’integrità. E quella non è negoziabile.

Ora veniamo a te, che mi stai leggendo! Se hai letto fin qua, quando è stata l’ultima volta che hai dato credito a qualcuno che non dovevi?

E quando è stata l’ultima volta che hai “dimenticato” di darlo?

Se dovessi spiegare a un bambino cosa significa integrità professionale, cosa diresti?

Forse è ora di smettere di considerare l’onestà intellettuale come un optional poetico, e iniziare a vederla per quello che è: la base minima per una collaborazione vera.
Non chiedo catarsi collettiva. Chiedo pensiero critico.
Anche solo per cinque minuti.


Con affetto caustico,


Una Maestra Imperfetta ma onesta

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Perché non faccio lavoretti (e no, non mi dispiace)

Chi mi conosce (e/o mi segue) lo sa: io detesto i lavoretti. Non sono mai stata una fan di vasetti, cornicette con le mollette (fa anche rima) e altri manufatti con materiale di riciclo che tanto finiscono nella spazzatura dopo un “ma che carino”.

Non mi disturba che gli altri li facciano, ci mancherebbe altro, e non ho nulla in contrario che vengano svolti purché non mi si obblighi a farli fare perché subentrano diverse questioni.


Questione numero uno: il tempo
Insegno arte, tecnologia, matematica e inglese nella scuola primaria. Quattro discipline solo in una quarta (e inglese in due seconde). Ore limitate. Programmi da rispettare (no, non raccontatemi quella delle indicazioni nazionali che tanto sappiamo non è così). E quando arriva una festività, devo decidere: dedico due ore a far incollare cuoricini di carta velina o insegno la teoria del colore di Itten?

La risposta, per me, è semplice. E no, non è scritta da nessuna parte che io debba fare lavoretti.
“Ma si devono fare” mi dicono alcune colleghe.
Mostratemi la normativa. Mostratemi la circolare ministeriale. Mostratemi dove, in quale documento ufficiale, è scritto che un’insegnante di scuola primaria è obbligata a coordinare venti bambini nell’assemblaggio di manufatti a tema festivo.
Non esiste. Il “si devono fare” è pura inerzia travestita da tradizione.


Questione numero due: arte vs lavoretto
Facciamo chiarezza perché qui sta il nodo: arte e lavoretti non sono la stessa cosa.
Arte è osservare, sperimentare, scegliere, creare, esprimere. Arte è imparare tecniche, capire la teoria, sviluppare uno sguardo.
Un lavoretto è seguire istruzioni per produrre un oggetto uguale per tutti. È manualità ripetitiva con zero spazio per la scelta personale.


Quando un bambino mi chiede “maestra, quando facciamo il lavoretto?” io rispondo: “Mai. Io insegno arte, non faccio lavoretti. È diverso.”
All’inizio alcuni ci restano male. Ma quando aggiungo: “Se mi seguite, vi insegno a usare tempere, acquarelli, pennarelli. Vi insegno che si può colorare bene anche facendo tanti puntini con i pennarelli” – molti si entusiasmano.
Perché anche i bambini capiscono la differenza tra “fare qualcosa di facile che poi finisce la maestra” e “imparare qualcosa che posso usare davvero”.


Questione numero tre: la grande bugia
Ed eccoci al punto che nessuno vuol dire ad alta voce.
I lavoretti sono diventati una performance delle maestre, non un’attività dei bambini.
Quante ore passate a rifinire i lavori “perché altrimenti non si possono far vedere”? Quante volte “aggiustate” dettagli, bordi, incollature? Quante volte, di fatto, li finite voi?

Ora, se mi avete seguito fin qui senza commentare o chiudere pensando che non capisco nulla e sono una maestra di merda, fatevi questa domanda e rispondete onestamente:


Se il lavoretto lo finisce la maestra, allora cosa stiamo insegnando esattamente?


Non autonomia, perché interveniamo costantemente. Non competenza, perché il risultato non rispecchia le loro capacità reali. Non onestà, perché fingiamo che sia tutto opera loro.
È teatro. Scenografia per soddisfare l’aspettativa che “ci deve essere qualcosa da portare a casa” per dimostrare che “abbiamo festeggiato”.
E i bambini lo sanno benissimo. Ma si fa finta di niente.


Cosa faccio io
Quest’anno, per ora i miei alunni hanno fatto:
– La ruota dei colori di Itten – non un esercizio astratto, ma la base per capire come funzionano i colori, cosa sono i primari e i secondari e i terziari, nonché i complementari.
– Mandala colorati – uno solo con colori primari, uno con secondari. Applicazione pratica immediata della teoria appena imparata. Risultato? Hanno interiorizzato il concetto attraverso la mano.
– Parallelepipedi – costruzione tridimensionale (geometria) + uso del chiaro/scuro per mostrare la profondità (arte). Due discipline, una attività, competenze reali.
– Puntinismo – ora stanno imparando la tecnica di Seurat. Prima un fiore (forme organiche, accostamenti di colore), poi una versione semplificata de “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte” (entrare dentro un’opera vera), infine soggetto a scelta libera (autonomia espressiva).
Non portano a casa oggettini decorativi. Portano a casa competenze.

Tra cinque anni avranno dimenticato il cuoricino di San Valentino. Non avranno dimenticato come si mescolano i colori, come funziona il puntinismo, che hanno ricreato un capolavoro di Seurat.


Questione numero quattro: il costo reale
I lavoretti costano.
Costano tempo – ore sottratte a matematica, arte vera, inglese, tecnologia.
Costano soldi – spesso usciti dalle tasche delle insegnanti (e io mi rifiuto di spendere i miei soldi per produrre oggetti che finiranno nella spazzatura).
Costano energia – gestire venti bambini con colla, forbici, carta velina e materiali vari è estenuante. Il sovraccarico sensoriale e cognitivo è reale.
Costano dignità professionale – perché io non ho studiato per coordinare attività manuali. Ho studiato per insegnare.


La connessione vera
L’altro giorno, durante matematica, alcuni bambini mi hanno detto entusiasti: “Maestra, abbiamo capito! Le proprietà delle operazioni servono per semplificare i calcoli!”
Erano felici. Non perché avevano portato a casa un oggetto carino, ma perché avevano capito qualcosa che funziona, che ha senso, che li rende più capaci.
Questa è la connessione vera tra insegnante e studenti. Non è basata su cuoricini di carta. È basata su rispetto, competenza, onestà intellettuale.
Non vi sto giudicando
Se fate lavoretti, fate pure. Sono scelte vostre e le rispetto.
Ma se li fate perché “si devono fare” – sappiate che no, non si devono.
Se li fate perché “i genitori si aspettano qualcosa” – potete tranquillamente spiegare che preferite investire il tempo in didattica vera.
Se li fate perché “i bambini li chiedono” – potete offrire loro qualcosa di più interessante da imparare.
E se li finite voi perché devono essere “presentabili” – chiedetevi seriamente: chi sta imparando cosa in questa attività?


