Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Lo sforzo adattativo

Qualche giorno fa Facebook mi ha riproposto la foto del mio, buonanima, cane delle praterie: Bis. Era una creatura per me appartenente, come tutti gli animali, ad un altro mondo: era talmente umano che sembrava gli mancasse solo la parola.

Bis era un cane delle praterie, scoiattolo di terra, cynomio etc etc. Prima che qualche animalaro insorga…no, non era libero e poi catturato ma è nato e cresciuto in cattività ed era così abituato all’uomo da non volerne sapere di stare su un prato se non c’eravamo anche noi. Bis era affettuoso, socievole e desiderava il contatto umano ma, cosa molto interessante, aveva imparato a farsi capire.

Non è facile da spiegare, se non hai mai avuto animali credo sia impossibile, ma quando prendi un qualsiasi animale domestico, sia esotico che non, impari a capirne il linguaggio (niente battute per cortesia, non si parla di capire cosa abbaia o miagola). Arrivi a comprendere che lo squittio in un certo modo indica dolore, un altro modo indica “voglio attenzioni, prendetemi”, e un altro modo ancora ti dice “si ok ti ho sentito, ora sono tranquillo”. Impari che quando fa caos in un modo vuole essere preso in braccio e starti addosso, se lo fa in un altro magari richiama la tua attenzione sulla mancanza di cibo. Ma sei tu che impari o è l’animale che si adatta in qualche modo per farti comprendere le sue esigenze? Pavlov fece l’esperimento sul cane, ma ricordo un meme simpatico in cui il cane spiegava al gatto che aveva addestrato l’umano a dargli da mangiare ogni volta che premeva un pulsante.

Insomma lo sforzo adattativo è il tema della mia riflessione di questi giorni. E se fossimo convinti di adattarci ai nostri alunni…ma in realtà chiediamo o, peggio ancora, diamo per scontato che lo sforzo sia unilaterale? E se, sommersi nel quotidiano fatto di lezioni, compiti da correggere, esercizi da far fare, aggiornamenti professionali e altro, perdessimo di vista ciò che realmente conta?

La domanda forse potrebbe essere: ma noi sappiamo farci davvero capire?

Me lo sono chiesta quando, dopo aver tentato di spiegare 10 volte la medesima cosa vedo sempre gli stessi errori! E se fossi convinta di aver spiegato in dieci maniere differenti ma in realtà ho solo ripetuto dieci volte la medesima cosa?

Noi docenti usiamo tantissimo le parole, se ci pensate bene le parole sono il nostro strumento più della LIM, del cartellone o altro. Noi usiamo quotidianamente questo strumento senza comprenderne davvero la potenza e l’efficacia. Sia chiaro, non voglio fare lezione a nessuno in merito.

Nell’uso della parola noi ci creiamo un canale, non una chat. In questo canale noi comunichiamo agli altri ma quanto realmente ascoltiamo? Ed ecco che i nostri alunni si adattano al nostro stile comunicativo, anche se noi spesso rifiutiamo di adattarci al loro, vuoi forse per un pregiudizio nei confronti dell’infanzia secondo il quale si pretende da loro la comprensione di cose che noi per primi abbiamo appreso sbagliando.

Perché è un bambino! Ci aspettiamo che i bambini debbano abituarsi a noi, che debbano farsi capire ma fatichiamo a cercare di capirli (e non parlo delle battute che si fanno tra maestre). L’educazione passa anche attraverso la comunicazione verbale e non verbale. Non sono contraria al rimprovero se sbaglia in un comportamento, così come non sono contraria alla punizione se tale comportamento deprecabile passa il limite della civile convivenza, ma dobbiamo ricordare, e mi ci metto pure io a doverlo fare, che i bambini non sanno sempre esprimere con chiarezza i loro sentimenti perché non sanno nemmeno individuarli, classificarli e/o comprenderli. In questo lo sforzo adattivo deve essere nostro, non loro. Cosa dirgli? Non lo so! Non ho la risposta, ho solo tante domande e in questa vita si procede per tentativi ed errori, ma quello che dico loro di solito è che sono stata bambina anche io e so che a volte è difficile capire o dire perché si è arrabbiati o tristi o altro, lo è anche per noi adulti, quindi quando e se vogliono sanno che ci sono.

Basta questo? Non lo so! Fino ad ora questo atteggiamento mi ha sempre mostrato risultati positivi sul lungo periodo, ma in fondo anche loro devono imparare a fidarsi, così come gli animali, devi conquistare la fiducia e non devi mai darla per scontata.

A presto la vostra

Maestra Imperfetta

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Autore:

Sono una giovane maestra (giovane come anni di insegnamento, non come età...ma è relativo). Insegno arte, musica, inglese e tecnologia, ma non posso escludere che in futuro non mi trovi ad insegnare altro. Ho trovato nella scuola dove insegno colleghi simpatici e collaborativi, un ambiente famigliare e attivo che continua a fornire stimoli culturali cui attingo a piene mani. La mia gratitudine è a loro ed a tutti gli insegnanti di qualsiasi ordine e grado che hanno contribuito e contribuiscono, senza saperlo, a rendermi quella che ritengo di essere oggi...una maestra consapevole.

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