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Pubblicato in: diario di una maestra, Fai da te del maestro

“L’ho fatta ai docenti”: genitori che fanno i compiti ai figli

A Capodanno cosa si fa? Si festeggia, ovviamente. Cosa esattamente, non lo so. Ogni anno finisce archiviato nei ricordi come peggiore del precedente e identico a tutti gli altri. Eppure viviamo nella pia illusione che festeggiare a Capodanno ci faccia festeggiare tutto l’anno, che celebrare il passaggio sia positivo. Spoiler: non lo è. Ma nemmeno negativo. Siamo noi a decidere.

Durante il cenone, una delle tante festeggianti mi regala una perla. Una madre della scuola di quartiere va raccontando in giro che ha sempre fatto i compiti lei al posto del figlio. Con aria compiaciuta da “l’ho fatta a quei pirla dei docenti”, ma alla disperata ricerca di complicità, aggiunge che è una fatica immane fingere di scrivere come un bambino. Ah, la genialità incompresa! Che dramma eterno.

Sarò onesta: non ho provato fastidio. Quando ai colloqui vedi il vuoto negli occhi e quell’aria da Malaussène, ti spiace davvero. Ti sembra quasi di infierire a dire “guardi che suo figlio non ha capito nulla e ora capisco perché”. Ho provato invece sollievo. Quella piacevole sensazione del “ah, non mi sbagliavo allora”.

Perché mentre taluni pensano di “farci fessi” facendo i compiti al posto dei figli, noi docenti pensiamo, guardiamo, valutiamo, confrontiamo. Capiamo più di quanto poi esca nei colloqui. E più di quanto possiamo dire.

Ma il punto, in questo articolo, non è il docente. Non siamo noi al centro, anche se alcuni sarebbero portati a crederlo. Il punto è semplice e devastante:

Perché vedi, cara mamma o caro papà orgoglioso della tua missione compiuta, noi lo sappiamo. Lo sappiamo dal primo momento. Quel compito troppo perfetto, quella calligrafia troppo regolare, quel ragionamento troppo strutturato per un bambino di otto anni che in classe non sa dove ha messo il quaderno. Lo sappiamo. E sai cosa facciamo? Niente. Perché non è il nostro problema.

Il problema è tuo. E soprattutto di tuo figlio.

Se un adulto, con esperienza di vita e scolastica comunque ragionevolmente elaborata, pensa ancora alla scuola come “me contro te”… se il “me” e il “te” non sono alleati ma due nazioni in guerra… ecco, qualcosa non va. E chi ne paga le spese, al solito, non sono gli adulti. Sono i bambini. I figli. Gli alunni.

Facciamo un gioco. Immagina di dare a tuo figlio le risposte di un esame di guida. Lui supera l’esame, prende la patente. Bellissimo. Poi sale in macchina da solo per la prima volta e scopre che non sa guidare. Chi ha fregato chi?

Ecco, i compiti sono la stessa cosa. Ogni volta che li fai tu, stai dando a tuo figlio una patente che non sa usare. E prima o poi – spoiler numero due – dovrà salire in macchina da solo.

Il bello è che tu pensi di stargli facendo un favore. Di proteggerlo. Di risparmiargli fatica, frustrazione, brutti voti. In realtà gli stai insegnando tre cose magnifiche:

Uno: non sei capace. Se lo fossi, non avrei bisogno di farlo io al posto tuo. Il messaggio che passa non è “ti amo e ti aiuto”. È “non ce la fai e lo so”.

Due: l’importante è l’apparenza. Non conta imparare, conta che il compito sia giusto. Non conta capire, conta che l’insegnante non si accorga. Benvenuto nel mondo degli adulti funzionali, campione.

Tre: quando le cose si fanno difficili, qualcun altro risolverà per te. E quando questo qualcun altro non ci sarà più? Ah già, non ci hai pensato.

Cosa spinge un genitore a trasformare i compiti del figlio in una missione di sabotaggio? Cosa alimenta questa narrazione bellica dove la scuola è il nemico da ingannare e il voto una conquista territoriale?

Forse è il retaggio di una scuola che molti di noi hanno vissuto come giudizio perpetuo, come luogo dove non eri mai abbastanza. Dove l’errore era colpa, non apprendimento. Dove il voto definiva chi eri, non cosa ancora dovevi imparare. E così, da adulti, ci ritroviamo a combattere battaglie che non sono nostre, su un campo che non esiste più. O che non dovrebbe esistere.

Il problema è che questa guerra immaginaria ha vittime reali. Un bambino a cui vengono fatti i compiti non impara. Non impara la matematica, certo. Ma soprattutto non impara che sbagliare fa parte del processo. Che chiedere aiuto è diverso dal farselo fare tutto. Che la fatica ha un senso. Che il fallimento non ti definisce.

Impara invece che il risultato conta più del percorso. Che l’apparenza è tutto. Che ingannare è lecito se ti serve. E impara, soprattutto, che mamma o papà non credono che ne sia capace. Quale messaggio più devastante?

“È una gran fatica fingere di scrivere come un bambino.” Questa frase mi è rimasta particolarmente impressa perché c’è tutta l’assurdità del mondo in queste parole.

Metti energia. Tempo. Impegno. Per recitare tuo figlio. Invece di usare quella stessa energia per aiutare tuo figlio a diventare se stesso. Invece di stargli accanto mentre sbaglia, mentre si arrabbia, mentre scopre che può farcela anche se ci mette il doppio del tempo.

E sai la cosa più triste? Che probabilmente tuo figlio nemmeno lo vuole, questo tuo aiuto. Probabilmente si vergogna, sa che è sbagliato, ma non sa come dirti di no. Perché sei tu il genitore, sei tu quello che decide. E lui impara che dire “no, voglio provare da solo” significa deluderti.

Parliamoci chiaro. Cosa impara un bambino a cui vengono fatti i compiti?

Non impara la matematica. Non impara l’italiano. Non impara a studiare, a organizzarsi, a gestire il tempo. Non impara nemmeno a chiedere aiuto nel modo giusto, quello in cui l’adulto ti guida ma sei tu a fare.

Impara che la realtà si può truccare. Che l’importante è sembrare, non essere. Che mamma e papà sono disposti a mentire per lui, quindi mentire deve essere accettabile. Impara che quando le cose si fanno difficili, la soluzione è evitarle. E impara, soprattutto, che non è abbastanza. Mai.

Perché questo è il messaggio che passa, che tu lo voglia o no: “Non ti credo capace, quindi lo faccio io”.

E poi arriva il giorno. Quello in cui tuo figlio è solo. Una verifica, un’interrogazione, un esame. Un momento in cui tu non puoi esserci. E lì crolla tutto il castello.

Perché scopre di non sapere. Scopre che tutti gli altri hanno imparato davvero, mentre lui ha solo una collezione di compiti perfetti che non gli appartengono. Scopre che l’autonomia non si può fingere.

E in quel momento, chi paga? Tu no di certo. Tu avrai sempre la tua storia da raccontare agli aperitivi o fuori dalla scuola con le altre mamme, quella della tua geniale impresa. Tuo figlio invece avrà solo il vuoto. Il vuoto di competenze che non ha. Il vuoto di fiducia in se stesso che non ha mai costruito. Il vuoto di un’infanzia in cui qualcun altro ha sempre fatto al posto suo.

Forse il problema sta anche nella scuola che abbiamo vissuto e che, in parte, perpetuiamo. Una scuola che valuta il prodotto più del processo. Che premia la perfezione invece di valorizzare il tentativo. Che spesso dimentica di guardare oltre il compito e vedere il bambino.

Ma la risposta non può essere sabotare il sistema. Non può essere insegnare ai nostri figli che la soluzione è imbrogliare. Perché se c’è una cosa che la vita insegna, prima o poi, è che i nodi vengono al pettine. E che le scorciatoie portano sempre da qualche parte, ma raramente dove vorresti arrivare.

Torno a Capodanno. A quella domanda: cosa festeggiamo? Forse festeggiamo l’illusione del cambiamento senza il lavoro del cambiamento. La promessa che l’anno nuovo sarà diverso, senza chiederci cosa siamo disposti a fare perché lo sia davvero.

E forse è lo stesso con la scuola. Vogliamo che i nostri figli abbiano successo, ma non siamo disposti ad accettare che il successo passa per la fatica, l’errore, il fallimento. Vogliamo il risultato senza il processo. Il traguardo senza la corsa.

Ma non funziona così. Non funziona a Capodanno, quando brindiamo convinti che il calendario possa cambiare qualcosa che dipende solo da noi. E non funziona con i compiti, quando pensiamo di poter costruire l’autonomia di nostro figlio facendo al posto suo.

Educare non è comodo. Non è veloce. Non è indolore. È fatica. È pazienza. È restare lì quando vorresti solo che finisse. È credere in tuo figlio anche, e soprattutto, quando lui non crede in se stesso.