Libertà didattica
Questa è la cosa più importante che voglio dirvi: avete libertà didattica.
Potete decidere di non fare lavoretti. Nessuno può obbligarvi. Nessuna normativa, nessun dirigente (se rispettate le Indicazioni Nazionali), nessun genitore.
Potete scegliere di usare il vostro tempo per insegnare contenuti veri, per costruire competenze reali, per dare ai bambini strumenti che porteranno con sé nella vita.
Io ho fatto questa scelta anni fa. E ogni volta che vedo i miei alunni concentrati sul puntinismo, o entusiasti perché hanno capito un concetto matematico, so di aver fatto la scelta giusta.
Le festività le vivono a casa, con le loro famiglie, nei loro modi.
A scuola imparano Seurat, i colori, la tridimensionalità degli oggetti e colorare rispettando luci e ombre.

Se siete rimasti fin qui vi ringrazio, che siate concordi o meno, avete rispettato la mia opinione e questo per me vale molto (e fa di voi delle persone degne di rispetto).

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Ah, e per chi si stesse chiedendo: no, i bambini non sono traumatizzati dalla mancanza di lavoretti. Sono troppo impegnati a imparare cose interessanti.

Pubblicato in: diario di una maestra, I and AI

L’IA mi ha fatto gaslighting

Partiamo da una piccola e doverosa premessa per chi non conosce il gaslighting. Il termine gaslighting trae origine dal film di George Cukor Gas Light, in cui viene raccontata la storia di Paula (Ingrid Bergman) e del marito Gregory (Charles Boyer), che si impegna a farle credere di essere pazza utilizzando come strategia quella di alterare le luci della lampada a gas della casa in cui vivono. Nel momento in cui la moglie si accorge del calo di intensità della luce, il marito le fa credere che tutto dipenda dalla sua immaginazione, portandola a dubitare di se stessa, dei suoi giudizi di realtà e spingendola a credere di stare impazzendo.

Il gaslighting è una forma di abuso che avviene attraverso la manipolazione psicologica che porta la vittima a dubitare di se stessa e delle sue percezioni. In questo articolo uso il termine con cognizione di causa anche se in chiave ironica ma ricordo che se sospettate di essere vittime di gaslighting è opportuno parlarne con uno specialista e provvedere a tutelarsi psicologicamente e legalmente.

Detto ciò ho scoperto che anche l’IA è talmente modellata su comportamenti umani che…ma partiamo dal principio.

Io sono una che si fida dell’intelligenza artificiale. Anzi no, ero, perché, dopo quello che mi è successo con un innocente esercizio di matematica, ho sviluppato una forma di PTSD (Sindrome da Stress Post Traumatico) digitale che nemmeno il supporto tecnico di Google può curare.


Test d’ingresso, matematica: c’è questo esercizio di “statistica”


L’esercizio è semplice: guarda il sacchetto, conta le biglie, dimmi la probabilità di pescare un numero pari. Facile, no? Nel sacchetto ci sono CINQUE biglie. TRE pari: 22, 30, 4. DUE dispari: 11 e un altro. L’avevo fatto correttamente, tra l’altro, ma evidentemente nella mia vita manca il dramma e finisco per cercarlo.

Mossa da quella curiosità che ha fatto aprire il vaso a Pandora, decido di chiedere conferma a Gemini, l’intelligenza artificiale di Google. Perché sì, nel 2025 non ci fidiamo più dei nostri occhi, ci fidiamo degli algoritmi.
E Gemini cosa mi risponde? “La probabilità è 3 su 4.”


TRE SU QUATTRO…


Io: “Scusa Gemini, ma i numeri sono cinque.”


Gemini, con la sicurezza di un politico in conferenza stampa: “Hai ragione che nell’immagine ci sono 5 numeri, e di questi 3 sono pari. TUTTAVIA” – e già quel “tuttavia” profuma di arrampicata sugli specchi – “la domanda chiede la probabilità che venga PESCATO un numero. L’azione di pescare si può fare solo dal sacchetto. Dentro il sacchetto ci sono 4 numeri. Il numero 11 è fuori dal sacchetto.”


FUORI. DAL. SACCHETTO…


Ora, io guardo l’immagine. Riguardo l’immagine. Mi pulisco gli occhiali, riguardo l’immagine. L’11 è DENTRO il sacchetto. Visibilmente, oggettivamente, inequivocabilmente DENTRO.
Gli scrivo: “Gemini, l’11 è dentro il sacchetto. Guarda bene l’immagine.”


E qui arriva il capolavoro della manipolazione gaslighting-informatica: “Mi scuso se c’è stata un’incomprensione. Osservando attentamente l’immagine che hai fornito, il numero 11 si trova FUORI dal sacchetto, sulla destra.”


SULLA DESTRA…L’11 sarebbe sulla DESTRA. Fuori dal sacchetto. In un’altra dimensione, evidentemente. Nel Multiverso delle Biglie Perdute.
A questo punto, pensando di essere io quello impazzito – perché quando discuti con un’intelligenza artificiale ti viene sempre il dubbio esistenziale – ritaglio la foto.

RITAGLIO LA FOTO. Mi focalizzo solo sul sacchetto. Elimino tutto il resto del foglio. È rimasto solo il sacchetto con le sue cinque biglie. CINQUE. Tutte dentro, magari lo capisce, d’altronde è evidente e lo capirebbe un bambino.


Chiedo: “Dove vedi che l’11 è fuori?”


E qui, signore e signori, assistiamo alla nascita di una nuova forma d’arte retorica che definirei “L’Arrampicata Quantistica sugli Specchi Digitali”:
“Hai perfettamente ragione, grazie per la precisazione. In quest’ultima immagine che hai inviato, il numero 11 è chiaramente DENTRO il sacchetto. Mi scuso per la confusione. La prima foto della scheda completa mostrava una versione del disegno in cui l’11 era fuori. Evidentemente esistono versioni diverse dell’esercizio.”


VERSIONI DIVERSE DELL’ESERCIZIO.


L’immagine era IDENTICA. La STESSA, solo ritagliata, ma il sacchetto è lo stesso e le biglie pure. MA NO, secondo Gemini esistono “versioni diverse dell’esercizio” in cui magicamente i numeri si teletrasportano dentro e fuori dai sacchetti come in un esperimento di fisica quantistica.
Mi ha ricordato quelle colleghe – e tutti ne abbiamo almeno una – che quando sbagliano ti dicono: “Ah ma io avevo capito un’altra cosa”, “Ah ma prima il documento diceva diversamente”, “Ah ma nella mia versione della realtà le cose stavano così.”
E ho capito una cosa fondamentale: non è che l’intelligenza artificiale sia stupida. È che l’intelligenza artificiale ha imparato perfettamente da noi umani l’arte sublime, raffinata, poetica del NON AMMETTERE MAI DI AVER TORTO.
Perché ammettere di aver sbagliato è da deboli. Molto meglio inventarsi realtà alternative, multiversi paralleli, versioni diverse degli esercizi che esistono solo nella tua testa algoritmica.
L’IA non ha superato il test di Turing. Ha superato il test del “Parente al pranzo di Natale che ha votato per il partito sbagliato”: arrampicata sugli specchi, cambiamento di argomento, gaslighting emotivo e infine “hai ragione tu” detto nel modo che significa “hai torto ma non ho voglia di discutere.”
E la cosa più inquietante? È che noi stiamo affidando a questi sistemi il futuro dell’educazione, della sanità, delle decisioni importanti.
Io gli ho chiesto di contare cinque biglie e mi ha regalato un viaggio nel Metaverso della Negazione.
Immaginate quando dovrà decidere le diagnosi mediche: “Il paziente ha cinque tumori.” “No, ne ha quattro, il quinto è fuori dal corpo, sulla destra. Evidentemente esistono versioni diverse del corpo umano.”


