A Capodanno cosa si fa? Si festeggia, ovviamente. Cosa esattamente, non lo so. Ogni anno finisce archiviato nei ricordi come peggiore del precedente e identico a tutti gli altri. Eppure viviamo nella pia illusione che festeggiare a Capodanno ci faccia festeggiare tutto l’anno, che celebrare il passaggio sia positivo. Spoiler: non lo è. Ma nemmeno negativo. Siamo noi a decidere.
Durante il cenone, una delle tante festeggianti mi regala una perla. Una madre della scuola di quartiere va raccontando in giro che ha sempre fatto i compiti lei al posto del figlio. Con aria compiaciuta da “l’ho fatta a quei pirla dei docenti”, ma alla disperata ricerca di complicità, aggiunge che è una fatica immane fingere di scrivere come un bambino. Ah, la genialità incompresa! Che dramma eterno.
Sarò onesta: non ho provato fastidio. Quando ai colloqui vedi il vuoto negli occhi e quell’aria da Malaussène, ti spiace davvero. Ti sembra quasi di infierire a dire “guardi che suo figlio non ha capito nulla e ora capisco perché”. Ho provato invece sollievo. Quella piacevole sensazione del “ah, non mi sbagliavo allora”.
Perché mentre taluni pensano di “farci fessi” facendo i compiti al posto dei figli, noi docenti pensiamo, guardiamo, valutiamo, confrontiamo. Capiamo più di quanto poi esca nei colloqui. E più di quanto possiamo dire.
Il punto non siamo noi
Ma il punto, in questo articolo, non è il docente. Non siamo noi al centro, anche se alcuni sarebbero portati a crederlo. Il punto è semplice e devastante:
se pensi di averla fatta ai docenti, l’unico a cui l’hai fatta davvero è tuo figlio.
Perché vedi, cara mamma o caro papà orgoglioso della tua missione compiuta, noi lo sappiamo. Lo sappiamo dal primo momento. Quel compito troppo perfetto, quella calligrafia troppo regolare, quel ragionamento troppo strutturato per un bambino di otto anni che in classe non sa dove ha messo il quaderno. Lo sappiamo. E sai cosa facciamo? Niente. Perché non è il nostro problema.
Il problema è tuo. E soprattutto di tuo figlio.
Se un adulto, con esperienza di vita e scolastica comunque ragionevolmente elaborata, pensa ancora alla scuola come “me contro te”… se il “me” e il “te” non sono alleati ma due nazioni in guerra… ecco, qualcosa non va. E chi ne paga le spese, al solito, non sono gli adulti. Sono i bambini. I figli. Gli alunni.
L’unico fregato qui è tuo figlio
Facciamo un gioco. Immagina di dare a tuo figlio le risposte di un esame di guida. Lui supera l’esame, prende la patente. Bellissimo. Poi sale in macchina da solo per la prima volta e scopre che non sa guidare. Chi ha fregato chi?
Ecco, i compiti sono la stessa cosa. Ogni volta che li fai tu, stai dando a tuo figlio una patente che non sa usare. E prima o poi – spoiler numero due – dovrà salire in macchina da solo.
Il bello è che tu pensi di stargli facendo un favore. Di proteggerlo. Di risparmiargli fatica, frustrazione, brutti voti. In realtà gli stai insegnando tre cose magnifiche:
Uno: non sei capace. Se lo fossi, non avrei bisogno di farlo io al posto tuo. Il messaggio che passa non è “ti amo e ti aiuto”. È “non ce la fai e lo so”.
Due: l’importante è l’apparenza. Non conta imparare, conta che il compito sia giusto. Non conta capire, conta che l’insegnante non si accorga. Benvenuto nel mondo degli adulti funzionali, campione.
Tre: quando le cose si fanno difficili, qualcun altro risolverà per te. E quando questo qualcun altro non ci sarà più? Ah già, non ci hai pensato.
La scuola come campo di battaglia
Cosa spinge un genitore a trasformare i compiti del figlio in una missione di sabotaggio? Cosa alimenta questa narrazione bellica dove la scuola è il nemico da ingannare e il voto una conquista territoriale?
Forse è il retaggio di una scuola che molti di noi hanno vissuto come giudizio perpetuo, come luogo dove non eri mai abbastanza. Dove l’errore era colpa, non apprendimento. Dove il voto definiva chi eri, non cosa ancora dovevi imparare. E così, da adulti, ci ritroviamo a combattere battaglie che non sono nostre, su un campo che non esiste più. O che non dovrebbe esistere.
Il problema è che questa guerra immaginaria ha vittime reali. Un bambino a cui vengono fatti i compiti non impara. Non impara la matematica, certo. Ma soprattutto non impara che sbagliare fa parte del processo. Che chiedere aiuto è diverso dal farselo fare tutto. Che la fatica ha un senso. Che il fallimento non ti definisce.
Impara invece che il risultato conta più del percorso. Che l’apparenza è tutto. Che ingannare è lecito se ti serve. E impara, soprattutto, che mamma o papà non credono che ne sia capace. Quale messaggio più devastante?
La fatica di fingere (ma non quella giusta)
“È una gran fatica fingere di scrivere come un bambino.” Questa frase mi è rimasta particolarmente impressa perché c’è tutta l’assurdità del mondo in queste parole.
Metti energia. Tempo. Impegno. Per recitare tuo figlio. Invece di usare quella stessa energia per aiutare tuo figlio a diventare se stesso. Invece di stargli accanto mentre sbaglia, mentre si arrabbia, mentre scopre che può farcela anche se ci mette il doppio del tempo.