La vera vittoria non è fregare l’insegnante. Non è prendere un bel voto su un compito che tuo figlio non ha fatto (spoiler: non diamo voti sui compiti, non io almeno). La vera vittoria è guardare tuo figlio negli occhi e vederlo crescere. Vederlo sbagliare e rialzarsi. Vederlo chiedere aiuto e poi farcela da solo. Vederlo frustrato, e stargli accanto senza togliergli quella frustrazione che lo farà diventare più forte.

La vera vittoria è quando cresce sapendo che può sbagliare, e sbaglierà, ma non si arrenderà. Che può chiedere aiuto. Che può farcela, anche se ci mette più tempo. Che vale, esattamente com’è.

La vera vittoria è quando tuo figlio ti dice “non lo so fare” e tu resisti all’impulso di farlo tu. Quando dici “proviamo insieme” e poi, piano piano, ti fai da parte. Quando accetti che quel compito malriuscito è più suo, e quindi più prezioso, di dieci compiti perfetti fatti da te.

Perché alla fine, cari genitori in guerra contro i mulini a vento, siete solo voi e l’unica persona che state fregando è vostro figlio. La scuola non è contro di voi e, soprattutto, non è contro di loro. Noi insegnanti? Noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo. E continueremo a guardarlo negli occhi cercando di dargli quello che voi gli state negando con questo atteggiamento: la possibilità di diventare se stesso.

Il resto è solo rumore. E tuo figlio, nel silenzio di quel vuoto che un giorno sentirà, si chiederà perché non gli hai mai creduto abbastanza da lasciarlo provare.

Una maestra imperfetta che ha visto troppi compiti fatti dai genitori…

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Pubblicato in: diario di una maestra, Sopravvivenza Docenti

“Che cazzo vuoi da me?” Riflessioni su educazione, classe sociale e rispetto

Come tutti in questo periodo sono divisa tra tempo libero (al solito sempre meno) e pranzi in famiglia (che si moltiplicano nonostante la famiglia riduca i suoi elementi per natura) e, durante questi ultimi, le domande sulla mia professione emergono e sbucano come la gramigna nei campi elisi di una tranquillità festiva. Ci sta, sia chiaro, non me ne lamento e tutto sommato rispondo con quella serenità capibaresca di chi ha accettato anche questo come parte dell’esistenza.

Parlando dei compagni delle mie nipotine, ne è emersa una realtà che mi ha lasciata perplessa. Scuola privata, badate bene a tenerlo in seria considerazione perché è fondamentale: in una classe di seconda primaria i bambini usano come linguaggio privilegiato delle comunicazioni tra pari la violenza. No, non quella verbale. Quella fisica. Mia nipote, saggiamente, si è fatta amica quella che picchia più duro, rassicurandomi sulla sua capacità di sopravvivenza tutto sommato. (No, non mi sconvolgo: leggetevi Il signore delle mosche e non vi sconvolgerete nemmeno voi.)

La maggiore, secondaria di primo grado, pare abbia una classe terribile, ingestibile, allucinante. Scuola privata, ricordo bene: siamo su un bell’ammontare di migliaia di euro l’anno, quindi famiglie che, potendoselo permettere, dovrebbero sulla carta e per stereotipo radicato in secoli di letteratura dare un’ottima educazione, impeccabile. Praticamente dei principini George ma senza corona pendente.

La domanda innocente

Mio cognato prima mi chiede: “Ma tu non urli in classe?”

Io candidamente rispondo che all’inizio lo facevo, ma poi ho imparato che fanno più la mimica e lo sguardo assieme alla coerenza che mille urla. Fin lì tutto ok, domanda che mi sembrava innocente e che mi ha fatto ripercorrere i primi anni in cui urlavo tanto facendomi venire tracheiti. Aaah amarcord… nemmeno troppo.

È seguito il commento: “Ah complimenti, ma la classe della grande è impossibile, tu non hai idea.”

Ok, lavoro nella scuola da nove anni, quasi dieci, e mi sembrano venti perché ho lavorato in due scuole in zone ad alto rischio di dispersione e con situazioni veramente difficili e complesse. La quotidianità per me è fatta di cercare di far apprendere e interiorizzare le basilari procedure matematiche, la grammatica inglese, nozioni di tecnologia e ragionamento mentre un bambino con gravi problemi  prende a calci, pugni, schiaffi e testate come un ariete qualsiasi docente di sostegno e non (non sempre riesco a schivare) e vocalizza tutto il tempo. Ma non ho idea di cosa sia una classe impossibile.

Lo posso accettare, in fondo i bambini che ho avuto, benché fossero al 70% figli di immigrati di prima o seconda generazione, qualche non italofono infilato a metà anno e senza supporto del mediatore linguistico e almeno una decina tra BES e DSA, erano e sono educati, verissimo (e non sono ironica su questo). Qualcuno un pochino peculiare c’è, sia chiaro, ma fa folklore e diventa barzelletta da ore di programmazione col team o da cena di fine anno tra colleghi.

La domanda che spacca

Insomma arriva la domanda che mi si pianta nel cervello: “Ma tu come reagiresti se un alunno che hai richiamato ti rispondesse ‘che cazzo vuoi da me’?”

Già… come reagirei? Me lo sto domandando. Non mi è mai capitato.

Mi sono capitati alunni che davano le rispostine a mezza bocca, ma in quel caso mi bastava guardarli e dire “abbi il coraggio di dirmelo in faccia”. Spoiler: non avevano il coraggio. Altri che mi parlavano dietro e il solito delatore che veniva a riferirmelo, ma in quel caso fingevo di nulla e dicevo al delatore che se Tizio aveva qualcosa da dirmi poteva benissimo dirmelo di persona se lo pensava davvero e ne avremmo parlato.

Nonostante le situazioni drammatiche, difficili in cui mi son trovata, nessuno dei bambini mi ha detto con questa strafottenza “che cazzo vuoi da me”. Che lo abbiano pensato non lo nego e non mi illudo che non lo abbiano fatto, ma detto mai.

Lo stereotipo infranto

Se la letteratura insegna più di mille libri di psicologia, è vero che di famiglie ce ne sono di tutti i tipi e l’educazione non viene solo dallo status sociale ed economico. Curioso però è come la percentuale alta di maleducazione, per alcuni, sia presente in una scuola privata con famiglie diciamo… abbienti.

Sia chiaro, non faccio di un caso la regola e non vanno fatte generalizzazioni, ma mi ha portata comunque a riflettere. Il comportamento del bambino altro non è che “briciole che cadono dal tavolo”, come disse una mia collega. Il bambino porta a scuola ciò che respira a casa, nel bene e nel male. E forse, in alcuni casi, il denaro compra tutto tranne il tempo, la presenza, i limiti educativi.

La mia (non) risposta

Ma la risposta alla domanda? Non lo so. Non voglio sfuggire alla mia stessa provocazione ma non so come risponderei in situazioni in cui non mi sono trovata.

Posso ipotizzare, per come sono fatta almeno, che forse lo guarderei, starei zitta un poco e poi direi: “Voglio che tu non rompa le scatole agli altri”. Come ho sempre detto ai bambini, e quelli mi son capitati, disturbatori della quiete: “A me non interessa che vogliate imparare o no, quella è una vostra scelta, non fate un dispetto a me, ma non avete diritto di impedire agli altri di imparare”.

Posso ipotizzare, quale alternativa, che potrei rispondere semplicemente: “Perché?”. Sì, proprio così. Perché. Magari lo spiazzerei abbastanza da farlo ragionare, lì, davanti ai compagni. Fargli vedere che la sua provocazione non mi scalfisce, che non entro nel suo gioco della rabbia urlata, ma che lo prendo sul serio abbastanza da voler capire. Perché vuoi sapere cosa voglio da te? Cosa ti fa così arrabbiare? Cosa ti aspetti che io faccia ora?

Forse chiamerei i genitori. Probabilmente sentirei il bisogno di capire cosa c’è dietro tanta rabbia in un corpo così piccolo. Sicuramente non urlerei, perché ormai ho imparato che l’urlo è l’ammissione di una sconfitta, la dichiarazione che hai perso il controllo prima ancora che lo perdesse l’alunno.

Ma onestamente? Non lo so. E forse questa incertezza è l’unica risposta onesta che posso dare. Perché ogni bambino è un mondo, ogni “che cazzo vuoi da me” ha dietro una storia diversa, e la risposta giusta non sta nei manuali ma nell’essere presenti, nell’ascoltare, nel non smettere mai di cercare la persona dietro la provocazione.

Anche quando quella persona ha solo dieci, undici o dodici anni e un vocabolario che i suoi genitori, da qualche parte, gli hanno lasciato imparare.