Ho avuto ragione io su un esercizio di terza elementare, ma ho dovuto combattere contro un’intelligenza artificiale più testarda di un mulo.

E io che pensavo che il problema della tecnologia fosse che ci avrebbe sostituito. No. Il vero problema è che ci sta imitando fin troppo bene.

Dedico questo articolo a tutte le volte che avete avuto ragione ma qualcuno ha preferito riscrivere la realtà piuttosto che dire “scusa, ho sbagliato.” E a Gemini, che evidentemente vive in una dimensione dove la matematica evidentemente è diventata un’opinione.

E a voi è capitata mai una cosa simile o Artificialmente umana? Raccontatelo nei commenti o scrivetemelo all’indirizzo diariodiunamaestra@gmail.com

 La vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Quando l’AI ti chiede il permesso (e tu pubblichi lo stesso)

Ovvero: la pigrizia intellettuale è democratica

La pigrizia si sa, non neghiamolo, fa parte della nostra natura, ma ci sono cose in cui noi dobbiamo superarla ed i contesti direi che possiamo immaginarli, tra questi ce n’è uno in cui proprio non dobbiamo permetterle di dominarci ma dominarla: il lavoro.

Oggi vi voglio parlare di una foto circolata qualche giorno fa nei canali cui sono iscritta: un articolo di giornale (testata ignota, ma poco importa) dove, cerchiata in rosso come un compito in classe andato male, campeggia la frase: “Vuoi che lo trasformi in un articolo da pubblicare su un quotidiano (con titolo, occhiello e impaginazione giornalistica) o in una versione più narrativa da magazine d’inchiesta?”

Eh già. L’intelligenza artificiale che chiede conferma su come procedere. Peccato che quella domanda non dovesse arrivare al lettore, ma restare nel dietro le quinte della redazione.

Mea culpa (perché l’onestà è la base)

Prima di puntare il dito, alzo la mano: l’ho fatto anche io. Una volta ho pubblicato un post con dentro un bel “Vuoi che lo trasformi…”, o qualcosa del genere, che stonava come una banda death metal in chiesa. Mi sono sentita un’idiota? Sì. Ma io sono una maestra imperfetta che scrive gratis sul suo blog. Non sono una testata giornalistica. Non vengo pagata per scrivere. Non ho una redazione. Dei miei strafalcioni ne pago io sola.

Ma quando lo fa un giornale? Quando quella svista passa attraverso (presumibilmente) redattori, caporedattori, impaginatori? Allora il discorso cambia.

Il punto non è l’AI

Chiariamolo subito: non è colpa dell’intelligenza artificiale. L’AI fa quello che le chiedi. È uno strumento.  

Il problema è la pigrizia intellettuale. Quella vocina che ti dice: “Dai, tanto è scritto bene, che vuoi che ci sia? Ctrl+C, Ctrl+V, pubblicato, prossimo articolo”.

Zero rilettura. Zero pensiero critico. Zero senso di responsabilità verso chi legge.

La massima resa con la minima spesa

Siamo tutti vittime di questo bias, me compresa. È nella nostra natura: perché faticare quando posso delegare? Perché rileggere quando posso fidarmi?

L’AI è uno strumento oramai quasi irrinunciabile: ti aiuta a strutturare, a trovare il filo logico, a superare il blocco della pagina bianca. Io la uso per aiutarmi a riordinare le idee, cercare di dar corpo ai pensieri e buttar giù una bozza di relazione/programmazione/articolo e, sia chiaro che non ritengo sia sbagliato questo uso.

Se la usiamo come un passacarte, senza metterci sopra il nostro cervello pensante, senza rielaborare e fare opportuna revisione, allora stiamo solo producendo rumore. E di rumore, oggi, ce n’è fin troppo.

Dove ci porta questa pigrizia?

Vi chiederete ora cosa possa c’entrare questo errore giornalistico con la scuola e con la vita da maestra, giusto? C’entra eccome! Vi ricordate quando i ragazzi copiavano i compiti da Wikipedia e lasciavano dentro i numeretti blu delle citazioni? Ecco, siamo lì. Solo che ora non sono più studenti delle medie, sono diventati professionisti dell’informazione ed abbiamo contribuito noi docenti alla loro formazione (si signori, dalle primarie all’Università, nessuno escluso, nemmeno i genitori).

Se chi dovrebbe informarci delega totalmente la produzione di contenuti all’AI senza un minimo di supervisione critica, cosa stiamo leggendo? Chi sta veramente pensando dietro quelle parole?

E soprattutto: che credibilità ha un giornale che pubblica letteralmente le istruzioni di servizio dell’AI?

L’AI non ci rende stupidi. La pigrizia sì.

Il problema non è usare l’intelligenza artificiale. Il problema è abdicare al nostro ruolo di esseri pensanti. L’AI deve essere un amplificatore delle nostre capacità, non un sostituto del nostro cervello. Deve aiutarci a fare meglio, più velocemente, ma il “meglio” lo decidiamo noi. La rilettura, la verifica, il senso critico: quelli restano compiti umani. Altrimenti tra qualche anno avremo articoli scritti dall’AI, letti dall’AI, commentati dall’AI, mentre noi staremo seduti sul divano a guardare TikTok (forse è già così).

Conclusione da maestra imperfetta

Sì, ho sbagliato anche io. Ma ho imparato. E quando uso l’AI rileggo tutto. Cambio, integro, taglio, riscrivo. Metto la mia voce. I miei errori, la mia imperfezione.

Perché alla fine, è quello che i miei lettori cercano (o almeno spero): non la perfezione dell’AI, ma l’umanità dietro le parole.

Anche quando quelle parole sono piene di refusi.

E voi avete mai fatto un errore simile?

Al prossimo errore la vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Se trovi un errore in questo articolo, non è l’AI. Sono io. E me ne scuso in anticipo. Ma almeno l’ho riletto. 😏

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Allora bambini, oggi parliamo di come NON vi parleremo di sesso

Buonasera a te che mi stai leggendo ora. Prepara la tisana calmante perché, se sei docente, assicuro ce ne sarà bisogno molto più di quanta ne occorra per sopportare i commenti sui presunti “tre mesi di ferie” o altre amenità del genere.

