
La serie Adolescence non ha fatto solo parlare di sè per mesi, ma ha vinto tutto agli Emmy 2025. Sei premi, tra cui quello per la migliore serie limitata (per fortuna, anche solo una puntata in più avrebbe fatto venire un infarto o sviluppato paranoia in genitori, docenti ed educatori). Stephen Graham miglior attore protagonista (meritatissimo). Un trionfo annunciato.
Ma non è questo il punto.
Il punto è che ci mostra un tredicenne accusato di omicidio, e nessuno — né genitori, né insegnanti, né spettatori — sa davvero cosa fare. Non è una serie da capire. È una serie da attraversare.
Il linguaggio del trauma
Ogni episodio è girato in piano sequenza. Non c’è stacco, non c’è respiro. È il linguaggio del trauma, non della narrazione. Quando guardi Jamie, il protagonista, non hai scampo: sei costretta a rimanere lì, con lui, nel suo silenzio assordante.
Le emoji non sono decorazioni: sono sintassi emotiva di un mondo adolescenziale che trova nuovi linguaggi preclusi al mondo adulto. E gli adulti, come da tradizione, non le capiscono.
Noi maestre, noi educatori, quante volte ci siamo trovati davanti a questi codici cifrati? Quante volte abbiamo liquidato come “stupidaggini” quelli che invece erano disperati tentativi di comunicazione?
L’assenza che pesa
I genitori sono assenti. Gli insegnanti sono comparse. Il sistema scolastico è un corridoio vuoto.
Questa frase mi ha colpita come un pugno allo stomaco, non ricordo bene dove l’ho sentita ma non se ne va perché è vera. Perché troppo spesso, quando un ragazzo implode, ci accorgiamo di essere stati solo delle comparse nella sua vita. Presenti fisicamente, assenti emotivamente.
Nessuno salva Jamie, il protagonista. E forse non c’è nulla da salvare. Solo da vedere.
L’implosione silenziosa
Jamie non grida. Non si difende. Implode. E tu, che hai visto bambini implodere senza fare rumore, sai cosa significa. Sai che non serve un lieto fine. Serve uno sguardo che non scappa.
Quanti Jamie ho incontrato in questi anni di insegnamento? Ragazzini che non disturbano, che non danno problemi, che rimangono seduti in silenzio mentre dentro di loro crolla tutto. Quelli che fanno meno rumore sono spesso quelli che stanno peggio. Quelli che non disturbano il mondo adulto con i loro problemi, che sembrano tranquilli e docili, che assecondano le nostre aspettative, non sono sempre necessariamente resilienti.
Adolescence ci obbliga a guardare questa implosione senza offrirci il comfort di una soluzione facile. Non c’è la maestra che salva il bambino difficile. Non c’è il genitore che finalmente capisce. Non c’è il lieto fine che ci assolve.
Il coraggio di non educare
Adolescence non redime. Non educa. Non spiega. E forse è proprio questo il suo valore.
Come educatori, siamo abituati a cercare sempre la lezione, la morale, il messaggio edificante. Ma a volte la lezione più importante è accettare che non tutto può essere riparato, non tutto può essere spiegato, non tutto ha un senso che possiamo decifrare.
L’adolescenza non è una fase da superare. È un luogo da abitare. Anche se fa male.
Lo sguardo che resta
Cosa significa, per noi che lavoriamo con i ragazzi, avere “uno sguardo che non scappa”?
Significa rimanere anche quando vorremmo andarcene. Significa non cercare soluzioni immediate quando il problema è troppo grande per le nostre competenze. Significa accettare che il nostro ruolo, a volte, è semplicemente quello di testimoni.
Non sempre possiamo salvare. Ma possiamo sempre vedere. E far sentire ai nostri ragazzi che qualcuno li sta vedendo, davvero, senza giudicare, senza cercare di aggiustare tutto subito.

L’illusione del controllo
Mia sorella ha visto la serie ed è rimasta sconvolta. Ha criticato severamente le famiglie che fanno uscire i ragazzini così giovani (11-13 anni) la sera fino alle dieci e mezza, sostenendo che certe abitudini non sono educative e possono essere “di una certa cultura”.
Al di là della cultura, non penso che i divieti possano servire a qualcosa. Non è chiudendo in casa tuo figlio o figlia e incatenandolo al termosifone che lo salvi, anzi… Il problema di Adolescence è che ti fa vedere che anche il figlio o la figlia più educati, intelligenti e apparentemente miti possono sobbollire ed esplodere. E che la verità più amara è che non conosciamo mai davvero chi cresciamo.
È consolatorio pensare che basti fare tutto “per bene” – orari giusti, regole chiare, controlli serrati – per evitare i disastri. Ma Jamie non è il figlio trascurato di genitori assenti. È quello che potrebbe essere nostro figlio. E questa consapevolezza fa più paura di qualsiasi storia di degrado sociale.
A conferma di questa verità amara è l’ultima frase del padre che, guardando la sorella maggiore di Jamie, dice alla moglie: “Gli abbiamo dato tutto, perché lui non è così?”. Una domanda che non avrà mai risposta e che smaschera l’illusione che l’amore e l’impegno bastino sempre, che ci sia una regola valida per tutti, che basta dargli quello di cui hanno materialmente bisogno o quello che hanno tutti i compagni.
Abitare l’adolescenza
Adolescence ci ricorda che l’adolescenza non è una malattia da curare o un problema da risolvere. È una condizione umana da rispettare, anche quando – soprattutto quando – ci fa sentire impotenti.
I nostri Jamie, quelli che abbiamo in classe ogni giorno, hanno bisogno di adulti che sappiano stare nel disagio senza scappare. Che sappiano dire “ti vedo” senza aggiungere subito “e ora ti sistemo”.
La serie ha vinto tutto agli Emmy, ma la vera vittoria sarebbe imparare a stare vicino ai nostri ragazzi senza la pretesa di salvarli sempre. Solo di vederli. Davvero.
La storia è aneddoto, narrazione, dobbiamo solo guardarla con lo spirito critico del “potrebbe succedere” ma considerarlo come uno scenario possibile ma non per questo certo. Spaventa? Certo, così come inquieta e ci fa rendere conto che, pur avendo attraversato l’adolescenza più o meno indenni, non possiamo né dobbiamo crogiolarci nel “ai miei tempi era diverso”. Non è una bibbia da cui trarre verità assolute, ma uno specchio in cui guardare il nostro agire.
La vostra
Maestra Imperfetta
Questo pezzo nasce dalla visione di Adolescence e dalla convinzione che a volte, per essere davvero utili ai nostri studenti, dobbiamo accettare di sentirci inutili. È un paradosso da maestra imperfetta: il coraggio di non aver sempre una soluzione pronta.