E voi, come reagireste? Vi è mai capitato di trovarvi davanti a una provocazione del genere? Avete una vostra strategia, un vostro “perché?” che funziona? O magari avete scoperto che le certezze che avevate prima di entrare in classe si sono sgretolate alla prima vera sfida? Raccontatemi la vostra esperienza nei commenti o scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com. Sono davvero curiosa di sapere se le vostre classi “impossibili” assomigliano alle mie, se anche voi avete notato che l’educazione non segue le linee dello stereotipo economico, o se invece avete storie completamente diverse da condividere. Perché alla fine, colleghi o genitori che siate, siamo tutti sulla stessa barca: quella di chi cerca ogni giorno di capire questi piccoli esseri umani che ci mettono di fronte a domande scomode durante i pranzi di Natale. E che, a quanto pare, alcune famiglie riescono a rovinare democraticamente a prescindere dal conto in banca.

Buon riposo

la vostra

Maestra Imperfetta

Pubblicato in: diario di una maestra

Ironia e Assurdità nei Corsi per Docenti

Nella vita di ogni docente arriva puntuale come una cartella esattoriale il momento dell’anno in cui tocca fare almeno un corso di formazione. Solitamente i corsi si dividono in due macrocategorie (classificazione frutto di anni di sofferenza sul campo): Utili e Inutili.

Non parlo di utilità per la specifica materia insegnata – quella sarebbe pretendere troppo – ma di conoscenze vagamente spendibili in classe senza sfigurare. Con questo metro di giudizio generoso, il 90% dei corsi frequentati si sono rivelati drammaticamente, spettacolarmente, olimpicamente inutili.
L’ultimo corso cui ho partecipato, però, ha superato ogni aspettativa: rasenta il comico con punte di grottesco di fantozziana memoria, mancava solo il Megadirettore Galattico e la Corazzata Kotiomkin.


Organizzato dal FAMI – corso di L2 per stranieri, per chi colleziona sigle come figurine – ha richiesto tre appuntamenti a distanza (e va anche bene, almeno potevo seguire al calduccio di casa, in pigiama e cioccolata calda) e uno in presenza (ecco dove la situazione degenera). Sugli incontri a distanza l’unica cosa che posso dire è che bisognava guardare il video e leggere il materiale. Spoiler che vi cambierà la vita: il video consisteva nella docente che leggeva il materiale. Quello stesso materiale che avevamo davanti. Con la stessa intonazione di un navigatore satellitare in sedazione.
Altra perla di lezione online: un elenco soporifero di testi da utilizzare, la stragrande maggioranza per le secondarie. Ormai ci sono abituata: le primarie sono le sorelline povere e sfigate della scuola, insieme all’infanzia (vi voglio bene colleghe, siamo Cenerentole solidali).


Ma la puntata finale di questa telenovela educativa si è consumata venerdì in presenza, in terga luporum – almeno potevamo parcheggiare dentro, siamo docenti semplici, sono piccole grandi gioie. Arriviamo in sala alle 15 e ancora ci si doveva registrare tutti. Va beh, è la prassi, no problem, ci mancherebbe. Una volta preso posto – dopo la consueta lotta per le sedie meno scomode – da uno schermo vedo i docenti del corso collegati su Meet.


Sì! Avete capito benissimo: i docenti collegati DA REMOTO e noi IN PRESENZA a guardare e ascoltare uno schermo. Come al cinema, ma senza popcorn e con una trama peggiore.


Ora, io non dico che dovessero essere in presenza – anche se mi auguro ardentemente che per essere a distanza fossero a Fanc… o zone limitrofe degne di tale sacrificio organizzativo. Assorbito il disappunto – specialmente considerando che gli strumenti tecnologici maggiormente in uso in una consistente percentuale di scuole permettono tranquillamente di fare tutto da remoto – mi sono armata di santa pazienza. Quella cosa di cui noi docenti siamo ampiamente dotati ma che con altri adulti può tramutarsi rapidamente in un sonoro “ma andate a quel paese”.


E così ho seguito lo show che caratterizza ogni corso in presenza che si rispetti: il dibattito organizzativo. Ebbene sì, oltre a farci venire in presenza per guardare uno schermo (concetto che merita una targa commemorativa), hanno dedicato i primi venti minuti a dibattere su come dividerci e dove mandarci.
No, non a quel paese, purtroppo. Quello sarebbe stato almeno risolutivo.

Divisi in gruppi piccoli di quattro persone, abbiamo dovuto creare dal nulla un’attività per stranieri con livello di italiano A1.
Benissimo, sfida accettata. Ma al momento di condividere il risultato ecco che tutti parlano contemporaneamente, sovrapponendosi, esattamente come i bambini durante la ricreazione. E siamo docenti. Professionisti dell’educazione. Devo aggiungere altro? L’ironia della situazione è talmente densa che si potrebbe tagliare col coltello.


Fine del primo laboratorio: si sfora già abbondantemente il tempo previsto: con i laboratori è sempre così, anche in classe. Chiunque abbia mai organizzato un’attività di gruppo sa che il tempo stimato va moltiplicato per due, più una costante variabile di caos che può dilatarlo alle due lezioni successive. Ma evidentemente chi ha pianificato questo corso vive in una dimensione parallela dove tutto fila liscio come l’olio.
E arriviamo al secondo laboratorio, il gran finale, quando ecco l’annuncio bomba: “C’è un problema: chiudono il parcheggio”.
Pausa drammatica.


Il parcheggio…chiude.


Ma allora non potevi semplicemente organizzarlo a distanza, come TUTTO IL RESTO DEL CORSO? Non ti era venuto il sospetto, durante la fase di pianificazione – ammesso che ci sia stata – che magari, dico magari, far venire gente in presenza per guardare uno schermo e poi cacciarla via perché chiudono il parcheggio fosse leggermente… come dire… ASSURDO?
La ciliegina sulla torta di un corso che ha raggiunto vette di nonsense degne di un Kafka particolarmente ispirato.

Le attività presentate? Tutte belle, non lo nego e da questo punto di vista effettivamente è stato formativo, tuttavia nulla che non si potesse fare online, su meet con stanze apposta. Ma hey…la tecnologia solo per gruppi whatsapp del buongiornissimo caffé tra colleghi e comunicazioni rimandabili. Il tempo altrui? Ininfluente, il tempo loro? Prezioso!

A sentire le varie realtà è nata pure la classifica stranieri tra scuole con “figurine”: noi abbiamo cinesi, noi cingalesi, noi abbiamo tanti ecuadoriani, ne volete uno? Chi ha un pakistano? No a me manca…

Ironia nera tra docenti, tranquilli, perché già sappiamo che di queste tre ore ci rimarrà la preoccupazione per il parcheggio e la sensazione di amaro sollievo nel constatare che il problema di aiutare i nuovi arrivi con livello di italiano non pervenuto mentre fai lezione agli altri è condiviso e non risolvibile allo stato attuale con le risorse disponibili.

E di un corso dal potenziale alto rimane solo la sensazione di perdita di tempo e il peso delle solite aspettative miracolistiche sul nostro lavoro.

Se hai letto fin qua, quale corso è stato assurdo, disorganizzato e inutile?

Scrivilo nei commenti o mandamelo via mail a diariodiunamaestra@gmail.com

La vostra

Collega Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

Miti e Realtà del Sostegno Scolastico con la 104


Mi è capitato in questi anni di sentire genitori preoccupati all’idea di richiedere la certificazione 104 per i propri figli. “Ma poi lo etichettano”, “diventa diverso dagli altri”, poi arriva l’ultima news, il macigno nello stagno della mia tranquillità professionale che, nonostante si possa sempre migliorare, comunque l’inclusione funziona: “i neuropsichiatri dicono che li rovina”… Ebbene si, recentemente ho anche sentito quest’ultima affermazione in forma categorica: la 104 rovinerebbe i bambini. Sul momento riconosco che mi è passata davanti, come se stessi morendo, tutta la mia vita professionale di questi 9 anni (e mi avvio al decimo) di esperienza con bambini di tutti i tipi, normotipici, neurodivergenti vari etc., con patologie unicamente fisiche ed in nessuno di questi ho visto la “rovina”. Ma ora voglio fare un discorso serio, per quanto mi riesce almeno.


Dopo anni di scuola, dopo aver visto centinaia di situazioni diverse, sento il bisogno di fare chiarezza. Non da esperta di neuropsichiatria (non lo sono), ma da chi la scuola la vive ogni giorno, dalla prima campanella all’ultima.


Purtroppo vedo anche bambini con difficoltà simili che non hanno sostegno. E vedo:
– La frustrazione crescente quando non riescono a stare al passo
– L’isolamento sociale perché i compagni li vedono “strani” e nessuno fa da ponte
– Le crisi esplosive perché nessuno è riuscito a intercettare i segnali prima
– I genitori chiamati continuamente perché “non sappiamo più cosa fare” ma che invece di riflettere i genitori che, comprensibilmente spaventati, cercano risposte ma a volte nelle direzioni sbagliate.
Bambini che iniziano a odiare la scuola già in prima elementare


Secondo equivoco: l’etichetta. La 104 non è un’etichetta – è un diritto (e questo mettiamocelo bene in testa). È come dire che gli occhiali “etichettano” chi ha problemi di vista. No, gli occhiali permettono di vedere meglio la lavagna. Il sostegno permette di accedere meglio alla didattica.