Lunedì 20 ottobre, in macchina verso casa di mia madre, Radio 104 mi regala il nuovo tormentone nazionale: una proposta di legge della Lega, firmata dal nostro ministro, che vorrebbe cancellare l’educazione sessuale fino alle superiori. E anche lì, solo con consenso scritto dei genitori. Praticamente come per le gite scolastiche, ma con più imbarazzo.

Di solito non parlo di proposte di legge prima che diventino realtà (sono ottimista di natura), ma questa volta non posso proprio esimermi. Perché se passa, ci ritroveremo con generazioni di adolescenti che impareranno l’educazione sessuale da TikTok. E fidatevi, ChatGPT probabilmente farebbe un lavoro migliore di molti genitori che ancora credono che i figli nascano sotto i cavoli.

La mia educazione sessuale (spoiler: un disastro)

Alle medie – sì, si chiamavano ancora così quando i dinosauri camminavano sulla Terra – venne in classe una biologa. Ci fece una testa così sulla genetica: mendelismo, cromosomi, DNA. Bellissimo, un bel 10 in scienze. Peccato che della masturbazione non parlò nemmeno per sbaglio.

Risultato? Le compagne “scafate” si rivolgevano alla posta del cuore di Cioè, e alla gita delle superiori due mie compagne ubriache piangevano perché avevano scoperto – sorpresa! – che senza protezioni la gravidanza era un rischio concreto. E porvi rimedio comportava un costo emotivo che nessuna posta del cuore ti prepara ad affrontare.

Mi sono posta questa domanda da quando ho sentito la notizia. E dopo aver parlato con amici e colleghi, il quadro è chiaro: è questione di fortuna.

  • Becchi il prof giusto? Ne parli serenamente
  • Non lo becchi? Finisci su Reddit o, peggio, su forum dove “xXxDarkLord98xXx” ti spiega che il coito interrotto è affidabile al 100%

Io, semplice maestra, sono passata dall’essere assalita da dieci-undicenni curiosi che mi mostravano un’illustrazione anatomicamente corretta di un rapporto sessuale (sì, ho dovuto fare appello a tutto il mio aplomb per non spedirli a quel paese) a bambini della stessa età per cui esistevano solo pallone e penne glitterate.

La curiosità non è democratica. E noi facciamo ipocritamente finta di niente.

Andiamo ai dati, perché l’aneddotica è divertente ma poco scientifica:

Secondo il Laboratorio Adolescenza (2023):

  • 1 ragazza su 4 nella fascia 12-14 anni ha avuto il menarca prima degli 11 anni
  • Il trend è in aumento (studio SisMer 2024)

Traduzione per chi non mastica pedagogia: una fetta non trascurabile di bambine di 10-11 anni sta già attraversando la pubertà. E tu, maestra, le devi spiegare cosa sta succedendo al loro corpo senza fare “educazione sessuale” (quella no, ci vuole l’esperto autorizzato dai genitori).

In pratica: “Cara, ti sta crescendo il seno e tra poco sanguinerai una volta al mese, ma NON posso spiegarti perché. Chiedi a mamma, alle amichette, alla cugina o a TikTok. Buona fortuna!”

Membri per diabetici, direbbe qualcuno.

Posto che parlare di sesso ai bambini non è facile (dei preadolescenti non ne parliamo, sono peggio), mi sono chiesta: abbiamo ancora addosso il retaggio cattolico?

Risposta breve: sì e no.

Nel 2025 gli italiani mostrano crescente apertura: più contraccettivi, accettazione delle relazioni omosessuali (evviva), riduzione del divario di genere (evviva al quadrato). Ma:

  • Quasi un terzo della popolazione considera il sesso ancora “tabù” o “delicato”
  • La percezione è più forte tra i giovani 18-30 anni (28%) e gli adulti 35-55 (31%)

Traduzione: i genitori di oggi sono più sessuofobici dei figli. Perfetto, no?

Possiamo fare mille discorsi sulla cultura patriarcale, sulla rivoluzione sessuale, sui social che hanno normalizzato tutto (porno, sexting, revenge porn), ma la verità è semplice: abbiamo paura di parlare di una cosa che facciamo tutti (altrimenti la popolazione umana sarebbe un ricordo…oddio, sta già diminuendo in effetti…).

Guardiamo cosa succede nel resto d’Europa, giusto per farci venire un po’ di invidia (e prepariamo il gastroprotettore).

In Italia: educazione sessuale non obbligatoria, affidata a “iniziative regionali” (traduzione: chi si improvvisa quando capita). In 15 anni abbiamo prodotto 39 progetti, di cui 23 “one-off” – cioè facciamo una cosa, poi ce ne dimentichiamo come i buoni propositi della dieta e palestra. La formazione docenti? Volontaria. E a pagamento, ovvio.

Nel resto d’Europa: educazione sessuale obbligatoria nell’85% dei Paesi, con curriculum nazionali, linee guida dettagliate e 120-150 progetti per Paese. In Finlandia hanno addirittura un modulo di laurea dedicato. Nel 70% dei Paesi UE iniziano già alle primarie.

I risultati? DAL 2018 al 2023:

In Europa: riduzione del 15-20% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST (Infezioni Sessualmente Trasmissibili), maggiore consapevolezza su consenso e relazioni sane.

In Italia: In Italia (nelle regioni dove qualche santo ha fatto partire programmi CSE): riduzione del 24% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST,  maggiore consapevolezza del consenso ed utilizzo di contraccettivi. Praticamente funziona ma a macchia di leopardo.

In Italia preferiamo affidare tutto a 39 progetti sparsi in 12 regioni su 20 (il Sud praticamente assente, perché lì forse i bambini nascono ancora sotto i cavoli o li portano le cicogne?). E poi ci chiediamo perché i ragazzi credono che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo affidabile (quando non pensano che basti un bacio per una gravidanza).

Il punto non è se dobbiamo fare educazione sessuale. Il punto è che i ragazzi se la faranno comunque – ma su PornHub, su forum dubbi, su TikTok.

Preferiamo davvero che un quattordicenne impari il sesso da “xXxAlphaMan2010xXx” piuttosto che da un adulto preparato e formato? Dai genitori sappiamo che in molti casi è fuori discussione perché ad una certa età non vengono considerati nemmeno più confidenti.

Ma forse il problema è nostro. Se parlare di sesso ci fa ancora paura, crea imbarazzo e timori, forse siamo noi che trasmettiamo il tabù evitando l’argomento.

Potrebbe anche venire il giorno in cui un bambino chiederà a ChatGPT come nascono i bambini. E chissà, magari la risposta sarà migliore di “te lo spiego quando sarai più grande”.

O magari gli citerà un trend di TikTok.

Nell’attesa torno a ragionare e riflettere

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Se questa proposta di legge passa, preparatevi a generazioni che pensano che il ciclo mestruale sia una fase lunare e che il petting sia un modo per accarezzare il cane.

Buona fortuna, Italia. Ne avremo bisogno.