E sai la cosa più triste? Che probabilmente tuo figlio nemmeno lo vuole, questo tuo aiuto. Probabilmente si vergogna, sa che è sbagliato, ma non sa come dirti di no. Perché sei tu il genitore, sei tu quello che decide. E lui impara che dire “no, voglio provare da solo” significa deluderti.
Cosa gli insegni davvero
Parliamoci chiaro. Cosa impara un bambino a cui vengono fatti i compiti?
Non impara la matematica. Non impara l’italiano. Non impara a studiare, a organizzarsi, a gestire il tempo. Non impara nemmeno a chiedere aiuto nel modo giusto, quello in cui l’adulto ti guida ma sei tu a fare.
Impara che la realtà si può truccare. Che l’importante è sembrare, non essere. Che mamma e papà sono disposti a mentire per lui, quindi mentire deve essere accettabile. Impara che quando le cose si fanno difficili, la soluzione è evitarle. E impara, soprattutto, che non è abbastanza. Mai.
Perché questo è il messaggio che passa, che tu lo voglia o no: “Non ti credo capace, quindi lo faccio io”.
Il giorno in cui non ci sarai
E poi arriva il giorno. Quello in cui tuo figlio è solo. Una verifica, un’interrogazione, un esame. Un momento in cui tu non puoi esserci. E lì crolla tutto il castello.
Perché scopre di non sapere. Scopre che tutti gli altri hanno imparato davvero, mentre lui ha solo una collezione di compiti perfetti che non gli appartengono. Scopre che l’autonomia non si può fingere.
E in quel momento, chi paga? Tu no di certo. Tu avrai sempre la tua storia da raccontare agli aperitivi o fuori dalla scuola con le altre mamme, quella della tua geniale impresa. Tuo figlio invece avrà solo il vuoto. Il vuoto di competenze che non ha. Il vuoto di fiducia in se stesso che non ha mai costruito. Il vuoto di un’infanzia in cui qualcun altro ha sempre fatto al posto suo.
La scuola che vorremmo
Forse il problema sta anche nella scuola che abbiamo vissuto e che, in parte, perpetuiamo. Una scuola che valuta il prodotto più del processo. Che premia la perfezione invece di valorizzare il tentativo. Che spesso dimentica di guardare oltre il compito e vedere il bambino.
Ma la risposta non può essere sabotare il sistema. Non può essere insegnare ai nostri figli che la soluzione è imbrogliare. Perché se c’è una cosa che la vita insegna, prima o poi, è che i nodi vengono al pettine. E che le scorciatoie portano sempre da qualche parte, ma raramente dove vorresti arrivare.
Cosa festeggiamo, davvero?
Torno a Capodanno. A quella domanda: cosa festeggiamo? Forse festeggiamo l’illusione del cambiamento senza il lavoro del cambiamento. La promessa che l’anno nuovo sarà diverso, senza chiederci cosa siamo disposti a fare perché lo sia davvero.
E forse è lo stesso con la scuola. Vogliamo che i nostri figli abbiano successo, ma non siamo disposti ad accettare che il successo passa per la fatica, l’errore, il fallimento. Vogliamo il risultato senza il processo. Il traguardo senza la corsa.
Ma non funziona così. Non funziona a Capodanno, quando brindiamo convinti che il calendario possa cambiare qualcosa che dipende solo da noi. E non funziona con i compiti, quando pensiamo di poter costruire l’autonomia di nostro figlio facendo al posto suo.
Educare non è comodo. Non è veloce. Non è indolore. È fatica. È pazienza. È restare lì quando vorresti solo che finisse. È credere in tuo figlio anche, e soprattutto, quando lui non crede in se stesso.
La vera vittoria
La vera vittoria non è fregare l’insegnante. Non è prendere un bel voto su un compito che tuo figlio non ha fatto (spoiler: non diamo voti sui compiti, non io almeno). La vera vittoria è guardare tuo figlio negli occhi e vederlo crescere. Vederlo sbagliare e rialzarsi. Vederlo chiedere aiuto e poi farcela da solo. Vederlo frustrato, e stargli accanto senza togliergli quella frustrazione che lo farà diventare più forte.
La vera vittoria è quando cresce sapendo che può sbagliare, e sbaglierà, ma non si arrenderà. Che può chiedere aiuto. Che può farcela, anche se ci mette più tempo. Che vale, esattamente com’è.
La vera vittoria è quando tuo figlio ti dice “non lo so fare” e tu resisti all’impulso di farlo tu. Quando dici “proviamo insieme” e poi, piano piano, ti fai da parte. Quando accetti che quel compito malriuscito è più suo, e quindi più prezioso, di dieci compiti perfetti fatti da te.
Perché alla fine, cari genitori in guerra contro i mulini a vento, siete solo voi e l’unica persona che state fregando è vostro figlio. La scuola non è contro di voi e, soprattutto, non è contro di loro. Noi insegnanti? Noi lo sappiamo, lo abbiamo sempre saputo. E continueremo a guardarlo negli occhi cercando di dargli quello che voi gli state negando con questo atteggiamento: la possibilità di diventare se stesso.
Il resto è solo rumore. E tuo figlio, nel silenzio di quel vuoto che un giorno sentirà, si chiederà perché non gli hai mai creduto abbastanza da lasciarlo provare.
Una maestra imperfetta che ha visto troppi compiti fatti dai genitori…