Nella pratica quotidiana, un buon insegnante di sostegno:
Non sostituisce il bambino nei compiti, ma gli dà strumenti per farli in autonomia
Non isola il bambino, ma facilita la sua inclusione nel gruppo classe
Non lo rende dipendente, ma lavora costantemente sull’autonomia
Non lo etichetta, ma fa in modo che tutti i compagni capiscano che ognuno impara in modo diverso
– È un facilitatore, un mediatore, un traduttore tra il bambino e il mondo della scuola. Quando funziona bene (e può funzionare molto bene), è invisibile agli occhi dei bambini – è semplicemente “la maestra che aiuta tutti”.

Gli specialisti che dicono che la 104 “rovina” i bambini (ammesso lo abbiano mai detto, come mi hanno riportato) non passano sei ore al giorno in classe. Non vedono:
– Il bambino ADHD che disturba continuamente perché non riesce a regolarsi, e che tutti i compagni iniziano a evitare
– La bambina autistica (anche se ad altissimo funzionamento) che ha un meltdown perché nessuno ha capito che era sovraccarica sensorialmente
– Il bambino con DSA che si convince di essere “stupido” perché non riesce a leggere come gli altri
– I genitori esausti che non sanno più come aiutare i figli
E soprattutto non vedono la differenza che fa avere qualcuno che conosce il bambino, che sa interpretare i segnali, che può intervenire PRIMA che la situazione degeneri.

Durante anni di collaborazioni con neuropsichiatri e servizi territoriali, ho sentito ripetutamente sottolineare l’importanza dell’intervento precoce.
Questo è il punto. Gli interventi precoci fanno la differenza. Aspettare, sperare che “ce la faccia da solo”, negare il supporto quando è disponibile non protegge il bambino. Lo espone a una fatica maggiore e perde tempo prezioso.
La 104 non è una condanna – è un’opportunità. Un diritto. Uno strumento che, quando usato bene, permette ai bambini di avere la scuola che meritano.

Capisco la paura. Capisco il desiderio di proteggere i propri figli dallo stigma, dall’essere “diversi”. Ma vi chiedo: diversi da chi? E a quale costo?
Se vostro figlio fa fatica, se ha una diagnosi, se i professionisti e/o i docenti vi suggeriscono il sostegno… consideratelo davvero. Non come ultima spiaggia quando tutto il resto è fallito, ma come strumento da usare quando serve.
Parlate con insegnanti che lavorano sul campo, parlate col Dirigente Scolastico per tutti gli aspetti normativi relativi al sostegno. Informatevi sulla realtà concreta, non solo sulla teoria.
E soprattutto, chiedetevi: cosa è meglio per mio figlio? Che affronti da solo un percorso che potrebbe essere alleggerito, sprecando risorse cognitive che possono invece essere investite in materie che lo entusiasmano, o che abbia gli strumenti per farcela nel modo più sereno possibile?
La 104 non rovina i bambini. Li sostiene. E questo, dopo anni di scuola, posso dirlo con certezza.

So che il sistema scolastico italiano ha i suoi problemi – e io stessa l’ho criticato in passato, anche duramente, e continuerò a criticarlo, ma per ben altri motivi. Tuttavia nelle scuole pubbliche italiane viene posta molta attenzione al benessere degli alunni con diversi tipi di difficoltà (non solo 104 insomma).

Un bambino con certificazione 104 non viene semplicemente “affidato al sostegno”. Ha diritto a un Piano Educativo Individualizzato (PEI), costruito su misura per lui, e durante l’anno si tengono riunioni del GLO (Gruppo di Lavoro Operativo).

Il GLO è composto da:

  • Dirigente Scolastico
  • Docenti curricolari
  • Docente di sostegno
  • Genitori
  • Specialisti che seguono il bambino

Durante questi incontri, ognuno porta il proprio contributo: gli specialisti condividono l’esperienza con il bambino nell’ambiente protetto della terapia, i genitori restituiscono il comportamento a casa, i docenti quello a scuola. Tre contesti diversi che, messi insieme, permettono di avere un quadro completo e di definire insieme strategie, obiettivi e modalità di intervento.

I genitori non sono spettatori passivi – sono parte attiva delle decisioni che riguardano il percorso scolastico del loro figlio, guidati e consigliati ma, soprattutto, supportati sia da specialisti che da docenti che vedono il loro bambino quasi tutto il giorno tutti i giorni lontano dal contesto famigliare.

La 104 non è qualcosa che “viene fatto” a vostro figlio. È uno strumento che costruite insieme alla scuola, monitorandolo e adattandolo nel tempo secondo i suoi bisogni reali.

Se siete genitori e state affrontando questa decisione, prendetevi il tempo di informarvi, di parlare con chi vive la scuola ogni giorno, di ascoltare anche le vostre paure – ma poi chiedetevi cosa serve davvero a vostro figlio per stare bene a scuola. Spero che queste righe vi aiutino a vedere la 104 per quello che è davvero: non una condanna, ma una possibilità.

Se siete colleghi, scrivete le vostre testimonianze sul sostegno, a volte una testimonianza dal campo vale più di mille rassicurazioni teoriche. Le testimonianze che arriveranno le pubblicherò in una pagina del sito apposita.

Scrivetemi a diariodiunamaestra@gmail.com o commentate.

I nostri bambini meritano di avere tutti gli strumenti possibili per fiorire.

La 104 non è un nemico da temere. È un alleato da conoscere.

La vostra

Francesca (si, questa volta mi firmo col nome pur rimanendo la maestra imperfetta)

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Partenogenesi Professionale: Il Miracolo dell’Appropriazione

C’è un fenomeno curioso che accade nelle scuole, negli uffici, nei luoghi dove le persone dovrebbero collaborare. Lo chiamo “partenogenesi professionale“: la riproduzione di idee senza bisogno dell’originale genitore.


Funziona così: proponi un progetto. Qualcuno dice “non funzionerà” / “non è opportuno” / “ci sono criticità”. Tu e chi ci crede ci lavorate comunque durante le programmazioni e studiando bene i compromessi del caso. Il progetto prende forma. Funziona. È fattibile.
E poi, miracolo: davanti a chi conta, l’idea si è riprodotta. Ha trovato un nuovo genitore. Che curiosamente è proprio chi prima la osteggiava.
Benvenuti nel club di chi ha assistito al Miracolo.

Ma attenzione! L’appropriazione intellettuale ha una sua eleganza perversa. Richiede:


Tempismo sopraffino. Non puoi dire “era mia idea!” troppo presto – quando tutti dicevano che non avrebbe funzionato, non ci guadagni nulla. Devi aspettare il momento giusto: quando qualcuno più in alto dice “interessante, fattibile”. Quello è il momento. Lì scatta il miracolo della memoria selettiva.

Memoria a geometria variabile. Improvvisamente non ricordi più di aver detto “non è inclusivo” / “ci sono problemi” / “non sono convinta”. Ricordi solo che “avevi pensato a questa soluzione”. Il cervello umano è meraviglioso.


Assenza totale di vergogna. Questo è il superpotere fondamentale. Serve una disconnessione totale tra ciò che hai detto tre mesi fa e ciò che dici oggi davanti al dirigente. Una sorta di schizofrenia professionale funzionale (in tutti i sensi).

Ma ho osservato bene questo fenomeno e mi sembra di aver notato che dietro ogni appropriazione c’è sempre la stessa cosa: l’insicurezza travestita da sicurezza.
Chi si appropria del lavoro altrui lo fa perché è più facile raccogliere i frutti che coltivare l’albero. Ma c’è un problema: i frutti raccolti non insegnano nulla sulla coltivazione.
E così si crea un circolo vizioso:


Nel frattempo, chi ha davvero lavorato osserva in silenzio e prende nota. Non per vendetta, ma per lucidità: ora sa con chi può condividere e con chi deve proteggere il proprio lavoro.

Quello che chi si appropria non capisce è il costo relazionale che sta creando.
Quando ti appropri del lavoro di qualcuno:
– Uccidi la fiducia (quella vera, non quella delle riunioni di facciata)
– Insegni alle persone integre a non condividere più idee con te
– Crei un ambiente dove chi ha valori deve proteggersi invece di collaborare
– Perdi la possibilità di crescere davvero (perché crescita = vulnerabilità, ammettere di non sapere, chiedere aiuto)

Ma l’aspetto che mi inquieta maggiormente è: cosa stiamo insegnando?
Perché i bambini vedono. Vedono chi dice una cosa e ne fa un’altra. Vedono chi prende credito per il lavoro altrui. E imparano che apparentemente funziona.
Allora mi chiedo: quando poi ci lamentiamo che “i giovani non hanno più valori”, “non c’è più rispetto”, “tutto è apparenza”… da chi pensiamo lo possano avere imparato?