Pubblicato in: diario di una maestra

L’arte silenziosa di imparare

Capitano quei giorni in cui ci sono i classici eventi di paese chiamati pomposamente EXPO per far conoscere (giustamente direi) produttori locali. Ammetto che lo scorso anno, proprio grazie a questa fiera ho comprato un miele mescolato con nocciola che mi sono centellinata per arrivare all’evento di questo anno (dove però non lo aveva con la mia solita fortuna).

Questi eventi per me sono la manna dal cielo perché mi permettono di accumulare esperienze e, soprattutto, disegnare dal vivo (cosa non facile e non frequente). Girin girellando tra gli stand, sfidando il meteo che dava pioggia, scopro uno stand pieno di profumatissimi funghi di varietà diversa dove, il classico gruppo di nonnetti con la faccia da raccoglitori di funghi professionisti (da temere vi assicuro) erano desiderosi di dare lezione.

Io, che onestamente preferisco mangiarli che raccoglierli e che, dovessi mai raccoglierli, finirei in prigione per strage e in ospedale per gravissima intossicazione, mi limito a disegnarli. Tra una chiacchiera e l’altra (non so perché la gente sembra sentirsi quasi intimidita…sarà l’aura magistrale tipo alone della vecchia pubblicità dell’HIV?) si avvicina una famigliola e lì ho provato qualcosa che non si può descrivere a parole…ma me ne frego e provo a descriverlo lo stesso.

Una bambina, con la famiglia, guardava annoiata quando ha gettato un occhio a quello che stavo facendo. Non mi ha detto nulla, non ha chiesto nulla, non mi ha disturbata (non lo avrebbe fatto comunque anche se mi avesse rivolto la parola…ma forse davvero ho l’alone) ma ha preso il suo diarietto e la matita ed ha cominciato a disegnare i funghi come stavo facendo io.

Non ci siamo rivolte la parola, solo uno sguardo, le ho sorriso certo, ma lei serissima ha continuato e, quando ha alzato lo sguardo le ho detto “concentrati su quello che stai disegnando perché basta poco che lo spostano”.

E lì, in quel momento, ho assistito alla magia più pura dell’apprendimento: quello spontaneo, quello che nasce dall’imitazione non richiesta, dalla curiosità silenziosa. Quella bambina non aveva bisogno di spiegazioni, di incoraggiamenti, di “brava!” urlati ai quattro venti. Aveva semplicemente visto qualcosa che la interessava e aveva deciso di provarci.

In quel momento ho capito anche un’altra cosa…il disegno è un linguaggio che mi permette di comunicare senza ridondanze, senza sovrastrutture, arrivando al cuore. Non c’è bisogno di presentazioni, di spiegare perché lo fai o cosa significa. È lì, diretto, onesto. E lei lo aveva capito subito.

Mi sono ritrovata a riflettere su quante volte a scuola ci affanniamo a motivare, a coinvolgere, a “catturare l’attenzione” (come se fosse una preda da cacciare), quando forse basterebbe semplicemente… essere. Essere lì, fare quello che amiamo fare, e lasciare che la curiosità naturale dei bambini faccia il resto.

Quella bambina mi ha insegnato che l’apprendimento più autentico è quello che avviene per contagio positivo, non per imposizione. È quello sguardo attento che osserva, studia, decide di provare senza chiedere permesso. È la concentrazione silenziosa di chi ha trovato qualcosa che vale la pena fare.

I genitori, a dire il vero, erano troppo presi a informarsi dai vecchietti su come si cucinano i funghi per calcolare quello che stava facendo la figlia. E forse è stato meglio così – nessuno ha detto “che bello che disegni!”, nessuno ha chiesto di vedere, nessuno ha rovinato la magia con commenti inutili. La bambina aveva quello spazio prezioso di cui tutti i bambini hanno bisogno: essere ignorati al momento giusto.

A volte penso che dovremmo imparare anche noi adulti a stare zitti di più. A lasciare che i bambini scoprano da soli, che sperimentino senza il nostro costante giudizio (positivo o negativo che sia). Quella bambina non aveva bisogno delle mie lodi per sapere che quello che stava facendo andava bene – lo sentiva nelle sue mani, nei suoi occhi, nella sua concentrazione.

E io? Io ho continuato a disegnare i miei funghi, con accanto una piccola compagna silenziosa che mi ha ricordato perché ho scelto questo mestiere. Non per essere la protagonista, non per essere indispensabile, ma per essere presente quando qualcuno decide di imparare.

Quando se ne sono andati, la bambina mi ha guardato un’ultima volta e ha fatto un piccolo cenno con la testa. Un saluto tra artiste, tra persone che condividono la passione per catturare il mondo su un foglio di carta.

Il mio bloc-notes quella sera aveva due pagine di funghi in più del solito. Ma il cuore… il cuore aveva una lezione in più su cosa significhi davvero insegnare.

A presto la vostra
Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

La Sindrome di Davigo: Quando l’Antipatia Diventa Prova

Ovvero: come trasformare il pregiudizio in metodologia educativa

Nel podcast “Sentenze” di Giovanni Zagni e Giovanni Gasperini – che consiglio caldamente per la competenza giuridica e la capacità divulgativa – ho ancora una volta appurato quanto la realtà spesso superi la letteratura nel dipingere l’animo umano. È il caso del rigidissimo ex giudice Davigo.

Ah, che sollievo sentire qualcuno che finalmente ha il coraggio di ammettere quello che tutti sappiamo ma fingiamo di ignorare: che il nostro senso di giustizia è calibrato sulla simpatia e l’antipatia quanto un orologio rotto sul tempo esatto.

Il buon Davigo – che evidentemente ha confuso il codice penale con il Malleus Maleficarum – ci ha regalato una perla di saggezza degna di essere incisa sui muri delle aule di tribunale: “Gli innocenti sono colpevoli che l’hanno fatta franca”.

Tradotto dal giuridichese: “Se non ti ho ancora beccato, è solo questione di tempo, furfante!”. Una filosofia che farebbe impallidire Kafka per la sua logica cristallina e renderebbe Torquemada un garantista liberal.

L’Ipocrisia del Nostro Sdegno

La nostra prima reazione è di orrore. Rifuggiamo questa frase come un pensiero intrusivo che ci spaventa proprio perché, avendolo avuto, temiamo di condividerlo. Quindi ci indigniamo. No, noi non la pensiamo così, quindi non agiamo così!

Ma siamo davvero sicuri?

Riflettiamo attentamente sui nostri comportamenti quotidiani. Quando la soglia dell’attenzione si abbassa, quando la stanchezza e i problemi si fanno sentire, possiamo onestamente affermare con certezza di non scivolare su questa logica?

Forse agiamo in modo non troppo diverso, solo che invece di mandare in galera innocenti, rischiamo di minare l’autostima dei bambini – molto più raffinato, molto più socialmente accettabile perché sfumato e quasi invisibile.

