Tutto è cominciato la scorsa vacanza, con i gettoni turistici. Quei dischetti di metallo che le macchinette sputano fuori ovunque, a due euro, e che non avevo mai considerato degni di attenzione. Mi sbagliavo. C’è qualcosa di ipnotico in un oggetto piccolo, quasi privo di valore di mercato, che invece vale moltissimo — perché non parla al portafoglio ma a qualcosa che hai già dentro. Da allora ne raccolgo. Sono una persona seria (specie su queste cavolate).
A Nizza, mentre mi dirigevo al Musée Masséna con la migliore delle intenzioni culturali, ho infilato la testa in uno dei tanti negozietti di filatelia che popolano il centro. Per caso, naturalmente. Come sempre.
Lì, tra monete e francobolli, ho trovato le monete della serie Asterix della Monnaie de Paris. C’erano anche quelle del Piccolo Principe — belle, curate, indiscutibilmente poetiche. Ma Asterix aveva qualcosa in più: quell’ironia feroce travestita da avventura per bambini, quella capacità di prendere a randellate il potere facendo finta di fare comicità. Roba con cui sono cresciuta, che mia zia mi traduceva dal francese prima ancora che imparassi a leggerla da sola. Un debito affettivo che non si salda con una moneta, ma ci si prova.
Ho comprato Liberté. Ho comprato Egalité. Ho lasciato Fraternité nel negozio.

Non perché le monete non fossero belle — lo erano. Una raffigurava una fanciulla che baciava la guancia di Asterix, lui tutto rosso dall’imbarazzo. L’altra aveva Assurancetourix — il bardo, quello che nessuno vuole mai sentire — con un cartello in mano che diceva seguitemi. Deliziose, entrambe. Eppure la mano non si è mossa.
Perché Liberté e Egalité le sento mie — non solo come motto repubblicano francese stampato sulle facciate, ma come credo personale, come bussola. La Fraternité, invece, da quando faccio la maestra, non l’ho più vista in giro. Non nelle forme che contano. E comprare una parola in cui non credi, anche quando è incisa su metallo con grazia, mi sembrava una piccola disonestà che non potevo permettermi. Ho già abbastanza contraddizioni da gestire.
La fraternità tra insegnanti alle primarie è rara come i panda, e in via di estinzione per ragioni analoghe: habitat distrutto, riproduzione difficile, e una certa tendenza dell’ambiente circostante a non accorgersene finché non è troppo tardi.
Non parlo di cordialità — quella c’è, abbonda, a volte tracima. Si sorride nei corridoi, ci si scambiano le fotocopie, ci si augura buon weekend con un entusiasmo che farebbe invidia a un conduttore televisivo (per non parlare degli auguri per le feste comandate, feste della mamma, del papà, dei nonni, della nonna de stic…). La cordialità è il lubrificante sociale che tiene in piedi i collegi docenti senza che degenerino in risse. Necessaria. Non sufficiente.
Parlo di fraternità vera — quella che implica stare dalla stessa parte, coprirsi davvero, dire hai ragione anche quando costa, non lasciare un collega a gestire da solo il genitore che urla, la dirigenza che scarica, il bambino impossibile che per qualche ragione misteriosa è finito sempre e solo nella tua classe. Quella roba lì.
Quella è rara. Quella si trova a spizzichi e bocconi, in corridoi affrettati, in messaggi su WhatsApp alle undici di sera, in colleghe che diventano amiche non grazie alla scuola ma nonostante essa.
Il problema non è che gli insegnanti siano persone cattive — la maggior parte non lo è. Il problema è strutturale: un sistema che premia la sopravvivenza individuale, che mette in competizione silenziosa per le classi, per i progetti, per le poche risorse disponibili, non produce fraternità. Produce un’educata guerra di trincea con le piante grasse sulla scrivania e il registro elettronico aperto.
Una delle monete della Fraternité raffigurava una scena che avrei dovuto comprare solo per appenderla in sala docenti: un anziano con un cartello enorme — Tous avec moi — e Obelix che lo segue controvoglia. La fraternità come corteo male assortito: davanti chi ha più anni di servizio che idee, dietro il più forte del villaggio che partecipa per inerzia, probabilmente perché qualcuno glielo ha chiesto. L’ho lasciata nel negozio perché era troppo vera per essere decorativa. Alle primarie ne ho visti, di cortei così. Quasi sempre guidati da un referente di qualcosa, una funzione strumentale, un coordinatore di plesso — scelto per anzianità, per disponibilità, o per quel meccanismo collaudatissimo che si chiama meglio lui che io. Guidano. Nessuno li segue con convinzione. Ma il cartello resta lì, perché toglierlo richiederebbe una conversazione che nessuno vuole avere.
Asterix, però, una fraternità ce l’ha. Quella del villaggio contro l’impero — piccola, scalcinata, litigiosa, con un pescatore e un fabbro che se le danno ogni tre vignette. Non è la fraternità dei discorsi ufficiali. È quella che si regge sull’abitudine di stare insieme, sul nemico comune, su Panoramix che prepara la pozione e Obelix che sfonda i menhir senza capire bene perché, ma lo fa comunque.
Forse è quella l’unica versione credibile: non l’ideale inciso sulla moneta, ma la cosa grezza e imperfetta che si costruisce nonostante tutto, tra persone che non si sono scelte, in un villaggio che il mondo intero vorrebbe normalizzare.
Io quella versione la cerco ancora, a scuola. Nel frattempo, ho Liberté e Egalité sul comodino.
Fraternité, per ora, l’ho lasciata a Nizza. In buone mani.
Alle prossime monete…forse
Maestra Imperfetta