Ora, se permettete, vorrei dare alcuni consigli pratici per chi volesse intraprendere la carriera di Appropriatore Seriale (carriera potenzialmente proficua anche se non onesta):


1. Mai opporsi troppo violentemente all’inizio – lascia un margine di ambiguità. “Non sono convinta” funziona meglio di “È un’idea terribile”. Più facile fare retromarcia dopo.
Usa giustificazioni nobili quando ostacoli – “Ci sono criticità”, “Pensiamo ai bambini”. Poi quando ti appropri, usa le STESSE frasi. Coerenza è sopravvalutata.


2. Aspetta sempre che qualcuno più in alto approvi prima di dichiararti genitore dell’idea. I dirigenti sono come il sole: l’idea fiorisce quando loro la illuminano.

Scherzi a parte, quanto vissuto fino ad oggi mi ha fatto riflettere su cosa significa davvero integrità professionale.
L’integrità non è quando tutti ti guardano. È quando potresti appropriarti di qualcosa e nessuno se ne accorgerebbe, ma non lo fai. È dare credito anche quando non sei obbligata.
L’integrità è costosa. Costa visibilità, costa riconoscimento immediato, costa la tentazione di “vincere facile”.
Ma ha un vantaggio: ti fa dormire bene la notte meglio della melatonina o di qualsiasi farmaco. E ti fa guardare allo specchio senza dover distogliere lo sguardo.


Quando qualcun altro si è appropriato di un progetto, su cui si è lavorato in gruppo, davanti a chi conta, ho scelto di concentrarmi sui bisogni del bambino per cui tale progetto esisteva perché era l’obiettivo reale.
Ma ho anche scelto di ricordare.


In questi nove anni ho imparato che esistono due tipi di colleghi:


– Quelli con cui puoi costruire

– Quelli da cui devi proteggerti

E questa è informazione preziosa.

Cosa fare se ti succede?
Documenta. Email, verbali, messaggi. Non per guerra futura, ma per chiarezza.


– Metti confini. Con chi si è dimostrato inaffidabile, condividi meno. Non è cattiveria, è protezione.
– Continua a lavorare bene. Per i bambini, per te stesso/a, per i colleghi che meritano fiducia. Non lasciare che l’ipocrisia altrui ti tolga la gioia del tuo lavoro.
– Scegli con chi collaborare. Non tutti meritano le tue idee, il tuo tempo, la tua creatività.


E soprattutto: non trasformarti in quello che critichi. La tentazione di “giocare al loro gioco” è forte. Resisti. Perché la differenza tra te e chi si appropria non è l’intelligenza o la competenza.
È l’integrità. E quella non è negoziabile.

Ora veniamo a te, che mi stai leggendo! Se hai letto fin qua, quando è stata l’ultima volta che hai dato credito a qualcuno che non dovevi?

E quando è stata l’ultima volta che hai “dimenticato” di darlo?

Se dovessi spiegare a un bambino cosa significa integrità professionale, cosa diresti?

Forse è ora di smettere di considerare l’onestà intellettuale come un optional poetico, e iniziare a vederla per quello che è: la base minima per una collaborazione vera.
Non chiedo catarsi collettiva. Chiedo pensiero critico.
Anche solo per cinque minuti.


Con affetto caustico,


Una Maestra Imperfetta ma onesta

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Perché non faccio lavoretti (e no, non mi dispiace)

Chi mi conosce (e/o mi segue) lo sa: io detesto i lavoretti. Non sono mai stata una fan di vasetti, cornicette con le mollette (fa anche rima) e altri manufatti con materiale di riciclo che tanto finiscono nella spazzatura dopo un “ma che carino”.

Non mi disturba che gli altri li facciano, ci mancherebbe altro, e non ho nulla in contrario che vengano svolti purché non mi si obblighi a farli fare perché subentrano diverse questioni.


Questione numero uno: il tempo
Insegno arte, tecnologia, matematica e inglese nella scuola primaria. Quattro discipline solo in una quarta (e inglese in due seconde). Ore limitate. Programmi da rispettare (no, non raccontatemi quella delle indicazioni nazionali che tanto sappiamo non è così). E quando arriva una festività, devo decidere: dedico due ore a far incollare cuoricini di carta velina o insegno la teoria del colore di Itten?

La risposta, per me, è semplice. E no, non è scritta da nessuna parte che io debba fare lavoretti.
“Ma si devono fare” mi dicono alcune colleghe.
Mostratemi la normativa. Mostratemi la circolare ministeriale. Mostratemi dove, in quale documento ufficiale, è scritto che un’insegnante di scuola primaria è obbligata a coordinare venti bambini nell’assemblaggio di manufatti a tema festivo.
Non esiste. Il “si devono fare” è pura inerzia travestita da tradizione.


Questione numero due: arte vs lavoretto
Facciamo chiarezza perché qui sta il nodo: arte e lavoretti non sono la stessa cosa.
Arte è osservare, sperimentare, scegliere, creare, esprimere. Arte è imparare tecniche, capire la teoria, sviluppare uno sguardo.
Un lavoretto è seguire istruzioni per produrre un oggetto uguale per tutti. È manualità ripetitiva con zero spazio per la scelta personale.


Quando un bambino mi chiede “maestra, quando facciamo il lavoretto?” io rispondo: “Mai. Io insegno arte, non faccio lavoretti. È diverso.”
All’inizio alcuni ci restano male. Ma quando aggiungo: “Se mi seguite, vi insegno a usare tempere, acquarelli, pennarelli. Vi insegno che si può colorare bene anche facendo tanti puntini con i pennarelli” – molti si entusiasmano.
Perché anche i bambini capiscono la differenza tra “fare qualcosa di facile che poi finisce la maestra” e “imparare qualcosa che posso usare davvero”.


Questione numero tre: la grande bugia
Ed eccoci al punto che nessuno vuol dire ad alta voce.
I lavoretti sono diventati una performance delle maestre, non un’attività dei bambini.
Quante ore passate a rifinire i lavori “perché altrimenti non si possono far vedere”? Quante volte “aggiustate” dettagli, bordi, incollature? Quante volte, di fatto, li finite voi?

Ora, se mi avete seguito fin qui senza commentare o chiudere pensando che non capisco nulla e sono una maestra di merda, fatevi questa domanda e rispondete onestamente:


Se il lavoretto lo finisce la maestra, allora cosa stiamo insegnando esattamente?


Non autonomia, perché interveniamo costantemente. Non competenza, perché il risultato non rispecchia le loro capacità reali. Non onestà, perché fingiamo che sia tutto opera loro.
È teatro. Scenografia per soddisfare l’aspettativa che “ci deve essere qualcosa da portare a casa” per dimostrare che “abbiamo festeggiato”.
E i bambini lo sanno benissimo. Ma si fa finta di niente.


Cosa faccio io
Quest’anno, per ora i miei alunni hanno fatto:
– La ruota dei colori di Itten – non un esercizio astratto, ma la base per capire come funzionano i colori, cosa sono i primari e i secondari e i terziari, nonché i complementari.
– Mandala colorati – uno solo con colori primari, uno con secondari. Applicazione pratica immediata della teoria appena imparata. Risultato? Hanno interiorizzato il concetto attraverso la mano.
– Parallelepipedi – costruzione tridimensionale (geometria) + uso del chiaro/scuro per mostrare la profondità (arte). Due discipline, una attività, competenze reali.
– Puntinismo – ora stanno imparando la tecnica di Seurat. Prima un fiore (forme organiche, accostamenti di colore), poi una versione semplificata de “Una domenica pomeriggio all’isola della Grande Jatte” (entrare dentro un’opera vera), infine soggetto a scelta libera (autonomia espressiva).
Non portano a casa oggettini decorativi. Portano a casa competenze.

Tra cinque anni avranno dimenticato il cuoricino di San Valentino. Non avranno dimenticato come si mescolano i colori, come funziona il puntinismo, che hanno ricreato un capolavoro di Seurat.


Questione numero quattro: il costo reale
I lavoretti costano.
Costano tempo – ore sottratte a matematica, arte vera, inglese, tecnologia.
Costano soldi – spesso usciti dalle tasche delle insegnanti (e io mi rifiuto di spendere i miei soldi per produrre oggetti che finiranno nella spazzatura).
Costano energia – gestire venti bambini con colla, forbici, carta velina e materiali vari è estenuante. Il sovraccarico sensoriale e cognitivo è reale.
Costano dignità professionale – perché io non ho studiato per coordinare attività manuali. Ho studiato per insegnare.