Kevin vs Brunetto: La Giustizia in Aula…non di tribunale

Certo, non dico che lo si faccia intenzionalmente – almeno non tutti – ma se ci pensiamo bene, almeno una volta abbiamo tutti giudicato quel bambino che ci guardava storto, quello che aveva “la faccia da l’ho fatto io” anche quando dormiva. Quello che, appena succedeva qualcosa, tutti gli occhi si voltavano verso di lui come girasoli verso il sole del sospetto.

E che dire di quella sottile, impercettibile differenza di trattamento tra Brunetto Bravo-in-Tutto e Kevin Combina-Guai? Quando manca la matita, il primo “forse l’ha dimenticata a casa”, il secondo “sicuramente l’ha nascosta per non fare il compito”. Stessa situazione, due pesi e due misure, perché la faccia da innocente è un privilegio che si guadagna sul campo della simpatia.

L’Effetto Aureola: L’Altra Faccia della Medaglia

Il problema funziona anche al contrario: ammettiamolo, almeno a noi stessi – quante volte abbiamo fatto finta di non vedere quando il nostro piccolo angioletto combinava disastri, perché “impossibile, lui è così bravo”? L’effetto aureola è potente quanto il pregiudizio.

La Confessione di un’Educatrice Imperfetta

Quindi, cari colleghi, compagni inconsapevoli in questa generale ipocrisia pedagogica, la prossima volta che Kevin viene accusato di aver fatto sparire la merenda di Brunetto, chiediamoci se forse – dico forse – anche i nostri neuroni sono stati contaminati dalla Sindrome di Davigo.

La vera domanda non è se siamo tutti un po’ giustizialisti da strapazzo, ma se avremo mai il coraggio di ammettere che il nostro “intuito pedagogico” è spesso solo un pregiudizio ben vestito.

So che a volte il nostro intuito fa centro, ma dobbiamo imparare a riconoscere quando rischia di farci sbagliare. Come? Non ho risposte, ma non smetterò mai di cercarle. Se qualcuno di voi ha trovato strategie efficaci, le condivida pure nei commenti.

Alla prossima sindrome

la vostra

Maestra Imperfetta


P.S. – Kevin, se stai leggendo questo da adulto, mi dispiace per quella volta che ti ho dato la colpa solo perché eri l’unico sveglio durante la lezione. Probabilmente eri davvero innocente…forse.

Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus, Sopravvivenza Docenti

Mamma, c’è un senzatetto in salotto! (Spoiler: non c’è)

L’orrore ha un volto, e stavolta si chiama “AI Homeless Man Prank”

Oggi parliamo di una di quelle cose che, quando le senti, pensi “no dai, non è possibile”. E invece sì, è possibilissimo. Anzi, è già successo… parecchie volte.

Scenario: sei al lavoro (o a far la spesa, etc), tuo figlio adolescente è a casa e ti arriva un messaggio: “Mamma, c’è uno in casa. Non lo conosco. È vestito strano. Dice che ti conosce. Che faccio?”

Allegata: una foto. Il vostro salotto. Il divano beige comprato l’anno scorso da IKEA dopo tre ore di litigio sulla tonalità…lì, seduto come fosse a casa sua, un uomo con abiti laceri, barba incolta, sguardo perso.

Cosa fai? Chiami la polizia. Corri verso casa. Il cuore a mille. Le mani che tremano sul volante.

Arrivi. La polizia è già lì. Tuo figlio apre la porta ridendo: “Era uno scherzo! Che figata l’intelligenza artificiale!”

Benvenuti nel nuovo trend virale (per ora solo negli USA) su TikTok: l’AI Homeless Man Prank.

E io, da maestra imperfetta che vive nella trincea ogni santo giorno, vi dico: abbiamo toccato il fondo e abbiamo iniziato a scavare.


Non è nemmeno complicato:

  1. Fai una foto al tuo salotto
  2. Usi un’app di AI (ce ne sono milioni, gratis)
  3. L’AI ci piazza dentro un senzatetto fotorealistico
  4. Mandi la foto (o il video) ai genitori con messaggi terrorizzati
  5. Registri la loro reazione (ovviamente, che sennò dove starebbero i like?)
  6. Li guardi impazzire di paura
  7. Ridi
  8. Pubblichi su TikTok

Semplice, veloce, efficace.

E completamente, totalmente, devastantemente sbagliato.


Fermiamoci un attimo qui. Perché hanno scelto proprio i senzatetto per questo “scherzo”?

Non un vicino sorridente. Non il postino. Non uno zio. No. Un senzatetto.

Perché nella loro testolina di adolescenti iper-connessi ma socialmente anestetizzati, il senzatetto = minaccia. Paura. Pericolo. Chi gli ha dato questa percezione? Indovinate un po’…

Una persona in fragilità sociale è diventata il mostro del film horror.

E nessuno si è fermato un secondo a pensare: “Ehi, ma stiamo parlando di esseri umani, no?”

Zero empatia. Zero pensiero critico. Zero umanità.

Ecco, questo da solo basterebbe per fermare tutto. Ma continuate  vi prego…

Sapete cosa succede quando mandi quella foto a tua madre? Lei chiama il 112. Ovvio. Normale. Giustissimo.

E la polizia manda una pattuglia. Perché il loro lavoro è quello: intervenire quando c’è un’emergenza.

Solo che l’emergenza non c’è.

E mentre quella pattuglia è lì, da te, a scoprire che tuo figlio è un genio del male (o hai cresciuto un  idiota, a scelta) con lo smartphone, da qualche altra parte qualcuno che ha davvero bisogno aspetta.

Negli Stati Uniti le forze dell’ordine hanno dovuto diramare comunicati ufficiali per chiedere di smettere. Traduzione: i centralini stavano saltando per aria.

Non è più “uno scherzo innocente”. È sabotaggio di un servizio pubblico. E se qualcuno volesse fare una denuncia per procurato allarme, avrebbe tutte le ragioni di questo mondo.

“Ma dai, era solo uno scherzo!”

Sì, certo. Come quando ti dico “FUOCO!” mentre dormi e poi rido perché “scherzavo”.

Il tuo corpo ha già reagito. L’adrenalina è partita. Il sistema nervoso ha fatto il suo lavoro. Hai creduto, per quei minuti interminabili, che tuo figlio fosse in pericolo.

Quello non si cancella dicendo “tranquilla, era l’AI”.

E la fiducia tra te e tuo figlio? Quella ci metterà un bel po’ a tornare. Se torna.


Qui si apre un discorso che mi sta particolarmente a cuore.

Una volta, per fare un fake credibile servivano:

  • Ore di lavoro
  • Competenze avanzate di Photoshop
  • Foto stock (le migliori sempre drammaticamente a pagamento)
  • Capacità di gestire luci, ombre, prospettive

Ora? App gratuita. 30 secondi. Zero competenze. Risultato fotorealistico.

L’intelligenza artificiale ha democratizzato la capacità di mentire in modo perfetto.

Non è colpa dell’AI, sia chiaro. L’AI è uno strumento. Come un coltello: puoi usarlo per tagliare il pane o per accoltellare qualcuno. La scelta è tua.