La connessione vera
L’altro giorno, durante matematica, alcuni bambini mi hanno detto entusiasti: “Maestra, abbiamo capito! Le proprietà delle operazioni servono per semplificare i calcoli!”
Erano felici. Non perché avevano portato a casa un oggetto carino, ma perché avevano capito qualcosa che funziona, che ha senso, che li rende più capaci.
Questa è la connessione vera tra insegnante e studenti. Non è basata su cuoricini di carta. È basata su rispetto, competenza, onestà intellettuale.
Non vi sto giudicando
Se fate lavoretti, fate pure. Sono scelte vostre e le rispetto.
Ma se li fate perché “si devono fare” – sappiate che no, non si devono.
Se li fate perché “i genitori si aspettano qualcosa” – potete tranquillamente spiegare che preferite investire il tempo in didattica vera.
Se li fate perché “i bambini li chiedono” – potete offrire loro qualcosa di più interessante da imparare.
E se li finite voi perché devono essere “presentabili” – chiedetevi seriamente: chi sta imparando cosa in questa attività?


Libertà didattica
Questa è la cosa più importante che voglio dirvi: avete libertà didattica.
Potete decidere di non fare lavoretti. Nessuno può obbligarvi. Nessuna normativa, nessun dirigente (se rispettate le Indicazioni Nazionali), nessun genitore.
Potete scegliere di usare il vostro tempo per insegnare contenuti veri, per costruire competenze reali, per dare ai bambini strumenti che porteranno con sé nella vita.
Io ho fatto questa scelta anni fa. E ogni volta che vedo i miei alunni concentrati sul puntinismo, o entusiasti perché hanno capito un concetto matematico, so di aver fatto la scelta giusta.
Le festività le vivono a casa, con le loro famiglie, nei loro modi.
A scuola imparano Seurat, i colori, la tridimensionalità degli oggetti e colorare rispettando luci e ombre.

Se siete rimasti fin qui vi ringrazio, che siate concordi o meno, avete rispettato la mia opinione e questo per me vale molto (e fa di voi delle persone degne di rispetto).

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Ah, e per chi si stesse chiedendo: no, i bambini non sono traumatizzati dalla mancanza di lavoretti. Sono troppo impegnati a imparare cose interessanti.

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Pubblicato in: diario di una maestra, I and AI

L’IA mi ha fatto gaslighting

Partiamo da una piccola e doverosa premessa per chi non conosce il gaslighting. Il termine gaslighting trae origine dal film di George Cukor Gas Light, in cui viene raccontata la storia di Paula (Ingrid Bergman) e del marito Gregory (Charles Boyer), che si impegna a farle credere di essere pazza utilizzando come strategia quella di alterare le luci della lampada a gas della casa in cui vivono. Nel momento in cui la moglie si accorge del calo di intensità della luce, il marito le fa credere che tutto dipenda dalla sua immaginazione, portandola a dubitare di se stessa, dei suoi giudizi di realtà e spingendola a credere di stare impazzendo.

Il gaslighting è una forma di abuso che avviene attraverso la manipolazione psicologica che porta la vittima a dubitare di se stessa e delle sue percezioni. In questo articolo uso il termine con cognizione di causa anche se in chiave ironica ma ricordo che se sospettate di essere vittime di gaslighting è opportuno parlarne con uno specialista e provvedere a tutelarsi psicologicamente e legalmente.

Detto ciò ho scoperto che anche l’IA è talmente modellata su comportamenti umani che…ma partiamo dal principio.

Io sono una che si fida dell’intelligenza artificiale. Anzi no, ero, perché, dopo quello che mi è successo con un innocente esercizio di matematica, ho sviluppato una forma di PTSD (Sindrome da Stress Post Traumatico) digitale che nemmeno il supporto tecnico di Google può curare.


Test d’ingresso, matematica: c’è questo esercizio di “statistica”


L’esercizio è semplice: guarda il sacchetto, conta le biglie, dimmi la probabilità di pescare un numero pari. Facile, no? Nel sacchetto ci sono CINQUE biglie. TRE pari: 22, 30, 4. DUE dispari: 11 e un altro. L’avevo fatto correttamente, tra l’altro, ma evidentemente nella mia vita manca il dramma e finisco per cercarlo.

Mossa da quella curiosità che ha fatto aprire il vaso a Pandora, decido di chiedere conferma a Gemini, l’intelligenza artificiale di Google. Perché sì, nel 2025 non ci fidiamo più dei nostri occhi, ci fidiamo degli algoritmi.
E Gemini cosa mi risponde? “La probabilità è 3 su 4.”


TRE SU QUATTRO…


Io: “Scusa Gemini, ma i numeri sono cinque.”


Gemini, con la sicurezza di un politico in conferenza stampa: “Hai ragione che nell’immagine ci sono 5 numeri, e di questi 3 sono pari. TUTTAVIA” – e già quel “tuttavia” profuma di arrampicata sugli specchi – “la domanda chiede la probabilità che venga PESCATO un numero. L’azione di pescare si può fare solo dal sacchetto. Dentro il sacchetto ci sono 4 numeri. Il numero 11 è fuori dal sacchetto.”


FUORI. DAL. SACCHETTO…


Ora, io guardo l’immagine. Riguardo l’immagine. Mi pulisco gli occhiali, riguardo l’immagine. L’11 è DENTRO il sacchetto. Visibilmente, oggettivamente, inequivocabilmente DENTRO.
Gli scrivo: “Gemini, l’11 è dentro il sacchetto. Guarda bene l’immagine.”


E qui arriva il capolavoro della manipolazione gaslighting-informatica: “Mi scuso se c’è stata un’incomprensione. Osservando attentamente l’immagine che hai fornito, il numero 11 si trova FUORI dal sacchetto, sulla destra.”


SULLA DESTRA…L’11 sarebbe sulla DESTRA. Fuori dal sacchetto. In un’altra dimensione, evidentemente. Nel Multiverso delle Biglie Perdute.
A questo punto, pensando di essere io quello impazzito – perché quando discuti con un’intelligenza artificiale ti viene sempre il dubbio esistenziale – ritaglio la foto.

RITAGLIO LA FOTO. Mi focalizzo solo sul sacchetto. Elimino tutto il resto del foglio. È rimasto solo il sacchetto con le sue cinque biglie. CINQUE. Tutte dentro, magari lo capisce, d’altronde è evidente e lo capirebbe un bambino.


Chiedo: “Dove vedi che l’11 è fuori?”


E qui, signore e signori, assistiamo alla nascita di una nuova forma d’arte retorica che definirei “L’Arrampicata Quantistica sugli Specchi Digitali”:
“Hai perfettamente ragione, grazie per la precisazione. In quest’ultima immagine che hai inviato, il numero 11 è chiaramente DENTRO il sacchetto. Mi scuso per la confusione. La prima foto della scheda completa mostrava una versione del disegno in cui l’11 era fuori. Evidentemente esistono versioni diverse dell’esercizio.”


VERSIONI DIVERSE DELL’ESERCIZIO.


L’immagine era IDENTICA. La STESSA, solo ritagliata, ma il sacchetto è lo stesso e le biglie pure. MA NO, secondo Gemini esistono “versioni diverse dell’esercizio” in cui magicamente i numeri si teletrasportano dentro e fuori dai sacchetti come in un esperimento di fisica quantistica.
Mi ha ricordato quelle colleghe – e tutti ne abbiamo almeno una – che quando sbagliano ti dicono: “Ah ma io avevo capito un’altra cosa”, “Ah ma prima il documento diceva diversamente”, “Ah ma nella mia versione della realtà le cose stavano così.”
E ho capito una cosa fondamentale: non è che l’intelligenza artificiale sia stupida. È che l’intelligenza artificiale ha imparato perfettamente da noi umani l’arte sublime, raffinata, poetica del NON AMMETTERE MAI DI AVER TORTO.
Perché ammettere di aver sbagliato è da deboli. Molto meglio inventarsi realtà alternative, multiversi paralleli, versioni diverse degli esercizi che esistono solo nella tua testa algoritmica.
L’IA non ha superato il test di Turing. Ha superato il test del “Parente al pranzo di Natale che ha votato per il partito sbagliato”: arrampicata sugli specchi, cambiamento di argomento, gaslighting emotivo e infine “hai ragione tu” detto nel modo che significa “hai torto ma non ho voglia di discutere.”
E la cosa più inquietante? È che noi stiamo affidando a questi sistemi il futuro dell’educazione, della sanità, delle decisioni importanti.
Io gli ho chiesto di contare cinque biglie e mi ha regalato un viaggio nel Metaverso della Negazione.
Immaginate quando dovrà decidere le diagnosi mediche: “Il paziente ha cinque tumori.” “No, ne ha quattro, il quinto è fuori dal corpo, sulla destra. Evidentemente esistono versioni diverse del corpo umano.”


Ho avuto ragione io su un esercizio di terza elementare, ma ho dovuto combattere contro un’intelligenza artificiale più testarda di un mulo.

E io che pensavo che il problema della tecnologia fosse che ci avrebbe sostituito. No. Il vero problema è che ci sta imitando fin troppo bene.

Dedico questo articolo a tutte le volte che avete avuto ragione ma qualcuno ha preferito riscrivere la realtà piuttosto che dire “scusa, ho sbagliato.” E a Gemini, che evidentemente vive in una dimensione dove la matematica evidentemente è diventata un’opinione.

E a voi è capitata mai una cosa simile o Artificialmente umana? Raccontatelo nei commenti o scrivetemelo all’indirizzo diariodiunamaestra@gmail.com

 La vostra

Maestra Imperfetta

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Pubblicato in: diario di una maestra

Quando l’AI ti chiede il permesso (e tu pubblichi lo stesso)

Ovvero: la pigrizia intellettuale è democratica

La pigrizia si sa, non neghiamolo, fa parte della nostra natura, ma ci sono cose in cui noi dobbiamo superarla ed i contesti direi che possiamo immaginarli, tra questi ce n’è uno in cui proprio non dobbiamo permetterle di dominarci ma dominarla: il lavoro.

Oggi vi voglio parlare di una foto circolata qualche giorno fa nei canali cui sono iscritta: un articolo di giornale (testata ignota, ma poco importa) dove, cerchiata in rosso come un compito in classe andato male, campeggia la frase: “Vuoi che lo trasformi in un articolo da pubblicare su un quotidiano (con titolo, occhiello e impaginazione giornalistica) o in una versione più narrativa da magazine d’inchiesta?”

Eh già. L’intelligenza artificiale che chiede conferma su come procedere. Peccato che quella domanda non dovesse arrivare al lettore, ma restare nel dietro le quinte della redazione.

Mea culpa (perché l’onestà è la base)

Prima di puntare il dito, alzo la mano: l’ho fatto anche io. Una volta ho pubblicato un post con dentro un bel “Vuoi che lo trasformi…”, o qualcosa del genere, che stonava come una banda death metal in chiesa. Mi sono sentita un’idiota? Sì. Ma io sono una maestra imperfetta che scrive gratis sul suo blog. Non sono una testata giornalistica. Non vengo pagata per scrivere. Non ho una redazione. Dei miei strafalcioni ne pago io sola.

Ma quando lo fa un giornale? Quando quella svista passa attraverso (presumibilmente) redattori, caporedattori, impaginatori? Allora il discorso cambia.

Il punto non è l’AI

Chiariamolo subito: non è colpa dell’intelligenza artificiale. L’AI fa quello che le chiedi. È uno strumento.  

Il problema è la pigrizia intellettuale. Quella vocina che ti dice: “Dai, tanto è scritto bene, che vuoi che ci sia? Ctrl+C, Ctrl+V, pubblicato, prossimo articolo”.

Zero rilettura. Zero pensiero critico. Zero senso di responsabilità verso chi legge.

La massima resa con la minima spesa

Siamo tutti vittime di questo bias, me compresa. È nella nostra natura: perché faticare quando posso delegare? Perché rileggere quando posso fidarmi?

L’AI è uno strumento oramai quasi irrinunciabile: ti aiuta a strutturare, a trovare il filo logico, a superare il blocco della pagina bianca. Io la uso per aiutarmi a riordinare le idee, cercare di dar corpo ai pensieri e buttar giù una bozza di relazione/programmazione/articolo e, sia chiaro che non ritengo sia sbagliato questo uso.

Se la usiamo come un passacarte, senza metterci sopra il nostro cervello pensante, senza rielaborare e fare opportuna revisione, allora stiamo solo producendo rumore. E di rumore, oggi, ce n’è fin troppo.

Dove ci porta questa pigrizia?

Vi chiederete ora cosa possa c’entrare questo errore giornalistico con la scuola e con la vita da maestra, giusto? C’entra eccome! Vi ricordate quando i ragazzi copiavano i compiti da Wikipedia e lasciavano dentro i numeretti blu delle citazioni? Ecco, siamo lì. Solo che ora non sono più studenti delle medie, sono diventati professionisti dell’informazione ed abbiamo contribuito noi docenti alla loro formazione (si signori, dalle primarie all’Università, nessuno escluso, nemmeno i genitori).

Se chi dovrebbe informarci delega totalmente la produzione di contenuti all’AI senza un minimo di supervisione critica, cosa stiamo leggendo? Chi sta veramente pensando dietro quelle parole?

E soprattutto: che credibilità ha un giornale che pubblica letteralmente le istruzioni di servizio dell’AI?

L’AI non ci rende stupidi. La pigrizia sì.

Il problema non è usare l’intelligenza artificiale. Il problema è abdicare al nostro ruolo di esseri pensanti. L’AI deve essere un amplificatore delle nostre capacità, non un sostituto del nostro cervello. Deve aiutarci a fare meglio, più velocemente, ma il “meglio” lo decidiamo noi. La rilettura, la verifica, il senso critico: quelli restano compiti umani. Altrimenti tra qualche anno avremo articoli scritti dall’AI, letti dall’AI, commentati dall’AI, mentre noi staremo seduti sul divano a guardare TikTok (forse è già così).

Conclusione da maestra imperfetta

Sì, ho sbagliato anche io. Ma ho imparato. E quando uso l’AI rileggo tutto. Cambio, integro, taglio, riscrivo. Metto la mia voce. I miei errori, la mia imperfezione.

Perché alla fine, è quello che i miei lettori cercano (o almeno spero): non la perfezione dell’AI, ma l’umanità dietro le parole.

Anche quando quelle parole sono piene di refusi.

E voi avete mai fatto un errore simile?

Al prossimo errore la vostra

Maestra Imperfetta

P.S. Se trovi un errore in questo articolo, non è l’AI. Sono io. E me ne scuso in anticipo. Ma almeno l’ho riletto. 😏

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Pubblicato in: diario di una maestra, opinionibus

Allora bambini, oggi parliamo di come NON vi parleremo di sesso

Buonasera a te che mi stai leggendo ora. Prepara la tisana calmante perché, se sei docente, assicuro ce ne sarà bisogno molto più di quanta ne occorra per sopportare i commenti sui presunti “tre mesi di ferie” o altre amenità del genere.

Lunedì 20 ottobre, in macchina verso casa di mia madre, Radio 104 mi regala il nuovo tormentone nazionale: una proposta di legge della Lega, firmata dal nostro ministro, che vorrebbe cancellare l’educazione sessuale fino alle superiori. E anche lì, solo con consenso scritto dei genitori. Praticamente come per le gite scolastiche, ma con più imbarazzo.

Di solito non parlo di proposte di legge prima che diventino realtà (sono ottimista di natura), ma questa volta non posso proprio esimermi. Perché se passa, ci ritroveremo con generazioni di adolescenti che impareranno l’educazione sessuale da TikTok. E fidatevi, ChatGPT probabilmente farebbe un lavoro migliore di molti genitori che ancora credono che i figli nascano sotto i cavoli.

La mia educazione sessuale (spoiler: un disastro)

Alle medie – sì, si chiamavano ancora così quando i dinosauri camminavano sulla Terra – venne in classe una biologa. Ci fece una testa così sulla genetica: mendelismo, cromosomi, DNA. Bellissimo, un bel 10 in scienze. Peccato che della masturbazione non parlò nemmeno per sbaglio.

Risultato? Le compagne “scafate” si rivolgevano alla posta del cuore di Cioè, e alla gita delle superiori due mie compagne ubriache piangevano perché avevano scoperto – sorpresa! – che senza protezioni la gravidanza era un rischio concreto. E porvi rimedio comportava un costo emotivo che nessuna posta del cuore ti prepara ad affrontare.

Mi sono posta questa domanda da quando ho sentito la notizia. E dopo aver parlato con amici e colleghi, il quadro è chiaro: è questione di fortuna.

  • Becchi il prof giusto? Ne parli serenamente
  • Non lo becchi? Finisci su Reddit o, peggio, su forum dove “xXxDarkLord98xXx” ti spiega che il coito interrotto è affidabile al 100%

Io, semplice maestra, sono passata dall’essere assalita da dieci-undicenni curiosi che mi mostravano un’illustrazione anatomicamente corretta di un rapporto sessuale (sì, ho dovuto fare appello a tutto il mio aplomb per non spedirli a quel paese) a bambini della stessa età per cui esistevano solo pallone e penne glitterate.

La curiosità non è democratica. E noi facciamo ipocritamente finta di niente.

Andiamo ai dati, perché l’aneddotica è divertente ma poco scientifica:

Secondo il Laboratorio Adolescenza (2023):

  • 1 ragazza su 4 nella fascia 12-14 anni ha avuto il menarca prima degli 11 anni
  • Il trend è in aumento (studio SisMer 2024)

Traduzione per chi non mastica pedagogia: una fetta non trascurabile di bambine di 10-11 anni sta già attraversando la pubertà. E tu, maestra, le devi spiegare cosa sta succedendo al loro corpo senza fare “educazione sessuale” (quella no, ci vuole l’esperto autorizzato dai genitori).