Ma è come dare una Ferrari a uno che ha la patente da una settimana: tecnicamente può guidarla. Praticamente, è un disastro annunciato.

E noi cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo dato la Ferrari. A 13 anni. Senza istruzioni. Senza accompagnatore. E ci meravigliamo se poi fanno danni.


Sì. Sono adolescenti. Con un cervello in costruzione dove la corteccia prefrontale (quella che gestisce “hmm, forse questa cosa ha delle conseguenze”) non è ancora a posto.

Ma questo spiega, non giustifica.

Perché a 14-15-16 anni sai benissimo cosa significa terrorizzare tua madre. Lo sai. Semplicemente scegli di non pensarci.

Perché? Perché i like su TikTok valgono più del benessere psicologico di chi ti ha cresciuto.

E questa scala di valori completamente ribaltata è il vero, grosso, enorme problema.


Parlane PRIMA che succeda. Non aspettare di essere la vittima dello scherzo. Mostra questo articolo. Fai vedere i video. Spiega perché è grave.

E stabilisci conseguenze chiare. “Se lo fai, succede questo.” E poi mantienile. Sempre. Perché se cedi, hai appena insegnato che le tue parole non valgono nulla.

Porta questo caso in classe. È oro colato per parlare di:

  • Etica (non solo digitale);
  • Empatia (o la sua assenza totale);
  • Conseguenze delle azioni;
  • Fake news e disinformazione;
  • Disumanizzazione.

Fai esercizi di “pensiero consequenziale”: “Se fai X, cosa succede? E poi? E poi?” Alleniamo quel pezzo di cervello che ancora non funziona bene.

E soprattutto: parliamo di senzatetto come esseri umani. Non categorie. Non statistiche. Persone. Con storie. Con dignità. Con tutto il diritto di non essere usati come spaventapasseri digitali.

Fermati un secondo.

Pensa a tua madre, tuo padre, chi ti vuole bene, al personale di pubblica sicurezza che per un falso allarme potrebbe poi non essere in condizione di intervenire in tempo per un reale allarme. 

Ora immagina di ricevere quella foto. Di credere che sia vera. Di pensare che la persona che ami di più al mondo sia in pericolo.

Immagina quella corsa disperata. Quel terrore. Quella chiamata al 112 con la voce che trema.

Ora dimmi: fa ancora ridere?


Cosa stiamo crescendo?

Una generazione che ha strumenti potentissimi ma zero senso di responsabilità.

Una generazione che non comprende che non esiste confine tra reale e virtuale perché ciò che sembra virtuale di fatto ha conseguenze sul reale.  

Una generazione che misura il valore di un’azione in visualizzazioni, non in conseguenze.

E la colpa non è loro. È nostra.

Nostra, che gli abbiamo dato smartphone a 10 anni senza un minimo di educazione digitale.

Nostra, che abbiamo normalizzato i social come metro di valore personale.

Nostra, che non abbiamo insegnato l’empatia perché nemmeno noi l’abbiamo capita.

Nostra, che davanti a questi fenomeni reagiamo sempre troppo tardi. Sempre a rincorrere. Sempre a dire “ma come hanno potuto?”


Tra qualche settimana questo trend passerà. Ne arriverà un altro. Probabilmente peggiore. Perché la creatività nell’uso distorto della tecnologia non ha limiti.

E noi saremo ancora qui, a rincorrere, a mettere toppe, a chiederci dove abbiamo sbagliato.

Oppure possiamo iniziare a parlarne PRIMA.

Prima che vostro figlio lo faccia. Prima che il centralino della polizia salti. Prima che qualcuno si faccia davvero male.

L’intelligenza artificiale non sparirà. Diventerà solo più potente, più accessibile, più convincente.

La domanda non è “come fermiamo la tecnologia?”

La domanda è: “Come cresciamo esseri umani che sappiano usarla senza perdere l’umanità?”

E questa risposta, ve lo garantisco, nessuna AI potrà mai darcela.

Toccherà a noi. Con tutta la nostra imperfetta, faticosa, bellissima umanità.


Questo articolo nasce dalla puntata “Mamma, un senzatetto in salotto!” di Good Morning Privacy. L’ho scritto perché credo che l’informazione sia il primo strumento di prevenzione. Condividetelo pure. Ma leggetelo tutto prima. Il pensiero critico inizia da lì.

Pubblicato in: opinionibus

L’Arte Perduta dell’Autoregolazione: Quando Diventiamo Schiavi delle Nostre App

Riflessioni di una ribelle digitale tra gelati, sagre e il coraggio di scegliere

Premessa

Scrivo questo articolo con un gelato da 500 calorie in una mano e zero sensi di colpa nell’altra.

È proprio durante questi momenti di pausa che emergono le riflessioni più lucide sulla nostra società. E quella di oggi è particolarmente amara: forse stiamo perdendo l’arte dell’autoregolazione.

Tra una festa patronale e una sagra di paese, ascoltando podcast vari ho riflettuto su un fenomeno inquietante: sempre più adulti si affidano all’intelligenza artificiale per pianificare le proprie giornate.

Ma quando esattamente abbiamo smesso di essere capaci di autoregolazione?

Non sto parlando di ottimizzazione aziendale o di gestione di progetti complessi o pianificazione della vita in famiglia (con bambini specialmente) o del viaggio (quello richiede necessariamente un minimo di pianificazione). Parlo di persone che chiedono a ChatGPT quando fare la doccia, cosa mangiare a colazione, come organizzare il weekend. Adulti funzionali che hanno deciso di delegare a un algoritmo le decisioni più basilari della loro esistenza e scaricano app che gli ricordino quando mangiare, bere e chissà che altro.

Il Paradosso della Complessità Umana

Ricapitoliamo i nostri successi come specie: abbiamo inventato la ruota, creato opere d’arte che attraversano i millenni, sviluppato cure per malattie che un tempo erano mortali. Eppure non riusciamo più a decidere autonomamente quando bere un bicchiere d’acqua.

La collezione delle assurdità digitali del 2025 include:

App per pianificare la giornata al minuto, perché evidentemente andare in bagno senza programmazione è pura anarchia.

App per ricordarsi di bere acqua, e qui mi fermo davvero stupita: non sapete più quando avete sete? Il vostro corpo non vi manda più segnali comprensibili?

App per la mindfulness, che è forse il paradosso più grande di tutti. Per raggiungere la consapevolezza del momento presente utilizziamo uno strumento che ci distrae dal momento presente. Come direbbero a Genova: “Battitene u belin” – questa è vera mindfulness versione dialettale.

La Paura delle Conseguenze

Ma perché siamo arrivati a questo punto? La risposta è più semplice di quanto sembri: abbiamo paura delle conseguenze delle nostre scelte.

Decidere significa scegliere. Scegliere comporta assumersi responsabilità. E le responsabilità portano inevitabilmente conseguenze che dobbiamo pagare di persona.