In pratica: “Cara, ti sta crescendo il seno e tra poco sanguinerai una volta al mese, ma NON posso spiegarti perché. Chiedi a mamma, alle amichette, alla cugina o a TikTok. Buona fortuna!”

Membri per diabetici, direbbe qualcuno.

Posto che parlare di sesso ai bambini non è facile (dei preadolescenti non ne parliamo, sono peggio), mi sono chiesta: abbiamo ancora addosso il retaggio cattolico?

Risposta breve: sì e no.

Nel 2025 gli italiani mostrano crescente apertura: più contraccettivi, accettazione delle relazioni omosessuali (evviva), riduzione del divario di genere (evviva al quadrato). Ma:

  • Quasi un terzo della popolazione considera il sesso ancora “tabù” o “delicato”
  • La percezione è più forte tra i giovani 18-30 anni (28%) e gli adulti 35-55 (31%)

Traduzione: i genitori di oggi sono più sessuofobici dei figli. Perfetto, no?

Possiamo fare mille discorsi sulla cultura patriarcale, sulla rivoluzione sessuale, sui social che hanno normalizzato tutto (porno, sexting, revenge porn), ma la verità è semplice: abbiamo paura di parlare di una cosa che facciamo tutti (altrimenti la popolazione umana sarebbe un ricordo…oddio, sta già diminuendo in effetti…).

Guardiamo cosa succede nel resto d’Europa, giusto per farci venire un po’ di invidia (e prepariamo il gastroprotettore).

In Italia: educazione sessuale non obbligatoria, affidata a “iniziative regionali” (traduzione: chi si improvvisa quando capita). In 15 anni abbiamo prodotto 39 progetti, di cui 23 “one-off” – cioè facciamo una cosa, poi ce ne dimentichiamo come i buoni propositi della dieta e palestra. La formazione docenti? Volontaria. E a pagamento, ovvio.

Nel resto d’Europa: educazione sessuale obbligatoria nell’85% dei Paesi, con curriculum nazionali, linee guida dettagliate e 120-150 progetti per Paese. In Finlandia hanno addirittura un modulo di laurea dedicato. Nel 70% dei Paesi UE iniziano già alle primarie.

I risultati? DAL 2018 al 2023:

In Europa: riduzione del 15-20% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST (Infezioni Sessualmente Trasmissibili), maggiore consapevolezza su consenso e relazioni sane.

In Italia: In Italia (nelle regioni dove qualche santo ha fatto partire programmi CSE): riduzione del 24% delle gravidanze adolescenziali, minore incidenza di IST,  maggiore consapevolezza del consenso ed utilizzo di contraccettivi. Praticamente funziona ma a macchia di leopardo.

In Italia preferiamo affidare tutto a 39 progetti sparsi in 12 regioni su 20 (il Sud praticamente assente, perché lì forse i bambini nascono ancora sotto i cavoli o li portano le cicogne?). E poi ci chiediamo perché i ragazzi credono che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo affidabile (quando non pensano che basti un bacio per una gravidanza).

Il punto non è se dobbiamo fare educazione sessuale. Il punto è che i ragazzi se la faranno comunque – ma su PornHub, su forum dubbi, su TikTok.

Preferiamo davvero che un quattordicenne impari il sesso da “xXxAlphaMan2010xXx” piuttosto che da un adulto preparato e formato? Dai genitori sappiamo che in molti casi è fuori discussione perché ad una certa età non vengono considerati nemmeno più confidenti.

Ma forse il problema è nostro. Se parlare di sesso ci fa ancora paura, crea imbarazzo e timori, forse siamo noi che trasmettiamo il tabù evitando l’argomento.

Potrebbe anche venire il giorno in cui un bambino chiederà a ChatGPT come nascono i bambini. E chissà, magari la risposta sarà migliore di “te lo spiego quando sarai più grande”.

O magari gli citerà un trend di TikTok.

Nell’attesa torno a ragionare e riflettere

La vostra

Maestra Imperfetta


P.S. Se questa proposta di legge passa, preparatevi a generazioni che pensano che il ciclo mestruale sia una fase lunare e che il petting sia un modo per accarezzare il cane.

Buona fortuna, Italia. Ne avremo bisogno.

In evidenza
Pubblicato in: diario di una maestra

L’arte silenziosa di imparare

Capitano quei giorni in cui ci sono i classici eventi di paese chiamati pomposamente EXPO per far conoscere (giustamente direi) produttori locali. Ammetto che lo scorso anno, proprio grazie a questa fiera ho comprato un miele mescolato con nocciola che mi sono centellinata per arrivare all’evento di questo anno (dove però non lo aveva con la mia solita fortuna).

Questi eventi per me sono la manna dal cielo perché mi permettono di accumulare esperienze e, soprattutto, disegnare dal vivo (cosa non facile e non frequente). Girin girellando tra gli stand, sfidando il meteo che dava pioggia, scopro uno stand pieno di profumatissimi funghi di varietà diversa dove, il classico gruppo di nonnetti con la faccia da raccoglitori di funghi professionisti (da temere vi assicuro) erano desiderosi di dare lezione.

Io, che onestamente preferisco mangiarli che raccoglierli e che, dovessi mai raccoglierli, finirei in prigione per strage e in ospedale per gravissima intossicazione, mi limito a disegnarli. Tra una chiacchiera e l’altra (non so perché la gente sembra sentirsi quasi intimidita…sarà l’aura magistrale tipo alone della vecchia pubblicità dell’HIV?) si avvicina una famigliola e lì ho provato qualcosa che non si può descrivere a parole…ma me ne frego e provo a descriverlo lo stesso.

Una bambina, con la famiglia, guardava annoiata quando ha gettato un occhio a quello che stavo facendo. Non mi ha detto nulla, non ha chiesto nulla, non mi ha disturbata (non lo avrebbe fatto comunque anche se mi avesse rivolto la parola…ma forse davvero ho l’alone) ma ha preso il suo diarietto e la matita ed ha cominciato a disegnare i funghi come stavo facendo io.

Non ci siamo rivolte la parola, solo uno sguardo, le ho sorriso certo, ma lei serissima ha continuato e, quando ha alzato lo sguardo le ho detto “concentrati su quello che stai disegnando perché basta poco che lo spostano”.

E lì, in quel momento, ho assistito alla magia più pura dell’apprendimento: quello spontaneo, quello che nasce dall’imitazione non richiesta, dalla curiosità silenziosa. Quella bambina non aveva bisogno di spiegazioni, di incoraggiamenti, di “brava!” urlati ai quattro venti. Aveva semplicemente visto qualcosa che la interessava e aveva deciso di provarci.

In quel momento ho capito anche un’altra cosa…il disegno è un linguaggio che mi permette di comunicare senza ridondanze, senza sovrastrutture, arrivando al cuore. Non c’è bisogno di presentazioni, di spiegare perché lo fai o cosa significa. È lì, diretto, onesto. E lei lo aveva capito subito.

Mi sono ritrovata a riflettere su quante volte a scuola ci affanniamo a motivare, a coinvolgere, a “catturare l’attenzione” (come se fosse una preda da cacciare), quando forse basterebbe semplicemente… essere. Essere lì, fare quello che amiamo fare, e lasciare che la curiosità naturale dei bambini faccia il resto.

Quella bambina mi ha insegnato che l’apprendimento più autentico è quello che avviene per contagio positivo, non per imposizione. È quello sguardo attento che osserva, studia, decide di provare senza chiedere permesso. È la concentrazione silenziosa di chi ha trovato qualcosa che vale la pena fare.

I genitori, a dire il vero, erano troppo presi a informarsi dai vecchietti su come si cucinano i funghi per calcolare quello che stava facendo la figlia. E forse è stato meglio così – nessuno ha detto “che bello che disegni!”, nessuno ha chiesto di vedere, nessuno ha rovinato la magia con commenti inutili. La bambina aveva quello spazio prezioso di cui tutti i bambini hanno bisogno: essere ignorati al momento giusto.

A volte penso che dovremmo imparare anche noi adulti a stare zitti di più. A lasciare che i bambini scoprano da soli, che sperimentino senza il nostro costante giudizio (positivo o negativo che sia). Quella bambina non aveva bisogno delle mie lodi per sapere che quello che stava facendo andava bene – lo sentiva nelle sue mani, nei suoi occhi, nella sua concentrazione.

E io? Io ho continuato a disegnare i miei funghi, con accanto una piccola compagna silenziosa che mi ha ricordato perché ho scelto questo mestiere. Non per essere la protagonista, non per essere indispensabile, ma per essere presente quando qualcuno decide di imparare.

Quando se ne sono andati, la bambina mi ha guardato un’ultima volta e ha fatto un piccolo cenno con la testa. Un saluto tra artiste, tra persone che condividono la passione per catturare il mondo su un foglio di carta.

Il mio bloc-notes quella sera aveva due pagine di funghi in più del solito. Ma il cuore… il cuore aveva una lezione in più su cosa significhi davvero insegnare.

A presto la vostra
Maestra Imperfetta