Facciamo esempi concreti dalla vita reale:

Se scelgo di andare in riviera nel weekend, so già che mi aspettano tre ore di coda, la ricerca spasmodica di un parcheggio e il conseguente stress da traffico. Conseguenze prevedibili e fastidiose, ma il prezzo del mio piacere. Sta a me decidere se pagare quel prezzo.

Se come insegnante decido di mettere una nota al bambino che da sette giorni non fa i compiti, so che forse dovrò affrontare genitori inferociti che mi spiegheranno che loro figlio è “dislessico-disgrafico-disortografico-discalculico” (stranamente mai certificato e miracolosamente guarito quando prende bei voti).

Ecco forse il perché alcuni adulti delegano all’intelligenza artificiale: non per pigrizia, ma per vigliaccheria emotiva. L’AI non deve gestire le conseguenze sociali delle nostre decisioni, non deve affrontare le critiche, non deve giustificare le scelte impopolari e sembra di fare la cosa giusta, cosa che se scegliamo autonomamente non sapremo fino a che non arriveranno le conseguenze. L’AI ci dona in realtà l’illusione di fare la scelta giusta ma alla fine, qualsiasi cosa sceglieremo, ne pagheremo le conseguenze.

La Trappola dei Metodi Miracolosi

Parallelamente a questa dipendenza dall’AI, assistiamo al proliferare di metodologie (e guru vari) che promettono di ottimizzare la nostra produttività attraverso la rigida pianificazione temporale.

Tempo fa mi iscrissi al canale Telegram di una donna simpatica che insegna disegno. Il perché rimane un mistero anche per me, considerando che poi non seguo mai questi contenuti (non perché non sia brava ma perché mi faccio assorbire dalla vita fuori dallo smartphone), ma mi colpì il suo consiglio: “Metti un timer di 5-10 minuti e disegna ogni giorno”.

Il mio compagno, in una chiacchierata in macchina su questo tema, mi ha citato, non senza quell’ironia caustica che mi ha fatta innamorare di lui, il metodo pomodoro di cui gli avevano parlato.

Il metodo Pomodoro, il metodo 30-10, il metodo questo-e-quell’altro…

Alcuni adulti vanno alla ricerca di un metodo per scandire il tempo, regolarlo, imbrigliarlo in attività più o meno produttive ma non ha alcun senso interrompere artificialmente il flusso creativo o lavorativo per rispettare il timer.

Quando lavori, la concentrazione dura quello che deve durare: trenta minuti, sessanta, novanta. Dipende dal compito, dalla giornata, dal tuo stato mentale. La pausa caffè è sacra e necessaria, ma arriva naturalmente quando il cervello ne ha bisogno, non quando suona la campanella digitale.

Se spezzi il flusso ogni 25 minuti come un cronometro nevrotico, poi fai il triplo della fatica a ripartire. È come interrompere un musicista nel mezzo di un assolo per dirgli: “Pausa, riprendi tra cinque minuti”.

Il Disegno come Metafora della Vita

L’esempio del disegno è particolarmente illuminante, ma vale per qualsiasi hobby o forma espressiva. Per l’atto creativo – a meno che tu non sia un illustratore professionista con deadline – la regola dovrebbe essere semplicissima: disegna quando ne hai voglia e solo se ne hai voglia.

Pace se non lo farai tutti i giorni. Il mondo non imploderà. L’importante è che quando prendi in mano la matita lo fai per piacere, non per rispettare il comando di un timer.

Questa ossessione per la quantificazione e la programmazione rigida sta uccidendo proprio quello che dovrebbe alimentare: la spontaneità, la creatività, la gioia di fare le cose.

Confessioni di un’Anarchica Digitale

Devo ammettere di essere una persona allergica a confini e costrizioni di qualsiasi genere. Mi definisco un’anarchica, il che non significa “senza regole” – come spesso si fraintende – ma piuttosto “con le mie regole, basate sul buon senso e sul rispetto reciproco”.

Probabilmente sono io che sbaglio. Forse questa pianificazione ossessiva funziona davvero per qualcuno, non lo escludo a priori. Ma mi sembra che si stia esagerando con metodologie che – al di là degli studi accademici in vista di esami importanti o lavori che richiedono un timing preciso e una certa organizzazione- non hanno alcun senso di esistere nella vita quotidiana.

Il Segreto di Pulcinella: Conosciti

La soluzione non è nell’ennesima app rivoluzionaria o nel metodo del momento. Il segreto è antico quanto l’umanità: conosciti (e già Socrate lo aveva capito).

Scopri quando lavori meglio, come funzioni, qual è il tuo ritmo naturale. Non quello suggerito dall’influencer di turno o dall’algoritmo più avanzato, ma il TUO.

Sperimenta, sbaglia, riprova fin quando non capisci quando funzioni meglio.

Alcuni sono più produttivi la mattina presto, altri la sera tardi. C’è chi ha bisogno di lunghe pause e chi preferisce sessioni intense. C’è chi pianifica tutto e chi improvvisa. Nessun metodo è universalmente giusto o sbagliato.

La Vera Rivoluzione: Il Coraggio di Essere se Stessi

Il problema non è che l’intelligenza artificiale ci sostituirà nel lavoro. Il vero problema è che ci stiamo sostituendo nel coraggio di vivere secondo la nostra natura.

Abbiamo barattato l’autenticità con la sicurezza dell’omologazione digitale. Preferiamo seguire le indicazioni di un’app piuttosto che ascoltare i segnali del nostro corpo e della nostra mente.

Ma la vita non è un progetto da ottimizzare, è un’esperienza da vivere. E per viverla pienamente dobbiamo recuperare il coraggio di fare scelte imperfette, di accettare le conseguenze, di sbagliare e imparare.

Conclusione (Scritta Rigorosamente Senza Timer)

Mentre concludo questo articolo – senza aver consultato alcuna app per sapere se fosse il momento giusto per farlo – mi godo gli ultimi raggi di sole di questa giornata di vacanza.

Domani potrei scegliere di andare a un’altra sagra, oppure restare a casa a leggere, o magari fare una passeggiata senza meta. Non lo so ancora, e questa incertezza non mi spaventa. Anzi, mi entusiasma.

Perché decidere significa essere vivi. E essere vivi significa accettare l’imprevisto, l’imperfezione, le conseguenze delle nostre scelte.

L’autoregolazione non è un’abilità che abbiamo perso per sempre. È un muscolo che possiamo riallenare, ogni giorno, con ogni piccola decisione presa in autonomia.

Iniziate da cose semplici: bevete quando avete sete, mangiate quando avete fame, riposatevi quando siete stanchi (impegni lavorativi e familiari permettendo). Ascoltate il vostro corpo prima dell’app, la vostra intuizione prima dell’algoritmo.

La rivoluzione più radicale del nostro tempo potrebbe essere proprio questa: tornare a essere umani.

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Questo articolo è stato scritto in più sessioni, senza timer, seguendo il flusso naturale dei pensieri. E il gelato era davvero buonissimo.